"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro.

mercoledì 29 luglio 2015

Sfogliature. 42 “Vivere da puffi”.



L’otto di ottobre dell’anno 2011 compariva, sulle ultime pagine di questo blog allocato al tempo su di un’altra piattaforma della immensa rete e fortunosamente sopravvissuto, per la serie “Mediaculturapotere” il post numero 55 che portava per titolo “Vivere da puffi”. Un presentimento allora, non sospettandosi minimamente il “cambiamento di verso” che avrebbe portato il cosiddetto bel paese a “puffare” a più non posso, a tutti i livelli della scala sociale. E sì che al tempo nel bel paese si era alle prese con ben altri argomenti, ovvero si parlava con grandissima erudizione di “cene eleganti” e di “bunga-bunga” e di quant’altro ancora possa afferire al priapismo della “casta politica” al tempo dominante, ma da quegli indecorosi scenari di puro esibizionismo virile scivolare poi all’infantilismo proprio dei “puffi” ne passa ed avanza. No che quegli scenari fossero preferibili a quelli oggigiorno imperanti, ma una caritatevole speranza, alla conclusione di quell’infausto infernale periodo politico, spingeva a pensare ad una resipiscenza della politica e della gente tutta del bel paese affinché, allo stesso fossero, fossero evitate altre disavventure di carattere politico-istituzionale. Ed invece niente, dal priapismo di allora all’invadente, inconcludente, scanzonato “puffare” di questa canicolare stagione. Rileggiamo le “cosucce” di quel tempo, nell’era avanti a quella dei “puffi”:

lunedì 27 luglio 2015

Oltrelenews. 54 “La pagnotta del Quarto Reich”



Da “La pagnotta del Quarto Reich” di Marco d'Eramo, sul sito di “MicroMega.net” del 17 di luglio 2015: (…). Vittime si sentono i tedeschi delle sanguisughe greche che stanno succhiando il benessere così duramente conquistato. Perché non c'è dubbio che a leggere gli economisti tedeschi, la crisi greca sembra una truffa fraudolenta attuata da fannulloni, incapaci, disonesti meridionali che vanificano l'alacre, parca, industriosa morigeratezza dei paesi dell'Europa del nord: è assai istruttivo il rendiconto che Jacob Soll ha pubblicato sul New York Times di un convegno di economia tenutosi a Monaco di Baviera all'inizio di luglio, convegno a cui partecipavano nomi tedeschi di rilievo come Hans-Werner Sinn, Clemens Fuest, Henrik Enderlein, Daniel Gros. Mentre per tutto il convegno l'atmosfera era stata equilibrata, “quando gli economisti tedeschi presero la parola nella sessione finale, un tono completamente diverso prevalse nella sala. Dietro le teorie economiche e dietro i numeri venne un messaggio morale: i tedeschi erano gli onesti gonzi e i greci corrotti inaffidabili e incompetenti. Ambedue le parti erano ridotte a caricature di se stesse: questa storia l'abbiamo sentita durante tutte le trattative, ma in quella stanza era chiaro quanto grande fosse il risentimento che plasma le opinioni degli economisti tedeschi”. (…). …è quasi surreale la rabbia che traspira dai media tedeschi nei confronti di Atene: (…). …un paese che è costretto a vendersi tutto, persino le isole, leggere che sono i greci che stanno derubando i tedeschi sembra di sognare a occhi aperti. Rendersi conto del vittimismo tedesco è forse l'aspetto più preoccupante nell'attuale vicenda europea. Semplicemente perché, dopo 70 anni, ripropone in Europa una questione tedesca che sembrava essere stata risolta per sempre. E forse gli storici ricorderanno il luglio 2015 non solo come il mese in cui fu affossato il progetto europeo, ma soprattutto come il momento in cui riemerse con forza la questione tedesca, dove l'aggettivo “tedesco” non riguarda i singoli cittadini della Germania, ma designa lo Stato e il governo politico ed economico tedesco, la classe dominante tedesca. (…).

domenica 26 luglio 2015

Lalinguabatte. 2 “To megalo ochi”.



