"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro.

venerdì 27 marzo 2015

Quellichelasinistra. 7 “Democrazia significa resistenza”.




“Did you mean Sling/Forse cercavi Sling" (2012) di Luca Viapiana. Oil, Acrylic on Thermal Paper applied on Canvas. Cm 120x80.

“Quelliche…” provano a scalare le impervie cime dell’umano pensiero, cime inesplorate e negate alla generalità degli uomini; “quelliche…” come soggiogati dal mito di Sisifo – che condannato a trasportare un enorme masso sulla cima del monte vedeva lo stesso masso rotolare alla base del monte e per l'eternità avrebbe dovuto ricominciare da capo la sua scalata senza mai riuscirci - provano e riprovano le impervie scalate e vedono miseramente ruinare il loro debole pensare; “quelliche…” discettano su “destra/sinistra”, ovvero di “destracontrosinistra”, o ancor di più della “sinistradidestra” e/o della “sinistradisinistra”. Un delirio! Non un inerpicarsi su per le ardue, alte cime dell’umano pensiero, ma un inabissarsi nello sprofondo ove seppellire ciò che resta di una Storia che è stata grande ed alla quale gli gnomi dell’oggi mal si rapportano. "Quelliche..." a dismisura provano, con chiassosa dialettica, a sproloquiare su tutte le “sinistre” esistenti, e se non esistenti, immaginabili, una, due, tre… Un’infinità di “sinistre”, frutto di un pensiero paranoico  come forma precipua di una “psicosi caratterizzata dallo svilupparsi graduale di forme di delirio cronico, ma lucido e coerente, non allucinatorio” (da Sabatini/Coletti). Un delirio, per l’appunto! Ha toccato i vertici di quel delirio Marc Lazar allorquando nel suo “Le tre sinistre” – sul quotidiano la Repubblica del 25 di marzo 2015 – ha scritto:

martedì 24 marzo 2015

Oltrelenews. 33 “Storytelling”.



Da “Racconto un sacco di balle, ma se lo chiamo storytelling…” di Alessandro Robecchi, su “il Fatto Quotidiano” del 10 di dicembre dell’anno 2014: Dicesi storytelling un complesso sistema di pubblicazioni, notizie, modi di comunicarle, stili innovativi, segnali mediatici, ripetizioni ossessive perché il concetto entri anche nelle teste più dure, nuovi approcci, citazioni. Insomma un po’ tutto quello che una volta si chiamava “comunicazione” e ora fa più fico dirlo in inglese. (…). Immaginiamo, per esempio, un medio imprenditore tedesco, o cinese che voglia investire qui. Potrà valutare lo storytelling corrente e ben oliato dai media – ottimismo, ripresa, riforme, Jobs act, camice bianche, ministri da copertina, modernità, parole inglesi – oppure valutare lo stato delle cose: leggi complicatissime, giustizia lenta, corruzione, malavita, er Guercio, il mondo di mezzo e altro ancora. Potrà leggere i discorsi “luminosi e progressivi”, oppure i titoli delle inchieste in corso. I recenti fatti di cronaca, per esempio, rendono l’attuale storytelling governativo, tutto incentrato sul futuro, un po’ fuori luogo. Bella storia, insomma, ma smentita ogni giorno. Si è provato, è vero, all’inizio e per un annetto a ridicolizzare che si opponeva al racconto sorridente, ottimista e positivo ( “gufi”, è già parola soprassata, sepolta), ma poi le smentite della realtà si sono fatte implacabili, e quel racconto, quello storytelling, oggi non sfonda più, non conquista. Non perché gli manchino elementi di fascino: a chi non piacerebbe essere moderni, carini, sexy, glamour, con un’economia frizzante e un governo di ragazzini ben pettinati? Piuttosto perde credibilità perché fornisce immagini troppo distanti dalla realtà che si vive ogni giorno. In certi casi, insomma, anche se è inglese e fa fico, costruire un elaborato racconto – una narrazione –  troppo lontano da quel che accade può trasformarsi in autogol.

lunedì 23 marzo 2015

Oltrelenews. 32 “Falsinbilancio”.



