"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro.

mercoledì 30 dicembre 2015

Paginatre. 16 “Buon anno, Terra!”.



Da “L’Occidente in guerra con la natura” di Emilio Molinari, su “il Fatto Quotidiano” dell’11 di dicembre 2015: L’Isis ha dichiarato guerra all’Occidente, rispondiamo senza pietà al canto della Marsigliese. Non ho tentennamenti nella condanna al terrorismo e al cordoglio delle vittime, ma l’unanime grido: sono in gioco la nostra civiltà, i nostri valori, il nostro stile di vita, la nostra felicità e la nostra gioia…mi inquieta. Perché? Perché sono convinto che siamo nel bel mezzo di una “Terza Guerra Mondiale a pezzi” di cui il terrorismo in nome di Dio è solo uno dei tanti pezzi. Che l’orrore parigino è solo una delle tante “rotture” con le quali il pianeta ci segnala che non ci regge più…e non regge proprio il nostro stile di vita, la nostra felicità, la nostra gioia e… l’arroganza della nostra cultura. Perché siamo in guerra con la natura, la quale proprio a Parigi, alla Cop 21 sul clima, ci presenta un conto salatissimo, tragico e ultimativo. E non sarà chiudendo la bocca agli ambientalisti in nome della sicurezza che risolveremo i problemi. Siamo in guerra con gli emigranti che assediano le nostre frontiere. Siamo in guerra con i beni comuni: l’acqua, la terra, l’aria, il fuoco. Le guerre portano il segno dell’accaparramento dei combustibili fossili che scarseggiano. Sono infinite e hanno provocato un milione di morti nel solo Iraq: dolore, torture e indicibili umiliazioni, inflitte a intere popolazioni dall’Occidente, senza “dissociazione” alcuna da parte nostra. Ci scusiamo dopo, per gli errori commessi, mai per gli orrori e il dolore generati. I mutamenti climatici provocano morte e dolore incalcolabili. Quarantasette bambini ogni giorno muoiono affogati in Bangladesh, solo perché il paese va sott’acqua. E non per colpa dei poveri della terra, ma perché ogni ora il nostro mondo spara nell’atmosfera centinaia di milioni di tonnellate di CO2 all’anno. Siamo in guerra per l’acqua e con l’acqua e pensiamo di privatizzarla. I nostri governi e le nostre multinazionali negano l’accesso all’acqua potabile a un miliardo di persone e 5.000 bambini muoiono ogni giorno per questa ragione. Siamo, (…), in guerra con i contadini per accaparrare le terre e cacciarne uomini e donne che ci vivono da secoli.

sabato 26 dicembre 2015

Paginatre. 15 “Il Natale non è dei poveri del mondo”.



Da “Aylan commuove solo d’estate” di Silvia Truzzi, su “il Fatto Quotidiano” del 10 di dicembre 2015: (…). Era settembre. E allora eravamo tutti ancora molto attenti a cosa succede nel Mediterraneo. Perché eravamo appena tornati dalla vacanze e al mare ci andiamo a fare il bagno. Ci avete fatto caso? D’estate l’emergenza migranti è sulle prime pagine, d’inverno miracolosamente sparisce. Certo, è vero. D’inverno ci sono meno barconi in arrivo. Ma i bambini muoiono lo stesso. Ieri, solo per fare un esempio, un altro barcone carico di migranti è affondato nelle acque dell’isola greca di Farmakonissi. Sono morte almeno 11 persone, e di queste, 5 erano bambini. Farmakonissi? Dov’è? Boh. Chi lo sa. Non si sa. E chissenefrega. E poi fa freddo, tra un po’ è Natale, si aspettano renne e neve, si guarda più alla montagna, che al mare. Eppure ieri la Fondazione Migrantes ha diffuso dati agghiaccianti. I morti sono più che raddoppiati nel 2015 rispetto al 2014, passando da 1.600 a oltre 3.200. E di queste morti dimenticate, ci sono oltre 700 bambini. Solo dall’inizio dell’anno. Sì, avete letto bene. Significa più di due bambini al giorno. Due piccoli Aylan al giorno, che però non hanno trovato spazio sui giornali e tantomeno nei cuori di chi allora si era strappato i capelli per il povero bambino con al T-Shirt rossa. Si dirà, che era stata proprio la potenza di quell’immagine a creare il trambusto di allora. Ma non è vero. Ce ne sono state tante altre di foto di bambini morti in mare. Neonati addirittura. Bambini recuperati dai barconi, inutilmente avvolti nelle coperte termiche, perché erano già morti. Ma la nostra commozione, come quella del pubblico e dei lettori, è destinata a durare il tempo di uno scatto fotografico. E la legge del giornalismo, bellezza. E tu non puoi farci niente, direbbe chi sa di queste cose. È vero. Il giornalismo è fatto così. È stretto tra il cinismo e la retorica. Ricordo come imparai da un vecchio capocronista come si decide il rilievo da dare a un morto. Nero, marocchino o cinese, una breve (se ci sta). Vecchio, taglio basso, a meno che non sia famoso. Giovane, apertura. E se è donna, cercare di mettere una foto dove si vedono le tette. Non so se questo cinismo sia peggiore della retorica. Probabilmente no. A settembre, ai tempi di Aylan, su Internet divenne virale l’hashtag ‪#‎KiyiyaVuranInsanlik (l’umanità che si è schiantata contro gli scogli). A quanto pare si è schiantata e lì è rimasta.

giovedì 24 dicembre 2015

Paginatre. 14 “L’insostenibile stanchezza della democrazia”.