“To megalo ochi”, ovvero “il grande no” che fu pronunciato all’alba – ore quattro del mattino – del 28 di ottobre dell’anno 1940 da tale Ioannis Metaxas, primo ministro della piccola, inerme nazione greca, al tonitruante ambasciatore italiano ad Atene Emanuele Grazzi che portava l’ultimatum, dell’allora “cavaliere d’Italia” Benito Mussolini, per ottenere – entro la terza ora dall’avvenuta notifica – la concessione del passaggio per le terre della superba Grecia alle forze dell’”Asse d’acciaio”. Vien quasi da scompisciarsi dal ridere ripensando alla ingloriosa fine di quella tragicomica avventura militare dell’esercito dell’orgoglioso “duce”. Sembra che la storiografia più accreditata abbia da tempo attribuito a Ioannis Metaxas ben altra risposta: “Alors c’est la guerre!”. Al che la guerra fu e la piccola, inerme Grecia spezzò “le reni” a quell’”armata brancaleone” di sprovveduti calata dalle italiche terre per assoggettare l’orgoglioso popolo ellenico. È Storia. E fu la straordinaria lotta armata clandestina - poi - dell’orgoglioso popolo greco a mettere alle corde l’esercito più potente del momento, quello del “terzo reich” calato in soccorso dello scalcagnato esercito del “duce” dell’”Italia proletaria e fascista”. È Storia. È per questo che c’è ancora da sperare. Nella Grecia, ovviamente. Ora non sobbalzate proseguendo la Vostra oziante lettura: “Germania, Germania, al di sopra di tutto al di sopra di tutto il mondo… purché per protezione e difesa si riunisca fraternamente. (…)”. Non crediate sia il canto di nostalgici in ritardo sulla Storia, per una rivincita su quell’ignominioso 28 di ottobre dell’anno 1940. Nient’affatto. È l’incipit dell’inno “Deutschland under alles” che è divenuto l’inno ufficiale della Germania moderna, anche se la sua elaborazione risale alla fine del secolo diciottesimo ed all’inizio del secolo decimonono. Ci lavorarono a quattro mani il compositore Haydn Joseph (1797 data della sua composizione) ed il poeta August Heinrich Hoffmann von Fallersleben (1846 data della stesura del testo). Il risultato non è poi tanto male. Per i tedeschi, non certamente per il resto dei popoli europei. Se ne esaltò anche quel diavolo dalle “croci uncinate”. Che è tutto un buon dire. Orbene, giorni or sono, il 21 di luglio per la precisione, il professor M.C. si è lanciato in un panegirico sul quotidiano la Repubblica che portava il titolo “Germania gigante d’Europa senza auctoritas”. Un panegirico, dicevo, come se la Germania che tutti conosciamo mirasse ad aver riconosciuta un’”auctoritas” dagli altri popoli della vecchia Europa che non si basasse sulla forza bruta. Ed ancor oggi sacrifica a quel suo primato – “al di sopra di tutto al di sopra di tutto il mondo”-  tutto ciò che possa contrastare la sua egemonia. Un panegirico quello del professor M.C., un inerpicarsi sugli specchi senza tradire il benché minimo imbarazzo, che disvela ancora una volta quel mai sopito o sospirato spirito d’appartenenza – o di esservi appartenuti - mitteleuropeo stante il fatto che anche le sempre insalubri terre lagunari abbiano fatto parte di una certa Storia europea. E giusto per rinverdire conoscenze e memorie e quant’altro ancora abbia interessato la Storia dell’Europa mi pare giusto proporre una “paginetta” di Storia a firma del professor Massimo L. Salvadori pubblicata sul quotidiano la Repubblica del 18 di luglio ultimo scorso che ha per titolo “L'abuso di potenza della Germania”:

martedì 21 luglio 2015

Oltrelenews. 53 “L’Europa e la sinistra”.



