"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro.

mercoledì 30 dicembre 2015

Paginatre. 16 “Buon anno, Terra!”.



Da “L’Occidente in guerra con la natura” di Emilio Molinari, su “il Fatto Quotidiano” dell’11 di dicembre 2015: L’Isis ha dichiarato guerra all’Occidente, rispondiamo senza pietà al canto della Marsigliese. Non ho tentennamenti nella condanna al terrorismo e al cordoglio delle vittime, ma l’unanime grido: sono in gioco la nostra civiltà, i nostri valori, il nostro stile di vita, la nostra felicità e la nostra gioia…mi inquieta. Perché? Perché sono convinto che siamo nel bel mezzo di una “Terza Guerra Mondiale a pezzi” di cui il terrorismo in nome di Dio è solo uno dei tanti pezzi. Che l’orrore parigino è solo una delle tante “rotture” con le quali il pianeta ci segnala che non ci regge più…e non regge proprio il nostro stile di vita, la nostra felicità, la nostra gioia e… l’arroganza della nostra cultura. Perché siamo in guerra con la natura, la quale proprio a Parigi, alla Cop 21 sul clima, ci presenta un conto salatissimo, tragico e ultimativo. E non sarà chiudendo la bocca agli ambientalisti in nome della sicurezza che risolveremo i problemi. Siamo in guerra con gli emigranti che assediano le nostre frontiere. Siamo in guerra con i beni comuni: l’acqua, la terra, l’aria, il fuoco. Le guerre portano il segno dell’accaparramento dei combustibili fossili che scarseggiano. Sono infinite e hanno provocato un milione di morti nel solo Iraq: dolore, torture e indicibili umiliazioni, inflitte a intere popolazioni dall’Occidente, senza “dissociazione” alcuna da parte nostra. Ci scusiamo dopo, per gli errori commessi, mai per gli orrori e il dolore generati. I mutamenti climatici provocano morte e dolore incalcolabili. Quarantasette bambini ogni giorno muoiono affogati in Bangladesh, solo perché il paese va sott’acqua. E non per colpa dei poveri della terra, ma perché ogni ora il nostro mondo spara nell’atmosfera centinaia di milioni di tonnellate di CO2 all’anno. Siamo in guerra per l’acqua e con l’acqua e pensiamo di privatizzarla. I nostri governi e le nostre multinazionali negano l’accesso all’acqua potabile a un miliardo di persone e 5.000 bambini muoiono ogni giorno per questa ragione. Siamo, (…), in guerra con i contadini per accaparrare le terre e cacciarne uomini e donne che ci vivono da secoli.

sabato 26 dicembre 2015

Paginatre. 15 “Il Natale non è dei poveri del mondo”.



Da “Aylan commuove solo d’estate” di Silvia Truzzi, su “il Fatto Quotidiano” del 10 di dicembre 2015: (…). Era settembre. E allora eravamo tutti ancora molto attenti a cosa succede nel Mediterraneo. Perché eravamo appena tornati dalla vacanze e al mare ci andiamo a fare il bagno. Ci avete fatto caso? D’estate l’emergenza migranti è sulle prime pagine, d’inverno miracolosamente sparisce. Certo, è vero. D’inverno ci sono meno barconi in arrivo. Ma i bambini muoiono lo stesso. Ieri, solo per fare un esempio, un altro barcone carico di migranti è affondato nelle acque dell’isola greca di Farmakonissi. Sono morte almeno 11 persone, e di queste, 5 erano bambini. Farmakonissi? Dov’è? Boh. Chi lo sa. Non si sa. E chissenefrega. E poi fa freddo, tra un po’ è Natale, si aspettano renne e neve, si guarda più alla montagna, che al mare. Eppure ieri la Fondazione Migrantes ha diffuso dati agghiaccianti. I morti sono più che raddoppiati nel 2015 rispetto al 2014, passando da 1.600 a oltre 3.200. E di queste morti dimenticate, ci sono oltre 700 bambini. Solo dall’inizio dell’anno. Sì, avete letto bene. Significa più di due bambini al giorno. Due piccoli Aylan al giorno, che però non hanno trovato spazio sui giornali e tantomeno nei cuori di chi allora si era strappato i capelli per il povero bambino con al T-Shirt rossa. Si dirà, che era stata proprio la potenza di quell’immagine a creare il trambusto di allora. Ma non è vero. Ce ne sono state tante altre di foto di bambini morti in mare. Neonati addirittura. Bambini recuperati dai barconi, inutilmente avvolti nelle coperte termiche, perché erano già morti. Ma la nostra commozione, come quella del pubblico e dei lettori, è destinata a durare il tempo di uno scatto fotografico. E la legge del giornalismo, bellezza. E tu non puoi farci niente, direbbe chi sa di queste cose. È vero. Il giornalismo è fatto così. È stretto tra il cinismo e la retorica. Ricordo come imparai da un vecchio capocronista come si decide il rilievo da dare a un morto. Nero, marocchino o cinese, una breve (se ci sta). Vecchio, taglio basso, a meno che non sia famoso. Giovane, apertura. E se è donna, cercare di mettere una foto dove si vedono le tette. Non so se questo cinismo sia peggiore della retorica. Probabilmente no. A settembre, ai tempi di Aylan, su Internet divenne virale l’hashtag ‪#‎KiyiyaVuranInsanlik (l’umanità che si è schiantata contro gli scogli). A quanto pare si è schiantata e lì è rimasta.

giovedì 24 dicembre 2015

Paginatre. 14 “L’insostenibile stanchezza della democrazia”.



Da “L’insostenibile stanchezza della democrazia” di Gustavo Zagrebelsky, sul quotidiano la Repubblica del 21 di ottobre 2015: (…). I sostantivi e gli aggettivi modali in “...abilità”, “...ibilità”, “...abile”, “... ibile”, ecc. esprimono tutti un significato passivo: amabilità è il dono di saper farsi amare; invivibile è la condizione che non può essere vissuta; incorreggibile è colui che non si lascia correggere. La stessa cosa dovrebbe essere per “governabilità” e “ingovernabilità”: concetti aventi a che fare con l’attitudine a “essere governati”. In questo senso, tale attitudine può essere propria soltanto dei “governandi”, non dei “governanti”. Sono i governandi, coloro che possono essere più o meno “governabili” o “ingovernabili”, a seconda che siano più o meno docili o indocili nei confronti di chi li governa. Oppure, si potrebbe usare propriamente la parola per indicare l’insieme di coloro che hanno da essere governati e delle loro istituzioni: governabilità d’insieme. Della parola, tuttavia, si abusa certamente quando la si usa per indicare unilateralmente il bisogno di efficaci strumenti di governo (nel senso del memorandum della banca d’affari J.P. Morgan): è come se il governo stesso, cui spetta governare, potesse dirsi, esso stesso, più o meno governabile, più o meno docile. Tutte le volte che si usano male le parole, si fa confusione e ci si inganna vicendevolmente. Qualche volta, inconsapevolmente, si tradisce un retro-pensiero che si vorrebbe rimanesse nascosto e che, invece, fa capolino tra le parole. Se l’attitudine a essere governati si riferisce alla società, ben si comprende a chi spetti il compito di governarla; ma, se la si attribuisce alla macchina di governo, allora la domanda che sorge, non maliziosa ma realistica, è: governabile, sì, ma da chi? Docile, sì, ma nei confronti di chi? Nei regimi democratici, la governabilità, nel senso improprio detto sopra, cioè nel senso della forza che legittima l’azione del governo, deve dipendere dalla libera partecipazione politica e dal coinvolgimento attivo dei cittadini, dal confronto e dalla discussione su cui si forma l’ humus delle decisioni politiche, dal consenso che si manifesta innanzitutto con il voto e dalla fiducia che viene riposta in coloro che se ne faranno interpreti operativi. Quale che sia la definizione di democrazia, immancabile è, dunque, il voto che esprime la volontà di autonome scelte. Se manca il voto dei cittadini, ogni definizione è ingannevole. Il voto non è sufficiente, ma è necessario. Può sembrare una banalità, ma non lo è.

mercoledì 23 dicembre 2015

Storiedallitalia. 71 “Tre marziani a Roma”.



Scrive Michele Serra nella quotidiana Sua rubrichetta detta “L’Amaca” – sul quotidiano “la Repubblica” dell’8 di dicembre 2015 -: La vicenda del “salva-banche” che però non salva qualche decina di migliaia di risparmiatori è tecnicamente complicatissima; e un paio d’ore passate a leggere cronache e commenti non bastano (almeno nel mio caso) a rendere chiara una vicenda così opaca. Ma forse il punto è proprio questo: che l’opacità della materia, la sua illeggibilità da parte delle persone semplici, mette queste ultime nella condizione di vittime predestinate. Carne da cannone di una guerra che li sovrasta, le alchimie finanziarie che sfuggono a ogni controllo e la politica che cerca di mettere qualche paletto, come fermare uno tsunami a mani nude. Bastano appena queste Sue poche righe per rendere insostenibile la posizione di un tale divenuto a sua insaputa ministro della Repubblica Italiana. Costui, senza titubanza alcuna, con grande faccia da tolla, nei giorni trascorsi, all’indomani dello tsunami bancario, additava al pubblico ludibrio i risparmiatori rei d’essere “ignoranti” e di non avere acquisito nel tempo la giusta cultura per venire a capo dell’immondo ginepraio della finanza globale. Fosse quel tale giunto sul pianeta Terra da lontanissimi, inesplorati mondi celesti non avrebbe fatto una gran meraviglia quell’incauta sua dichiarazione. Ma sino a prova contraria sembra che quel tale ministro sia da tempo dimorante nelle contrade del bel paese. E come dimorante, ma soprattutto come “tecnico”, avrebbe dovuto nel tempo avere contezza della diffusa “ignoranza” della gente d’Italia in quanto a “bail in”, “subordinate” e quant’altro di immondo attenga a quel luogo scandaloso quale è divenuto il mondo della speculazione finanziaria. Ed invece no: con quella faccia da tolla rimanda a quei poveri disgraziati, che nel frattempo hanno perso il tutto – finanziariamente parlando – delle acquisite risorse, la responsabilità prima e piena d’avere rischiato il gruzzolo faticosamente messo insieme. Non lo ha minimamente sfiorato che, in uno stato che dicasi democratico, proprio per la consapevolezza politica di una debolezza conoscitiva diffusa della cosiddetta gente per l’arido, selvaggio mondo della finanza, quello stesso stato abbia nel tempo provveduto ad istituire quelle agenzie, quelle autorità – come diavolo le si voglia chiamare – che negli intendimenti degli accorti legislatori avrebbero dovuto vigilare affinché quelle disavventure non avessero ad essere registrate. Ed invece quel marziano lì se ne è uscito in quella invereconda sua (ir)riflessione. E poi li si chiama “tecnici”. E poi si è peritato financo di annunciare un “umanitario” risarcimento. Che faccia da tolla! Ma del resto, di quei signori lì, abbiamo avuto modo di valutarne il miserevole valore. Continua a scrivere Michele Serra:

martedì 22 dicembre 2015

Paginatre. 13 “Caro Babbo Natale…”.



