"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

sabato 30 maggio 2015

Oltrelenews. 42 “Risorseumane”.

Da “Renzi e il mondo capovolto” di Giovanni Mazzetti - docente di Economia Politica presso l’Università della Calabria -, su “il Fatto Quotiidano” del 25 di ottobre dell’anno 2014: (…). Cercherò di spiegare perché Matteo Renzi ha una visione capovolta della sua stessa azione, con la conseguenza che questa produce e produrrà effetti opposti rispetto a quelli positivi da lui immaginati, finendo con l’inguaiare tutti noi. Un capovolgimento che è ben espresso anche dal tema della Leopolda che recita: “Il futuro è solo l’inizio”. Cominciamo dall’esordio. Matteo Renzi ha presentato se stesso sulla scena nazionale come un “rottamatore”. Questa figura allegorica è stata mutuata da una pratica mercantile in vigore negli anni passati, grazie alla quale chi aveva un’auto malandata poteva rivolgersi ai rivenditori facendosela valutare per un certo ammontare, che veniva poi scalato dal prezzo d’acquisto di una nuova. Ne è in qualche modo scaturita la convinzione che il rottamare corrisponda a nient’altro che al sostituire un’auto vecchia con una nuova fiammante. Ma questo è l’effetto di una distorsione dell’esperienza. In realtà il rottamatore non è né il concessionario che attua l’operazione di compravendita, né il produttore dell’auto nuova che va a sostituire la vecchia. Il rottamatore è colui che riceve il sottoprodotto dei comportamenti altrui, in quanto si limita a far rottami del veicolo scartato. Dalle sue mani escono, pertanto, cose che non hanno più alcuna utilità.
Ora, è certo che Renzi fantasticava di essere in grado di mettere magicamente nelle mani della società le chiavi di un futuro nuovo fiammante, ma nella realtà, come dimostra il disastro della fuga in massa degli iscritti dal Pd, si è limitato a smantellare quel poco di un organismo sociale con qualche residua capacità orientativa, che cercava maldestramente di sopravvivere nella bufera. Renzi, lungi dal convenire che la fuga in massa dei militanti costituisce un problema, ha sciorinato subito la “giustificazione”: sarà pure sparito qualche centinaio di migliaia di militanti del suo partito, ma sono stati guadagnati alla sua causa milioni di elettori! Questi rappresenterebbero la “macchina nuova” che lui consegnerebbe alla società. Ma solo degli ignoranti possono considerare gli elettori come un qualcosa di equivalente ai membri di un organismo sociale come un partito, anche se le sue radici storiche si stavano rinsecchendo. La differenza che passa tra l’appartenenza a un organismo sociale come un partito e il votare qualcuno è, ai nostri giorni, la stessa che passa tra il convivere o lo sposarsi con una persona per costruire un progetto di vita e lo sfogarsi con una prostituta per un piacere occasionale. Pertanto, quando Renzi e i suoi seguaci vantano i risultati delle elezioni europee, e minimizzano gli effetti devastanti delle loro iniziative sull’organismo del partito, ogni persona dotata di discernimento percepisce il millanta-mento e rifiuta di accodarsi alla processione dei consenzienti. Un secondo indizio del procedere capovolto di Renzi sta nella sua presunzione di “sapere perfettamente (!) quello che c’è da fare”, cosicché non dovrebbe confrontarsi con un problema, bensì imporre una soluzione che gli è nota. Come molti “giovanotti” rampanti, Matteo Renzi pensa veramente che ciò che ha in mente abbia natura diversa dalle proposte e dagli interventi di quelli che l’hanno preceduto negli ultimi decenni. Ma come recita un antico detto francese “plus ça change, plus c’est la même chose”. Se conoscesse un po’ di storia, Renzi saprebbe che nel 1929 dopo il crollo di Borsa, il presidente Hoover negli Usa abbatté le imposte per ridare fiato agli investimenti privati, ma non ottenne alcun effetto pratico; così come nel 1975 il premier Wilson in Inghilterra fece la stessa cosa, finendo a sua volta in un cul de sac che lo costrinse alle dimissioni. D’altra parte, il tagliare le tasse era lo slogan preferito di Reagan, della Thatcher e poi di Berlusconi. (…). …ciò che Renzi cerca di presentare come novità mai pensate sono in realtà ferri vecchi culturali. Ma uno di questi indizi è particolarmente chiarificatore. Dopo cento anni di dibattito sul problema, la Costituzione italiana, come quelle di altri paesi europei, ha riconosciuto nel 1948 che “il lavoro è un diritto”. Poiché la vita sociale è fondata sul lavoro deve essere garantita a tutti la certezza di poter lavorare. Ma Renzi non è convinto di tutto ciò e ha proclamato apertamente che “il lavoro non è un diritto, bensì un dovere”! Da questo punto di vista la Costituzione ha le idee ben più chiare di Renzi, visto che non scinde affatto (art. 4) il diritto dal dovere. È infatti proprio perché la Repubblica è fondata sul lavoro, che da un lato riconosce ai cittadini un diritto al lavoro, dall’altro li chiama al dovere di svolgere un’attività che arricchisca materialmente e culturalmente la società. Che nessuno, nella direzione del Pd, sia scoppiato a ridere di fronte all’affermazione, la dice lunga sull’amnesia sociale che ha colpito quel partito. E il fatto che Renzi abbia riscosso un successo elettorale nonostante i discorsi che fa ci dice che la società tutta è stata colpita da una sorta di Alzheimer, che le ha fatto rimuovere la propria storia e la propria cultura, con la conseguenza di una disintegrazione della sua stessa identità.

