"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

martedì 16 giugno 2015

Oltrelenews. 48 “Clima&Petrolio”.



Da “Effetto serra i giochi pericolosi degli apprendisti stregoni” di Federico Rampini, sul settimanale “Affari&Finanza” dell’8 di giugno 2015: Quaranta dollari per tonnellata: è la carbon tax che sarebbe necessaria per ridurre le emissioni di CO2 in misura tale da rallentare il cambiamento climatico. Ma nessuna grande nazione è disposta a varare una carbon tax di questa entità. Gli economisti spiegano che siamo in presenza di una classica situazione da free-rider, come si chiama chi sale in bus senza pagare il biglietto. Una carbon tax così elevata avrebbe forti costi sull’economia nazionale, ma i benefici andrebbero al resto del mondo. In un’ottica di interesse egoistico e di breve periodo, ciascuno calcola che conviene che siano altri a pagare. Questo spiega perché i progressi nella lotta alle emissioni carboniche siano insufficienti. La frustrazione spinge gli esperti a cercare un altro tipo di soluzione: la geo-ingegneria. Tecnologie che rallentino il cambiamento climatico senza passare attraverso la riduzione delle emissioni di CO2. Molti progetti sono stati esaminati in un rapporto della National Academy of Sciences, “Climate Intervention: Reflecting Sunlight to Cool Earth”. La maggior parte delle soluzioni di geo-ingegneria punta a riflettere la luce del sole, cioè a rinviarla al mittente per attenuarne l’effetto riscaldante. Si tratta di imbiancare la terra: le pareti dipinte di bianco garantiscono un ambiente più fresco perché il bianco riflette la luce, l’assorbe di meno dei colori scuri. Un altro paragone è quello con le eruzioni vulcaniche. Dopo il vulcano Pinatubo nelle Filippine (1991) ci fu un abbassamento di mezzo grado nella temperatura della terra. Il Pinatubo aveva proiettato nella stratosfera 20 milioni di tonnellate di anidride solforosa, le cui particelle rispecchiano i raggi del sole e schermano la terra. I progetti di geo-ingegneria puntano a provocare l’equivalente artificiale delle eruzioni usando mezzi tipo cannoni o missili che lancino nella stratosfera particelle di zolfo. Il rapporto dell’Academy mette in guardia contro i rischi che corriamo giocando agli apprendisti stregoni. Le finte eruzioni vulcaniche affronterebbero solo un problema – la temperatura – ma lascerebbero intatti altri effetti dell’inquinamento come l’acidità degli oceani. Né siamo sicuri che i benefici delle eruzioni artificiali sarebbero equamente ripartiti su tutte le zone del mondo. Questo apre la possibilità che le geo-ingegneria sia usata per scopi bellici: manipolando il clima per colpire i propri nemici.

Da “Dal patto Usa-Cina al fracking 2014, l'anno del sogno possibile” di Thomas L. Friedman, sul quotidiano la Repubblica del 15 di dicembre dell’anno 2014: (…). …l'incipit del mio editoriale ora dovrebbe essere così: (…). …il prezzo mondiale del petrolio è precipitato, rendendo meno probabile che il mondo faccia quello che secondo l'Aie dovremmo fare, cioè lasciare sottoterra la maggior parte delle riserve mondiali di petrolio e gas naturale. Come l'Aie ha osservato, «di qui al 2050 si potrà consumare non più di un terzo delle riserve dimostrate di combustibili fossili», se non si vuole rischiare di superare quella soglia dei 2 gradi di aumento della temperatura media oltre la quale, secondo gli scienziati, si metterebbero in moto processi sconvolgenti di scioglimento dei ghiacci, innalzamento del livello dei mari e fenomeni meteorologici di portata estrema. (…). Una delle ragioni per cui mi ero convinto che la bilancia stesse pendendo con decisione dalla parte dell'azione era una notizia rilanciata dalla Bbc da San Paolo del Brasile: «Nella più grande città del Brasile una stagione secca senza precedenti e una domanda di acqua in costante aumento hanno prodotto una pesantissima siccità». Quando una regione metropolitana di 20 milioni di abitanti rimane a secco a causa della distruzione delle sue foreste naturali e dei suoi bacini idrografici, sommata a un evento meteorologico estremo reso ancora più pesante, secondo gli scienziati, dai cambiamenti climatici, ostinarsi a negare l'evidenza diventa impossibile. Poi c'è stato quel patto di importanza storica del 12 novembre fra il presidente americano Obama e il presidente cinese Xi Jinping, che impegna gli Usa a ridurre le loro emissioni di anidride carbonica del 26-28 per cento rispetto ai livelli del 2005 entro il 2025, e che impegna la Cina a raggiungere il picco delle sue emissioni nel 2030 o anche prima. La Cina si è impegnata anche a sviluppare, sempre entro il 2030, fra gli 800 e i 1.000 gigawatt in più di energia pulita, il che darà una grossa spinta all'innovazione nel campo delle energie pulite e contribuirà a fare per il solare, l'eolico e le batterie quello che Pechino ha fatto per le scarpe da tennis, cioè ridurre significativamente i prezzi a livello mondiale. Ma che cosa succede se (…) il fracking, come successe con l'introduzione del pc che fece precipitare il costo dei calcolatori elettronici, finisse per inondare il pianeta di petrolio sempre più a buon mercato, ostacolando la riduzione delle emissioni? C'è una via d'uscita da questo dilemma. Bisogna prendere una scelta politica difficile che però porterà benefici al clima: alzare l'accisa sulla benzina. «Le strade americane si stanno sgretolando», (…). «Le infrastrutture cadono a pezzi. Le nostre ferrovie sono una barzelletta ». Nel frattempo il prezzo della benzina alla pompa sta scendendo verso i 2,5 dollari al gallone (il livello medio nazionale più basso dal 2009) e i consumatori corrono a comprare Suv e camion. La «soluzione chiara», (…), è fissare un prezzo per la benzina in America, per esempio 3,5 dollari al gallone, e poi tassare qualsiasi prezzo inferiore a 3,5 dollari fino ad arrivare a quel livello. Gli europei dovrebbero fare qualcosa di simile. «E poi cominciamo a spendere immediatamente i miliardi per le infrastrutture. Con una tassa di 1 dollaro per gallone, il governo Usa potrebbe intascare circa 150 miliardi di dollari l'anno», (…). «Il moltiplicatore degli investimenti darebbe un'ulteriore spinta all'economia sia americana che europea». E allora: un modo per fare del 2014 un anno realmente decisivo esiste: ma solo i leader politici possono scrivere quell'incipit.