Da “Caro Babbo Natale, hai troppa concorrenza: le richieste le inviano ai babbi dei ministri” di Luisella Costamagna, su “il Fatto Quotidiano” del 20 di dicembre 2015: Caro Babbo Natale, non ti offendere, ma quest’anno hai parecchia concorrenza: altri babbi – alla toscana – hanno conquistato la scena, anche loro vestiti di rosso (ma è solo moda, sotto trovi il bianco di Fanfani), anche loro destinatari in questi giorni di molte letterine. Se ti può consolare, a Babbo Boschi e Babbo Renzi scrivono soprattutto gli adulti, non i bimbi, gli raccontano di aver fatto i bravi quest’anno – chi più chi meno –, di aver tirato la cinghia, e chiedono semplicemente di ricevere in regalo la verità, e non qualche “pacco”. Sai com’è, sono un po’ stanchi di prese in giro, conflitti d’interesse, favoritismi, fregature, e ora che alcuni di loro si trovano col conto in rosso, hanno perso tutto dopo aver lavorato una vita, vorrebbero almeno la consolazione di non passare per scemi. Taluni, ora che gli è crollato il mondo addosso, riprendono in mano le migliaia di carte incomprensibili che hanno firmato in banca e scrivono ad avvocati e a Babbo Boschi: “Hai fatto di tutto per salvare i miei soldi? Hai pensato a me, non a te stesso e ai tuoi amici: sei una persona perbene, giusto? Dimmi che non hai ricevuto lettere da Bankitalia in cui ti si diceva che l’Etruria era ‘travolta da un degrado irreversibile’ e non hai fatto niente per impedire vendite di titoli rischiosi a noi, piccoli risparmiatori ignari”. Altri si rivolgono a Babbo Renzi: “Non eri in affari con l’ex presidente dell’Etruria Rosi, ora indagato; non hai mentito sulla tua situazione patrimoniale, vero?”. Mentre attendono risposte, gli si dice profeticamente: “Le colpe dei padri non ricadano sui figli”. Giusto: i padri trasmettono educazione, soldi, beni (e raccomandazioni), le colpe no. Ma se, poniamo il caso, i figli fossero presidenti del Consiglio o ministri e intervenissero per tamponare le colpe dei babbi senza denunciarle? Non sarebbero anche loro responsabili? Se ammettono di essere in conflitto d’interessi, uscendo dai Consigli dei ministri che approvano i decreti che riguardano (anche) gli affari paterni, possono davvero poi dire “Non siamo come Berlusconi” (che stava più fuori che dentro)? E se in passato hanno stigmatizzato, giustamente, altri ministri che “dovrebbero dimettersi per non dare l’immagine di un Paese in cui ci sono corsie preferenziali per gli amici degli amici”, poi non dovrebbero farlo pure loro, se c’è anche solo il dubbio di corsie preferenziali per i loro parenti? Babbo Lupi lo fece, la Boschi no. (…). Facciamo così, per quest’anno ti chiedo solo due regali: se incontri qualche Babbo concorrente, invitalo a chiarire subito tutto davanti agli italiani. E poi conservaci Babbo della Patria Cantone: non possiamo permetterci neanche un’influenza, altrimenti chi le tappa le falle? Un cordiale saluto.

sabato 19 dicembre 2015

Lalinguabatte. 7 “I mcsleepers e Mr. Liu Yiqian”.



Avete sotto mano il “Venerdì di Repubblica” dell’11 di dicembre ultimo scorso, il fascicolo n° 1447? È probabile che, pur avendolo, gli abbiate dato una sommaria scorsa, una sfogliata veloce e basta, magari distesi sul divano del Vostro confortevole soggiorno con il “mostro domestico” che gracchia incessantemente. Se non lo aveste proprio, allora fate in modo di procurarvene una copia. Trovereste alla pagina 27 un interessantissimo reportage di Luciana Grosso che ha per titolo “Vivere da mcsleepers: di giorno a lavoro, la notte da McDonald’s”. Ma chi saranno mai i mcsleepers”? Il reportage viene da Hong Kong ed i mcsleepers” sono i nuovi proletari dell’opificio del mondo. Nuovi proletari poiché per un breve, anzi brevissimo tempo, hanno fatto parte, o glielo hanno fatto credere di farne parte, di quel ceto medio che il capitalismo manifatturiero era riuscito a creare nel corso dei secoli diciannovesimo e ventesimo e che il secolo ventunesimo sta ricacciando in un condizione di proletarizzazione non più accettabile. Poiché imcsleepers” sono, secondo il reportage menzionato, “impiegati,bancari, piccoli commercianti, manovali, insegnanti” che non potendo acquistare o prendere in fitto un appartamento per quanto modesto in quel di Hong Kong passano le notti sui tavolacci dei McDonald’s presso i quali consumano i loro frugali pasti. I più fortunati dei mcsleepers” detengono in fitto sì una casa per il resto della famiglia, ma essi non la raggiungono nel quotidiano considerate le spropositate spese necessarie per spostarsi dal posto di lavoro alla propria familiare dimora. Fortuna vuole che i mcsleepers” siano tollerati dal personale dei McDonald’s che li lasciano dormire consentendo loro, al mattino prima di raggiungere il posto di lavoro, di utilizzare i locali dei servizi per la “toilette” del mattino. È quanto mi viene da dire dei mcsleepers”, per quel quanto che ho ripreso dall’interessante reportage di Luciana Grosso. Se ne frattempo avete fortunosamente ripescato la Vostra copia del “Venerdì di Repubblica” n° 1447 scorretela alla pagina 101. Scrive un pregevole pezzo Claudio Strinati che ha per titolo “Modigliani, la sfida folle di un magnate made in Cina”. Vi risparmio l’intero suo contenuto, con una brevissima notazione. In essa Claudio Strinati ci fa sapere che Mr. Liu Yiqian, magnate che vive nell’opificio del mondo al apri dei tantissimi mcsleepers”, ha proceduto all’acquisto di un dipinto dell’Amedeo Modigliani che ha per titolo “Nu couché”.  Lo ha acquistato per la modica somma di 170.400.000 dollari. E ci fa sapere pure, lo Strinati, che Mr. Liu Yiqian ha proceduto all’acquisto, tempo addietro, di “una tazzina di ceramica cinese Ming, di rara e mirabile bellezza” per la miserevole somma di 36.000.000 di dollari. E che, dopo aver perfezionato l’indispensabile acquisto, abbia “chiamato i giornalisti e ci ha bevuto un tè, indignando una Nazione intera”. È quanto questo numero del settimanale di repubblica ci offre su come vanno le cose nel mondo del ventunesimo secolo. In un mondo nel quale la politica è di fatto assente e che se pur riesca a farci sapere della sua irrilevante esistenza ci rende in pari tempo edotti di come essa prenda gli ordini esclusivamente dal mondo della finanza, un mondo che non finisce mai di indignarci per la sfrontatezza del suo vivere ostentato senza ritegno alcuno. Fino a quando?

martedì 15 dicembre 2015

Sfogliature. 50 “The clown’s mask slips”.



In un post del 4 di giugno dell’anno 2009 riportavo questa folgorante dichiarazione del professor Umberto Eco rilasciata, tempo prima, al quotidiano “la Repubblica” del 25 di novembre dell’anno 2007: Il populismo mediatico consiste nel rivolgersi direttamente al popolo attraverso i media. Un politico che ha in mano i media può orientare il corso della politica al di fuori del Parlamento, e persino eliminare la mediazione parlamentare. Si era quel 4 di giugno dell’anno 2009 al tempo dell’avventura politica del “signore” di Arcore. Tempo due anni appena e la “tignosa” Europa ci avrebbe liberati da quell’asservimento indecoroso per un paese che si voglia celebrare tra i più progrediti del pianeta. In quel post andavo scrivendo: “The clown’s mask slips” è il titolo dell’editoriale pubblicato sul quotidiano londinese “The Times” giorni addietro, editoriale che la dice lunga su come la stampa estera consideri anomala ed allarmante la situazione politica del bel paese. È pur vero che quella stampa è stata additata come asservita alle manovre delle centrali bolsceviche e sovversive della sinistra detentrice del potere-ombra nel bel paese. È pur vero che, a causa del delirio imperante che ha pervaso quella parte politica che attualmente detiene il potere per il potere nel bel paese, si adombrano manovre addirittura internazionali per disarcionare l’egoarca di Arcore; essendo tutto ciò vero, ci vuole però sempre un sacco di fantasia perversa – clinicamente testata - per addentrarsi in simili ragionamenti. In farsesche congetture. Immaginereste l’abbronzato Obama capeggiare la schiatta degli invidiosi dei suoi soldi e delle sue veline, dell’universo mondo, coalizzati e pronti ad ordire congiure ai danni dell’egoarca di Arcore? Si è alla nevrosi più totale. Esisterà pur sempre nei manuali di psichiatria il termine giusto per definire tutto ciò. Ma è accaduto nei giorni scorsi sulla prima pagina di un foglio che si definisce, per somma ironia, anche libero. Libero da cosa? Libero da chi? Non certo dal sano equilibrato pensare. Ora tutto viene chiaro. Libero di dire la “qualunque”. O forse, ricordando il Guzzanti figlio attore, “la seconda che hai detto”. In perfetto stile cabarettistico. Poiché, nello stile determinato, decisionista e moderno del governare del “mostro mite”, senza lacci e lacciuoli, senza sindacati ma anche senza parlamento, la regola è di dire e disdire anche l’appena detto. Nella memoria del cittadino – un buon dodicenne a detta dell’egoraca di Arcore – e pure teledipendente, nella sua memoria dicevo permarrà sempre la seconda anziché la prima delle dichiarazioni, giusto il tempo di spegnere il piccolo mostro domestico. A questo punto mi pare cosa buona e giusta riportare i passi salienti di quell’editoriale, per affidare alla forma scritta una briciola di memoria di questi tempi amari assai.