Da “Falso in bilancio ora è impossibile” di Bruno Tinti, su “il Fatto Quotidiano” del 17 di gennaio 2015: Ma perché nessuno glielo dice Renzi che il suo ministro della Giustizia di Giustizia non capisce niente? Ha senso assumersi orgogliosamente la paternità degli inciuci? Per di più affrontando con superba faciloneria questioni tecniche di cui sfuggono significato e conseguenze. Prendiamo l’ultima schifezza, il falso in bilancio riveduto, corretto e rimasto tale quale. Orlando e Renzi lo sanno cosa sono le soglie di punibilità e a che servono? Evidentemente no, però – se hanno pazienza – leggendo qui lo possono capire. Queste soglie nascono nel 1982, con i reati tributari: sono talmente tanti che è impossibile celebrare tutti i processi. Attenzione, tutti i processi per i reati che si scoprono; che sono una piccola parte (il 10 %) di quelli che si commettono. Sicché si decide di alleggerire lo strumento penale: sarà utilizzato solo per le evasioni più rilevanti quelle al di sopra di una certa “soglia” (fissa, uguale per tutti, non percentuale); per quelle più piccole, sotto la “soglia”, se ne occuperà l’Agenzia delle Entrate che oltre a riscuotere le imposte dovute, irrogherà sanzioni amministrative, le multe. Il sistema dunque sanziona tutta l’evasione fiscale (scoperta): parte con la Giustizia penale e parte con quella amministrativa. Ma le “soglie fantasiosamente immaginate dall’avv. Ghedini in Tribuna le a Milano, mentre difendeva B. imputato di falso in bi lancio, respinte con perdite perché non previste dalla legge, quindi introdotte con legge dallo stesso B., oggi riproposte dal duo dinamico, semplicemente depenalizzano questo reato. In altre parole se la posta falsificata è inferiore al 5 % del risultato di esercizio, o all’ 1% del patrimonio netto, il bilancio è falso sì; ma è un falso lecito; nessuna sanzione, penale o amministrativa è prevista. La cosa più assurda è che tanto più è ricco il falsificatore, tanto più è elevato il falso; ma, purché inferiore alle soglie, non costituisce reato. Invece un piccolo falsificatore, che però superi le soglie lui sì che può essere condannato.

domenica 22 marzo 2015

Cronachebarbare. 33 “Le nostre vite senza ieri”.




“Untitled 5” di Luca Viapiana (2014). Oil, Acrylic on Thermal Paper applied on Canvas. Cm 69x68.  

Il sabato 18 di agosto dell’anno 2012 sul quotidiano la Repubblica appariva, nelle pagine della “Cultura”, un testo che portava per titolo “Quant'è crudele la crisi vista dalla provincia”. La lettura mi rivelava poi essere quel testo un estratto di un lavoro editoriale a firma di Edoardo Nesi pubblicato per l’editore Bompiani – “Le nostre vite senza ieri”, pagg. 160, € 16 –. Si era a quel tempo, che sembra perdersi lontano nelle ere geologiche, appena passati dai governi dell’uomo di Arcore al governo del “tecnico” Monti, per succedere poi il governo del Letta jr. per approdare infine al governo del “pifferaio”copyright di Eugenio Scalfari, suo estimatore a fasi lunari alterne – dell’oggi. Mi ha incoraggiato riprendere quel testo tutta una serie di ragioni. La prima delle quali è stata l’irresistibile ascesa, tra i “post più popolari” di questo blog, del post del 21 di febbraio ultimo che ha per titolo “L’Italia triste senza più vere passioni”, segno evidente che il tema affrontato ha i suoi estimatori. In un mondo rappresentato con estrema banalizzazione come popolato da un ben nutrito numero di “gufi” e di “rosiconi” non davo per certo che quel post riuscisse ad interessare i pochi malcapitati navigatori dell’immensa rete approdati sulle impervie, desolate spiagge del mio blog. Ma è accaduto. Buon segno.

sabato 21 marzo 2015

Oltrelenews. 31“Corruzione/prescrizione”.



