"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

martedì 4 novembre 2014

Oltrelenews. 7 “Giustizia”.



Da “Non è successo nulla” di Concita De Gregorio, sul quotidiano la Repubblica dell’1 di novembre 2014: Quello che rende la storia di Stefano Cucchi la storia di tutti è nelle semplicissime parole di sua madre: c'era un giovane uomo di 31 anni e non c'è più, era nelle mani dei custodi della Legge lo hanno ammazzato ma non è stato nessuno dunque non è successo niente. Vada a casa signora, ci dispiace. Suo figlio è morto mentre era nelle strutture dello Stato, una caserma poi un'altra, una cella di sicurezza poi un'altra, un ospedale poi un altro. È stato picchiato, è vero. Aveva le vertebre rotte gli occhi tumefatti: lo sappiamo, le perizie lo confermano, non potremmo d'altra parte certo negarlo. Le sue foto avete deciso un giorno di renderle pubbliche e da allora le vediamo ogni volta, anche oggi qui, ingigantite, in tribunale. Un ragazzo picchiato a morte. Ma chi sia stato, tra le decine e decine di carabinieri e agenti, pubblici ufficiali e dirigenti, medici infermieri e portantini che in quei sei giorni hanno disposto del suo corpo noi non lo sappiamo. Dalle carte non risulta. Nessuno, diremmo. Anzi lo diciamo: nessuno. Dunque vada a casa, è andata così. Dimentichi, si dia pace. (…). Quella che se non paghi una multa ti pignorano casa, ed è giusto, se dimentichi una scadenza sei fuori dalle graduatorie, ed è giusto, se commetti un'imprudenza o violi una norma sei sottoposto a giudizio, ed è naturalmente giusto. Bisogna però essere certissimi, ma proprio certissimi, che non esista un'omertà di Stato per cui se è chi veste una divisa o ricopre un pubblico ufficio, a violare le norme, nessuno saprà mai come sono andate le cose perché si coprono fra loro nascondendo le carte e le colpe. (…). Disorienta e mina le fondamenta del vivere in comunità, una sentenza così. Servirebbe un gesto forte e simbolico, comprensibile a tutti. Ci sono giorni che chiamano all'appello l'umanità e l'intelligenza di chi, sovrano, incarna le istituzioni. Questo è uno.

Da “Non chiedeteci la verità assoluta” di Francesco Caringella (magistrato e scrittore), su “il Fatto Quotidiano” del 29 di ottobre 2014: (…). Anzitutto bisogna distinguere tra giustizia e processo. La giustizia è un’istituzione, un potere, una garanzia, un bene comune in cui ogni cittadino deve avere per forza fiducia. La delegittimazione della magistratura e del potere giudiziario, troppo spesso innescata da grida, urla e insulti di chi vuole rovesciare il tavolo per sottrarsi alle proprie responsabilità, conduce allo smarrimento del senso delle regole e a un qualunquismo anarcoide non degno di un paese che ha dato i natali a giuristi come Carnelutti e Sandulli e a magistrati come Falcone e Borsellino. Diverso è il discorso per i singoli processi, lambiti, oltre che dall’eventualità remotissima della malafede e della corruzione, dal rischio dell’errore che connota ogni azione dell’uomo. L’errore giudiziario, che significa non solo condannare un innocente, ma anche liberare un criminale, non è eliminabile per legge, in quanto discende dalla fallibilità dell’essere umano. La ricerca della verità, in cui si risolve il compito del giudice, è una sfida temeraria, se non impossibile nel secolo della death of truth. (…). Compito del giudice non è la ricerca della verità assoluta, insondabile per chi partecipa delle debolezze e della fragilità della condizione umana, ma la verità processuale, quella che, in base alle carte del giudizio, è più probabilmente vera. Non esiste quindi un’unica verità assoluta, ma più verità relative e soggettive tra le quali il giudice, usando il vetro con il colore giusto e origliando dal buco della serratura meglio posizionato, deve trovare quella che più si avvicina alla verità oggettiva e, quindi, alla realtà storica. Due sono i grandi nemici del giudice alla ricerca della verità migliore: le bugie e i pregiudizi. Quanto alle bugie, può accadere che tutti i protagonisti del processo mentano: perché pensano che la menzogna sia più seducente e colorata della realtà (Canetti), perché la verità non sembra mai vera (Simenon), perché dev’essere mescolata con un po’ di menzogna per risultare verosimile (Dostoevskij), perché dev’essere esagerata per risultare credibile (Foster), perché ci sono poche ragioni per dire la verità mentre ce ne sono infinite per raccontare una bugia (Wilde), perché in un mondo di illusioni e inganni la verità è un atto rivoluzionario (Orwell). Quanto al pregiudizio, Cicerone insegna che il nemico più pericoloso per chi cerca la verità con la lanterna in mano non è la menzogna, ma la convinzione: una menzogna può essere scoperta, ma grande è la tendenza dell’animo umano, specie di un potente, a non cambiare mai idea. L’umiltà di Calamandrei è l’antidoto al virus del pregiudizio e della presunzione che ne è il bacino di coltura: “Giudici, l’umiltà è il prezzo che dovete pagare all’enorme potere che avete”. (…). …non esiste la sentenza giusta o sbagliata in senso assoluto. Tutte le sentenze sono giuste e sbagliate, visto che la verità che ogni decisione afferma è soggettiva, relativa e quindi revocabile in dubbio. Esiste però la sentenza corretta: quella che afferma una verità processuale all’esito di un percorso durante il quale è stato usato un colore del vetro non inquinato da bugie, pregiudizi ed errori. Se tali fattori inquinanti saranno stati sconfitti, resterà solo l’ineliminabile opinabilità di ogni giudizio, croce e delizia della condizione dell’uomo, alla ricerca eterna di una perfezione che per fortuna gli sfugge.