Da “La socialdemocrazia è finita. Scioperare contro la Merkel” di Salvatore Cannavò, intervista a Maurizio Landini su “il Fatto Quotidiano” del 15 di luglio 2015: “La socialdemocrazia non esiste più. Completamente allineata alla Germania di Angela Merkel. Servirebbe un’altra idea per contrastare il fanatismo rigorista. Se fossi in Grecia proclamerei uno sciopero contro la Germania e la sua pretesa di far pagare ai più deboli”. (…). Come giudica quello che è avvenuto? “Siamo di fronte a un fatto politico preciso: la Grecia ha provato, anche con l’uso del referendum, a negoziare una riduzione del debito e la possibilità di aprire in Europa una fase diversa. Però si è trovata da sola. La piccola Grecia contro Bce, Fmi, Germania, socialdemocrazia. Si è trovata di fronte a un blocco compatto”. Che tipo di blocco? “È come se si fosse rifondata l’Europa su un sistema di cambi fissi che come è noto rafforza chi è più ricco. Con il rischio evidente non solo di produrre il brutto accordo per la Grecia, ma la fine di un ’Europa sociale che non sia fondata solo sulla moneta”. In questo blocco mette anche la sinistra? “Il fronte socialdemocratico e progressista si è rivelato inesistente. La socialdemocrazia è di fatto sparita, basti pensare alla Spd che pensa di appoggiare la Merkel alle prossime elezioni. Solo i socialisti francesi hanno provato a giocare un ruolo ma in modo molto timido. Una stagione storica si è conclusa e a rischio vedo la stessa tenuta dell ’Europa per come l’abbiamo conosciuta e pensata”. Nessuna critica ad Alexis Tsipras? “Tsipras ha cercato in ogni modo di negoziare. Che poteva fare? Nelle trattative servono i rapporti di forza. Mi sembra la vittima di una concezione fanatica del rigore e non ha avuto alcun sostegno come dimostra il governo italiano e la Spd tedesca. Non mi sento di fare una colpa a ciò che il governo greco sta facendo perché nelle condizioni date ha cercato di fare il massimo. Il problema è cosa succede in Europa”. E cosa succede? “Che il re è nudo. La miopia di chi in modo fanatico ha umiliato la democrazia in Grecia apre la strada al pericolo di tenuta complessiva della democrazia in Europa. Noi l’abbiamo già vissuta questa fase, con la lettera della Bce e il taglio delle pensioni, il superamento dei contratti nazionali, la messa in discussione dello Statuto”. Eppure Renzi dice di aver giocato un ruolo positivo. “Se voleva giocare un ruolo doveva chiedere agli Usa, alla Cina, al Fmi, una Conferenza internazionale sul debito in Europa. Non possiamo più continuare a pagare interessi oltre le nostre possibilità, il debito va rinegoziato. In questo contesto c’era uno spazio. L’Italia, invece, si vanta di aver già fatto i compiti a casa mentre invece ci stiamo uccidendo con le nostre stesse mani”. Come giudica la reazione del sindacato europeo? “Non ha consapevolezza di quello che sta avvenendo, non coglie la conclusione dell’esperienza storica della socialdemocrazia. Ma c’è anche una insufficienza dell’azione sindacale a livello europeo. Serve una iniziativa europea visto che siamo in presenza di 25 milioni di disoccupati”. Cosa farebbe di fronte a un piano come quello che dovrà presentare Tsipras? “Farei uno sciopero contro la Germania e chi ha voluto quel piano perché la Grecia è la vittima di quella trattativa. E nessuno ha mosso un dito”. C’è chi dice che Tsipras ha tradito il referendum. “Chi lo dice deve essere onesto nel dire che Tsipras non ha mai chiesto di uscire dall’euro. Non hanno ottenuto il risultato? È vero, ma spetta al popolo greco decidere. Non serve fare i grilli parlanti”.

venerdì 17 luglio 2015

Lalinguabatte. 1 “La questione tedesca”.



“Guai a noi se in futuro non riusciremo a non odiare l’intero popolo tedesco”. L’Europa ha un problema che non è rappresentato dalla disastrosa condizione socio-economica della Grecia. Il problema dell’Europa è la Germania. Nasce da esso – il problema intendo dire – una “questione tedesca”. Che non è roba da poco. La Storia insegna. Quella “questione” ha dilaniato l’Europa per secoli e secoli, dalle contrapposizioni continue e ripetute franco-prussiane giù giù per la china sino alle terribili due guerre denominate “mondiali”. Per non dire delle persecuzioni razziali e della “soluzione finale” pensata e realizzata con scientificità e puntiglio tutto morbosamente tedesco. Tutto e sempre sul suolo dell’Europa. Non Vi scandalizzi la frase posta all’inizio di questo scritto. Quella frase riportata – alla pagina 195 - nello stupendo volume di Antonio Scurati che ha per titolo “Il tempo migliore della nostra vita” – Bompiani editore (2015), pagg. 267, € 18.00 - è attribuita al futuro Presidente della Repubblica Italiana Sandro Pertini. La frase sembra sia stata pronunciata all’indomati della prematura morte – per uccisione – di Leone Ginzburg – il 4 di febbraio dell’anno 1944 – per mano degli aguzzini tedeschi. Il sogno di un’Europa unita è nato proprio dall’esigenza di imbrigliare quel “mostro” tentacolare che per secoli ha reso le contrade della vecchia Europa teatro di massacri ed atrocità inaudite. Ecco, quel sogno sembra sia morto prima di essere giunto a compimento. Poiché di questa Europa mercantilistica ed egoista non ne abbiamo assoluto bisogno. Di questa Europa forgiata sullo “stampo” e con l’impronta riconoscibilissima della “questione tedesca” c’è solamente da diffidare e da temere. Non è questa l’Europa che è stata sognata all’indomani delle due immani tragedie che hanno contraddistinto il secolo ventesimo. Ha scritto Paul Krugman il 14 di luglio sul quotidiano la Repubblica - "Il progetto europeo è morto" -:

lunedì 13 luglio 2015

Oltrelenews. 52 “Problema Germania”.



Da “Germania incosciente se Atene cade nel dirupo dentro ci finirà l’Europa” di Eugenio Occorsio, intervista all’economista Joseph Stiglitz – docente presso la Columbia University e premio Nobel dell’anno 2001- sul quotidiano la Repubblica del 9 di giugno 2015: «La posta in gioco è altissima, e non tutti sembrano rendersene conto. E’ in ballo il destino dell’Europa e quindi, vista l’importanza del continente, dell’economia mondiale». (…). «La Germania – (…) - e con essa il forte schieramento dei Paesi nordici più ricchi, continua al di là di ogni ragionevole evidenza a proclamare l’austerity come l’unica politica possibile perfino per un caso come la Grecia. Non sono bastati gli errori giganteschi compiuti: è come se l’Unione europea stesse spingendo oltre il dirupo un Paese senza considerare che dietro ad esso crollerà l’intera Europa». (…). Professore, non tutti sono d’accordo sull’effetto domino che un’ipotetica Grexit avrebbe. «Pensi solo a un aspetto. Draghi ha giocato una carta molto rischiosa proclamando nel 2012 che si sarebbe fatta qualsiasi cosa per salvare l’euro. Finora l’ha vinta ma in caso di Grexit la scommessa sarebbe completamente perduta. La consapevolezza che l'euro non è indistruttibile danneggerebbe irreparabilmente la credibilità della Bce, così come quella dei governanti europei: al primo attacco speculativo gli interessi sui titoli europei schizzerebbero a livelli stratosferici, a partire dai Paesi più deboli come l’Italia. E che ci sarà un attacco, e quindi una crisi che sarebbe molto più profonda delle precedenti, è nella logica delle economie capitalistiche». È sicuro che ci sia una così diffusa inconsapevolezza? «Il livello di incoscienza diffuso specialmente in Germania, è spaventoso. C’è chi arriva a dire con nonchalance che i mercati hanno già scontato la rottura dell’euro e perfino che l’uscita della Grecia sarebbe un bene per l’unione monetaria. Mi sembra una follia, pari se non superiore alla cecità con cui fu affrontata la crisi della Lehman Brothers nel settembre 2008, per la quale pure esistevano vistosi segnali premonitori come il fallimento della Bear Stearns nel marzo precedente. Il sistema finanziario americano fu salvato a carissimo prezzo dalle autorità federali, eppure ancora oggi sono aperte le cicatrici di quella ferita. In Europa tutto sarebbe ancora più difficile». Però almeno converrà che molti Paesi, compresa l’Italia, dall’inizio del decennio si sono rafforzati. O no? «Certo, hanno fatto riforme strutturali che però per ora, qui sta la debolezza, incidono sul lato dell’offerta: lavoro, pensioni, incentivi alle aziende. Quello che manca è la domanda, tuttora compressa dall’impronta della Germania ossessionata dall’austerity. Anni di sofferenze sembrano non aver insegnato nulla. Si è inseguito l’irraggiungibile traguardo di forzare la Grecia ad arrivare a un surplus primario del 4,5%: ma vi rendete conto? L’Europa ha perso un decennio, e rischia seriamente di perderne un altro finché si dichiara soddisfatta di una crescita dell’1%». Lei firmò una dichiarazione con l’altro Nobel Amartya Sen in cui sosteneva che l’euro era costruito in modo da non poter funzionare. È sempre della stessa opinione? «Intendiamoci: credo che oggi, visto che c’è, l’euro vada sostenuto. E spero, nell’interesse degli equilibri mondiali, che la Grecia vi resti dentro. Però la moneta unica così com’è strutturata non può sostenere il bisogno della popolazione di crescere. Finché le energie sono spese nell’affannoso tentativo di mantenerlo in vita, senza che nel contempo si affrontino i nodi veri della crescita, l’euro non è uno strumento di sviluppo. Né mi farei troppe illusioni sul quantitative easing : come già in America, porta a una rivalutazione della Borsa e a un risparmio di interessi, ma i meccanismi di trasferimento all’economia reale sono insufficienti. È l’equivoco della propaganda sulla trickle down economy: dai ricchi una volta che si sono arricchiti “trasuda”, “sgocciola”, qualche beneficio verso il basso. È provato che si tratta di un’illusione e che a guadagnarci sono solo i ricchi stessi e i “potenti” economici».