Da “Questo sistema serve alla politica” di Bruno Tinti, su “il Fatto Quotidiano” del 13 di dicembre dell’anno 2014: (…). La prescrizione. Renzi&C. dicono che vogliono aumentarla. Di quanto? In realtà non importa. (…). La pena è finta. Fino a 4 anni in prigione non ci si va. Ma ci pensate? Si spendono una marea di soldi, si passano anni e anni a giocare in aule di giustizia e, sempre che si arrivi a sentenza definitiva di condanna, si dice all’imputato; sei colpevole, ti toccano 3 anni e 11 mesi. Vai pure a casa. Se poi la condanna è di 5 anni, si sconteranno 7 mesi e mezzo; e se fosse di 6 (praticamente mai si danno pene del genere) si sconterebbe 1 anno e mezzo. 10 anni di galera sono poco più di 3. Ma dai! In queste condizioni, perché corruttori e corrotti dovrebbero smettere di delinquere? L’unico guaio che gli può toccare, dopo aver messo al sicuro una barca di soldi, è farsi pochi mesi di carcerazione preventiva (fino a quando la politica non la eliminerà, come periodicamente minaccia di fare. Ma si sa, è una conquista di civiltà). Quale riforma possono partorire Renzi&C. se non modificano questa situazione? Che non sarà modificata. Pensateci. Quale cittadino di normale buon senso potrebbe volere un sistema del genere? Chi (esclusi gli amici di mafiosi e criminali e di politici associati, tanti ma pur sempre una minoranza della popolazione) direbbe al suo politico di collegio elettorale: ti voto, vai e realizza un sistema così? Nessuno, ovviamente. Allora come ci si è arrivati? Perché alla politica serve un sistema così. Perché la politica è fondata sul malaffare, perché i politici campano di reati o di sovvenzioni criminali. E non possono permettersi un sistema penale che blocchi il sistema che gli dà da vivere, anche nel senso stretto del termine. Una prova? C’è un sistema semplicissimo per battere la corruzione. Spezzare il sodalizio necessario tra corrotto e corruttore. Oggi entrambi, se scoperti, sono punibili, tutti e due in galera. Ma, se si prevedesse che il primo che denuncia l’altro, anche prima di un’indagine, andrà esente da pena, il vincolo è reciso. Chi si fiderebbe a farsi corrompere sapendo che, appena c’è in giro puzza di indagini, qualcuno può comprarsi l’impunità denunciandolo. E viceversa. Sistema banale, non a caso adottato da sempre negli Usa e di cui io parlai la prima volta negli anni 70 a Beniamino Andreatta, un Dc onesto e preparato che fu subito d’accordo. Naturalmente non se ne fece niente. Ma, se quello denuncia il falso? Va in prigione per calunnia. Non è che basti la denuncia per condannare, ci vanno i riscontri. Se non si trovano, poveretto lui.

giovedì 19 marzo 2015

Cosecosì. 93 “Forza Italia!”.



Ha scritto oggi sul quotidiano la Repubblica – “I peccati di famiglia” – Francesco Merlo: (…). Il metodo Alfano, che adesso Lupi sta sperimentando, è quello del ministro dimezzato ma salvato, del “calati juncu ca passa la china”, impresentabile ma blindato anche alle mozioni di sfiducia. Persino Crozza (…) ha ricordato a Renzi che per molto meno si scagliò contro Annamaria Cancellieri. I peccati della famiglia Mastella fecero cadere il governo Prodi. La signora Idem fu cacciata da Enrico Letta per una Ici elusa. Adesso invece Renzi sembra la parodia di Forlani, fa sapere fuori scena di volere cacciare Lupi, ma in scena tace e intanto il fido Graziano Del Rio prende tempo, “stiamo valutando”, “il ministro ci sta pensando”… È forlanismo senza curialità, mancanza di coraggio, una sostanziale difesa dell’impunito costruita però sull’imbarazzo. Prima o poi anche loro capiranno che ministri e governi dimezzati impongono un gusto e un’ideologia da mezze porzioni politiche che rinviano alle mezze maniche, alla mezze calzette, ai mezzi uomini di Sciascia. È la cronaca politica del malaffare, sempre la stessa, che non smuove nulla, che ha mitridatizzato un popolo tutto, popolo bue che rimane indifferente alle sempre più grosse porcherie compiute nel mondo della politica.

mercoledì 18 marzo 2015

Oltrelenews. 30 “Labuonascuola”.