lunedì 14 dicembre 2015

Oltrelenews. 75 “Il bail in”.



Da “Etruria, banca spolpata tra fidi ai consiglieri e yacht fantasma" di Alberto Statera, sul quotidiano la Repubblica dell’11 di dicembre 2015: (…). Ruggisce la Chimera di Arezzo verso i 13 ricchi ex amministratori e 5 ex sindaci di Banca Etruria che (…)non restituiranno mai i 185 milioni che si sono auto-concessi con 198 posizioni di fido finiti in  " sofferenza" e in "incaglio", settore che in banca curava Emanuele Boschi, fratello del super-ministro Maria Elena. Né, visti i precedenti, restituiranno i 14 milioni riscossi di gettoni negli ultimi cinque anni. Figurarsi poi i 20 primi "sofferenti" per oltre 200 milioni. A cominciare da Francesco Bellavista Caltagirone dell'Acqua Antica Pia Marcia, "un dono fatto all'Urbe dagli dei"(Plinio il Vecchio) esposta con le sue controllate per 80 milioni o la Sacci (40 milioni) della famiglia Federici, passata adesso all' Unicem, o la Finanziaria Italia Spa del Gruppo Landi di Eutelia (16), o ancora la Realizzazioni e Bonifiche del Gruppo Uno A Erre (10,6), l'Immobiliare Cardinal Grimaldi, titolare di un mutuo di 11,8 milioni a 40 anni, una durata che non esiste sul mercato, e l' Acquamare srl (17,1) sempre del gruppo Bellavista Caltagirone. Tra le storie più deliranti tra quelle nelle quali ci si imbatte percorrendo i sentieri delle quattro banche fallite, la più sconclusionata è quella del panfilo più lussuoso al mondo che doveva essere costruito dalla Privilege Yard Spa a Civitavecchia, lungo 127 metri e già opzionato – si diceva - da Brad Pitt e Angelina Jolie.

mercoledì 9 dicembre 2015

Oltrelenews. 74 “Business&Clima”.



Da “Il pianeta e il business della Green Economy” di Fabio Bogo, sul settimanale “Affari&Finanza” del 7 di dicembre 2015: (…). Inquinamento e effetto serra hanno un impatto socio-economico pesantissimo. Negli ultimi 30 anni, secondo la Banca mondiale, i disastri naturali hanno provocato 2,5 milioni di morti e provocato danni per 4 trilioni di dollari. Le perdite per il sistema economico nell'ultimo decennio - ha calcolato la Munich Re - sono ammontate a 200 miliardi di dollari l'anno. Enormi anche le conseguenze finanziarie. L'università di Cambridge ha stimato che da qui al 2020 il valore del capitale investito possa deprezzarsi del 45 per cento a causa di cambiamenti nella politica ambientale, novità tecnologiche ed eventi meteorologici; l'Economist Intelligence Unit prevede addirittura che i rendimenti medi annui dell'industria interessata da problemi legati al clima possano venire tagliati tra il 26 e il 138 per cento. Lo scenario, insomma, è catastrofico, e senza azioni concrete che contrastino la deriva ambientale il costo del cambiamento climatico in atto può essere equivalente ogni anno al 5% del Pil mondiale (la stima è di Stern Review). L'emergenza ambientale è anche emergenza economica. Ma proprio nell'economia l'ambiente può trovare un solido aiuto. Gli investimenti mondiali in una maggiore efficienza energetica negli anni recenti hanno oscillato tra i 130 e i 300 miliardi di dollari l'anno. Entro il 2035, stima la Iea, possono salire a 8-15 trilioni di dollari, con una media di 550 miliardi di dollari l'anno. Se vorrà raggiungere gli obiettivi prefissati la sola Cina dovrà fare investimenti per 2,7 trilioni di dollari entro il 2030. La transizione all'energia pulita in sostanza è un business, sul quale si sono già lanciate le corporation che hanno infatti aumentato esponenzialmente le emissioni di Green Bond. Sono otto i grandi settori di intervento: le auto, gli edifici, l'industria, l'internet delle cose, l'information technology (inclusi i cloud e i data center), l'illuminazione, l'immagazzinaggio di energia, e i trasporti aerei, su gomma e rotaia. Nel solo settore immobiliare, ad esempio, la spesa per migliorare l'efficienza energetica degli edifici residenziali può salire a 160 miliardi di dollari l'anno entro il 2035, e quella relativa a edifici pubblici e centri commerciali a 127 miliardi l'anno entro il 2023 (Iea e Navigant Reserarch). Ridurre l'uso di emissioni fermando le macchine industriali e usando i robot può far crescere il volume d'affari del settore a 153 miliardi di dollari entro il 2020, mentre rendere "verde" l'energia usata per i data center e risparmiare l'88 per cento di emissioni vale almeno 76 miliardi di dollari (Precourt Istitute di Stanford). Insomma pulire il pianeta è un business. E forse saranno gli affari, più che gli atolli in pericolo, a far cambiare il corso alle cose.

lunedì 7 dicembre 2015

Sfogliature. 49 “Lotta di classe?”.



Scriveva un tale a nome Publio Cornelio  Tacito, in una Sua immortale Opera che ha per titolo “La vita agricola”, che gli sopravvive: Predatori del mondo intero/adesso che mancano terre alla vostra sete di totale devastazione/andate a frugare anche il mare/Avidi se il nemico è ricco/arroganti se è povero. Ebbene, quel grande anticipava di un bel po’ le possenti intuizioni del “Moro di Treviri”. Si era nell’anno 98 dopo la morte di un altro Uomo, quello di Nazareth. Ben difficilmente, in quel contesto storico, si sarà parlato della sistematica spoliazione delle ricchezze e delle risorse naturali ad opera di un capitalismo rapace ancora di là da venire. Ma il buon Publio Cornelio  Tacito ne intuiva già la possente azione predatoria e distruttrice. Da parte mia in quel 20 di ottobre dell’anno 2010 andava vergando, in una rubrichetta dall’accattivante titolo “Cattivipensieri” il post n° 51 – “Lotta di classe?”- che ripropongo in questa “sfogliatura”. Dal 2010 un buon lustro è passato. E continuiamo a dimenarci in una strozzatura socio-economico-finanziaria oltre la quale solo le anime pie ed i buontemponi intravedono luminescenze di fuochi fatui. Molto tempo dopo quel Publio Cornelio  Tacito un altro visionario, l'anarchico gallese Gafyn Llawloch, ebbe a scrivere: All'inizio gli operai sono andati dove c'erano le fabbriche, poi le fabbriche andranno dove ci sono gli operai, alla fine la produzione diventerà mobile e gli operai dovranno inseguirla. E così si consumano le vite delle schiere infinite degli umani sfruttati da altri umani. Scrivevo il 20 di ottobre dell’anno 2010:

sabato 5 dicembre 2015

Oltrelenews. 73 “QE&Ttip”.



Da “Cosa è il QE e perché (forse) ci salverà” di Angelo Bogliani – laurea presso l’Università Bocconi di Milano; Master in Economics presso la University of Pennsylvania; professore di “Economia politica” presso l'Università Cattolica di Milano; ha insegnato al Master in Economia e Banca presso la Facoltà di Economia R. M. Goodwin dell’Università di Siena; membro del Comitato direttivo e scientifico del Laboratorio di Analisi Monetaria (Università Cattolica di Milano e Associazione per lo Sviluppo degli Studi di Banca e Borsa); è stato economista presso l'Ufficio Studi della Banca Commerciale Italiana – sul settimanale “il Venerdì di Repubblica” del 13 di novembre 2015: (…). …cos’è il Qe? È l’ultima spiaggia del banchiere centrale. Quando l’arma dei tassi d’interesse diventa una pallottola spuntata, bisogna inventarsi qualcos’altro. E allora si ricorre al cosiddetto “allentamento quantitativo”, che significa: aumentare la quantità di moneta in circolazione. In tempi normali, le banche centrali agiscono manovrando i tassi d’interesse. Quando la Banca centrale europea vuole dare una spinta all’economia, abbassa il tasso d’interesse al quale presta i soldi alle banche, in modo che queste a loro volta riducano il costo dei prestiti alle imprese e alle famiglie. Anche la Banca d’Italia agiva così prima dell’euro: qualcuno ricorderà il tasso ufficiale di sconto (Tus). Questa politica incontra però un limite naturale in un numero: zero. Quando il tasso d’interesse raggiunge il “pavimento”, lo zero appunto, è ben difficile ridurlo ancora. Ecco allora che la banca centrale è costretta ad abbandonare lo strumento abituale, cioè il prezzo del denaro (leggasi tasso d’interesse), e comincia a usare la quantità di moneta. È quello che è successo nell’area euro e prima ancora in altri paesi, come Stati Uniti e Inghilterra. La Bce ha raggiunto il pavimento nel settembre del 2014, quando ha portato il tasso d’interesse sulle sue operazioni di prestito alle banche al livello di 5 centesimi, cioè pressoché nullo. Non è bastato a risollevare una economia nel complesso assai debole, seppure con qualche differenza tra un paese e l’altro. La Bce ha quindi avviato all’inizio di quest’anno un massiccio programma di acquisto di obbligazioni, prevalentemente titoli di Stato. Alla Bce li vendono le banche, che ricevono in cambio moneta, nella forma di depositi presso la Bce stessa. E così i depositi che le banche detengono presso la Bce aumentano. Perché operazioni simili dovrebbero giovare all’economia?

giovedì 3 dicembre 2015

Oltrelenews. 72 “I patti con l’evasore e i finti controlli”.