Da “L’insostenibile stanchezza della democrazia” di Gustavo Zagrebelsky, sul quotidiano la Repubblica del 21 di ottobre 2015: (…). I sostantivi e gli aggettivi modali in “...abilità”, “...ibilità”, “...abile”, “... ibile”, ecc. esprimono tutti un significato passivo: amabilità è il dono di saper farsi amare; invivibile è la condizione che non può essere vissuta; incorreggibile è colui che non si lascia correggere. La stessa cosa dovrebbe essere per “governabilità” e “ingovernabilità”: concetti aventi a che fare con l’attitudine a “essere governati”. In questo senso, tale attitudine può essere propria soltanto dei “governandi”, non dei “governanti”. Sono i governandi, coloro che possono essere più o meno “governabili” o “ingovernabili”, a seconda che siano più o meno docili o indocili nei confronti di chi li governa. Oppure, si potrebbe usare propriamente la parola per indicare l’insieme di coloro che hanno da essere governati e delle loro istituzioni: governabilità d’insieme. Della parola, tuttavia, si abusa certamente quando la si usa per indicare unilateralmente il bisogno di efficaci strumenti di governo (nel senso del memorandum della banca d’affari J.P. Morgan): è come se il governo stesso, cui spetta governare, potesse dirsi, esso stesso, più o meno governabile, più o meno docile. Tutte le volte che si usano male le parole, si fa confusione e ci si inganna vicendevolmente. Qualche volta, inconsapevolmente, si tradisce un retro-pensiero che si vorrebbe rimanesse nascosto e che, invece, fa capolino tra le parole. Se l’attitudine a essere governati si riferisce alla società, ben si comprende a chi spetti il compito di governarla; ma, se la si attribuisce alla macchina di governo, allora la domanda che sorge, non maliziosa ma realistica, è: governabile, sì, ma da chi? Docile, sì, ma nei confronti di chi? Nei regimi democratici, la governabilità, nel senso improprio detto sopra, cioè nel senso della forza che legittima l’azione del governo, deve dipendere dalla libera partecipazione politica e dal coinvolgimento attivo dei cittadini, dal confronto e dalla discussione su cui si forma l’ humus delle decisioni politiche, dal consenso che si manifesta innanzitutto con il voto e dalla fiducia che viene riposta in coloro che se ne faranno interpreti operativi. Quale che sia la definizione di democrazia, immancabile è, dunque, il voto che esprime la volontà di autonome scelte. Se manca il voto dei cittadini, ogni definizione è ingannevole. Il voto non è sufficiente, ma è necessario. Può sembrare una banalità, ma non lo è.

mercoledì 23 dicembre 2015

Storiedallitalia. 71 “Tre marziani a Roma”.