Da “Ove si delinea la terrificante linea gerarchica della scuola italiana” di Aldo Ettore Quagliozzi, tratto dal volume “I professori”– cap. XXIX, AndreaOppureEditore (2006), pagg. 194 € 8,00 -: (…). …è tutto un rincorrersi di ricordi e di immagini di una esperienza personale chiusa nell’impenetrabile mondo della scuola pubblica italiana. Ed è un riconoscere situazioni e problematiche che un tempo ti parevano essere riservate alla tua personale sventura di essere capitato in un certo luogo, in una certa scuola e con quella “testa gloriosa”  di preside allora, di dirigente poi, tanto la sostanza non subiva variazione alcuna, mentre scopri che in fondo quel tale luogo, quella tale scuola, quella tale “testa gloriosa” hanno una universalità insospettata. Ma come avrebbe potuto la scuola pubblica italiana affidarsi a dirigenti all’altezza della situazione se essa, scuola pubblica italiana, ha sempre pescato al suo interno chi promuovere allo scranno massimo di carriera, proprio tra quel suo personale che dopo anni e anni di ripetitiva attività, di melensaggini varie e non avendo più alcunché da dire sul piano pedagogico-didattico, si sobbarcava la “fatica” di un concorso per abbandonare la “cattedra” e per assurgere ai fasti dirigenziali? La selezione operata è sempre avvenuta con un terribile “fattore limitante” dovuto all’estrazione propria dei futuri dirigenti scolastici dalle file degli insegnanti quasi sempre i più demotivati, i più angosciati dall’idea di dover nel quotidiano sobbarcarsi la “fatica” di dare ascolto alle voci inquiete delle giovani generazioni, senza risposta alcuna da offrire; molto più comodo allora leggere e rispondere alle “sudate carte” del provveditorato prima, del C.S.A., terribile acronimo, poi. (…).

martedì 17 marzo 2015

Oltrelenews. 29 “Grexit?”.



Da “Tsipras farà cambiare passo all’Europa”, intervista di Eugenio Occorsio al professor Jean-Paul Fitoussi pubblicata sul settimanale “Affari&Finanza” del 2 di febbraio 2015: «Finalmente dall’Europa cominciano ad arrivare buone notizie. Negli ultimi giorni ne sono arrivate due, entrambe importantissime: l’annuncio del quantitative easing della Bce e la vittoria di Syriza alle elezioni greche. Vogliono dire che qualcosa sta finalmente cambiando nell’eurozona ». (…). «Salutiamo con gioia la decisione del popolo greco di eleggere un governo impegnato in un fondamentale cambiamento della politica europea» (…). Professor Fitoussi, perché tanta gioia? Non sarà pericolosa questa voglia di avventurismo del nuovo governo greco, il fatto che il loro modello è Che Guevara? «Macché. Come avete visto dai primi incontri ad Atene con il presidente del Parlamento europeo, Martin Schulz, di giovedì scorso, e il giorno dopo con il capo dell'Eurogruppo, Jeroen Dijsselbloem, si tratta di persone molto ragionanti. Credetemi: finora gli unici pericoli per l’Europa li hanno dati la Merkel e i suoi epigoni. Ma lo sa che il reddito dei greci è sceso del 40% dall’inizio della crisi, che non c’è più copertura a malattie che non esistevano da 70 anni? Che la gente è alla fame, il tasso di suicidi aumenta, metà dei giovani sono senza lavoro? Come membri della Progressive Economy Initiative abbiamo preparato un rapporto chiamato Call for Change in occasione delle elezioni europee del 2014 in cui anticipavamo i principi e i programmi di Syriza. Somministrare dosi massicce di austerity a un malato grave equivale ad ucciderlo. Cosa volevano aspettare, i governi e la commissione europea, per capire che è ora di cambiare? Una rivoluzione per le strade di Atene? Sangue e forconi per le capitali europee? Dobbiamo ritenerci fortunati se il cambiamento è arrivato per la via migliore, quella di libere e democratiche elezioni. E che la politica si riprende finalmente il suo ruolo. I tecnici devo fare quello che dicono i po-litici, non il contrario. Italia, Francia e gli altri devono prendere esempio».

lunedì 16 marzo 2015

Sfogliature. 37 “Charlie Hebdo, terrorismo e mestiere delle armi”.