Da “I patti con l’evasore e i finti controlli” di Bruno Tinti, su “il Fatto Quotidiano” del 14 di agosto 2015: Ogni anno l’evasione fiscale si mangia 150 miliardi solo per quanto riguarda le imposte sul reddito. L’11 per cento dei contribuenti italiani (le partite Iva) fa “nero”. Gli altri (89 per cento) sono lavoratori dipendenti e pensionati che vorrebbero evadere ma non possono. Tutto questo è fatto notorio e, quanto alle percentuali citate e all’ammontare dell’evasione, proveniente dalla stessa Agenzia delle Entrate. Che però… Prima di tutto assegna priorità negli accertamenti ai Grandi Contribuenti. Che non fanno “nero”. Eludono, non evadono. Delocalizzano sedi e siti di produzione per sfruttare vantaggi fiscali in altri Paesi, fanno transfer pricing (costi in Italia e ricavi all’estero), svalutazioni o sopravvalutazioni fasulle. Insomma imbrogliano. Ma si tratta di un contenzioso quasi esclusivamente giuridico, dall’esito incerto e che richiede procedimenti (dall’accertamento alla sentenza di Cassazione) lunghissimi. Con questo tipo di controlli, 150 miliardi di evasione abbiamo ogni anno e 150 miliardi resteranno. Bisogna andare a prendere i soldi dove si ha la certezza di trovarli: dove si fa il “nero”. Da pm l’ho fatto. Quattro pm, tre vigili urbani prestati dal Comune, quattro marescialli di Gdf, 500 processi in un anno, 150 milioni di euro accertati, una ventina direttamente sequestrati. Questo perché il “nero”, volendo, si trova facilmente; poi tocca al contribuente spiegare da dove viene. Facilmente? Certo, con le indagini bancarie e finanziarie, strumento esistente da 50 anni almeno. Si identificano i rapporti del contribuente con il sistema bancario e finanziario; e non solo i suoi ma anche quelli del suo nucleo familiare, parenti, persone che possono ragionevolmente aver operato per suo conto, dipendenti di fiducia, soci… Si fa la somma degli accrediti, la si confronta con i ricavi dichiarati e si chiede conto della differenza. Prestiti, eredità, vincite al gioco, donazioni (la fantasia degli evasori non ha limiti), purché provati (dal contribuente), vengono sottratti dal totale. Il resto è evasione, “nero”. Giuridicamente, nell’immancabile contenzioso tributario, non c’è partita, alla fine i soldi il Fisco li porta a casa. E poi le risorse che simili accertamenti richiedono assicurano un ottimo rapporto costi/benefici. Se una decina di persone (il mio team in Procura che però faceva anche altro, rapine e spaccio di droga continuavano…) ha potuto recuperare in un anno 150 milioni di euro (erano lire allora…), perché il Fisco non potrebbe fare altrettanto? Quanti dipendenti potrebbe utilizzare, 100 mila tra Agenzia e GdF? Fanno 10 mila team, 15 miliardi di “nero”, 8 miliardi di imposte e un importo più o meno analogo di sanzioni. Ogni anno. Con il resto delle risorse controllino i Grandi Contribuenti. E alla fine dell’anno facciano i conti. Allora, perché non si fa così? La risposta sta nelle linee guida dell’Agenzia delle Entrate: “Indagini finanziarie per l’attività di controllo. Devono essere utilizzate solo a seguito di un’attenta attività di analisi del rischio che faccia emergere significative anomalie dichiarative, preferibilmente quando è già in corso un’attività istruttoria dell’ufficio. Ugualmente, nei controlli agli esercenti arti e professioni, sarà utilizzato lo strumento delle indagini finanziarie solo quando la posizione fiscale è difficilmente riscontrabile con altre modalità istruttorie”. Dunque, secondo l’Agenzia, prima bisogna accertare “anomalie dichiarative” e – poi – si va a controllare in banca; prima si adottano “altre modalità istruttorie” e – poi – se non si accerta niente (ovviamente non si accerta niente, il “nero” si chiama così perché è nascosto) si va in banca. In altre parole, prima si lavora a vuoto e poi si fa sul serio. Schizofrenia? Pare di sì. Sempre nelle linee guida dell’Agenzia delle Entrate si legge: “L’impegno maggiore sarà riservato ai comportamenti evasivi più gravi, come quelli che provocano distorsioni alla libera concorrenza e danneggiano i contribuenti che adottano comportamenti leali con il Fisco”. È o non è la fotografia del popolo dell’Iva? I contribuenti danneggiati dalla distorsione della libera concorrenza (i prezzi più bassi praticabili da chi evade) sono i dentisti, gli avvocati, gli idraulici, i commercianti onesti, che non evadono; o i Grandi Contribuenti, con la loro brava sede all’estero e gli stabilimenti delocalizzati? La verità è che c’è un patto con l’evasione fiscale: il governo fa finta di fare le riforme e così la Ue è contenta; i contribuenti che possono evadere si arrangino, non gli capiterà niente; la pressione fiscale graverà sulle classi più povere. Tutto proprio come la Grecia. Fino all’immancabile bancarotta.

mercoledì 2 dicembre 2015

Paginatre. 12 “Tecnica e profitto”.



Da “Tecnica e profitto” di Umberto Galimberti, sul settimanale “D” del 21 di agosto dell’anno 2010: Scrive Sofocle nell'­­­­Edipo a Colono: - Chi vuol vivere oltre il limite giusto e la misura perde la mente ed è in palese stoltezza -. Ne Il declino del capitalismo (Rizzoli) Emanuele Severino sostiene che la salvaguardia della terra oggi può essere garantita solo dalla tecnica, per cui, se il capitalismo vuole salvare la fonte della sua ricchezza, non potrà più servire solo il profitto, ma due padroni: il profitto e la tecnica che, sola, può rallentare l'usura della terra, vero fondamento della ricchezza. Per cui, conclude opportunamente Severino:- Arriverà il giorno in cui il capitalismo dovrà rendersi conto che, distruggendo la terra, distrugge se stesso. E sarà questa coscienza, non la coscienza morale o religiosa, a spingere il capitalismo al tramonto -. (…) Chi ha donato il Profitto all'umanità?Probabilmente il fatto che, soprattutto noi occidentali, abbiamo smarrito quella che i Greci ritenevano la suprema virtù, che consisteva nel "non oltrepassare la giusta misura", e che l'oracolo di Delphi enunciava nella formula medèn ágan, nulla di troppo. La cosa era così evidente ai Greci che Aristotele riteneva che il denaro, non essendo un bene, ma il simbolo di un bene, non potesse generare ricchezza. La stessa cosa pensava l'altra fonte della cultura occidentale: il cristianesimo, che in base al principio evangelico mutuum date nihil inde sperantes (prestate il denaro senza attendere la restituzione), proibiva il profitto sui prestiti, consentito solo agli ebrei che, in quanto deicidi, erano già destinati all'inferno. Poi, dimenticando l'inferno, presero avvio anche le banche intitolate coi nomi dei santi. Peripezie della storia e delle opportunistiche interpretazioni dei testi sacri. Oggi il denaro è diventato il generatore simbolico di tutti i valori e, come dice bene Marx, da mezzo per soddisfare bisogni e produrre beni, il denaro è diventato il fine, per ottenere il quale, si vedrà se soddisfare bisogni e in che misura produrre beni. Per effetto di questa eterogenesi dei fini oggi ci troviamo in una crisi che conferma che là dove non ci sono beni reali, anche il denaro, simbolo dei beni, perde valore. E allora non è il caso di tornare alla saggezza greca, quella di Aristotele che distingueva i beni dal simbolo dei beni, e della giusta misura da non oltrepassare per non scatenare l'ira degli dèi ?

domenica 29 novembre 2015

Oltrelenews. 71 “È più pericoloso il clima o un incidente stradale?”.