Scrive Michele Serra nella quotidiana Sua rubrichetta detta “L’Amaca” – sul quotidiano “la Repubblica” dell’8 di dicembre 2015 -: La vicenda del “salva-banche” che però non salva qualche decina di migliaia di risparmiatori è tecnicamente complicatissima; e un paio d’ore passate a leggere cronache e commenti non bastano (almeno nel mio caso) a rendere chiara una vicenda così opaca. Ma forse il punto è proprio questo: che l’opacità della materia, la sua illeggibilità da parte delle persone semplici, mette queste ultime nella condizione di vittime predestinate. Carne da cannone di una guerra che li sovrasta, le alchimie finanziarie che sfuggono a ogni controllo e la politica che cerca di mettere qualche paletto, come fermare uno tsunami a mani nude. Bastano appena queste Sue poche righe per rendere insostenibile la posizione di un tale divenuto a sua insaputa ministro della Repubblica Italiana. Costui, senza titubanza alcuna, con grande faccia da tolla, nei giorni trascorsi, all’indomani dello tsunami bancario, additava al pubblico ludibrio i risparmiatori rei d’essere “ignoranti” e di non avere acquisito nel tempo la giusta cultura per venire a capo dell’immondo ginepraio della finanza globale. Fosse quel tale giunto sul pianeta Terra da lontanissimi, inesplorati mondi celesti non avrebbe fatto una gran meraviglia quell’incauta sua dichiarazione. Ma sino a prova contraria sembra che quel tale ministro sia da tempo dimorante nelle contrade del bel paese. E come dimorante, ma soprattutto come “tecnico”, avrebbe dovuto nel tempo avere contezza della diffusa “ignoranza” della gente d’Italia in quanto a “bail in”, “subordinate” e quant’altro di immondo attenga a quel luogo scandaloso quale è divenuto il mondo della speculazione finanziaria. Ed invece no: con quella faccia da tolla rimanda a quei poveri disgraziati, che nel frattempo hanno perso il tutto – finanziariamente parlando – delle acquisite risorse, la responsabilità prima e piena d’avere rischiato il gruzzolo faticosamente messo insieme. Non lo ha minimamente sfiorato che, in uno stato che dicasi democratico, proprio per la consapevolezza politica di una debolezza conoscitiva diffusa della cosiddetta gente per l’arido, selvaggio mondo della finanza, quello stesso stato abbia nel tempo provveduto ad istituire quelle agenzie, quelle autorità – come diavolo le si voglia chiamare – che negli intendimenti degli accorti legislatori avrebbero dovuto vigilare affinché quelle disavventure non avessero ad essere registrate. Ed invece quel marziano lì se ne è uscito in quella invereconda sua (ir)riflessione. E poi li si chiama “tecnici”. E poi si è peritato financo di annunciare un “umanitario” risarcimento. Che faccia da tolla! Ma del resto, di quei signori lì, abbiamo avuto modo di valutarne il miserevole valore. Continua a scrivere Michele Serra:

martedì 22 dicembre 2015

Paginatre. 13 “Caro Babbo Natale…”.



Da “Caro Babbo Natale, hai troppa concorrenza: le richieste le inviano ai babbi dei ministri” di Luisella Costamagna, su “il Fatto Quotidiano” del 20 di dicembre 2015: Caro Babbo Natale, non ti offendere, ma quest’anno hai parecchia concorrenza: altri babbi – alla toscana – hanno conquistato la scena, anche loro vestiti di rosso (ma è solo moda, sotto trovi il bianco di Fanfani), anche loro destinatari in questi giorni di molte letterine. Se ti può consolare, a Babbo Boschi e Babbo Renzi scrivono soprattutto gli adulti, non i bimbi, gli raccontano di aver fatto i bravi quest’anno – chi più chi meno –, di aver tirato la cinghia, e chiedono semplicemente di ricevere in regalo la verità, e non qualche “pacco”. Sai com’è, sono un po’ stanchi di prese in giro, conflitti d’interesse, favoritismi, fregature, e ora che alcuni di loro si trovano col conto in rosso, hanno perso tutto dopo aver lavorato una vita, vorrebbero almeno la consolazione di non passare per scemi. Taluni, ora che gli è crollato il mondo addosso, riprendono in mano le migliaia di carte incomprensibili che hanno firmato in banca e scrivono ad avvocati e a Babbo Boschi: “Hai fatto di tutto per salvare i miei soldi? Hai pensato a me, non a te stesso e ai tuoi amici: sei una persona perbene, giusto? Dimmi che non hai ricevuto lettere da Bankitalia in cui ti si diceva che l’Etruria era ‘travolta da un degrado irreversibile’ e non hai fatto niente per impedire vendite di titoli rischiosi a noi, piccoli risparmiatori ignari”. Altri si rivolgono a Babbo Renzi: “Non eri in affari con l’ex presidente dell’Etruria Rosi, ora indagato; non hai mentito sulla tua situazione patrimoniale, vero?”. Mentre attendono risposte, gli si dice profeticamente: “Le colpe dei padri non ricadano sui figli”. Giusto: i padri trasmettono educazione, soldi, beni (e raccomandazioni), le colpe no. Ma se, poniamo il caso, i figli fossero presidenti del Consiglio o ministri e intervenissero per tamponare le colpe dei babbi senza denunciarle? Non sarebbero anche loro responsabili? Se ammettono di essere in conflitto d’interessi, uscendo dai Consigli dei ministri che approvano i decreti che riguardano (anche) gli affari paterni, possono davvero poi dire “Non siamo come Berlusconi” (che stava più fuori che dentro)? E se in passato hanno stigmatizzato, giustamente, altri ministri che “dovrebbero dimettersi per non dare l’immagine di un Paese in cui ci sono corsie preferenziali per gli amici degli amici”, poi non dovrebbero farlo pure loro, se c’è anche solo il dubbio di corsie preferenziali per i loro parenti? Babbo Lupi lo fece, la Boschi no. (…). Facciamo così, per quest’anno ti chiedo solo due regali: se incontri qualche Babbo concorrente, invitalo a chiarire subito tutto davanti agli italiani. E poi conservaci Babbo della Patria Cantone: non possiamo permetterci neanche un’influenza, altrimenti chi le tappa le falle? Un cordiale saluto.

sabato 19 dicembre 2015

Lalinguabatte. 7 “I mcsleepers e Mr. Liu Yiqian”.