Da “Sentenza Ruby, qualcosa ancora non torna”, di Bruno Tinti (già magistrato), su “il Fatto Quotidiano” del 24  di ottobre 2014: (…). Bene. Aveva ragione Travaglio. La sentenza della Corte d’Appello ha escluso la concussione per costrizione perché (diversamente dal Tribunale) non ha ritenuto esistessero valide prove di minacce, neppure implicite, rivolte da Berlusconi a Ostuni; e ha escluso la concussione per induzione perché non esisteva prova della sussistenza di un indebito vantaggio atteso da Ostuni come conseguenza della sua acquiescenza alle richieste di Berlusconi. Il riconoscimento pieno della lungimiranza del condirettore del Fatto Quotidiano non mi impedisce di dire che la Corte d’Appello ha sbagliato e che attendo una mia riabilitazione dalla Cassazione; che, se non arriverà, sarà causa di mia eterna vergogna. (…). Dunque attribuire all’indebito vantaggio il solo effetto di consentire la punibilità del concusso, ferma restando la responsabilità del concussore se detto vantaggio non vi fosse, sembrerebbe soluzione corretta. La Corte d’Appello di Milano non ha ragionato in questo modo e ha sostenuto che, per il reato di concussione per induzione, occorrono tre requisiti: carattere indebito della prestazione richiesta dal concussore (che dunque commette abuso d’ufficio); consapevolezza di ciò da parte del concusso; perseguimento di un indebito vantaggio da parte del concusso. Ha quindi ritenuto sussistente l’abuso d’ufficio da parte di Berlusconi (pag. 250 della sentenza) ma carente l’aspettativa di indebito vantaggio in capo a Ostuni. Conseguenza: fatto non sussiste. Ebbene, anche se fosse corretto questo ragionamento, esso è inficiato da un’erronea valutazione quanto alla sussistenza del vantaggio atteso dal concusso. Proprio le Sezioni Unite hanno infatti chiarito che il privato può accedere alla richiesta illecita del pubblico ufficiale anche solo “per acquisire la benevolenza del pubblico agente, foriera potenzialmente di futuri favori, posto che il vantaggio indebito, sotto il profilo contenutistico, può consistere, oltre che in un beneficio determinato e specificamente individuato, anche in una generica disponibilità clientelare del pubblico agente”. E che questa fosse la posizione psicologica del capo di Gabinetto Ostuni è la stessa Corte d’Appello a sostenerlo (pagg. 233 e 234). Insomma, anche seguendo la linea giuridica adottata dalla Corte, Berlusconi andava condannato. Questa volta sono io a dire: “vedremo”. Però su un punto concordo pienamente con Travaglio. La Corte d’Appello ha ritenuto provato che nella villa di Arcore si svolgessero festini sessuali e che Berlusconi ne profittasse, tra l’altro, accoppiandosi con Ruby. E, soprattutto, ha ritenuto provato che la richiesta avanzata da Berlusconi al Capo di Gabinetto Ostuni fosse illecita. Devo dire che, al posto di B., io non sarei così soddisfatto.

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