Da “È più pericoloso il clima o un incidente stradale?” di Anthony  Giddens, su “il Fatto Quotidiano” del 25 di giugno 2015: (…). Abbiamo compreso più a fondo i fattori che provocano il riscaldamento globale e le probabili conseguenze di quest’ultimo. Gli ultimi studi della Nasa, l’agenzia spaziale americana, che monitorano il livello di biossido di carbonio e di altri gas serra nell’atmosfera, dimostrano che il 2014 è stato l’anno più caldo a livello globale dal 1880, quando ebbero inizio le misurazioni. A parte il 1998, i dieci anni più caldi finora documentati si sono registrati tutti dal 2000 in poi. Con ogni probabilità il riscaldamento globale provocherà un numero crescente di eventi atmosferici estremi in tutto il mondo, tra cui il peggioramento della siccità in alcune zone e inondazioni e tempeste in altre. Gli scettici del cambiamento climatico (quelli che dubitano persino che il fenomeno sia in atto o che reputano minime le sue conseguenze) credono che la Terra sia resistente e inattaccabile. Niente di ciò che possono fare gli esseri umani è in grado di influenzarla più di tanto. Gli ambientalisti tendono a considerare gli ecosistemi terrestri intrinsecamente fragili e ritengono che le attività umane li danneggino. Tuttavia, in merito a ciò che stiamo facendo alla Terra esiste una terza ipotesi, ancora più allarmante, sostenuta da alcuni scienziati, secondo i quali la natura è come un animale selvaggio. Noi esseri umani continuiamo a pungolarlo con il bastone e il risultato è che alla fine reagirà in modo violento. Eppure sembra che la maggioranza dei cittadini si preoccupi dei pericoli legati al cambiamento climatico meno di quanto facesse qualche anno fa. Come mai?

sabato 28 novembre 2015

Sfogliature. 48 “L’Italia vincente che non ci piace”.



Il sabato 6 di giugno dell’anno 2009 compariva su questo blog – per la sezione “Zeitgeist” - il post n° 49 che portava per titolo “L’Italia vincente che non ci piace”. Queste incursioni ripetute nel passato mirano a vivificare una “memoria” che gli accadimenti degli anni successivi sembra abbiano ammorbato nel senso di una corruzione del pensiero che miri a svuotare di ogni significato le parole ed i termini e le realtà sociali per come si sono andate configurando nei processi storici, realtà che storicamente sono state sempre contrapposte ma dalle quali, svuotandone pensieri ed idealità, si prefigge il traguardo di pervenire alla creazione di una “melassa sociale” che dall’indistinto ideologico tragga il suo essere. In quegli anni il processo di ammorbamento della dialettica sociale muoveva speditamente i suoi passi stante il fatto che il quadro politico offriva scenari di governo di una destra al tempo vincente. E sin da quel tempo il tentativo di dare corso ad un indistinto trovava in quello specifico schieramento politico la fonte ispiratrice e la necessaria forte spinta affinché il processo intrapreso avesse rapido sbocco ed un buon fine. Trascorso un lustro e più da quei giorni ci si ritrova in un condizione politica – partiticamente parlando – che dovrebbe essere all’antitesi rispetto a quel tempo, per ritrovarsi invece con gli attuali protagonisti della politica che, pur professando una diversa matrice storica ed ideologica, realizzano in pieno quel progetto di snaturamento sociale. Poiché nel progetto politico in corso si ha la sensazione che l’obiettivo primo sia il superamento delle contrapposizioni storiche che inevitabilmente la dialettica sociale concorre a stabilire. Risulta essere pertanto salutare questa nuova incursione nella “memoria” con la rilettura di un Autore autorevole quale è il linguista e sociologo Raffaele Simone. Ri-sfogliamo quel post del 6 di giugno dell’anno 2009:

venerdì 27 novembre 2015

Sfogliature. 47 “Il fantasma necessario del disfattismo”.



Tenevo su questo blog una rubrichetta di poco conto che aveva per titolo “Zeitgeist”, ovvero “lo spirito del tempo”. Al lunedì 15 di giugno dell’anno 2009 registravo il numero cinquantesimo della predetta rubrichetta col titolo “Del  disfattismo e dintorni”. Ora si sa bene che col termine “disfattista” si compie un salto indietro di lustri e lustri, all’altro secolo, quando per la patria in armi l’“aratro solca la terra e la spada la difende”. Ovvero quando soleva dirsi “credere, combattere ed obbedire”, ovvero “taci, il nemico ti ascolta” ed altre ancora simili facezie ed amenità. Sarebbe pertanto una grossissima forzatura rinverdire quel termine tanto caro a quel sinistro tempo andato, quando si soleva bollare con quel termine il dissenziente di turno, il “trinariciuto” che “ipso facto” diveniva il nemico da abbattere. Oggigiorno la retorica si è affinata tirando in ballo “gufi” e “rosiconi” come temibili nemici della patria non più in armi. È l’assenza di una figura politica credibile lo scotto da pagare, ovvero l’assenza di quelli che un tempo venivano definiti i “capi” e per i quali Marco Travaglio ne ha tratteggiato il profilo nel Suo editoriale di ieri 26 di novembre – “AAA leader cercasi” – su “il Fatto Quotidiano”:

mercoledì 25 novembre 2015

Oltrelenews. 70 “I media ed il califfato”.



Da “Il Califfo se la ride” di Marco Travaglio, su “il Fatto Quotidiano” del 25 di novembre 2015: (…). …le vittime del terrorismo islamista sono quasi tutte di religione islamica (24.517 su 32 mila) e gli attentati colpiscono prevalentemente paesi a maggioranza musulmana. Nel solo 2014 sono morte ammazzate 9929 persone in Iraq, 7512 in Nigeria, 4505 in Afghanistan, 1760 in Pakistan, 1698 in Siria, 654 nello Yemen, 429 in Libia. I paesi occidentali (Europa e America del Nord) sono buoni ultimi con il 2,6% delle vittime. Nel 2015 i morti islamici per mano dei terroristi islamisti sono 23 mila, contro i 148 europei (Parigi, Copenaghen e di nuovo Parigi), i 224 russi (sull’aereo in volo sul Sinai) e i 59 trucidati in Tunisia fra il museo del Bardo e la spiaggia di Sousse. Pochi capiscono che il terrorismo jihadista – da al Qaeda all’Isis – usa il pretesto della religione per perseguire strategie e obiettivi politici. Il Califfo, intanto, se la ride. Dicono che le stragi di Parigi sono il punto di non ritorno, ma a Parigi sono morte molte meno persone che nel mercato di Beirut o sull’aereo russo nel Sinai, due attentati che non hanno destato la stessa reazione in Occidente. Delle vittime di Parigi conosciamo tutto, volti, storie, parenti, funerali, mentre delle 44 vittime di Beirut –anche lì bambini, studentesse, padri di famiglia – non sappiamo nulla: eppure sono morte ammazzate solo il giorno prima di quelle di Parigi, uccise da kamikaze armati nello stesso identico modo di quelli di Parigi. Nulla sappiamo neppure dei sette Hazara sciiti decapitati dall’Isis il 30 settembre scorso in Afghanistan, compresa una bambina di 9 anni. Né dei 145 fra studenti e bambini trucidati a Peshawar, in Pakistan, nel dicembre scorso. Ci sono dunque morti di serie A (i “nostri”) e di serie B (i “loro”), e molti islamici nelle nostre periferie-ghetto penseranno che i valori della civiltà occidentale non valgono per tutti, e i foreign fighters che corrono ad arruolarsi nell’Isis aumenteranno. Il Califfo, intanto, se la ride. Dicono che l’Occidente è compattamente schierato contro l’Isis, ma pochissimi paesi occidentali accolgono i profughi siriani che fuggono dalle mattanze dell’Isis, accomunati a noi dallo stesso nemico. Anzi, i politici e i commentatori di destra che paiono i più intransigenti contro l’Isis lo sono poi altrettanto contro i profughi che fuggono dall’Isis: li accusano di nascondere o di appoggiare terroristi, o di non dissociarsi da essi, creando un cortocircuito che regala altri adepti e simpatizzanti all’Isis. Il Califfo, intanto, se la ride.

martedì 24 novembre 2015

Paginatre. 11 “La guerra ai profughi”.



Da “La marcia in pace del popolo esiliato” di Paolo Rumiz, sul quotidiano la Repubblica del 24 di novembre 2015: (…). …i carnefici hanno davvero bisogno di camminare coi profughi? Hanno modi più spicci per arrivare. Abitano in casa nostra. Sono frutto del nostro mondo. Ci conoscono meglio di quanto noi conosciamo loro. Usano Twitter e Facebook. Ci fanno credere quello che vogliono. Vogliono sollevare odio verso gli inermi e creare un clima da pogrom. E le nostre destre populiste, dalla Francia alla Polonia fanno da docili agenti dei loro veleni. Essi vogliono che l’Europa si riempia di reticolati e sbatta la porta in faccia agli esiliati, la cui fuga incarna la sconfitta totale della loro cultura di morte. Se succederà, avranno vinto loro. Essi vogliono che noi ci si chiuda, invece di intervenire sul campo a difesa degli inermi in Medio Oriente. Ci illudono di poter rispondere ancora con i missili, perché sanno che i missili fanno vittime civili (distruzione della base di Médecins sans frontières) e alimentano altri rancori. (…).

lunedì 23 novembre 2015

Paginatre. 10 “Siamo con le spalle al muro, cantando la Marsigliese”.