Avete sotto mano il “Venerdì di Repubblica” dell’11 di dicembre ultimo scorso, il fascicolo n° 1447? È probabile che, pur avendolo, gli abbiate dato una sommaria scorsa, una sfogliata veloce e basta, magari distesi sul divano del Vostro confortevole soggiorno con il “mostro domestico” che gracchia incessantemente. Se non lo aveste proprio, allora fate in modo di procurarvene una copia. Trovereste alla pagina 27 un interessantissimo reportage di Luciana Grosso che ha per titolo “Vivere da mcsleepers: di giorno a lavoro, la notte da McDonald’s”. Ma chi saranno mai i mcsleepers”? Il reportage viene da Hong Kong ed i mcsleepers” sono i nuovi proletari dell’opificio del mondo. Nuovi proletari poiché per un breve, anzi brevissimo tempo, hanno fatto parte, o glielo hanno fatto credere di farne parte, di quel ceto medio che il capitalismo manifatturiero era riuscito a creare nel corso dei secoli diciannovesimo e ventesimo e che il secolo ventunesimo sta ricacciando in un condizione di proletarizzazione non più accettabile. Poiché imcsleepers” sono, secondo il reportage menzionato, “impiegati,bancari, piccoli commercianti, manovali, insegnanti” che non potendo acquistare o prendere in fitto un appartamento per quanto modesto in quel di Hong Kong passano le notti sui tavolacci dei McDonald’s presso i quali consumano i loro frugali pasti. I più fortunati dei mcsleepers” detengono in fitto sì una casa per il resto della famiglia, ma essi non la raggiungono nel quotidiano considerate le spropositate spese necessarie per spostarsi dal posto di lavoro alla propria familiare dimora. Fortuna vuole che i mcsleepers” siano tollerati dal personale dei McDonald’s che li lasciano dormire consentendo loro, al mattino prima di raggiungere il posto di lavoro, di utilizzare i locali dei servizi per la “toilette” del mattino. È quanto mi viene da dire dei mcsleepers”, per quel quanto che ho ripreso dall’interessante reportage di Luciana Grosso. Se ne frattempo avete fortunosamente ripescato la Vostra copia del “Venerdì di Repubblica” n° 1447 scorretela alla pagina 101. Scrive un pregevole pezzo Claudio Strinati che ha per titolo “Modigliani, la sfida folle di un magnate made in Cina”. Vi risparmio l’intero suo contenuto, con una brevissima notazione. In essa Claudio Strinati ci fa sapere che Mr. Liu Yiqian, magnate che vive nell’opificio del mondo al apri dei tantissimi mcsleepers”, ha proceduto all’acquisto di un dipinto dell’Amedeo Modigliani che ha per titolo “Nu couché”.  Lo ha acquistato per la modica somma di 170.400.000 dollari. E ci fa sapere pure, lo Strinati, che Mr. Liu Yiqian ha proceduto all’acquisto, tempo addietro, di “una tazzina di ceramica cinese Ming, di rara e mirabile bellezza” per la miserevole somma di 36.000.000 di dollari. E che, dopo aver perfezionato l’indispensabile acquisto, abbia “chiamato i giornalisti e ci ha bevuto un tè, indignando una Nazione intera”. È quanto questo numero del settimanale di repubblica ci offre su come vanno le cose nel mondo del ventunesimo secolo. In un mondo nel quale la politica è di fatto assente e che se pur riesca a farci sapere della sua irrilevante esistenza ci rende in pari tempo edotti di come essa prenda gli ordini esclusivamente dal mondo della finanza, un mondo che non finisce mai di indignarci per la sfrontatezza del suo vivere ostentato senza ritegno alcuno. Fino a quando?

martedì 15 dicembre 2015

Sfogliature. 50 “The clown’s mask slips”.