sabato 11 luglio 2015

Oltrelenews. 51 “Dossier Europa”.



Da “L’identità greca contro il vuoto di questa Europa” di Oliviero Beha, su “il Fatto Quotidiano” dell’8 di luglio 2015: (…). …il senso di appartenenza a se stessi e alla propria storia: che cosa ci trovate di lontanamente simile a questo nelle vicende dell’Unione Europea di cui parliamo tutti i giorni? Per tacere di democrazia dal basso, di quell’Europa dei popoli e non delle banche e dei mercati della cui latitanza si lamentano tutte le persone di buona volontà, facciano il Papa o altro. C’è modo anche di parlare di noi, i prossimi della lista nella scia della debacle finanziaria greca, che ahinoi non dipende dai “no” di domenica (12 di luglio 2015, summit dei leader dei 28 stati dell’unione europea n.d.r.) ma da quindici anni di “sì” sbagliati ed equivoci. Dove siamo noi, dove ci collochiamo, qual’è la nostra identità, chi ce la dà? Assodata la pochezza quasi commovente di Renzi, che in mancanza di qualsivoglia statura politica bene fa a travestirsi da trainer di immagine e comunicazione con i tapini del Pd che gli sono rimasti, un giro d’orizzonte nelle nostre contrade ci dice che anche gli italiani, o soprattutto gli italiani nel contesto europeo, hanno smarrito qualunque particella d’identità, avendo dimenticato chi erano, non sapendo chi sono, non essendo in grado di figurarsi nel futuro. Forse anche noi avremmo bisogno del tizzone di un referendum per accenderci, andando oltre la peraltro sacrosanta preoccupazione del nostro precipizio finanziario accentuato dalla slavina greca. Il mercato della vita sembra aver preso il sopravvento sulla vita del mercato, e ne stiamo pagando un prezzo politico e civico da usurai. E questa dipendenza totale è semplicemente insensata e insopportabile. Dire “no” non è neppure una scelta, ma una necessità. 

venerdì 10 luglio 2015

Cosecosì. 100 “La peste”.



Non mancherà di certo il “trinariciuto” di malapartiana memoria che, come rispondendo ad un irrefrenabile riflesso condizionato, intronerà la solita litania contro il vetero-comunista che nell’occasione è impersonato da quel Michele Serra che sul quotidiano la Repubblica tiene una amena, graffiante rubrica che ha per titolo “L’amaca”. E proprio su “L’amaca” di oggi quella straordinaria penna ha scritto: «Lo vedi che il comunismo serve ancora a qualcosa? », mi dice sghignazzando un vecchio amico di destra commentando l’intervento del governo cinese, che ha provato ad arginare (pare con successo) il crollo della Borsa vietando ai grandi azionisti e alle società quotate di vendere i propri titoli per sei mesi. Ci capisco molto poco, direi quasi niente; ma mi pare di capire che il libero mercato sia stato, in questo caso, messo nelle condizioni di essere un poco meno libero, come il cagnaccio cui si impone la museruola perché non faccia troppi danni. Al netto dell’ilarità del mio amico, devo ammettere che ogni qual volta la politica prova a rimettere in riga l’economia, e in specie l’economia finanziaria, mi sento rassicurato. Cina o non Cina, guardo con sospetto al principio (globalizzatissimo) che l’economia sia ingovernabile, una specie di forza della natura alla quale inchinarci tutti come il selvaggio di fronte al fulmine o al ciclone. Sospetto, anzi, che dietro questa nomea di indomabile “naturalità” dell’economia si nasconda spesso l’interesse del più forte e del più furbo. Immagino che le maniere forti del governo cinese facciano, ai liberisti puri, l’effetto di una goffa intrusione, destinata comunque a essere travolta dal tempo e dalla permeabilità di tutte le economie, nessuna delle quali è un compartimento stagno: non si mettono le briglie ai mercati. Ma almeno incutergli un poco di soggezione, ai mercati, e ogni tanto dirgli «a cuccia!», è un’idea così sbagliata?

