"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

domenica 13 luglio 2014

Doveravatetutti. 12 “Non meritiamo di essere salvati”.



“Doveravatetutti” allorquando Massimo Fini scriveva su “il Fatto Quotidiano” del 5 di novembre dell’anno 2011 – “Non meritiamo di essere salvati” -: Berlusconi con le sue promesse e i suoi bluff è riuscito a ingannare gli italiani per 17 anni pur non avendo fatto, (…) nulla di notevole. E per 17 anni gli è andata bene. Adesso, in una situazione di crisi economica drammatica, ha cercato, con la sua ridicola “lettera di intenti”, di ripetere il giochetto con gli europei sperando di farla franca anche con loro. Ma i fatti, in questo caso i mercati, gli han dato la risposta brutale che si meritava e con lui l’Italia che gli ha creduto e anche quella che non gli ha creduto, ma non è stata capace di fermarlo. Berlusconi però non è che la ciliegiona marcia su una torta marcia. Nella crisi attuale, che è planetaria ed è dovuta alla cocciuta cecità delle leadership mondiali che si ostinano a inseguire il mito della crescita quando crescere non si può più, la particolare debolezza dell’Italia è data, com’è noto, dall’enorme debito pubblico. Questo debito è stato accumulato soprattutto negli Ottanta, gli anni della “Milano da bere” (per la verità bevevano solo i socialisti), della triade dei santi e martiri Craxi-Andreotti-Forlani quando, per motivi clientelari, di conquista del consenso si elargivano a pioggia pensioni di vecchiaia fasulle, pensioni di invalidità false, pensioni baby, pensioni d’oro. Inoltre dalla metà degli anni Settanta c’è stata la cassa integrazione a tempo indeterminato, che è la forma che l’assistenzialismo ha assunto al Nord. Quando il mercato tirava l’imprenditore si gonfiava di operai, quando si restringeva li metteva in cassa integrazione, accollandoli alla collettività. Si chiamava “privatizzazione dei profitti e socializzazione delle perdite”. (…). Giuliano Cazzola ha calcolato che la prima Tangentopoli ci è costata 630 mila miliardi di vecchie lire, circa un quarto del debito pubblico. E il calcolo si basa solo sulle sentenze arrivate a giudizio definitivo che rappresentano, come per ogni reato, un decimo degli illeciti commessi. Poteva essere una lezione salutare. E invece nel giro di pochi anni abbiamo visto i giudici diventare veri colpevoli e i ladri le vittime, giudici dei loro giudici. E tutto è continuato peggio di prima. Può un Paese del genere salvarsi? Può darsi. Vi sembra che le cose da quel tempo, che appare remoto assai, abbiano “cambiato verso” per come cicaleccia l’arrembante primo ministro?
Da quel tempo, anzi, il paese è stato stretto sempre di più nella tagliola del malaffare, dal Monviso a capo Lilibeo; l’evasione fiscale e le malversazioni sono rifiorite ancor più di prima; la corruzione nella politica e nella pubblica amministrazione imperversa ed ha vinto non già una battaglia ma la guerra. Tutto il resto è fuffa. Perché dolersene se la Storia ci è maestra? Siamo inadeguati a convivere con quei paesi che pongono alla base della loro civile convivenza il rispetto delle regole. Figurarsi il rispetto delle leggi. Ché accade solo in questo disastrato paese vedere un condannato per truffa ai danni della intera collettività godersela come e più di prima partecipando financo alla revisione della carta fondamentale, quella che da “primo ministro” in carica definiva essere “sovietica”. Eppure ci aveva giurato sopra! È un paese di saltimbanco, di opportunisti, di avventurieri, dei quali la Storia si è dovuta interessare per le loro poco commendevoli attitudini. La Storia! Che solo a rileggere alcune pagine di essa viene da arrossire. Decorre in questi giorni il secolo dallo scoppio della cosiddetta “grande guerra”. Celebrazioni inutili e parole a fiumi. Nell’indifferenza generale. Nell’occasione è Franco Cordero che ha scritto una “paginetta” di verità su quell’evento, pubblicata sul quotidiano la Repubblica dell’11 di luglio col titolo “Il teatro delle illusioni”. Una “paginetta” di verità, che la dice lunga, che Vi esorto a leggere e meditare. Dunque, ha scritto l’insigne studioso… Cronache quotidiane confermano quanto poco muti l’anima italiana. Domenica 9 maggio 1915, Olindo Malagodi, direttore della Tribuna, visita Giolitti, quattro volte presidente del consiglio, sconvolto dalla notizia che in segreto il governo macchini l’intervento in guerra; e ascolta i motivi d’un profondo dissenso. Primo: era giusto stare alla finestra, mancando il casus foederis ; saltando addosso ai due imperi, alleati da 30 anni, l’Italia, già poco reputata, perderebbe ogni credito morale, anche presso gl’interessati ad acquisirla, qualunque cosa dicano. Secondo: così militarmente debole, non è idonea all’impresa; i generali sono ignoranti e inetti; le famiglie destinavano alla carriera militare i figli stupidi o turbolenti. Terzo: è povera, oppressa da inauditi carichi fiscali, nemmeno pensabili altrove; quando tutto vada bene, uscirebbe miserabile, scontando l’avventura nei vent’anni seguenti. (…). …Giolitti dispone della Camera, sensibile all’umore elettorale: 300 deputati lasciano un biglietto in via Cavour 71, dunque rimane padrone del voto e l’indomani spiega al re cosa rischi il paese. Mercoledì 12 D’Annunzio declama da un balcone dell’Hotel Regina e Margherita Savoia, vedova d’Umberto, ascolta religiosamente, fascista ante litteram. Le dimissioni del governo, annunciate nella