Da “Cercando una religione di pace” di Furio Colombo, su “il Fatto Quotidiano” del 22 di novembre 2015: (…). Il punto che voglio proporre è : smettiamo di far finta che tutte le religioni sono buone e umane. Il mondo che adesso è sotto attacco non ha, anche nelle sue religioni, una storia esemplare. Per questo non mi sono mai soffermato,prima,sul dibattito intorno alla ferocia esclusiva dell’islamismo. Ogni religione monoteista è assoluta e ha avuto lunghe stagioni di ferocia e di morte. La storia dei massacri del cristianesimo ci dice che Dio, la croce, il Vangelo, sono diventati presto il grande strumento del potere per indurre grandi masse ad agire contro se stesse, ovvero contro altri esseri umani, visti come pericolo intollerabile. (…). Sto dicendo che, crollate frontiere e radici di appartenenza a questo o quel territorio o nazione , gente come i manovratori di Isis, stanno usando la religione come nazione che non esiste, così come hanno inventato lo Stato come luogo di una residenza che fisicamente non c’è.Lo fanno per creare una appartenenza e, attraverso la ferocia spettacolare, una rivincita (e dunque una speranza) contro infelicità e frustrazione. Nel mondo di Isis che ci lasciano intravedere si sovrappongono due strati di vite umane: coloro che erano soldati-servi nei regimi crollati e, una volta “liberati”, sono diventati lavoratori-servi dove credevano di trovare modernità e civiltà.E coloro che, nel venir meno dei precedenti padroni coloniali, si sono trovati in mano immense ricchezze. Le usano per un tremendo doppio gioco: compiacere (tutti gli investimenti negli Usa e in Europa, fino al punto di comprarsi intere parti delle maggiori città,come a New York e Milano, e da farci volare con linee aeree da Mille e una Notte) e terrorizzare, in modo che il vecchio potere bianco non abbia mai più la persuasione del dominio assoluto. Siamo presi, tutti, nel grande inganno dello Stato fiction e della morte vera, senza la “intelligenza” per districarci. In questo gioco terribile in cui si muore a turno, la religione è spinta a un massimo di fede (noi diciamo “fanatismo”) che è quasi ascetismo,e vissuta in un clima di rivoluzione che suggerisce libertà (mentre è obbedienza assoluta), ed è ravvivata dall’orrore. C’è un doppio risultato: rendere più forti ma anche più sudditi, i nuovi credenti (del resto anche lo spettacolo del bruciare vivo Savonarola, mostrandone bene la lenta morte, aveva questo scopo)e spargere in noi la paura (che alcuni travestono da combattentismo). Noi, il nemico. Poiché siamo stati, finora, abbastanza crudeli e indifferenti con i loro immigrati, i nostri aggressori contano sul fatto che, adesso, dopo gli ultimi eventi, lo saremmo di più, per paura, risentimento, vendetta. E ci danno il compito di fabbricare i nostri nuovi nemici. Ci stanno imponendo le regole, anche morali e psicologiche, del gioco, spingendoci con abilità verso una uguale ferocia. Quel gioco non è la presa di una fortezza, e non la puoi distruggere con gli strumenti di guerra che noi produciamo, per quanto nuovi e potenti. E non serve contrapporre religione a religione, o tentare di sottrarre tutti al richiamo fanatico che può insediarsi in tutte le religioni monoteiste (…). Sono due progetti impossibili. Vedete? Non siamo amati. Ma il vero problema è che non amiamo, e non abbiamo progetti e ideali. Siamo qui con le spalle al muro, cantando la Marsigliese.

domenica 22 novembre 2015

Lalinguabatte. 6 “Un privilegio che sta scadendo”.



È che si vive in un mondo costruito a cerchi concentrici. Ed al centro della predetta configurazione, come ombelico del creato, ci stiamo noi, come esseri umani, come persone portatrici di diritti e di doveri. Noi come singoli, intendo dire. Oggigiorno, mutuando il peggior linguaggio proprio della “cattiva politica” di questi tempi oscuri, potremmo definirci, singolarmente, come occupanti quel “cerchio magico” del creato. Ed al di fuori del predetto “cerchio magico”, nella migliore tradizione familistica, ci sta il secondo cerchio, occupato stabilmente dai familiari più stretti, e poi il cerchio di quelli del quartiere, qualora l’agglomerato urbano ne comprenda più di uno, e poi ancora il cerchio della nostra città, e poi ancora il cerchio della nazione o paese che dir si voglia, ma non esiste ancora un cerchio che comprenda quelli del continente al quale apparteniamo pure, e figurarsi un cerchio nel quale ci stiano quelli dei continenti altri. Un mondo a cerchi concentrici, cerchi sempre più soggetti a quella forza centrifuga esistente in natura per la qual cosa i diritti scemano man mano che ci si allontana dal  nostro personalissimo “cerchio magico”. Ha sostenuto Adriano Sofri sul quotidiano la Repubblica del 20 di novembre – “Le misure del dolore” –, con il realismo che contraddistingue sempre il Suo scrivere, che man mano che ci si allontani dal nostro personale “cerchio magico” la “misura del dolore” tende a cambiare ovvero a diminuire sempre di più risalendo per i cerchi concentrici nei quali proviamo ad immaginare il mondo che il tempo nostro ci ha dato da vivere. E nulla ci turba di quel che accade nei cerchi concentrici più esterni, poiché per quelli che li occupano stabilmente la “misura del dolore” tocca i livelli più bassi immaginabili. Ma questa rappresentazione di una “misura del dolore” che tenda a diminuire andando su su per i cerchi concentrici più esterni non rende appieno della realtà umana nel suo complesso, qualora si pensi che tutti gli esseri umani abitano e convivono su di una “navicella” comune, angusta sempre di più, quale è il pianeta chiamato Terra, “navicella” lanciata nella immensità dello spazio indifferente alla sua sorte e che accomuna tutti in un destino che difficilmente potrà essere parcellizzato se non a scapito e detrimento dei più deboli, degli  esseri umani emarginati. Sarei curioso di conoscere sino a quale dei cerchi concentrici esterni al nostro “cerchio magico” la nostra “misura del dolore” si mantenga su livelli umanamente accettabili, ovvero abbia la sensibilità d’includere anche quelli a noi sconosciuti in forza di quel destino comune che ci lega in quanto abitatori e passeggeri della “navicella” Terra. Sarebbe un dato interessante sul quale poi la “buona politica” dovrebbe costruire le sue strategie per creare un mondo un po' più umano. Ché la politica, oggigiorno, non ha strumenti validi e strategie urgenti ossequiosa com’è ai dettami della ricchezza e del potere. Ha scritto Pino Corrias su “il Fatto Quotidiano” del 20 di novembre ultimo scorso – “I nostri privilegi stanno scadendo” -:

sabato 21 novembre 2015

Paginatre. 9 “Chi ha paura di Andrea C. ?”.



Da “Vedi alla voce Camilleri” di Andrea Camilleri, su “il Fatto Quotidiano” del 10 di giugno dell’anno 2010: Desiderio è una parola bellissima. Io credo che il desiderio sia una delle forze motrici dell’uomo e non è detto che sia sempre una mera soddisfazione del senso. Nel cinquanta percento dei casi ciò che desideri è soddisfare quel desiderio, attraverso il tatto, il palato… Ma io preferisco i desideri spirituali, i desideri dell’anima, i desideri del pensiero. Cercherò di spiegarmi meglio. Il desiderio carnale, dei sensi, si soddisfa con poco. Se desideri un buon odore, prendi una rosa, la odori e per un po’ il desiderio è soddisfatto; quando ti torna la riodori. Se hai desiderio di un pezzo di pane appena sfornato, con quel suo croccante, vai da un fornaio, te lo compri e l’hai soddisfatto di nuovo. Diverso è il desiderio che ti nasce dentro di qualcosa che ti manca, un qualcosa che ti manca che è difficile da spiegare. Io per esempio ho il desiderio di cose che dentro di me non ho. Desidero – e non ci arriverò mai – una sorta di appagamento del mio chiedere continuamente qualcosa a me stesso. Non c’è giorno che io non desideri – non di essere altro, perché sto benissimo come sono – di avere una più larga capacità del mio cervello, per fare un esempio, di capire le cose. (…). …ecco, vorrei tanto avere la possibilità di capire di più, è un desiderio intensissimo. Stendhal una volta scrisse i dieci desideri che voleva… poverino, ma sono terra terra quei suoi desideri. Devo dire che l’unica cosa che forse avrei voluto è un cervello capace anche di capire fenomeni che mi sfuggono. Cercherò di essere ancora più chiaro: desidererei avere dentro di me, per esempio, il cervello di un santone indiano. La capacità del controllo del proprio corpo, il desiderio del controllo dei propri desideri. E questo è molto difficile. È una sconfitta sicura. Come diceva Picasso, resterà sempre un desiderio che cerchi di acchiappare per la coda, ma quello è andato avanti e non lo raggiungerai mai.

giovedì 19 novembre 2015

Cronachebarbare. 36 “Ho il mio scoop”.



Ho lo “scoop”. Sì, proprio uno “scoop”. Ma andiamo con ordine. Leggo su il Sabatini-Coletti che “scoop” - s. ingl. (pl. scoops); in it. s.m. inv. (o pl. orig.), più freq. pr. adatt. - sta per “clamoroso colpo giornalistico”.  Si dia il caso che non sia giornalista e che non aspiri ad esserlo. Che sia di quelli che, per amore del leggere, si sia sobbarcato della fatica di tenere in vita questo “diario” in rete al fine di socializzare letture godute ed opinioni diverse lette ed apprezzate. Lo “scoop” del quale a momenti parlerò e del quale non voglio minimamente ammantarmi pensava di averlo fatto Marco Travaglio - “Siate seri, se potete” – su “il Fatto Quotidiano” del 17 ultimo scorso. Il quel Suo quotidiano “pezzo” editoriale posto come di consueto sulla destra della prima pagina, quindi in grande mostra,  andava scrivendo: (…). Serietà significa dire la verità. A chi pensa che il terrorismo sia tutt’uno con l’Islam e il bersaglio unico sia la civiltà giudaico-cristiana, segnaliamo che l’addetto alla sicurezza dello Stade de France che ha fermato e messo in fuga il kamikaze che tentava di farsi esplodere in mezzo a 80 mila tifosi,si chiama Zouheir ed è un francese di religione musulmana. Non sappiamo se sia moderato: sappiamo ha salvato migliaia di vite. Anche Safer, cameriere in un ristorante colpito, è musulmano: le due donne ferite che ha salvato non gli han chiesto il permesso di soggiorno, né il suo grado di moderazione. (…).

mercoledì 18 novembre 2015

Paginatre. 8 “La paura”.