In un post del 4 di giugno dell’anno 2009 riportavo questa folgorante dichiarazione del professor Umberto Eco rilasciata, tempo prima, al quotidiano “la Repubblica” del 25 di novembre dell’anno 2007: Il populismo mediatico consiste nel rivolgersi direttamente al popolo attraverso i media. Un politico che ha in mano i media può orientare il corso della politica al di fuori del Parlamento, e persino eliminare la mediazione parlamentare. Si era quel 4 di giugno dell’anno 2009 al tempo dell’avventura politica del “signore” di Arcore. Tempo due anni appena e la “tignosa” Europa ci avrebbe liberati da quell’asservimento indecoroso per un paese che si voglia celebrare tra i più progrediti del pianeta. In quel post andavo scrivendo: “The clown’s mask slips” è il titolo dell’editoriale pubblicato sul quotidiano londinese “The Times” giorni addietro, editoriale che la dice lunga su come la stampa estera consideri anomala ed allarmante la situazione politica del bel paese. È pur vero che quella stampa è stata additata come asservita alle manovre delle centrali bolsceviche e sovversive della sinistra detentrice del potere-ombra nel bel paese. È pur vero che, a causa del delirio imperante che ha pervaso quella parte politica che attualmente detiene il potere per il potere nel bel paese, si adombrano manovre addirittura internazionali per disarcionare l’egoarca di Arcore; essendo tutto ciò vero, ci vuole però sempre un sacco di fantasia perversa – clinicamente testata - per addentrarsi in simili ragionamenti. In farsesche congetture. Immaginereste l’abbronzato Obama capeggiare la schiatta degli invidiosi dei suoi soldi e delle sue veline, dell’universo mondo, coalizzati e pronti ad ordire congiure ai danni dell’egoarca di Arcore? Si è alla nevrosi più totale. Esisterà pur sempre nei manuali di psichiatria il termine giusto per definire tutto ciò. Ma è accaduto nei giorni scorsi sulla prima pagina di un foglio che si definisce, per somma ironia, anche libero. Libero da cosa? Libero da chi? Non certo dal sano equilibrato pensare. Ora tutto viene chiaro. Libero di dire la “qualunque”. O forse, ricordando il Guzzanti figlio attore, “la seconda che hai detto”. In perfetto stile cabarettistico. Poiché, nello stile determinato, decisionista e moderno del governare del “mostro mite”, senza lacci e lacciuoli, senza sindacati ma anche senza parlamento, la regola è di dire e disdire anche l’appena detto. Nella memoria del cittadino – un buon dodicenne a detta dell’egoraca di Arcore – e pure teledipendente, nella sua memoria dicevo permarrà sempre la seconda anziché la prima delle dichiarazioni, giusto il tempo di spegnere il piccolo mostro domestico. A questo punto mi pare cosa buona e giusta riportare i passi salienti di quell’editoriale, per affidare alla forma scritta una briciola di memoria di questi tempi amari assai.

lunedì 14 dicembre 2015

Oltrelenews. 75 “Il bail in”.



Da “Etruria, banca spolpata tra fidi ai consiglieri e yacht fantasma" di Alberto Statera, sul quotidiano la Repubblica dell’11 di dicembre 2015: (…). Ruggisce la Chimera di Arezzo verso i 13 ricchi ex amministratori e 5 ex sindaci di Banca Etruria che (…)non restituiranno mai i 185 milioni che si sono auto-concessi con 198 posizioni di fido finiti in  " sofferenza" e in "incaglio", settore che in banca curava Emanuele Boschi, fratello del super-ministro Maria Elena. Né, visti i precedenti, restituiranno i 14 milioni riscossi di gettoni negli ultimi cinque anni. Figurarsi poi i 20 primi "sofferenti" per oltre 200 milioni. A cominciare da Francesco Bellavista Caltagirone dell'Acqua Antica Pia Marcia, "un dono fatto all'Urbe dagli dei"(Plinio il Vecchio) esposta con le sue controllate per 80 milioni o la Sacci (40 milioni) della famiglia Federici, passata adesso all' Unicem, o la Finanziaria Italia Spa del Gruppo Landi di Eutelia (16), o ancora la Realizzazioni e Bonifiche del Gruppo Uno A Erre (10,6), l'Immobiliare Cardinal Grimaldi, titolare di un mutuo di 11,8 milioni a 40 anni, una durata che non esiste sul mercato, e l' Acquamare srl (17,1) sempre del gruppo Bellavista Caltagirone. Tra le storie più deliranti tra quelle nelle quali ci si imbatte percorrendo i sentieri delle quattro banche fallite, la più sconclusionata è quella del panfilo più lussuoso al mondo che doveva essere costruito dalla Privilege Yard Spa a Civitavecchia, lungo 127 metri e già opzionato – si diceva - da Brad Pitt e Angelina Jolie.

mercoledì 9 dicembre 2015

Oltrelenews. 74 “Business&Clima”.



