"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

martedì 22 luglio 2014

Storiedallitalia. 58 “Servi, per libera scelta”.



Questa è una storia riprovevole avvenuta nel bel paese. Storia che ha inizio con “L’amaca” del solito graffiante e sarcastico Michele Serra, pubblicata sul quotidiano la Repubblica del 20 di luglio ultimo. Ha scritto nell’occasione il celebre notista: Essendo Mentana uno dei più abili e consumati giornalisti/conduttori, è da escludere che la sua idea di mettere a confronto Travaglio e Ferrara fosse “ingenua”: e cioè ignorasse che i due si odiano e hanno scritto, l’uno sull’altro, le più vivaci sconcezze; oppure si augurasse che una decennale e appassionata ostilità politica e umana potesse finalmente sciogliersi, chez Mentana, in un’argomentata discussione. Difatti i due, ciascuno con le sue armi verbali e secondo la propria indole (Travaglio sarcastico e sprezzante, Ferrara fuori controllo e sbraitante: gatto e cane in una delle più efficaci trasposizioni drammaturgiche mai viste), hanno quasi subito creato un clima ucraino, subito ritratto e amplificato dalla rete che di questi incidenti è appassionata consumatrice. Tornando al dubbio iniziale: poteva Mentana non sapere? Li ha invitati su incarico di qualche Alto Commissariato umanitario, per farli finalmente riconciliare? O li ha messi nella stessa scatola per vederli battersi come in quei cupi combattimenti clandestini tra galli o pittbull, e in studio la gente scommetteva, cinica, su quale dei due avrebbe dato forfait per cedimento delle coronarie (Ferrara?) o perché le urla dell’altro lo annoiavano (Travaglio?). Lavoro difficile come pochi, il conduttore televisivo ogni tanto si concede una comprensibile vacanza e si affida al facile: la rissa in diretta è un format di sicuro effetto e di facile allestimento. Come più volte partecipatovi ho disertato questa inutile logomachia per l’amore che porto al mio essere, essendo interessato a salvaguardare la mia salute mentale. L’illustre notista ne fa discendere i vergognosi risultati a quella che definisce “la rissa in diretta” e che a Suo dire rappresenta “un format di sicuro effetto e di facile allestimento”. Convengo sull’assunto dell’illustre Autore, donde ne è derivato il mio convincimento dell’inutilità di quelle trasmissioni sul piccolo schermo. Oso però dissentire in parte dall’illustre Autore. Me ne offre la sponda lo scrittore Luca Canali che nel Suo romanzato “Diario segreto di Giulio Cesare”, a proposito della litigiosità degli abitatori del bel paese, antichi o moderni, ha scritto:
Oggi ricorrono le celebrazioni Ferali, e tutte le famiglie ricordano i loro defunti. V’è in città una mestizia diffusa. È strano come essa, più della gioia, affratelli la gente. Cessato il lutto ritorna la rissa generale. Rivalità e violenza si ritengono a torto frutto di circostanze eccezionali: esse sono figlie naturali della normalità quotidiana. Anch’io mi sono sentito provvisoriamente riconciliato con tutti. Recandomi a portare doni sulla tomba di mia figlia Giulia e di Cornelia, mia prima sposa, ho incontrato avversari che mi hanno salutato con gentilezza. Ho risposto con serena benevolenza. Cicerone, che si recava anch’egli a visitare la tomba di sua figlia Tullia è stato addirittura sul punto di abbracciarmi. Domani torneremo nemici – tutti contro tutti, come ha scritto Lucilio -. Ma oggi siamo come affratellati dal rimpianto. Lo scrivo senza ironia. Ora sono solo in casa, e penso alla desolante velocità del tempo che avanza inavvertito come un sicario. In quel lontanissimo tempo l’interesse per “un format di sicuro effetto e di facile allestimento” non esisteva proprio. Donde, vi scongiuro, oscurate quegli inguardabili  “format”! Ebbe a scrivere, di uno dei due belligeranti del vergognoso “format”, il professor Maurizio Viroli su “il Fatto Quotidiano” del 10 di giugno dell’anno 2011 – “Ferrara e i servi forti. Di stomaco”: L’idea della libertà dei servi circola con sempre maggiore insistenza nell’opinione pubblica. Ernesto Galli della Loggia ha additato il servilismo che pervade il PdL quale causa principale dei recenti disastri elettorali: “È stata l’obbedienza – pronta cieca e assoluta – il veleno che ha ucciso il Pdl. O meglio che, inoculato nel suo corpo fin dall’inizio, fin dall’inizio gli ha impedito di esistere veramente come partito. Bisognava obbedire a Berlusconi, questa la regola: dargli sempre ragione, o perlomeno non azzardarsi mai a criticarlo esplicitamente e con una certa continuità” (Il Corriere della Sera, 2 giugno 2011). In un partito politico l’obbedienza è necessaria, ma, chiarisce l’editorialista, quando è sproporzionata diventa “micidiale”. E spiega che l’eccessiva obbedienza dei dirigenti del Pdl deriva dal fatto che essi “erano convinti e/o consapevoli che i voti, alla fine, li portava solo Berlusconi. Solo lui: con i suoi soldi, le sue televisioni, il suo carisma. Tutto il resto, a cominciare dalla loro personale qualità umana e politica, agli occhi dell’elettorato sarebbe contato insomma poco o nulla, e dunque per i disobbedienti non c’era alcun futuro”. L’argomento coglie bene la natura servile del rapporto che lega i berlusconiani al loro capo: una servitù non imposta da nessuno, e quindi volontaria, la libertà dei servi, appunto. Galli della Loggia individua anche che un sistema siffatto porta alla promozione dei peggiori e dunque all’inevitabile declino del partito. Ma è ancora troppo poco, e troppo tardi. Troppo poco perché l’articolo non chiarisce che all’origine del servilismo c’è il potere enorme di Berlusconi con la