Ora che il fiume alluvionale della cronaca, non ancora divenuta Storia, sembra avere preso un andamento carsico sottraendosi alla morbosità della comunicazione, torna utile una riflessione su quell’immane sciagura che il “terrorismo” sembra rappresentare per l’intero globo terracqueo. Mi soccorre nell’occasione un mio post che risale al 20 di novembre dell’anno 2003 e che si trova raccolto in una abbondante “miscellanea” di interessanti letture e pensieri. Scrivevo a quel tempo: Afferma Susan Sontag (letto su “la Repubblica” del 20 di novembre 2003): (…). …la parola “terrorista” è più duttile di “comunista”. Può accomunare un maggior numero di lotte e interessi diversi. Ciò probabilmente significa che la guerra sarà infinita, perché esisterà sempre qualche forma di terrorismo (così come esisteranno sempre povertà e cancro); vale a dire, conflitti asimmetrici in cui la parte più debole utilizza una forma di violenza che di solito prende di mira i civili. La retorica politica americana, che non coincide necessariamente con l’opinione pubblica del paese, è pronta a sostenere questa infausta prospettiva, poiché la lotta contro il male non ha mai fine. (…).

sabato 14 marzo 2015

Oltrelenews. 28 “3%”.




Da “La chiarezza che manca sul pasticcio del 3%” di Stefano Passigli, su il “Corriere della sera” del 15 di gennaio 2015: Caro direttore, per meglio valutare la decisione del governo di depenalizzare qualsiasi evasione fiscale che resti nei limiti del 3% del reddito imponibile è opportuno considerare innanzitutto due aspetti. In primo luogo, occorre ricordare che la normativa vigente già configura l’esistenza di un reato solo se le imposte evase superano i 50 mila euro. La non rilevanza penale di evasioni fino al 3% dell’imponibile potrebbe invece coprire redditi ben più elevati dell’attuale soglia di 1.667.000 euro ed evasioni ben superiori a 50 mila euro. Depenalizzare in questo modo l’evasione non avrebbe l’effetto di tutelare chi fosse involontariamente caduto in errori o di rendere più «umano» il Fisco nei confronti dei piccoli evasori, ma quello di impedire il ricorso alla sanzione penale in molti casi di evasione da parte di contribuenti con redditi anche elevati o di ingenti violazioni Iva da parte delle imprese. Una decisione che va in direzione opposta a quella adottata dal Fisco degli Usa o dei maggiori Paesi europei. L’obiettivo del governo di rendere più agile il rapporto tra cittadini e Fisco è giusto, ma la misura adottata è inadeguata. Non deve dunque sorprendere che sia il presidente della Commissione cui il governo aveva affidato la formulazione dei provvedimenti attuativi della delega (il professor Gallo, già presidente della Corte costituzionale e ministro delle Finanze del governo Ciampi), sia i dirigenti del ministero direttamente competente in materia, abbiano dichiarato di non essere stati all’origine del provvedimento. Una misura errata può essere introdotta in un provvedimento normativo per errore. E non mancano gli esempi in proposito. Ma nel caso in questione è difficile crederlo. La massima parte dei cittadini ignora che in base ai regolamenti vigenti le riunioni del Consiglio dei ministri sono precedute da un pre Consiglio ove i vari uffici legislativi dei ministeri esaminano, sotto la supervisione del sottosegretario alla presidenza del Consiglio e del capo del dipartimento Affari giuridici e legislativi, i provvedimenti all’ordine del giorno del Consiglio dei ministri. I partecipanti rappresentano il meglio dell’esperienza e della cultura giuridica presenti nella nostra Pubblica amministrazione, e provengono in larga parte dal Consiglio di Stato o dalla Corte dei conti. È impensabile che essi possano non aver compreso il reale portato dell’art. 19 bis del Decreto se il testo della misura fosse stato effettivamente sottoposto al loro esame. Purtroppo, troppo spesso anche il Consiglio dei ministri approva solo le linee generali di provvedimenti ancora in fieri , che vengono poi formulati puntualmente in un secondo tempo. È presumibile che questo sia ciò che è avvenuto. Ma se così è, è opportuno che il presidente Renzi non si limiti ad annunciare che la misura sarà rivista e che nel frattempo non entrerà in vigore, ma assicuri che essa verrà ritirata o radicalmente modificata. È insomma necessario e politicamente auspicabile — specie alla vigilia delle delicate scadenze istituzionali e legislative che attendono le Camere — che l’errore venga non solo riconosciuto ma eliminato, e che non si cerchi di difendere la misura con argomenti speciosi, come qualcuno ha tentato di fare danneggiando il governo anziché aiutarlo. Non si deve essere più realisti del re; e il re, nella persona del capo del governo, si è già pronunciato indicando che gli effetti negativi saranno rimossi. I problemi del sistema fiscale italiano non si risolvono varando misure errate che possono tradursi in un vantaggio per i grandi evasori, ma rendendo più equa la distribuzione del carico fiscale. Deve essere quest’ultimo il vero obiettivo dell’attuazione della delega.