Da “La fabbrica della paura” di Clotilde Masina Buraggi, breve “saggio” pubblicato giovedì 19 di giugno dell’anno 2008. Clotilde Buraggi Masina ha sposato il giornalista e scrittore Ettore Masina. Figura eminente della “Società di Psicoterapia Psicoanalitica Italiana”. Ha affrontato il problema della pedofilia. Tra i suoi scritti da ricordare: “Psicogenesi della pedofilia”, in “L’innocenza tradita", a cura di Salvino Leone, ed. Città Nuova (2006): Straniero, rom, clandestino, pericolo, paura: queste parole si rincorrono, (…) insieme a quell’altra - “sicurezza” – (…) come se esse fossero le più adatte a liberarci da ogni minaccia. (…). …in molti sentiamo, più o meno chiaramente, che la paura è un’emozione che può essere incrementata artificialmente nell’opinione pubblica; (…). Vale allora la pena di domandarsi che cosa sia la paura, come si presenti nello sviluppo psichico delle persone, e se davvero possa essere influenzata da chi si presenta poi come detentore di poteri salvifici.

martedì 17 novembre 2015

Oltrelenews. 69 “La risposta è la guerra?”.



Da “Tocca a noi dire a chi governa come si può battere la paura” di Edwy Plenel – giornalista francese, già capo redattore del quotidiano “Le Monde”, fondatore del quotidiano on-line “Mediapart” -, riportato su “il Fatto Quotidiano” del 16 di novembre 2015: (…). …ognuno di noi, i nostri figli, i nostri genitori, i nostri amici, i nostri vicini, noi stessi, eravamo tutti nel mirino degli assassini. (…). Armati di un’ideologia totalitaria, che usa la religione come pretesto per uccidere ogni forma di pluralità, cancellare ogni diversità, negare l’individualità, avevano una missione: spaventare una società che incarna l’ambizione opposta. È questa società aperta che i terroristi vogliono chiudere. (…). …il loro obiettivo era l’ideale democratico di una società libera, perché fondata sul diritto. Il diritto di avere diritti; la parità di diritti, senza distinzione di origine, aspetto, credo; il diritto di farsi strada nella vita senza essere inchiodati alla propria nascita o appartenenza. Una società di individui, in cui il “noi” è fatto di infiniti “io” in relazione tra di loro. Una società di libertà individuali e diritti collettivi. È questa società aperta che i terroristi vogliono chiudere. Il loro obiettivo è che la società si chiuda, si ripieghi su se stessa, si divida, si rannicchi, si abbassi e si perda. È il nostro vivere insieme che vogliono trasformare in una guerra intestina, una guerra contro noi stessi. Quali che siano le circostanze, le epoche o le latitudini, il terrorismo scommette sempre sulla paura. Non solo la paura che diffonde nella società, ma la politica della paura con cui lo stato reagisce: una fuga in avanti dove al terrorismo segue la sospensione dei diritti democratici in una guerra senza fine, senza fronti e senza limiti, senza altro obiettivo strategico che il suo perpetuarsi, in cui gli attacchi e le risposte si alimentano a vicenda, le cause e gli effetti s’intrecciano all’infinito senza che mai emerga una soluzione pacifica. Quali che siano le epoche o le latitudini il terrorismo scommette sempre sulla paura.

domenica 15 novembre 2015

Paginatre. 7 “È tempo di massacri”.


Da “È tempo di massacri” di Giovanni Torres La Torre. Dal sito dell’Autore:  Giovanni Torres La Torre è nato a San Piero Patti(ME) nel 1937. Vive a Capo d'Orlando dove, oltre che per l' attività artistica in campo figurativo - pittura e scultura -, si distingue come operatore culturale. Ha esordito nel 1963 con  “Il Gioco si corregge” edito da Guanda.  Altre opere: “Per i bambini uccisi nel Vietnam”, Tip. Progresso, 1966; “Bandiere di fili di paglia”, Arci- Sicilia, 1978; “Sicilianze”, Il Vertice/Libri, 1981; “Fanfara di silenzio”, Il Vertice/Libri, 1986; “Girotondo di farfalle”, Prova d'Autore, 1989; “Carta randagia”, Prova d'Autore, 1991;“Il bosco della memoria”, Prova d'Autore, 2005; “Con patir di cuore”, Pungitopo, 2008; “Teatro viaggiante”, Pungitopo, 2009; “Luna visionaria”, Prova d'Autore, 2015.

sabato 14 novembre 2015

Lalinguabatte. 5 “I Gavroche della globalizzazione”.



Mi rintronano negli orecchi e mi stordiscono le accorate cronache delle televisioni e negli occhi si susseguono le immagini del terribile ultimo accadimento di Parigi. La mente naviga, stordita, cercando d’ancorarsi a qualsivoglia cosa che la faccia smettere di fluttuare. Avvenne anche per un 11 di settembre. Su di un’altra sponda dell’Atlantico. Ed ecco allora, come ciambella raccolta dal naufrago prima che l’ennesimo flutto lo inabissi per sempre, andare con il pensiero e la affannosa fantasia agli adolescenti di quella stupenda, straordinaria città – “la ville lumiere” - immaginati dal grande Victor Hugo all’interno di quello straordinario affresco d’epoca che mirabilmente ci ha reso con “I Miserabili”; come non riandare, dicevo, a quelle vite romanzate rileggendo proprio oggi, nel mezzo di quella violenta, mortale tempesta di fuoco e di morte, una pagina che risale al 20 di settembre dell’anno 2011 - che ha per titolo “I passages” –, pagina tratta da quella rubrica che Giacomo Papi ha tenuto magistralmente per anni ed anni sul supplemento “D” del quotidiano “la Repubblica”, pagina che di seguito trascrivo in parte. Che certamente i Gavroche di Hugo sono giunti immortali sino a noi, anch’essi uomini del secolo ventunesimo, asserragliati nel degrado delle periferie parigine o dell’altrove, a covare risentimenti e rabbia per quel mondo che sta fuori e che erge le sue invisibili barriere affinché tutti non abbiano a godere del progresso, della fraternità e dell’uguaglianza in nome dei quali quella straordinaria città visse il suo anno terribile e memorabile illuminando il cammino al resto della umanità. Ricordo ancora la grande commozione di me giovinetto alla lettura di quelle pagine stupende dell’Hugo. E la simpatia subito nata per quel Gavroche, straordinaria figura di giovine uomo. E come la mia immaginazione rendesse visivamente viva la sua salita, alla notte, all’interno della enorme pancia dell’elefante eretto nella piazza a monumento e divenuto la sua dimora. Molto più tardi ho saputo che quella statua a forma di elefante è esistita all'epoca dei fatti che ci narra il grande Victor. L’imponente statua era stata voluta dall’imperatore Napoleone Bonaparte e la sua progettazione era stata affidata all'architetto Jean-Antoine Alavoine. L’enorme elefante, collocato nella  “Place de la Bastille”, fu successivamente abbattuto nell’anno 1846. Gavroche è il monello di strada, che vive la sua vita nei bassifondi parigini. Nato nella famiglia Thénardier che non lo ama e che se ne sbarazza presto, vive per le strade e sotto di esse in quella Parigi che ha conosciuto i moti rivoluzionari del 1789 che avrebbero sconvolto la storia di tanti popoli. Nella narrazione dell’Hugo Gavroche ha potuto conoscere le due sorelle più grandi, Éponine e Azelma, ma non i due fratelli minori, che i genitori avevano dato in adozione in cambio di denaro. La storia, come sempre in questi casi, volge al dramma; i due fratellini si ritrovano sulla strada, incontrano il fratello maggiore ma ignorano, gli uni e l’altro, d’essere legati dal solido vincolo della fratellanza. Gavroche li aiuta a sfamarsi e li inizia alla vita dura della strada prima che i fermenti politici e sociali della Parigi del tempo li inghiotta definitivamente nel suo enorme ventre. Victor Hugo, da abile costruttore di storie, non ha voluto che il lettore sapesse del loro destino. Immaginabile del resto. Gavroche muore, come tutti i giovani eroi dei romanzi, poco tempo dopo la sorella maggiore Éponine, e muore presso la stessa barricata di rue de la Chanvrerie, durante i moti di protesta popolare del 5 di giugno dell’anno 1832, mentre tenta di recuperare delle cartucce inesplose per i suoi compagni insorti. Sangue che scorre nelle superbe strade della “ville lumiere”, allora come in questo ultimo tragico 14 di novembre parigino. Ho, tanto tempo dopo, saputo che l’idea del giovane Gavroche sia stata ispirata a Victor Hugo dalla immagine del ragazzo che appare alla guida dei rivoltosi nel celebre quadro “La libertà che guida il popolo” di Eugene Delacroix. Perché Gavroche? Perché il ricordo di quella giovanile lettura? Vi è più di una risposta semplice: che quella storia in fondo si è intessuta con la storia molto più recente delle periferie parigine incendiate e messe a soqquadro dai moderni Gavroche, genere umano relegato ai margini che non si è estinto giammai ma è sopravvissuto al grande Hugo; e che Giacomo Papi ci fa sapere che nel secolo ventunesimo i “Gavroche” non sono tornati ma vivono ai margini della società invisibili tra di noi. Vengono da lontano, non lottano per una rivoluzione che sia, vengono al seguito dell’onda lunga della finanziarizzazione selvaggia e della globalizzazione delle economie del pianeta chiamato Terra, per raccogliere le briciole di quella grande impostura che sembra sia divenuta la “globalizzazione”, madre arcigna e generatrice di nuove disuguaglianze, planetarie, e di vite grame senza sogni di libertà e di riscossa. Ha scritto Giacomo Papi:

venerdì 13 novembre 2015

Lalinguabatte. 4 “Ommini, omminicchi e piritolli”.