notte da venerdì a sabato, inscenano le cosiddette «giornate radiose», sobillate dal governo. D’Annunzio lancia accuse d’alto tradimento e nel teatro Costanzi istiga gli entusiasti al castigo sanguinoso. Lo spaventato Montecitorio vota le spese belliche (407 contro 76). E così anime fini (…) esclamano «guerra!», esperienza sublime (in forma sordida la fanno i contadini, apatico bestiame umano, lasciandovi il grosso dei morti): se la combina con feroce rigore asinino Luigi Cadorna, (…); imperterrito, svena la fanteria in 11 stupide offensive sull’Isonzo, finché una replica tattica con intervento tedesco travolge l’insostenibile schieramento italiano: lo stratega chiedeva misure draconiane all’interno; sorpreso, infama i soldati e consiglia al governo un’uscita politica ossia l’armistizio. Martedì 13 novembre 1917 Malagodi rivede Giolitti. Aveva ragione ma non rivanga l’argomento. Nota solo che errore sia avere salvato pro forma Cadorna traslocandolo nel Consiglio alleato a Versailles: diffamerà l’esercito, posando a eroe tradito; intelletto «mediocre», ostenta pose da «uomo religioso ». È mancato poco al collasso: arrivano soccorsi alleati; Grappa e Piave resistono; i tedeschi ritirano le divisioni impegnate nella controffensiva. Arriva l’America. Affamati dal blocco, gl’Imperi centrali capitolano. L’Italia esce stravolta, invelenita, ingovernabile: Le «radiose giornate» preludevano alla «marcia su Roma». Fallisce il quinto gabinetto Giolitti, le cui arti parlamentari non hanno più corso. L’ancora giovane direttore dell’Avanti, socialista anarcoide, s’era scoperta una vocazione da uomo d’ordine: forniva squadre agli agrari contro leghe, cooperative, case del popolo, liquidando lo sterile biennio rosso (…). …Benito Mussolini (…) gioca la sua partita e col sostegno dei poteri forti, dalla Corona alla Chiesa, mette piede al vertice esecutivo, 31 ottobre 1922 restandovi 20 anni, otto mesi, 25 giorni. Quando esce, fermato dai carabinieri a Villa Savoia, l’Italia è diroccata: le aveva fondato un impero etiopico, svuotando le casse dello Stato; nel suo disegno era in pectore signora del Mediterraneo, condomina pleno iure della Germania hitleriana, contro le corrotte e sfinite democrazie occidentali, sotto condanna biologica. Non gli veniva in mente che piani simili richiedano materie prime, industria, tecnologie ossia armi e chi sappia usarle: improvvisava gesti temerari, roteando gli occhi, come avesse sotto mano un perfetto ordigno bellico; eravamo una pseudopotenza afflitta da sacche d’analfabetismo e miseria cronica; ma l’economia arretrata sarebbe rimediabile se la struttura morale non fosse debole. Fioriscono furberie parassitarie. Adolf Hitler ogni tanto esce in battute spiritose: nel dicembre 1941 rischiava catastrofi in Russia; sapendo dell’attacco giapponese a Pearl Harbour, canta vittoria. Ormai è sicura: «abbiamo due alleati; uno, il Sole Levante, non ha perso una sola battaglia in duemila anni; l’altro le perde tutte finendo le guerre dalla parte del vincitore». (…). Ma è mai possibile che la Storia non ci insegni nulla? Tanto da farci ricadere come imbelli nel sempiterno “teatro delle illusioni”? Ha scritto ieri Massimo Fini, sempre lui, su “il Fatto Quotidiano” – “L’Europa dovrebbe cacciarci a calci” -: Non è l’Italia che deve andarsene dall’Europa, come vorrebbero alcuni partiti, ma l’Europa che dovrebbe cacciarci a pedate nel sedere. Perché ci mancano gli standard minimi. Che non sono quelli economici e finanziari, che sono recuperabili e in parte recuperati, dall’odiatissimo, non a caso, governo Monti, ma etici, che sono irrimediabili. Non c’è settore della vita pubblica, e anche privata, che non sia corrotto. Parlamentari, presidenti di Regione, consiglieri regionali, personale delle abolende Province, sindaci, assessori, consiglieri comunali, Pubblica amministrazione, Guardia di Finanza, dai più alti ai più bassi livelli, polizia, vigili urbani. Non c’è luogo in cui la magistratura vada a ficcare il naso dove non salti fuori il marcio. E non ci sono distinzioni regionali: il Nord, con la sua ex ‘capitale morale’, Milano, vale il Centro e il Sud. (…). …non c’è città, cittadino, paese o paesello, insomma non c’è agglomerato di italiani che sfugga al marciume generale. Il premier di questo Paese incontra più volte un pregiudicato, in stato formale di detenzione, e con costui decide leggi fondamentali dello Stato. Una cosa simile non si era vista mai, nemmeno nel più sgangherato, misero e miserabile Paese del mondo. (…). Non si può permettere a un delinquente di determinare la politica di un Paese con la scusa, ridicola, che “ha il consenso”. Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha fatto resistenze inaudite per cercare di non rendere testimonianza in un processo, mentre la testimonianza è un dovere civico che riguarda tutti i cittadini (e se cerchi di sottrarti, i carabinieri, dopo due richiami, ti portano in Tribunale in manette), che non conosce guarentigie né privilegi di sorta salvo quello, se si è una carica istituzionale, di ricevere i Pubblici ministeri nel proprio ufficio e non nella sede del processo. Questi sono gli esempi che ci vengono ‘dall’alto’, a tutti i livelli. (…). Considerazioni scritte tre anni dopo. È così che il bel paese “cambia verso”? Esclamava quella grande maschera della triste commedia italiana: “Ma mi faccia il piacere!”.

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