sua possibilità di corrompere, distribuire benefici e affascinare. Il problema, e non tanto per il Pdl, ma per la libertà italiana, sta proprio nell’esistenza di quel potere. In altre parole: quel che Berlusconi dice o fa conta poco, è l’esistenza stessa del suo potere enorme che rappresenta una minaccia mortale (sia detto senza enfasi) per la libertà degli italiani. (…) …la natura devastatrice del potere berlusconiano è stata ampiamente denunciata da molti anni, ad esempio da Norberto Bobbio, quando nel Dialogo intorno alla repubblica, e prima ancora, ha parlato di Forza Italia come partito personale. Come mai ci si accorge solo ora, e in modo parziale, di cos’è il partito di Berlusconi? Bastava conoscere l’abc del liberalismo e del realismo per capire e per cercare di evitare all’Italia la vergogna che abbiamo vissuto e viviamo. Mentre Galli della Loggia rileva gli aspetti negativi del servilismo, Giuliano Ferrara, lo stesso 2 giugno (povera Repubblica!) esalta i servi liberi e forti: “Questo è un appello ai servi liberi e forti di una fantastica stagione politica che non merita di avvizzire così”. Non traggano in inganno le parole. I “servi liberi e forti di una fantastica stagione politica” sono i servi di Berlusconi in virtù del fatto che, come spiega Ferrara, stagione politica=Berlusconi: “E nella storia italiana di questi anni non c’è altro qualcosa che il qualcuno, Berlusconi. Girarci intorno è prendersi per il culo”. Un’idea originale, quella dei servi liberi e forti, non c’è alcun dubbio. Per secoli i migliori scrittori politici liberali e repubblicani hanno condannato la servitù volontaria come il modo più spregevole di rinunciare alla dignità propria degli esseri umani. Ferrara invece la esalta, e chiama addirittura i liberi servi “forti”. Intende di sicuro forti di stomaco per poter digerire il marcio che emanano il signore e i cortigiani, non la forza morale di chi rifiuta prebende e vantaggi per non farsi servo di nessuno. Donde ne deriva che nella Storia del bel paese l’inclinazione alla “servitù” verso il potente di turno è un retaggio, seppur antico, che ne condiziona la vita politica, sociale e puranco economica. Sempre quell’illustre Autore ha dissertato, su “il Fatto Quotidiano” del 6 di settembre dell’anno 2011, su i cosiddetti “Servi, per libera scelta”, per l’appunto come quel tale del “format” di Mentana. Nella Sua prefazione al volume “The liberty of servants”, edito per i tipi della “Princeton Universty Press” (2011), e destinato esclusivamente al pubblico inglese, l’illustre Autore ha scritto: Come i demagoghi dell’antichità e dell’età moderna, Berlusconi ha dimostrato fin dagli inizi della sua carriera politica una notevole capacità di affascinare la ‘gente’ con tecniche teatrali che mirano ad esaltare la sua immagine e ha dato ripetutamente prova di saper ottenere il consenso dicendo ai cittadini quello che essi vogliono ascoltare. A differenza di quasi tutti i demagoghi, tuttavia, Berlusconi è ricchissimo e usa il suo denaro per comprare le persone, come abbiamo visto, a parere dei commentatori, nelle ultime settimane del 2010 e nelle prime del 2011 quando la sua maggioranza parlamentare ha rischiato di dissolversi. In circostanze più normali della vita politica egli usa il suo denaro, direttamente o indirettamente, per distribuire favori di varia natura e valore, dai posti lucrativi ai regali. In questo modo ottiene la lealtà di un gran numero di persone. Si potrebbe sostenere che Berlusconi ha istituito un’oligarchia all’interno del sistema democratico. Ma è anche vero che il regime di Berlusconi presenta aspetti che i filosofi politici hanno bollato come tirannide, non nel senso di un potere imposto e conservato con la violenza, ma nel senso di una “tirannide velata”, simile a quella che i Medici costruirono a Firenze. In effetti, come ogni tiranno, anche Berlusconi mira in primo luogo a conservare ed accrescere il suo potere e a proteggere i suoi interessi. Inoltre, come già osservava Norberto Bobbio, Berlusconi ha la tipica mentalità del tiranno. Ritiene infatti che a lui tutto sia lecito, compreso avere tutte le donne per sé, e più giovani sono meglio è. Se lo esaminiamo con l’aiuto dei concetti classici del pensiero politico, il potere di Berlusconi può essere definito come una combinazione originale delle tre forme corrotte di governo: la demagogia, la tirannide e l’oligarchia. È un esempio davvero eloquente della creatività politica italiana, ma è soprattutto un’ulteriore prova di un altro carattere distintivo della storia italiana, vale a dire la nostra cronica incapacità di difendere efficacemente la libertà. (…). Il paese della libertà fragile, ecco quale potrebbe essere un’appropriata caratterizzazione politica dell’Italia. (…). …la semplice esistenza dell’enorme potere di Silvio Berlusconi rende gli italiani non liberi, o meglio liberi, ma nel senso della libertà dei servi, non della libertà dei cittadini. (…). Egli può (…) creare intorno a sé una corte formata da un numero più o meno grande di individui che dipendono da lui per favori, denaro, onori e fama. Anche se il regime di Berlusconi è certo una letale mistura di oligarchia, demagogia e tirannide, il nome che meglio lo caratterizza è sistema di corte. (…). Nessun sistema democratico è immune dal potere combinato del denaro, dei media e della demagogia. I leaders e i cittadini dei paesi liberi dovrebbero fare tesoro degli errori degli italiani e preparare per tempo le difese contro il formarsi e il consolidarsi di poteri enormi.

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