In un mio “post scriptum” al “pezzo” – di già passato nel layout - di Pietrangelo Buttafuoco che ha per titolo “L’Italia, l’italiano e i sentimenti al tempo nefasto del piritollo”, “pezzo” pubblicato su “il Fatto Quotidiano” del 19 di ottobre ultimo scorso, riportavo una precisazione filologica, fortunosamente reperita sul quotidiano “La Sicilia” del 10 di novembre 2014, a proposito dell’inconsueto, poco diffuso e quindi poco conosciuto lemma “piritollo”. Da quella dotta precisazione filologica sono venuto a conoscenza dell’esaustivo significato di “piritollo” che trascrivo: (…). «Vorrei smentire tutte le piritollate che circolano sulla parola piritollo. La parola piritollo è una cosa seria: (…) deriva addirittura dal greco “piritòllomai” che significava “camminare con i gomiti”, proprio dei bambini che gattonano. Quindi in senso esteso, come la filologia ci suggerisce, potremmo dire che “piritòllomai” significa sgomitare. Nel corso dei secoli questa parola ha trovato nuove accezioni e oggi, volendo fare una sintesi, significa che il piritollo è quello col ditino alzato, l’uomo di sinistra che cerca uno sfondamento sia a destra che a sinistra. Quello che si vuole far notare. Quindi, se vogliamo usare i canoni della retorica, è quello col ditino alzato con scappellamento sia a destra, sia a sinistra... Tutto chiaro?». (…). È questa l’insperata precisazione filologica che mi dischiude orizzonti lessicali nuovi ed imprevisti. E sì che leggendo Buttafuoco avevo prontamente fatto ricorso a persona di madre lingua di quella meravigliosa, quanto sfortunatissima terra, che è la Sicilia. Poiché, essendo le mie frequentazioni di quella assolata terra risalenti oramai ad un buon quarantennio ed oltre, non mi ero mai imbattuto nel termine “piritollo” magistralmente riportato alla luce dalla sagace scrittura del Buttafuoco, anch’egli fortunato figlio di quella antica madre lingua. A dire della persona da me prontamente interrogata “piritollo” veniva abitualmente utilizzato per indicare l’infante simpatico e svelto assai nonché il preadolescente furbo di sguardo e di azione e dallo sguardo sprizzante quell’intelligenza propria e pronta degli indigeni di quella solatia terra. Dopodiché mi sono imbattuto ieri nella lettura di “Leccare è un istinto primordiale” di Nanni Delbecchi pubblicato su “il Fatto Quotidiano” alla stessa data. Non volendo fare una impropria forzatura lessicale mi pare che quel “piritollo” del Buttafuoco possa avere una estensione del significato che ne includa anche di quel “leccare” così argutamente e dottamente rappresentato dal Delbecchi. E questa estensione del significato di “piritollo” viene ad essere giustificata dalla storia patria e suffragata da ben importanti scrittori ed opinionisti di tutte le epoche e di tutti gli orientamenti. Tanto per citare ed avere un riferimento a noi contemporaneo, mi soccorre nell’impresa quanto Michele Serra ha scritto sui “piritollesi” (?) del bel paese in quell’avvincente Suo scritto che ha per titolo “Confessioni” pubblicato sul quotidiano la Repubblica di immemorabile data:

giovedì 12 novembre 2015

Paginatre. 6 “Le parole”.



Dal volume “L’ora di lezione” di Massimo Recalcati, - Einaudi Editore (2014), pagg. 160 – cap. quarto pagg. 90-91: (…). Le parole sono vive, entrano nel corpo, bucano la pancia: possono essere pietre o bolle di sapone, foglie miracolose. Possono fare innamorare o ferire. Le parole non sono solo mezzi per comunicare, le parole non sono solo il veicolo dell’informazione, (…), ma sono corpo, carne vita, desiderio. Noi non usiamo semplicemente le parole, ma siamo fatti di parole, viviamo e respiriamo nelle parole. (…). …la parola non si limita a uscire dal corpo, ma ha un corpo. Cos’è, allora, un’ora do lezione? È un incontro con l’ossigeno vivo del racconto, della narrazione, del sapere che si offre come un evento. (…). Accade ogni volta che la parola di chi insegna apre nuovi mondi. Ogni volta è un risveglio. Ogni volta sorge un nuovo mondo. Accade anche nell’incontro amoroso. L’impatto con il corpo della parola, quando avviene, è sempre un incontro erotico. (…).

martedì 10 novembre 2015

Oltrelenews. 68 “Luciano Gallino. Piccola antologia”.



Da “La differenza visibile tra destra e sinistra” di Luciano Gallino, sul quotidiano la Repubblica del 29 di ottobre dell’anno 2014: (…). Vi sono due condizioni che fanno, oggi come ieri, la differenza tra destra e sinistra. Una è la scelta della parte sociale da cui stare: in politica, nell’economia, nella cultura. Il che significa o sostenere che le disuguaglianze non hanno alcun peso nei rapporti sociali, o magari negare che esistano; oppure darvi il peso che moralmente e politicamente meritano, e adoperarsi per ridurle. L’altra condizione è la capacità di capire in che direzione si sta evolvendo la situazione economica e sociale del momento. Perché se non lo capisce uno sta uscendo, senza rendersene conto, dal corso della storia. (…). Alla manifestazione di Roma (una manifestazione politica a piazza San Giovanni che si contrapponeva alla “Leopolda” di Firenze n.d.r.) non c’erano (o erano poche) le persone che dovevano scegliere se stare o no dalla parte dei deboli, degli svantaggiati, delle classi inferiori di reddito, di quelli il cui destino dipende sempre da qualcun altro. Erano loro stessi, la massa dei partecipanti, a essere deboli, svantaggiati, poveri, perennemente in balia del parere e della volontà di qualcun altro. Collocati, in altre parole, al fondo delle classifiche delle disuguaglianze di reddito, di ricchezza, di potere politico ed economico; disuguaglianze il cui scandaloso aumento negli ultimi vent’anni, nel nostro paese come in altri, accompagnato dalla scomparsa del tema stesso nel discorso delle socialdemocrazie, ha fatto parlare più di uno studioso di nuovo feudalesimo. Invece nel garage semibuio di Firenze c’erano soprattutto persone a cui l’idea di stare dalla parte dei più deboli e magari di dichiararlo appariva semplicemente repellente, o quanto meno fastidiosa, non meno che mettersi a parlare “in un mondo che è cambiato” di lotta alle disuguaglianze. Al massimo i più deboli si possono aiutare a soffrire di meno, non certo a diventare meno deboli, o a salire un gradino nella scala delle disuguaglianze, grazie a un sindacato o un partito. Per non dire che la parola “partito” significa appunto “aver preso parte” — idea demolita a Firenze dall’idea di un partito-nazione (ma l’ha detto qualcuno a Renzi che la parola “nazione” o “nazionale” figuravano tempo addietro nel nome di un paio di partiti che molti guai procurarono all’Italia e all’Europa?). (…). Per i primi era evidente che quello che sta succedendo da parecchi anni è una “guerra dell’austerità”, per usare la dizione di un noto economista americano. Una guerra di classe in cui la destra si prefigge di distruggere le conquiste sociali degli anni 60 e 70, che furono un tentativo riuscito di sottoporre il capitalismo a una ragionevole dose di controllo democratico. Le misure imposte da Bruxelles, di cui il governo Renzi, a parte qualche battuta, è fedele esecutore, sono precisamente espressione di tale guerra o conflitto di classe, nella quale le classi dominanti hanno negli ultimi decenni conseguito una grande vittoria. Equivalente a una dolorosa sconfitta per i manifestanti romani. A Firenze l’interpretazione predominante della crisi è stata quella canonica delle destre europee: lo stato ha un debito troppo alto, dovuto all’eccesso di spesa; il problema è il costo eccessivo del lavoro; per rilanciare la crescita bisogna ridurre le tasse alle imprese; i dettati di Bruxelles sono onerosi, ma bisogna pur mantenere gli impegni, ecc. Ciascuno di questi slogan è falso quanto dannoso — e si noti che a dirlo sono ormai dozzine di economisti, compresi perfino alcuni esponenti delle dottrine neoliberali. A parte l’interpretazione ortodossa della crisi, che non sta in piedi, chi vi aderisce non si rende conto che ci si avvicina a un momento in cui o si modificano i trattati europei e si adottano politiche economiche opposte a quelle del governo Renzi (che sono poi quelle degli ultimi tre o quattro governi, prescritte dalla Troika e da noi passivamente messe in atto), o ci si avvia ad un lungo periodo di grave recessione e di rapporti intereuropei sempre più difficili, nonché dagli esiti imprevedibili. (…).

lunedì 9 novembre 2015

Sfogliature. 46 “Che male c’è?”.



Scrivevo la “sfogliatura” che di seguito ripropongo il 6 di luglio dell’anno 2011. Il bel tempo andato. Ma nel lasso di tempo intercorso da quella scrittura, seppur siano cambiati i protagonisti della vicenda pubblica, i risultati e gli effetti sono sempre gli stessi. Scriveva nel suo diario il conte Henry d’Ideville alla data del 26 di aprile dell’anno 1865: (…). … l’Italia è davvero la terra dei morti. (…). Dove trovare un popolo più vecchio, più usato, più corrotto, meno ingenuo? (…). Prima di tutto è sottile, scettico, astuto e interessato. Molto più intelligente di noi, sa calcolare, aspettare, lusingare e dissimulare, cosa a cui noi non arriveremo mai. Rifate le divisioni del paese, trasformatelo in uno solo Stato, sconvolgete governi e frontiere, dategli tutte le costituzioni che vorrete, non cambierete mai la razza e il temperamento del popolo. Per quanto facciate, non lo renderete mai giovane. Conserverà coi suoi difetti tutte le  sue preziose qualità. Una “terra dei morti” scriveva quel nobil uomo, ché come tali permangono nei lustri e poi nei lustri, in quella condizione  caratteristica denominata del “rigor mortis”, che conferisce anche e soprattutto alle pubbliche istituzioni quella rigidità, quella immodificabilità che neppure gli auto-denominatisi riformatori riescono a scalfire, tanto ne sono essi stessi impregnati nelle più sottili fibrille del loro essere. Scrivevo allora: