"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

venerdì 27 novembre 2015

Sfogliature. 47 “Il fantasma necessario del disfattismo”.



Tenevo su questo blog una rubrichetta di poco conto che aveva per titolo “Zeitgeist”, ovvero “lo spirito del tempo”. Al lunedì 15 di giugno dell’anno 2009 registravo il numero cinquantesimo della predetta rubrichetta col titolo “Del  disfattismo e dintorni”. Ora si sa bene che col termine “disfattista” si compie un salto indietro di lustri e lustri, all’altro secolo, quando per la patria in armi l’“aratro solca la terra e la spada la difende”. Ovvero quando soleva dirsi “credere, combattere ed obbedire”, ovvero “taci, il nemico ti ascolta” ed altre ancora simili facezie ed amenità. Sarebbe pertanto una grossissima forzatura rinverdire quel termine tanto caro a quel sinistro tempo andato, quando si soleva bollare con quel termine il dissenziente di turno, il “trinariciuto” che “ipso facto” diveniva il nemico da abbattere. Oggigiorno la retorica si è affinata tirando in ballo “gufi” e “rosiconi” come temibili nemici della patria non più in armi. È l’assenza di una figura politica credibile lo scotto da pagare, ovvero l’assenza di quelli che un tempo venivano definiti i “capi” e per i quali Marco Travaglio ne ha tratteggiato il profilo nel Suo editoriale di ieri 26 di novembre – “AAA leader cercasi” – su “il Fatto Quotidiano”:
Che cos’è un leader? È uno che, oltre a saper vincere, sa anche convincere. Governa, non comanda. Cerca sempre di includere, mai di escludere. I consensi non li compra: li conquista con le sue idee e le sue opere. Prima che furbo, è intelligente. Si circonda dei migliori cervelli su piazza, senza il timore che siano migliori di lui e gli facciano ombra. Non ha paura della critica, ma della piaggeria. Non allontana chi lo contraddice, ma chi lo compiace. Non si preoccupa dell’oggi, ma del domani. Fa di tutto per essere serio, autorevole e credibile, perché deve stare sempre un passo avanti ai suoi, trainandoli e non facendosene trainare. Insomma: è la punta di lancia di una classe dirigente che, in caso di incidenti di percorso, è in grado di sopravvivergli e di garantire la necessaria continuità alla sua opera. (…). Nulla di tutto ciò al tempo corrente. Ecco perché tornano utili “gufi” e “rosiconi” e quant’altro concorra a compattare le disperse schiere degli “utili idioti”. Scrivevo quel 15 di giugno dell’anno 2009: Conviene sempre riandare alle “memorie patrie”. Per capire il presente, ma soprattutto per intravvedere i contorni nebulosi di un futuro prossimo. Ci soccorre in tale ardua impresa un editoriale di qualità pubblicato sul quotidiano “la Repubblica” a firma di Adriano Prosperi, editoriale che ha per titolo “Il fantasma necessario del disfattismo”. Ecco la parola magica: “disfattismo”. Parola  magica, che si libra nell’aria e che si espande, con la sua eco potente, allorquando la storia si avviluppa in corsi e ricorsi una volta tragici, a volte grotteschi assai. Accusare di “disfattismo” i propri avversari, ritenuti non più avversari politici ma mortali nemici, è da sempre stata una pratica dei governi o malgoverni più dispotici a tutte le latitudini. Accusare i dissenzienti di una politica d’assalto d’essere disfattisti è il coronamento di una strategia che annunzia sbocchi traumatici alle istituzioni per quelle genti che si lasciassero irretire nell’illogica, rozza arte oratoria. Chi vi ricorre, ha da tempo maturato la sensazione d’avere percorso il canale giusto dell’asservimento delle coscienze e dell’immaginario collettivo. Chi vi ricorre, ritiene d’avere in mano la situazione ed il controllo degli uomini e delle istituzioni. Sembra che nella più recente intemerata dell’egoarca di Arcore non si sia levata una sola voce di disappunto. Solo, scroscianti applausi. Dai giovani industriali e dalla loro organizzazione. Il tempo è maturo? Di seguito trascrivo ampi stralci dell’interessantissimo editoriale. (…). Contro il disfattismo dei socialisti e la debolezza dei liberali, responsabili di dividere il paese e di criticare chi aveva voluto l´ingresso in guerra, Benito Mussolini pronunziò un celebre discorso il 3 aprile 1921 nel teatro comunale di Bologna: l´attacco era fatto in nome di una «stirpe ariana e mediterranea» da parte di un capo che chiamava a raccolta contro il nemico interno. Il filo dell´attacco al disfattismo non si interruppe qui. Fu il leit motiv della propaganda del regime. Se rievochiamo queste vecchie cose non è per tornare sulla questione generale se quello che si presentò anni fa come il «nuovo che avanza» sia in realtà qualcosa di molto vecchio, se il berlusconismo sia classificabile come fascismo. Quello che si presenta è una nuova declinazione di qualcosa che appartiene alle viscere profonde della storia italiana, alle magagne della nostra società, alle questioni non risolte nel rapporto tra gli italiani e il passato del paese. È il linguaggio del leader a svelare che il regime che giorno dopo giorno avanza nel nostro paese