"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

sabato 26 luglio 2014

Storiedallitalia. 60 “Ma Renzi crede davvero in qualcosa?”.



Ha scritto Ferruccio Sansa su “il Fatto Quotidiano” del 21 di luglio ultimo – “Ma Renzi crede davvero in qualcosa?” -: (…). …il problema di fondo non sono queste riforme dissennate, studiate nel weekend da ministri senza esperienza, portate avanti a colpi di ultimatum con il sostegno di un “leader” pregiudicato. Il punto è che Renzi non ci crede. Non ha una spinta profonda. Ideale, si diceva una volta. Ormai sembrano essersene convinti in molti. Dopo il cinismo di craxiani e dalemiani, dopo Berlusconi che governava per difendere se stesso e i propri affari, ora tocca a Renzi con quella sua strabordante e nemmeno celata ambizione. Anzi, è un tratto apprezzato del suo carattere così spiccio. Con quella brutalità di sostanza che scambiamo per decisionismo. Addirittura per schiettezza. Forse, però, meriterebbe porsi qualche domanda che vada oltre Renzi (…). …quale deve essere, in chi si propone di governare, il confine sottile tra affermazione di sé e dei propri ideali? Infine: alla leadership è per forza connaturato un fondo di imposizione di sé? Tornano in mente le frasi di John Kennedy: “Non chiederti quello che il tuo Paese può fare per te, ma ciò che tu puoi fare per il tuo Paese”. (…). Impossibile entrare nel cuore di un uomo, capire in che misura l’Io sia un mezzo per realizzare gli ideali o se non avvenga il contrario. Il potere inquina. Anche chi ha le migliori intenzioni. Soprattutto oggi, che i mezzi di comunicazione distorcono la percezione della realtà, dilatano la personalità. C’è perfino il rischio che ad allontanare dalla politica, dal necessario esercizio del potere, siano caratteristiche apprezzabili, indispensabili dell’individuo: il senso della misura, il rispetto delle idee altrui, la mitezza (quella forza paziente di cui parlava Norberto Bobbio), l’umiltà. Ecco allora emergere chi pare meno provvisto di questi “limiti”. Ma non sarà colpa anche nostra, che deleghiamo la selezione ad altri e non ci sforziamo di individuare, di stanare, le persone migliori? Non è vero che dopo Renzi c’è il diluvio: (…). Dopo il premier ci sono sessanta milioni di italiani. E molti uomini straordinari.
È per quel fiuto che pensavo di non possedere che ho evitato di lasciarmi incantare dal novello prestidigitatore. È accaduto nelle primarie vinte da Bersani. È accaduto successivamente quando ho preferito sostenere un perdente sicuro, Civati, pur di non cadere nelle lusinghe del prestidigitatore di turno. E così posso ben dire d’averla scampata. Ero, per quel fiuto di cui prima, convinto che il nuovo fosse già vecchio. Che quell’apparire fosse una facciata che chissà cosa ci avrebbe dato in sorpresa. È bastato attendere poco perché si disvelasse la sorpresa. Che è sotto gli occhi di tutti. Ché potremmo dire, parafrasando il grande Carlo Vanzina, sotto l’aspetto niente. Di niente. Hai voglia di ribattere a quelli che, della mia parte politica, candidamente confessavano di sostenere il Renzi solamente per avere la certezza di vincere. Di vincere, non ha importato per fare cosa, per fare come. Pur di vincere sull’odiato sig. B. Ma quel fiuto mi diceva che nulla sarebbe cambiato. Se non il sembiante, questa volta più giovane. E gli esordi sono stati lì a dare ragione a quell’inconscio di fiuto. “Rosiconi”, “gufi”, professoroni” a ricordare amaramente gli epiteti, più volgari di certo, che il suo compare d’oggi riservava a chi non stesse dalla sua parte. È così che va il mondo. Ma non può durare. Non durerà. E gli analisti non mancano di evidenziarne i limiti gravi. Ha scritto, per esempio, Piero Ignazi sul quotidiano la Repubblica del 24 di luglio – “Il terreno fragile del governo” -: (…). …l'atteggiamento pro-europeo viene declinato talvolta con un vittimismo piagnone e con rivendicazioni di ruolo del tutto fuori luogo, come l'infelicissima battuta «l'Italia merita rispetto» (sic!). Un grande Paese non ha certo bisogno di invocare il suo status: lo esercita nelle sedi e con le modalità opportune, vale a dire a livello diplomaticocomunitario, facendo valere i propri dossier, ben curati ed adeguatamente illustrati da persone all'altezza. Così ci si fa rispettare, non saltando appuntamenti cruciali o inviando persone di grado inferiore a quelle degli altri partecipanti, spesso non preparate per la frettolosità con cui vengono decisi questi incarichi. Ma aiuta il suo “governare stando fermi” – per dirla tutta con Ilvo Diamanti – inventare un problema – le immancabili ed irrinunciabili riforme – per dirottare l’attenzione verso quei problemi per i quali non si ha capacità d’intervenire. Che poi le riforme non caveranno un ragno dal buco. Intanto hanno reso una immeritata credibilità. Ché quando l’arrembante alza la voce ed il tiro verso l’Europa suscita un motivo di profondo