"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

domenica 26 luglio 2015

Lalinguabatte. 2 “To megalo ochi”.



“To megalo ochi”, ovvero “il grande no” che fu pronunciato all’alba – ore quattro del mattino – del 28 di ottobre dell’anno 1940 da tale Ioannis Metaxas, primo ministro della piccola, inerme nazione greca, al tonitruante ambasciatore italiano ad Atene Emanuele Grazzi che portava l’ultimatum, dell’allora “cavaliere d’Italia” Benito Mussolini, per ottenere – entro la terza ora dall’avvenuta notifica – la concessione del passaggio per le terre della superba Grecia alle forze dell’”Asse d’acciaio”. Vien quasi da scompisciarsi dal ridere ripensando alla ingloriosa fine di quella tragicomica avventura militare dell’esercito dell’orgoglioso “duce”. Sembra che la storiografia più accreditata abbia da tempo attribuito a Ioannis Metaxas ben altra risposta: “Alors c’est la guerre!”. Al che la guerra fu e la piccola, inerme Grecia spezzò “le reni” a quell’”armata brancaleone” di sprovveduti calata dalle italiche terre per assoggettare l’orgoglioso popolo ellenico. È Storia. E fu la straordinaria lotta armata clandestina - poi - dell’orgoglioso popolo greco a mettere alle corde l’esercito più potente del momento, quello del “terzo reich” calato in soccorso dello scalcagnato esercito del “duce” dell’”Italia proletaria e fascista”. È Storia. È per questo che c’è ancora da sperare. Nella Grecia, ovviamente. Ora non sobbalzate proseguendo la Vostra oziante lettura: “Germania, Germania, al di sopra di tutto al di sopra di tutto il mondo… purché per protezione e difesa si riunisca fraternamente. (…)”. Non crediate sia il canto di nostalgici in ritardo sulla Storia, per una rivincita su quell’ignominioso 28 di ottobre dell’anno 1940. Nient’affatto. È l’incipit dell’inno “Deutschland under alles” che è divenuto l’inno ufficiale della Germania moderna, anche se la sua elaborazione risale alla fine del secolo diciottesimo ed all’inizio del secolo decimonono. Ci lavorarono a quattro mani il compositore Haydn Joseph (1797 data della sua composizione) ed il poeta August Heinrich Hoffmann von Fallersleben (1846 data della stesura del testo). Il risultato non è poi tanto male. Per i tedeschi, non certamente per il resto dei popoli europei. Se ne esaltò anche quel diavolo dalle “croci uncinate”. Che è tutto un buon dire. Orbene, giorni or sono, il 21 di luglio per la precisione, il professor M.C. si è lanciato in un panegirico sul quotidiano la Repubblica che portava il titolo “Germania gigante d’Europa senza auctoritas”. Un panegirico, dicevo, come se la Germania che tutti conosciamo mirasse ad aver riconosciuta un’”auctoritas” dagli altri popoli della vecchia Europa che non si basasse sulla forza bruta. Ed ancor oggi sacrifica a quel suo primato – “al di sopra di tutto al di sopra di tutto il mondo”-  tutto ciò che possa contrastare la sua egemonia. Un panegirico quello del professor M.C., un inerpicarsi sugli specchi senza tradire il benché minimo imbarazzo, che disvela ancora una volta quel mai sopito o sospirato spirito d’appartenenza – o di esservi appartenuti - mitteleuropeo stante il fatto che anche le sempre insalubri terre lagunari abbiano fatto parte di una certa Storia europea. E giusto per rinverdire conoscenze e memorie e quant’altro ancora abbia interessato la Storia dell’Europa mi pare giusto proporre una “paginetta” di Storia a firma del professor Massimo L. Salvadori pubblicata sul quotidiano la Repubblica del 18 di luglio ultimo scorso che ha per titolo “L'abuso di potenza della Germania”:
Le date. 1871: Bismarck crea il Secondo Reich, che, divenuto economicamente e militarmente il più forte Paese del continente europeo, nel 1914 dà l'assalto al potere mondiale"; 1933: Hitler fonda il Terzo Reich millenario, che, dotatosi della più efficiente macchina bellica esistente, lancia nel 1939 il secondo attacco al potere mondiale; 1990: le due Germanie divise si riunificano, ponendo le premesse per ciò che il paese guidato dalla Merkel è oggi: il membro più solido dell'Unione Europea, a cui tutti gli altri guardano studiandone umori e decisioni. Ma ecco in tutta la sua portata il problema posto dalla storia tedesca: il rapporto – per due volte disastroso - tra accumulo di potenza e umiliante scacco politico a causa della profonda carenza di capacità politica delle classi dirigenti del Paese. Per quanto sia improponibile un paragone con le classi dirigenti del passato, non possiamo nondimeno non interrogarci sulla adeguatezza del governo della Merkel e di Schäuble di fronte alla crisi europea. Nel 1919 la Germania versava nel caos: militarmente sconfitta, politicamente umiliata, economicamente distrutta, ma, sotto la guida di colui che Luigi Einaudi ha chiamato "l'Attila moderno", in pochi anni risalì la china. Dopo il 1945 la situazione in buona sostanza si ripeté: il Paese venne diviso in due grandi tronconi, dei quali la Germania federale, raccolte le proprie energie, passo dopo passo emerse come una delle componenti più salde dell'Europa dell'Ovest; quindi, crollato l'impero sovietico, questa nel 1990 dimostrò di possedere le risorse per ricongiungere a sé il troncone dell'Est e riattrezzarlo, così da fare nel giro di pochi anni della Germania riunificata il nucleo più forte dell'Unione Europea. Ed è alle sue decisioni che ora gli altri suoi partner guardano con un misto di speranza, ansia, timore, invidia e persino avversione e paura. Fatto è che nell'Unione si è determinato un grave squilibrio di potere tra gli Stati membri a favore della Germania, che Francia, Gran Bretagna e Italia cercano in qualche modo di contenere. Ho rievocato i grandi momenti dell'ascesa della potenza tedesca dal 1871 in poi: quello dell'impero, quello del Terzo Reich, quello attuale della Germania unificata a cui manca, per fortuna, la forza militare di cui disponevano le prime due Germanie. Non bisogna mai abusare delle analogie storiche, ma occorre farne uso quando necessario. Le tre Germanie che si sono succedute hanno messo in luce un tratto comune di enorme importanza: il pervenire ad una posizione di primato nel continente. Alla base di questo sempre un superiore apparato produttivo e commerciale, una efficiente struttura burocratica e amministrativa, una imprenditoria affiancata da una forza lavoro altamente qualificata, che poneva e ora pone in posizione di inferiorità gli altri Paesi, a partire da Gran Bretagna e Francia. Quanto avvenuto tra il 1914 e il 1918 e tra il 1939 e il 1945 fu causa per inglesi e francesi di brucianti frustrazioni dinnanzi allo scatenamento per due volte della potenza tedesca. Inglesi e francesi uscirono vincitori dalle guerre mondiali, ma a tutti fu palese che avevano vinto unicamente per interposta persona, vale a dire grazie prima all'intervento americano poi a quello sovietico e americano. Per questo nel 1919 gli stolti Lloyd George e Clemenceau concepirono il disegno di imporre alla Germania la pace cartaginese che seminò i germi della rivincita tedesca affidata a Hitler. Per questo nel 1989-90 la Thatcher, leader dei conservatori britannici, il socialista Mitterand e anche il democristiano Andreotti assistettero assai contrariati alla riunificazione della Germania. Che oggi ha largamente nelle proprie mani il destino dell'Europa. Certo – ripeto - nessun paragone è possibile tra le classi dirigenti del passato tedesco e l' odierna. Sennonché, non è possibile non vedere: che, mentre sull'attuale governo tedesco cade una grandissima responsabilità, la linea che esso persegue genera all'interno dell'Unione tensioni e contrasti, dividendo l'Unione in diverse Europe: l'una filotedesca, l'altra diffidente, l'altra ancora ostile; che lo squilibrio di potenza tra gli Stati membri costituisce un fattore che turba ed è assai arduo da comporre; che lo spirito antitedesco quale va diffondendosi non promette niente di buono. L'Unione si trova a fare i conti con il dato oggettivo che la Germania costituisce appunto, piaccia o non piaccia, lo Stato più vigoroso d'Europa; la Germania dal canto suo deve riflettere su come non abusare della propria forza giustificando chi la denuncia alla stregua di un prepotente padrone. Il nostro futuro è affidato a quella che si spera non si riveli una quadratura del cerchio. “Abuso di potenza” che è vero essere, la “potenza” intendo dire, economica ed industriale al contempo, “potenza” che nel corso della funesta Storia dell’Europa si è sempre accompagnata a quell’altra “potenza” con i ben noti – dimenticati forse dal prof. M.C. - tragici risvolti del secolo ventesimo (con ben due guerre cosiddette mondiali). È di quella Storia passata che si allarma sempre e tanto il filosofo Jürgen Habermas, anche nella intervista ultima concessa a Philip Oltermann - "L'egemonia di Berlino contro l'anima dell'Europa" – e pubblicata sul quotidiano la Repubblica del 18 di luglio: (…). Professor Habermas, qual è il suo giudizio sull'accordo raggiunto lunedì? "L'accordo sul debito greco annunciato lunedì è dannoso sia come risultato che per il modo con cui è stato raggiunto. Primo, l'esito dei colloqui è sconsiderato: anche considerando le condizioni capestro dell'accordo come la giusta linea d'azione, non ci si può aspettare che queste riforme siano attuate da un governo che, per sua ammissione, non crede nei termini dell'accordo. Secondo, l'esito dell'accordo non ha senso in termini economici a causa della combinazione tossica di necessarie riforme strutturali a livello istituzionale ed economico con imposizioni neoliberaliste, che scoraggeranno totalmente una popolazione greca allo stremo, e uccideranno qualunque impeto alla crescita. Terzo, il risultato dell'accordo significa che un Consiglio europeo impotente dichiara efficacemente il suo fallimento politico: la relegazione de facto di uno Stato membro allo status di protettorato contraddice apertamente i principi democratici dell'Unione europea. Infine, tale risultato è infausto in quanto costringere il governo greco ad accettare un fondo di privatizzazioni eminentemente simbolico e discutibile da un punto di vista economico non può che essere inteso come una punizione contro il governo di sinistra. È difficile fare più danni di così. Eppure il governo tedesco ha fatto questo quando il ministro delle Finanze Schäuble ha minacciato l'uscita della Grecia dall'euro, rivelandosi quindi spudoratamente come il supremo rigorista europeo. In quell'occasione, il governo tedesco ha per la prima volta affermato manifestamente la sua egemonia in Europa  -  è comunque così che è stato percepito nel resto d'Europa, e questa percezione definisce la realtà che conta. Temo che il governo tedesco, compresa la sua fazione socialdemocratica, si sia giocato in una notte tutto il capitale politico che una Germania migliore aveva accumulato in mezzo secolo - e per "migliore" intendo una Germania caratterizzata da una maggiore sensibilità politica e mentalità post- nazionalista". Quando, il mese scorso, Tsipras ha indetto il referendum, molti altri politici europei lo hanno accusato di tradimento. A sua volta, la cancelliera tedesca è stata accusata di aver ricattato la Grecia. Secondo lei, chi è più colpevole del deterioramento della situazione? "Non sono sicuro delle vere intenzioni di Alexis Tsipras, ma dobbiamo riconoscere un semplice fatto: per permettere alla Grecia di rimettersi in piedi, devono essere ristrutturati i debiti che l'Fondo monetario internazionale ha ritenuto "altamente insostenibili". Malgrado ciò, sia Bruxelles che Berlino, sin dall'inizio, hanno persistentemente negato al premier greco l'opportunità di negoziare una ristrutturazione del debito. Alla fine, per superare questo muro di resistenze dei creditori, Tsipras ha cercato di rafforzare la sua posizione con un referendum, incassando un consenso interno superiore alle aspettative. Questa legittimazione rinnovata ha costretto la sua controparte a cercare un compromesso o sfruttare la situazione di emergenza della Grecia assumendo il ruolo, ancora più di prima, di rigorista. Sappiamo come è andata a finire". L'attuale crisi europea è un problema finanziario, politico o morale? "La crisi attuale è dovuta sia a cause economiche che al fallimento politico. La crisi del debito sovrano greco emersa dalla crisi delle banche affondava le sue radici nelle condizioni non ottimali di un'unione monetaria composta da parti eterogenee. Senza una comune politica economica e finanziaria, le economie nazionali di Stati membri pseudo-sovrani continueranno ad andare alla deriva in termini di produttività. Nessuna comunità politica può sostenere una tale tensione, nel lungo termine. Al contempo, concentrandosi sull'elusione del conflitto aperto, le istituzioni dell'Ue impediscono le necessarie iniziative politiche per espandere l'unione monetaria in unione politica. Solo i leader di governo riuniti nel Consiglio europeo sono in condizioni di agire, ma sono esattamente loro a non poterlo fare nell'interesse di una comunità europea coesa, perché pensano al loro elettorato nazionale. Siamo bloccati in una trappola politica". (…).

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