Da “Il pianeta e il business della Green Economy” di Fabio Bogo, sul settimanale “Affari&Finanza” del 7 di dicembre 2015: (…). Inquinamento e effetto serra hanno un impatto socio-economico pesantissimo. Negli ultimi 30 anni, secondo la Banca mondiale, i disastri naturali hanno provocato 2,5 milioni di morti e provocato danni per 4 trilioni di dollari. Le perdite per il sistema economico nell'ultimo decennio - ha calcolato la Munich Re - sono ammontate a 200 miliardi di dollari l'anno. Enormi anche le conseguenze finanziarie. L'università di Cambridge ha stimato che da qui al 2020 il valore del capitale investito possa deprezzarsi del 45 per cento a causa di cambiamenti nella politica ambientale, novità tecnologiche ed eventi meteorologici; l'Economist Intelligence Unit prevede addirittura che i rendimenti medi annui dell'industria interessata da problemi legati al clima possano venire tagliati tra il 26 e il 138 per cento. Lo scenario, insomma, è catastrofico, e senza azioni concrete che contrastino la deriva ambientale il costo del cambiamento climatico in atto può essere equivalente ogni anno al 5% del Pil mondiale (la stima è di Stern Review). L'emergenza ambientale è anche emergenza economica. Ma proprio nell'economia l'ambiente può trovare un solido aiuto. Gli investimenti mondiali in una maggiore efficienza energetica negli anni recenti hanno oscillato tra i 130 e i 300 miliardi di dollari l'anno. Entro il 2035, stima la Iea, possono salire a 8-15 trilioni di dollari, con una media di 550 miliardi di dollari l'anno. Se vorrà raggiungere gli obiettivi prefissati la sola Cina dovrà fare investimenti per 2,7 trilioni di dollari entro il 2030. La transizione all'energia pulita in sostanza è un business, sul quale si sono già lanciate le corporation che hanno infatti aumentato esponenzialmente le emissioni di Green Bond. Sono otto i grandi settori di intervento: le auto, gli edifici, l'industria, l'internet delle cose, l'information technology (inclusi i cloud e i data center), l'illuminazione, l'immagazzinaggio di energia, e i trasporti aerei, su gomma e rotaia. Nel solo settore immobiliare, ad esempio, la spesa per migliorare l'efficienza energetica degli edifici residenziali può salire a 160 miliardi di dollari l'anno entro il 2035, e quella relativa a edifici pubblici e centri commerciali a 127 miliardi l'anno entro il 2023 (Iea e Navigant Reserarch). Ridurre l'uso di emissioni fermando le macchine industriali e usando i robot può far crescere il volume d'affari del settore a 153 miliardi di dollari entro il 2020, mentre rendere "verde" l'energia usata per i data center e risparmiare l'88 per cento di emissioni vale almeno 76 miliardi di dollari (Precourt Istitute di Stanford). Insomma pulire il pianeta è un business. E forse saranno gli affari, più che gli atolli in pericolo, a far cambiare il corso alle cose.

lunedì 7 dicembre 2015

Sfogliature. 49 “Lotta di classe?”.



Scriveva un tale a nome Publio Cornelio  Tacito, in una Sua immortale Opera che ha per titolo “La vita agricola”, che gli sopravvive: Predatori del mondo intero/adesso che mancano terre alla vostra sete di totale devastazione/andate a frugare anche il mare/Avidi se il nemico è ricco/arroganti se è povero. Ebbene, quel grande anticipava di un bel po’ le possenti intuizioni del “Moro di Treviri”. Si era nell’anno 98 dopo la morte di un altro Uomo, quello di Nazareth. Ben difficilmente, in quel contesto storico, si sarà parlato della sistematica spoliazione delle ricchezze e delle risorse naturali ad opera di un capitalismo rapace ancora di là da venire. Ma il buon Publio Cornelio  Tacito ne intuiva già la possente azione predatoria e distruttrice. Da parte mia in quel 20 di ottobre dell’anno 2010 andava vergando, in una rubrichetta dall’accattivante titolo “Cattivipensieri” il post n° 51 – “Lotta di classe?”- che ripropongo in questa “sfogliatura”. Dal 2010 un buon lustro è passato. E continuiamo a dimenarci in una strozzatura socio-economico-finanziaria oltre la quale solo le anime pie ed i buontemponi intravedono luminescenze di fuochi fatui. Molto tempo dopo quel Publio Cornelio  Tacito un altro visionario, l'anarchico gallese Gafyn Llawloch, ebbe a scrivere: All'inizio gli operai sono andati dove c'erano le fabbriche, poi le fabbriche andranno dove ci sono gli operai, alla fine la produzione diventerà mobile e gli operai dovranno inseguirla. E così si consumano le vite delle schiere infinite degli umani sfruttati da altri umani. Scrivevo il 20 di ottobre dell’anno 2010:

sabato 5 dicembre 2015

Oltrelenews. 73 “QE&Ttip”.



Da “Cosa è il QE e perché (forse) ci salverà” di Angelo Bogliani – laurea presso l’Università Bocconi di Milano; Master in Economics presso la University of Pennsylvania; professore di “Economia politica” presso l'Università Cattolica di Milano; ha insegnato al Master in Economia e Banca presso la Facoltà di Economia R. M. Goodwin dell’Università di Siena; membro del Comitato direttivo e scientifico del Laboratorio di Analisi Monetaria (Università Cattolica di Milano e Associazione per lo Sviluppo degli Studi di Banca e Borsa); è stato economista presso l'Ufficio Studi della Banca Commerciale Italiana – sul settimanale “il Venerdì di Repubblica” del 13 di novembre 2015: (…). …cos’è il Qe? È l’ultima spiaggia del banchiere centrale. Quando l’arma dei tassi d’interesse diventa una pallottola spuntata, bisogna inventarsi qualcos’altro. E allora si ricorre al cosiddetto “allentamento quantitativo”, che significa: aumentare la quantità di moneta in circolazione. In tempi normali, le banche centrali agiscono manovrando i tassi d’interesse. Quando la Banca centrale europea vuole dare una spinta all’economia, abbassa il tasso d’interesse al quale presta i soldi alle banche, in modo che queste a loro volta riducano il costo dei prestiti alle imprese e alle famiglie. Anche la Banca d’Italia agiva così prima dell’euro: qualcuno ricorderà il tasso ufficiale di sconto (Tus). Questa politica incontra però un limite naturale in un numero: zero. Quando il tasso d’interesse raggiunge il “pavimento”, lo zero appunto, è ben difficile ridurlo ancora. Ecco allora che la banca centrale è costretta ad abbandonare lo strumento abituale, cioè il prezzo del denaro (leggasi tasso d’interesse), e comincia a usare la quantità di moneta. È quello che è successo nell’area euro e prima ancora in altri paesi, come Stati Uniti e Inghilterra. La Bce ha raggiunto il pavimento nel settembre del 2014, quando ha portato il tasso d’interesse sulle sue operazioni di prestito alle banche al livello di 5 centesimi, cioè pressoché nullo. Non è bastato a risollevare una economia nel complesso assai debole, seppure con qualche differenza tra un paese e l’altro. La Bce ha quindi avviato all’inizio di quest’anno un massiccio programma di acquisto di obbligazioni, prevalentemente titoli di Stato. Alla Bce li vendono le banche, che ricevono in cambio moneta, nella forma di depositi presso la Bce stessa. E così i depositi che le banche detengono presso la Bce aumentano. Perché operazioni simili dovrebbero giovare all’economia?

giovedì 3 dicembre 2015

Oltrelenews. 72 “I patti con l’evasore e i finti controlli”.



Da “I patti con l’evasore e i finti controlli” di Bruno Tinti, su “il Fatto Quotidiano” del 14 di agosto 2015: Ogni anno l’evasione fiscale si mangia 150 miliardi solo per quanto riguarda le imposte sul reddito. L’11 per cento dei contribuenti italiani (le partite Iva) fa “nero”. Gli altri (89 per cento) sono lavoratori dipendenti e pensionati che vorrebbero evadere ma non possono. Tutto questo è fatto notorio e, quanto alle percentuali citate e all’ammontare dell’evasione, proveniente dalla stessa Agenzia delle Entrate. Che però… Prima di tutto assegna priorità negli accertamenti ai Grandi Contribuenti. Che non fanno “nero”. Eludono, non evadono. Delocalizzano sedi e siti di produzione per sfruttare vantaggi fiscali in altri Paesi, fanno transfer pricing (costi in Italia e ricavi all’estero), svalutazioni o sopravvalutazioni fasulle. Insomma imbrogliano. Ma si tratta di un contenzioso quasi esclusivamente giuridico, dall’esito incerto e che richiede procedimenti (dall’accertamento alla sentenza di Cassazione) lunghissimi. Con questo tipo di controlli, 150 miliardi di evasione abbiamo ogni anno e 150 miliardi resteranno. Bisogna andare a prendere i soldi dove si ha la certezza di trovarli: dove si fa il “nero”. Da pm l’ho fatto. Quattro pm, tre vigili urbani prestati dal Comune, quattro marescialli di Gdf, 500 processi in un anno, 150 milioni di euro accertati, una ventina direttamente sequestrati. Questo perché il “nero”, volendo, si trova facilmente; poi tocca al contribuente spiegare da dove viene. Facilmente? Certo, con le indagini bancarie e finanziarie, strumento esistente da 50 anni almeno. Si identificano i rapporti del contribuente con il sistema bancario e finanziario; e non solo i suoi ma anche quelli del suo nucleo familiare, parenti, persone che possono ragionevolmente aver operato per suo conto, dipendenti di fiducia, soci… Si fa la somma degli accrediti, la si confronta con i ricavi dichiarati e si chiede conto della differenza. Prestiti, eredità, vincite al gioco, donazioni (la fantasia degli evasori non ha limiti), purché provati (dal contribuente), vengono sottratti dal totale. Il resto è evasione, “nero”. Giuridicamente, nell’immancabile contenzioso tributario, non c’è partita, alla fine i soldi il Fisco li porta a casa. E poi le risorse che simili accertamenti richiedono assicurano un ottimo rapporto costi/benefici. Se una decina di persone (il mio team in Procura che però faceva anche altro, rapine e spaccio di droga continuavano…) ha potuto recuperare in un anno 150 milioni di euro (erano lire allora…), perché il Fisco non potrebbe fare altrettanto? Quanti dipendenti potrebbe utilizzare, 100 mila tra Agenzia e GdF? Fanno 10 mila team, 15 miliardi di “nero”, 8 miliardi di imposte e un importo più o meno analogo di sanzioni. Ogni anno. Con il resto delle risorse controllino i Grandi Contribuenti. E alla fine dell’anno facciano i conti. Allora, perché non si fa così? La risposta sta nelle linee guida dell’Agenzia delle Entrate: “Indagini finanziarie per l’attività di controllo. Devono essere utilizzate solo a seguito di un’attenta attività di analisi del rischio che faccia emergere significative anomalie dichiarative, preferibilmente quando è già in corso un’attività istruttoria dell’ufficio. Ugualmente, nei controlli agli esercenti arti e professioni, sarà utilizzato lo strumento delle indagini finanziarie solo quando la posizione fiscale è difficilmente riscontrabile con altre modalità istruttorie”. Dunque, secondo l’Agenzia, prima bisogna accertare “anomalie dichiarative” e – poi – si va a controllare in banca; prima si adottano “altre modalità istruttorie” e – poi – se non si accerta niente (ovviamente non si accerta niente, il “nero” si chiama così perché è nascosto) si va in banca. In altre parole, prima si lavora a vuoto e poi si fa sul serio. Schizofrenia? Pare di sì. Sempre nelle linee guida dell’Agenzia delle Entrate si legge: “L’impegno maggiore sarà riservato ai comportamenti evasivi più gravi, come quelli che provocano distorsioni alla libera concorrenza e danneggiano i contribuenti che adottano comportamenti leali con il Fisco”. È o non è la fotografia del popolo dell’Iva? I contribuenti danneggiati dalla distorsione della libera concorrenza (i prezzi più bassi praticabili da chi evade) sono i dentisti, gli avvocati, gli idraulici, i commercianti onesti, che non evadono; o i Grandi Contribuenti, con la loro brava sede all’estero e gli stabilimenti delocalizzati? La verità è che c’è un patto con l’evasione fiscale: il governo fa finta di fare le riforme e così la Ue è contenta; i contribuenti che possono evadere si arrangino, non gli capiterà niente; la pressione fiscale graverà sulle classi più povere. Tutto proprio come la Grecia. Fino all’immancabile bancarotta.