tende a riproporre qualcosa che l´Italia ha già conosciuto. Il disfattismo fu per il regime fascista un fantasma necessario, continuamente evocato, il responsabile a cui imputare le difficoltà e gli insuccessi. La voce del Capo si alzava non tanto per denunziare le trame dei disfattisti di professione, quel pugno di antifascisti «soli, solissimi», come ha scritto Vittorio Foa. Per loro, per seguirne i passi, in Italia e all´estero, per eliminarli all´occorrenza, bastavano l´Ovra e i sicari. No:il disfattismo era per il regime il nemico per definizione, l´unico nemico che potesse minacciare un sistema in cui il Capo doveva realizzare l´ideale supremo della democrazia organica, della fusione mistica del popolo nel leader. E tanto più insistente fu la campagna contro il disfattismo quanto più in profondità penetrava l´adesione collettiva al regime, quanto più generalizzato fu il consenso. (…). La favola bella che fu raccontata dopo la Liberazione all´Italia che si scopriva insieme sconfitta e vittoriosa fu quella di un antifascismo originario e diffuso che era sfociato naturalmente nella Resistenza. Oggi sappiamo che non era vero. Sappiamo che gli italiani erano stati profondamente corrotti dal regime fascista. La corruzione era consistita proprio nella continua denunzia del disfattismo, nella costruzione passo dopo passo di un sistema di unità organica tra popolo e capo che permettesse al capo di riassumere ed esprimere i bisogni del popolo, di rispondere a ciò che la gente voleva, al di là di ogni mediazione. In fondo, possiamo parlare del fascismo come di una forma speciale di democrazia: una democrazia che eliminava le mediazioni faticose dei sistemi rappresentativi nel momento stesso in cui cancellava le barriere che impedivano al potere del Capo di operare. Era per eliminare il disfattismo che bisognava sostituire la voce del regime alle discordanti voci della libera stampa e trasformare le istituzioni di una monarchia parlamentare in canali di unione organicistica tra il Capo e il suo popolo. E quando, con i Patti Lateranensi, anche la Chiesa dette il suo fondamentale contributo al pieno dispiegarsi di una saldatura completa tra il paese e «l´uomo della Provvidenza» la lotta al disfattismo fu coronata da due provvedimenti emblematici:il giuramento di fedeltà dei professori e la riapertura del tesseramento perché tutti potessero entrare in un partito che non era più una parte ma il tutto. Fu allora che almeno un italiano parlò di un processo di corruzione che stava minacciando tutti: un processo che poteva e doveva essere contrastato. Leone Ginzburg sostenne che non si dovevano condannare gli italiani che per ragioni di necessità avevano chiesto quella tessera, ma bisognava incoraggiarli a non fare altri passi sul terreno della corruzione. Oggi il discorso sulla corruzione degli italiani è di tipo diverso ma non meno grave. La saldatura tra popolo e leader si nutre del progressivo svuotamento dell´etica civile, fatto di leggi e di decreti di breve e brevissimo respiro, di una continua aggressione alle istituzioni rappresentative, alla divisione dei poteri dello Stato, alle istituzioni giudiziarie e alla legalità. Alla violenza fascista si è sostituita la persuasione di un abile management delle emozioni collettive e una sostituzione dell´evasione e del sogno alla durezza dell´irreggimentazione. Ma l´esito è identico: si chiama corruzione e affonda le radici in un vuoto di memoria e di cultura civile. Se il consenso massiccio della popolazione al regime di Mussolini è una verità storica acquisita, questa verità non ha operato nel senso giusto, non ha spinto le istituzioni della Repubblica e la coscienza degli italiani a fare i conti con la nostra storia con la radicalità e la durezza con cui i tedeschi hanno fatto i conti col nazismo. Solo tenendo conto di questo si può risolvere l´enigma di un consenso collettivo appena incrinato da episodi che altrove avrebbero costretto ogni statista decente a dimettersi. Un paese che dimentica la propria storia è condannato a ripeterla. Chiede la giornalista-scrittrice Silvia Truzzi nella intervista ad Andrea Camilleri – “Siamo dei voltagabbana felici”, su “il Fatto Quotidiano” di ieri 26 di novembre -: Lei è stato in carcere una notte, a 18 anni per aver pubblicato – a due mesi dallo sbarco degli Alleati in Sicilia – un giornale che “sarebbe stato il primo assoluto dell’Italia democratica”.(…).La “voltagabbaneria” è una malattia italiana? - Secolare! La voltagabbaneria comincia già dal primo Parlamento italiano. Basta guardare l’evoluzione di un personaggio come Francesco Crispi per avere subito la visione di ciò che sarebbe accaduto nel corso di tutta l’Italia Unita, nella nostra politica. Una volta almeno il voltar gabbana suscitava scandalo e scalpore, oggi voltano gabbana a plotoni serrati e questo sembra rientrare nella normalità di tutti i giorni. Ormai, come si dice, alla voltagabbaneria c’abbiamo fatto il callo -.

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