Da “Renzi, specialità autointervista” di Andrea Scanzi, su “il Fatto Quotidiano” del 30 di maggio 2015: (…). Qualcuno potrebbe chiedersi perché, se c’è Renzi in tivù, non c’è quasi mai un giornalista (troppo) “critico”. Il motivo è semplice: è Renzi a imporlo. (…). Funziona così: Renzi va in tivù solo se, quasi sempre, si intervista da solo. Accade in particolare da quando è Presidente del Consiglio, riverito come nessuno prima di lui. Una delle leggende metropolitane vuole Renzi “bravissimo mediaticamente”. È vero in parte: in qualsiasi bar toscano trovi personaggi più simpatici di lui, ma è evidente che – se sei tu a decidere le regole del gioco – tutti possono apparire efficaci. Ma proprio tutti. Persino Renzi. Anche in questo, nella propensione monologante e nella concezione dispotica (“O con me o contro di me”), Renzi è analogo a Berlusconi. Il quale, prima di essere la controfigura di se stesso, era se non altro un genio (del male) della comunicazione. Renzi neanche questo: è un epigono, un personaggio marginale divenuto dominante grazie alla pochezza degli avversari (quasi tutti) e alla compiacenza del giornalismo (quasi tutto). Se lo faceva Berlusconi era inaccettabile, se lo fa Renzi è normale. Se lo diceva la Carfagna era inaccettabile, se lo dice la Boschi è manna dal cielo. Funziona così, e funziona male. (…). Negli ultimi giorni Renzi ha puntualmente invaso, quasi sempre indisturbato, le tivù italiane. Lo ha fatto sfruttando un enorme potere contrattuale: non è più in grado di drogare gli ascolti come un tempo, e le sue supercazzole suonano già stantie, ma è pur sempre il Presidente del Consiglio. Naturale che qualsiasi talk show lotti per averlo. Lui se ne approfitta, punendo i programmi a lui sgraditi e frequentando la concorrenza. Formigli gli sta antipatico? Lui va da Del Debbio. Santoro non lo sopporta? Lui va da Porro. Paragone è poco filogovernativo? E lui fa il pallone in Champions League (non è vero, ma potrebbe esserlo). Al massimo, nei contesti “infedeli”, spedisce al massacro i renziani minori (Bonafè, Rotta) o i piddini che detesta (Fassina). Quando poi in tivù lui non c’è, niente paura: ecco i sempiterni Rondolino e le Meli a difendere il fortino renziano. (…). Il problema (…) riguarda (…) l’informazione televisiva (e non solo televisiva) nel suo insieme: è accettabile che un Presidente del Consiglio decida dove andare e dove no, scelga gli ospiti e magari (in alcuni casi) pure le domande? O è piuttosto una stortura terrificante, che molti reputano tollerabile perché Renzi ha la patente dell’uomo di sinistra (come no)? Un simile stato delle cose ha generato un’informazione persino più filogovernativa del solito. Come ha riassunto Carlo Freccero, noto gufo disfattista: “C’è un servilismo nei confronti di Renzi che è insopportabile, al confronto Berlusconi era sempre attaccato. Una cosa vergognosa. Se fosse successo con Berlusconi saremmo andati in piazza tutti”. Arduo dargli torto.

Nessun commento:

Posta un commento