martedì 7 luglio 2015

Cosecosì. 99 “Daniel Cabrera e la signora Christine Lagarde”.



Voi. Voi, che il provvidenziale, canicolare arrivo del buon “Fetonte” - che nello antico straordinario mondo delle leggende nate in un certo pittoresco angolo del vecchio continente è stato figlio del dio Sole e di Merope e che precipitò col suo carro del sole per castigo di Zeus annegando nell’Eridano – voi che, dicevo giustappunto, “Fetonte” ha strappato ai vostri sicuri, confortevoli “romitaggi” sottraendovi così alla completa lobotomizzazione alla quale sareste destinati stante l’imperversare della perfida comunicazione di massa costruita e controllata da chi può; voi che andate ciabattando per i litorali assolati nei vostri colorati “pinocchietti”; e voi che correte come abitatori degli inferi poiché condannati a correre pur di perdere l’eccesso pingue dei vostri corpi infelpati nei vostri tessuti tecnologici che ne limitino la traspirazione onde assicurare una abbondante sudorazione che sciolga l’adipe prominente; voi che state per posare i vostri occhi sulla immagine posta a lato e con pazienza e senza fretta – lo spero, almeno per un istante - osserverete quel bimbo che al lume di un lampione svolge i suoi compiti di scolaro, chiedetevi, per un istante solo, se il mondo (economico-finanziario) al quale appartenete e quel bimbo appartiene sia da salvare o no. Sembra che tutto il web abbia guardato quella foto. Guardata fuggevolmente ma non vista forse. La storia di quel bimbo filippino ci è stata raccontata da Adriano Sofri sul quotidiano la Repubblica del 3 di luglio – “Daniel che studia alla luce di un lampione” -:

sabato 4 luglio 2015

Sfogliature. 41 “Lo strumento del demagogo”.



Il giovedì 14 di aprile dell’anno 2011 appariva su questo blog – per la serie “Mediaculturapotere” - un post che aveva per titolo “Lo strumento del demagogo”. I tempi incerti e malmessi di allora ne giustificavano il titolo. Trascorso un quadriennio abbondante ci si ritrova sempre di più incerti e sempre di più malmessi. Per dare una misura in qualche modo certa dello stato di degrado oggigiorno dilagante riporto quanto ha scritto di recente Silvia Truzzi su “il Fatto Quotidiano” del 28 di giugno 2015 – col titolo “La reputazione è scomparsa, si può perdere la faccia” -: (…). Il fatto è che le persone hanno molto più frequentemente qualcosa da dire che qualcosa da chiedere. Perché chiedere implica curiosità, attitudine all’ascolto. Una roba d’altri tempi. Oggi abbiamo sempre qualcosa da dichiarare in proprio, anche su argomenti molto complicati: più la tecnologia semplifica le comunicazioni, più aumenta il coro di commentatori ed esperti delle materie più disparate. Spuntano come funghi improvvisati politologi che vogliono dare lezioni a Sartori, insieme a critici televisivi, giornalisti narratori, giuristi orecchianti che commentano riforme costituzionali sapendo a malapena cos’è la Carta. I network creano mostri, in un frainteso senso di egalitarismo per cui tutte le opinioni sono uguali. Il gioco però si trasforma, per forza, in un appiattimento verso il basso. Dove vale tutto, compreso interrompere urlando per “attirare l’attenzione” nell’equivoco (ormai insanabile) che il proprio io sia davvero molto interessante. O che la propria battaglia sia al centro degli interessi del mondo. L’educazione non è un valore, anzi. Piace la boutade, la provocazione è diventata la miglior giustificazione alle sciocchezze, l’insulto spopola. Il guaio è che è diventato impossibile perdere la faccia, perché la reputazione non esiste più: si può dire e fare tutto, senza rimetterci niente. Nulla ha più una sanzione sociale: dire sciocchezze, fare sgambetti, comportarsi male, violare le regole, offendere. Del resto quel che sono le élite è sotto gli occhi di tutti, perché il popolo – ammesso che esista ancora e non sia stato sostituito con la più funzionale “gente” – dovrebbe essere meglio? Il massimo che si può fare, forse, è mettersi in disparte e non contribuire alla prevalenza del cretino. Scrivevo in quel giovedì 14 di aprile dell’anno 2011…