sconforto. Dell’Europa lascia intendere di non conoscere nulla. Sulla traccia della denuncia scritta da Piero Ignazi, a confermare la validità delle cose scritte, sta un reportage di Marco Panara pubblicato sul settimanale “Affari&Finanza” del 14 di luglio che ha per titolo “Quanto ci costa snobbare Bruxelles”. È da leggere. Ha scritto Marco Panara che… A Roma tira un'altra aria. L'Europa della quale quotidianamente ci occupiamo e preoccupiamo è quelle delle pagelle sui conti pubblici e dei parametri da rispettare e semmai dei fondi europei - quando ci riesce (poco) - da utilizzare. (…). Quello che è successo il 14 gennaio scorso durante la seduta plenaria del Parlamento Europeo che ha approvato la nuova Direttiva sugli appalti (che ora deve essere recepita dall'Italia) non è esemplare ma assai significativo. Prende la parola il segretario della Lega nonché parlamentare europeo Matteo Salvini, il quale attacca il provvedimento definendolo 'aria' e aggiungendo che non rispetta gli interessi delle piccole aziende del territorio. Fin qui tutto normale, la critica è sempre legittima. È subito dopo che il quadro si definisce, quando chiede la parola l'europarlamentare belga Marc Tarabella, relatore del provvedimento che, evidentemente, non ce l'ha fatta più: 'Collega Salvini, è una vergogna sentirvi in Aula, perché per un anno e mezzo abbiamo lavorato con gli altri colleghi e sei l'unico che non abbiamo mai visto in riunione...' In realtà tra gli europarlamentari italiani Salvini non è stato dei meno attivi nella passata legislatura, né ci sono stati altri (italiani) che abbiano seguito quell'importantissima direttiva, ma ci sono due lezioni da trarre: la prima è che se non si può seguire tutto, sui dossier importanti ci si deve essere, la seconda è che ci si deve essere dall'inizio perché quando un provvedimento arriva al voto dell'aula i giochi sono fatti. (…). E l'Italia? Latita. C'è una legge del 2012 nella quale è scritto che ogni ministero deve dotarsi di un nucleo di valutazione e di un responsabile per coordinare gli affari europei di pertinenza. Nessuna sorpresa, quei nuclei non sono mai stati creati. La ragione è ovvia, sarebbe stato un nuovo centro di potere che avrebbe potuto mettere il naso pressoché dappertutto e avrebbe dato fastidio a capi di gabinetto e direttori generali. Quindi ogni direzione fa per sé e la mano destra non sa cosa fa la mano sinistra. La stessa legge prevede un coordinamento centrale affidato a un comitato interministeriale, il Ciae (Comitato interministeriale affari europei) supportato da un comitato di valutazione e da una segreteria incardinati all'interno del Dipartimento di Palazzo Chigi per gli affari europei. Anche qui nessuna sorpresa, il Ciae si è riunito una sola volta, poche settimane fa, mentre il Dipartimento - la cui guida è stata affidata dal governo Renzi a Diana Agosti (moglie di Antonio Catricalà, sottosegretario alla presidenza del Consiglio durante il governo Monti) che è stata responsabile del coordinamento amministrativo di Palazzo Chigi e che nella sua brillante carriera si è occupata assai di personale ma per nulla di Europa - con il suo esiguo e non sempre specializzato personale fa assai fatica a seguire il processo normativo europeo, la trasposizione delle norme in Italia, la loro applicazione, le procedure di infrazione e solo a volte, molto poche, riesce a mettere intorno a un tavolo i vari ministeri interessati a singoli dossier e a definire una posizione nazionale unitaria. Nei fatti, nella costruzione delle norme e delle dettagliate regole che a Bruxelles vengono elaborate per la loro applicazione, una politica europea unitaria l'Italia non ce l'ha. Il problema dei funzionari romani mandati ai comitati e ai gruppi di lavoro di Bruxelles senza sapere le lingue o in gita premio sembra essere stato superato (non in tutti i ministeri). Oggi vanno a Bruxelles funzionari spesso (non sempre) preparati e plurilingui, anche se accade ancora che a riunioni importanti da Roma non arrivi nessuno perché non c'erano i fondi per la missione, oppure che partecipi solo a metà della riunione per rientrare in serata perché il ministero non può pagare la notte in albergo. Ma il problema più grave è che dietro questi funzionari, quando arrivano, e anche quando sono preparati, non c'è una politica nazionale, non c'è una visione chiara degli interessi da difendere, non c'è la costruzione delle alleanze necessarie per condurre in porto i propri progetti. E non c'è quasi mai un coordinamento. (…). Ma il Renzi ignora – o mette da parte poiché non paganti per la sua immagine - questi problemi e preferisce parlare del senato. E sì che il senato paga. Ma solo per lui. Per la grande maggioranza dei cittadini, quelli senza lavoro e senza risorse economiche adeguate, è tempo perso. A quando ci parlerà dei problemi dell’Europa? Anzi dell’Italia in Europa?

Nessun commento:

Posta un commento