venerdì 13 marzo 2015

Oltrelenews. 27 “80 €”.



Da “Filosofia 80 euro: se vuoi l’uovo oggi uccidi la gallina domani” di Alessandro Robecchi,  pubblicato su “il Fatto Quotidiano” del 22 di ottobre 2014: Sfugge il perché della cifra, ma sono sempre ottanta. Silvio preferiva i multipli di dieci: un milione di posti di lavoro, mille euro a chi fa un bambino, eccetera eccetera. Matteo si concentra sulla tabellina dell’otto: ottanta euro di qui, ottanta euro di là, e pare che il ministro Padoan si adegui (ottocentomila posti di lavoro). Probabile che sia una di quelle trovate dei guru della comunicazione: “ottanta euro” è ormai entrato nelle orecchie, nelle menti, nei cuori e in parecchi bilanci famigliari e tanto vale farne un brand. Avvertenza importante, qui non si fa facile snobismo: 80 euro sono 80 euro, in un anno fanno 960, che non bastano certo per invogliare a fare un bambino, ma che possono alleggerire un po’ la vita a chi già lo sta facendo. Questo per dire che non metteremo qui in dubbio la contadinissima e saggia teoria delle nostre nonne: se qualcuno ti regala dei soldi, tu prendili. Ora si tratta di capire cosa si cede in cambio di ottanta euro, siano quelli della “più grande riduzione fiscale” nella storia della galassia, siano quelli del bonus bebé, siano quelli prossimi venturi (ottanta euro a chi non si tinge i capelli, a chi smette di fumare, a chi sa cambiare una gomma alla macchina, eccetera). La sensazione è che si richieda, in cambio di quei soldi, una soddisfatta rinuncia a soluzioni strutturali. Per dire: in un paese dove ci sono un milione e 400 mila bambini in situazione di povertà assoluta, consegnare dei soldi a chi fa un bambino, anche se ha un reddito che sfiora i 90.000 euro annui, fa un po’ impressione. Così come avrebbe dovuto fare un po’ impressione il regalo di altri soldi (80 euro) a chi guadagna dagli otto ai venticinque mila euro l’anno, senza darli a chi ne guadagna addirittura meno. Ma questo è un punto economico. C’è invece anche un punto politico che vale la pena di esplorare. Se diventa una prassi quella di sganciare un po’ di soldi “a tema” anziché affrontare seriamente le carenze strutturali del welfare, la strada che si segue è quella di un potere lievemente medievale. Il signore dà al contado, se e quando gli va, se e quando ne ha voglia. Il contado applaude. Il signore decide chi premiare, con un occhio di riguardo per il suo elettorato o quello che potrebbe diventarlo. (…). Lo scambio di un diritto (contratto, stipendio decente, assistenza, welfare) per un po’ di contante è reso affascinante dalla crisi corrente e da una certa – abilmente costruita – diffidenza nei confronti dei diritti. Cioè: se si fa strada l’impressione che i diritti acquisiti si possono cancellare con un decreto legge, una delega in bianco, un voto di fiducia, significa che non sono così granitici e sicuri. Meglio ottanta euro subito piuttosto di certe garanzie che possono sparire da un momento all’altro. Si tratta, diciamo così, di un welfare-beneficienza al posto di un welfare-equità. La differenza è piuttosto evidente, ma mai evidente come mettersi in tasca 80 euro. Il che stravolge alcuni famosi proverbi. Sarà che è meglio un uovo oggi che una gallina domani, ma qui si va oltre. Si uccide la gallina oggi per avere un uovo oggi. E domani? Si vedrà: al buon cuore di chi lascia la mancia.