Da “Un tetto di due gradi al surriscaldamento ma il mondo deve rinunciare al petrolio” di Maurizio Ricci, sul quotidiano la Repubblica del 9 di giugno 2015: (…). Dunque, ci siamo: sull’orlo dell’abisso, il mondo si è fermato e ha scongiurato la prospettiva di un pianeta inabitabile? La risposta è no. C’è in giro una diversa sensibilità, una nuova consapevolezza, una inedita urgenza nelle mosse dei politici. Usa e Europa sono riusciti a superare le resistenze di Canada e Giappone. Ma la virata è solo iniziata. Gli impegni presi finora da Usa, Cina, Ue non bastano a centrare l’obiettivo dei 2 gradi, oltre i quali il clima, dicono gli scienziati, impazzirebbe. La valutazione è di lord Nicholas Stern, uno dei massimi esperti internazionali sul clima. Di questo passo, arriveremmo oltre i 3 gradi nel 2100. Secondo Climate Action Tracker, gli impegni attuali costituiscono solo il 5 per cento di quello che sarebbe necessario già subito, entro il 2020. E, in realtà, nel 2030, invece di ridurre, staremmo più o meno come adesso. Perché, per diminuire le emissioni nel 2050, bisogna cominciare subito, anzi, è già tardi. E senza barare: Obama, la Merkel e gli altri G7, quando annunciano un impegno a ridurre le emissioni del 60-70 per cento, rispetto a quelle registrate nel 2010, sanno benissimo che, secondo gli scienziati, per centrare l’obiettivo dei 2 gradi, la riduzione deve essere, invece, più alta (l’80 per cento) e rispetto ai livelli di emissione del 1990, più bassi di quelli del 2010, dunque più severa. Anche le buone intenzioni, comunque, contano. E, in politica, costano anche. Soprattutto, se alle parole si vogliono far seguire i fatti ed evitare contraddizioni come il via libera di Renzi alle trivellazioni in Adriatico e di Obama nell’Artico. Perché, rispetto a Copenaghen, molte cose sono più chiare: a cominciare dalla posta in gioco e dagli interessi in ballo. Questa non è una storia da anime belle preoccupate per il destino delle cinciallegre e di vetri termici alle finestre per ridurre il riscaldamento. Se si vuole, si può anche azzardare una cifra: 28 mila miliardi di dollari, quasi quanto il prodotto annuale di tutti i G7. Sono le riserve di gas, petrolio, carbone in portafoglio — secondo gli analisti di Kepler Cheuvreux — ai grandi dell’energia, da Exxon in giù. La vera partita che sarà giocata a Parigi è cosa fare di queste riserve. Se non possono essere contate, il valore di Big Oil in Borsa sarà devastato e decimato. Ma, secondo una recente ricerca pubblicata su Nature , l’80 per cento delle riserve di carbone, metà di quelle di gas, un terzo del petrolio deve restare per sempre sotto terra: usarle significa sfondare il muro dei 2 gradi. Di conseguenza, bisognerebbe fare come se non esistessero. Quando Bp, Eni, Total, Shell sollecitano una tassa sulle emissioni puntano a salvare le riserve, pur accettando di pagare un costo maggiore. Ma, oltre Atlantico, Exxon e Chevron hanno trattato i loro colleghi europei da traditori e menagramo e fatto capire che sono pronti ad una resistenza ad oltranza. Prepariamoci ad uno scontro epocale sul futuro dei combustibili fossili. (…). …i politici dovranno dimostrare più coraggio di quello mostrato finora. (…).

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