mercoledì 1 luglio 2015

Oltrelenews. 50 “SOS Europa”.



Da “L'esperimento su Atene: svuotare la democrazia” di Barbara Spinelli, su “il Fatto Quotidiano” del 9 di giugno 2015: (…). …un’oligarchia tecnico-politica sta usando la Grecia per accrescere il proprio potere disciplinatore nell’Unione, e ciò avviene collaudando un preciso modello di democrazia, de-costituzionalizzata e de-parlamentarizzata. (…). L’esperimento è riuscito, dal punto di vista dei collaudatori, perché la meta fondamentale è raggiunta. Le democrazie e le costituzioni nazionali stanno subendo erosioni progressive e il suffragio universale, soprattutto, viene ridotto a variabile fastidiosa, da aggirare o sacrificare. Efficacia e governabilità prendono il posto della rappresentatività, nella gerarchia delle priorità, e il colpo di mano è reso possibile dall’identificazione fra sovranità nazionali e sovranità popolari. La perdita delle prime, sempre più forte dal dopoguerra, trascina nel baratro anche le sovranità cittadine. Quest’evaporazione generale di sovranità viene in genere presentata come premessa di uno sviluppo federale dell’Unione, ma nessuna Federazione è in vista, sicché la sovranità semplicemente si disperde, a vantaggio dei poteri che gestiscono la globalizzazione e sono chiamati sbrigativamente mercati. Il negoziato fra Atene e Unione assumerebbe tutt’altra forma, in un’unione politica che fosse federale. Conterebbero gli argomenti avanzati dal governo greco – esisterebbe un’agorà europea – e non prevarrebbe la potenza relativa di questo o quello Stato. Non è pensabile, in una Federazione, che uno Stato membro venga punito, per il proprio debito, con l’estromissione dalle istituzioni federali e dalla loro moneta. Le Federazioni nascono proprio per evitare questo. Il fatto è che assistiamo a una formidabile regressione dell’Europa, e questo è il vero esperimento in corso. Il caso greco serve a mettere in questione l’idea sorta nel dopoguerra di un’Europa che sormonti in tre modi i vecchi equilibri fra potenze nazionaliste – la balance of power che scatenò due guerre mondiali nel ‘900: creando permanenti vincoli di solidarietà fra gli Stati, preservando le sovranità popolari che fondano le democrazie costituzionali, e facendo della lotta alla povertà, del Welfare, il perno della nascente comunità. La nuova Europa oligarchica che nella crisi è andata consolidandosi è governata da un finto “federalismo degli esecutivi”, come ha scritto Jürgen Habermas, e il direttorio è responsabile  dell’entropia che stiamo vivendo: un graduale depotenziamento dei Parlamenti, e una tendenza dell’unità europea a spoliticizzarsi e morire. L’entropia dell’Unione europea non comincia oggi ma già negli anni ‘70, quando la Commissione Trilaterale incaricò tre politologi di redigere il vademecum della democrazia de-costituzionalizzata, al fine di renderla “governabile”. (…). E se parlo di formidabile regressione, è perché quel che fa ritorno è l’antica offensiva ottocentesca contro il suffragio universale: quella che imperversò quando in Inghilterra furono introdotte le prime estensioni del diritto di voto. Il suffragio era il nemico da abbattere, perché metteva in forse i vecchi poteri costituiti. La stessa polemica colpì, grosso modo negli stessi anni, i primi timidi tentativi di introdurre leggi di Welfare contro le devastazioni sociali della rivoluzione industriale.Ambedue, suffragio e Welfare, rappresentavano una minaccia per le élite fino ad allora protette, e quindi per le autorità dei governi. (…).