mercoledì 2 dicembre 2015

Paginatre. 12 “Tecnica e profitto”.



Da “Tecnica e profitto” di Umberto Galimberti, sul settimanale “D” del 21 di agosto dell’anno 2010: Scrive Sofocle nell'­­­­Edipo a Colono: - Chi vuol vivere oltre il limite giusto e la misura perde la mente ed è in palese stoltezza -. Ne Il declino del capitalismo (Rizzoli) Emanuele Severino sostiene che la salvaguardia della terra oggi può essere garantita solo dalla tecnica, per cui, se il capitalismo vuole salvare la fonte della sua ricchezza, non potrà più servire solo il profitto, ma due padroni: il profitto e la tecnica che, sola, può rallentare l'usura della terra, vero fondamento della ricchezza. Per cui, conclude opportunamente Severino:- Arriverà il giorno in cui il capitalismo dovrà rendersi conto che, distruggendo la terra, distrugge se stesso. E sarà questa coscienza, non la coscienza morale o religiosa, a spingere il capitalismo al tramonto -. (…) Chi ha donato il Profitto all'umanità?Probabilmente il fatto che, soprattutto noi occidentali, abbiamo smarrito quella che i Greci ritenevano la suprema virtù, che consisteva nel "non oltrepassare la giusta misura", e che l'oracolo di Delphi enunciava nella formula medèn ágan, nulla di troppo. La cosa era così evidente ai Greci che Aristotele riteneva che il denaro, non essendo un bene, ma il simbolo di un bene, non potesse generare ricchezza. La stessa cosa pensava l'altra fonte della cultura occidentale: il cristianesimo, che in base al principio evangelico mutuum date nihil inde sperantes (prestate il denaro senza attendere la restituzione), proibiva il profitto sui prestiti, consentito solo agli ebrei che, in quanto deicidi, erano già destinati all'inferno. Poi, dimenticando l'inferno, presero avvio anche le banche intitolate coi nomi dei santi. Peripezie della storia e delle opportunistiche interpretazioni dei testi sacri. Oggi il denaro è diventato il generatore simbolico di tutti i valori e, come dice bene Marx, da mezzo per soddisfare bisogni e produrre beni, il denaro è diventato il fine, per ottenere il quale, si vedrà se soddisfare bisogni e in che misura produrre beni. Per effetto di questa eterogenesi dei fini oggi ci troviamo in una crisi che conferma che là dove non ci sono beni reali, anche il denaro, simbolo dei beni, perde valore. E allora non è il caso di tornare alla saggezza greca, quella di Aristotele che distingueva i beni dal simbolo dei beni, e della giusta misura da non oltrepassare per non scatenare l'ira degli dèi ?