"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

lunedì 23 giugno 2014

Sfogliature. 26 “Chi andrà all’Inferno: i non credenti o gli iniqui?”.



“Inferno. Perché l’uomo ha bisogno che il male venga punito” è il titolo di una riflessione del teologo Vito Mancuso pubblicata sul quotidiano la Repubblica del 13 di giugno ultimo. È che il novello vescovo di Roma, con la sua predicazione “assordante”, prova a mettere in forse le tante “credulità” che le religioni ammanniscono in abbondanza. Si chiede l’illustre teologo nell’incipit della Sua riflessione: Esiste l’Inferno? (…). Già Platone nutriva la convinzione che l’aldilà riservi «qualcosa di molto migliore per i buoni che non per i cattivi» (Fedone, 63 C) e Kant a sua volta ha affermato: «Non troviamo nulla che già sin d’ora ci possa fornire ragguagli sul nostro destino in un mondo futuro se non il giudizio della nostra coscienza, quello che il nostro stato morale presente ci permette di giudicare in maniera razionale» ( La fine di tutte le cose ). Ma il Kant è puranco quel grande che ebbe a dire: "Due cose riempiono l’animo di ammirazione e venerazione sempre nuova e crescente, quanto più spesso e più a lungo la riflessione si occupa di esse: il cielo stellato sopra di me, e la legge morale in me”. Dell’infernale problema mi ero interessato in un post del 21 di maggio dell’anno 2007 in quella rubrichetta senza pretese che aveva per titolo “Se il divino diviene il problema”.
Scrivevo allora: Dell’“inferno”. Elucubra il giovane Fert. Supportato nella bisogna dai sacri testi. Compulsa tomi, libercoli, incunaboli. Volumi polverosi. Formidabili menti lo aiutano a penetrare il mistero. Fert, giovane dottore in filosofia del diciottesimo secolo. Allora e come prima e come sarà per il domani, un inferno la terra per i tanti. Da un inferno trapassano poi in quello creato dall’onnipotente. Amarissimo destino. Inferno in terra. Inferno in cielo. O al centro profondissimo della terra. Così dicono gli arguti dottori. L’imperscrutabile dio lascia intendere chiaramente per la qualcosa “vuole un teatro dei supplizi”. Quei dannati, di già destinati all’inferno, hanno poco da fare; il loro destino è di già segnato. Giusto creare un posto ove accogliere le moltitudini di già dannate “ab inizio mundi”. Dannati nella mente dell’imperscrutabile divino. Inutile agitarsi. Che lo abbiano capito argutamente in quanto uomini di fede profonda? Avrebbero allora fatto ricorso al libero loro arbitrio? Intricata questione. Senza libero arbitrio non c’è storia. Atti buoni ed atti cattivi stanno riposti in quella mente suprema. Tanto vale non arrovellarsi. C’è l’inferno già scritto per i tanti già dannati sulla terra. Allora è tanto meglio concedersi delle libertà in terra. Nulla varrebbe a cambiare un destino di già segnato. Orribile la fantasia dell’onnipotente: solo una mente incline alla persecuzione atroce potrebbe mettere in atto simili torture. Lo affermano i dottori sagaci, profondi conoscitori dell’onnipotente. Riporta Fert degli illustri dottori le convinzioni maturate con l’ausilio dell’ispirazione divina. È il giovane Fert incontrato nell’“Armatura” di Franco Cordero – pagine 497/499 -. Che elucubra con dolorosissimo senso della pietà. Manca al divino la pietà. “(…). Che l’inferno esista, lo provano argomenti ed esempi. Dove? Al centro della terra, secondo una ‘communis amnium doctorum opinio‘, tranquillamente condivisibile. Luogo enorme, vista la quantità dei pazienti, donde un dubbio: non hanno corpi sottili, quindi compenetrabili; può contenerne tanti? Risponde Riccardo da san Vittore: stanno compressi ‘in cavitate terrae‘, come le pecore quando fa freddo; se lo spazio è poco, Iddio l’aumenta ‘iuxta suum beneplacitum‘. Chi vi cade resta, salvo che sia miracolosamente risuscitato: rimane laggiù, a guisa d’una mola sul fondo del mare; ‘avernus’, significa ‘sine vere‘, dove non viene mai primavera, posto ‘intemperantissimus‘ e pene inesorabili, senza il minimo addolcimento. Se non esistesse l’inferno, l’opera cosmogonia sarebbe imperfetta. Guillielmus Parisiensis spiega che ottima cosa sia averlo istituito. Lo imponevano quattro ragioni, rectius tre: ogni dimora regale ha delle segrete; previene i peccati disseminando salutare paura; punisce le offese alla maestà divina. Gl’interni superano l’immaginabile. Doctor Raulinus pennella horribilia cominciando dal fuoco physico sensu: autentiche combustioni, però non richiedono legna; sant’Agostino adduce l’esempio dei vulcani, attivi ‘ab inizio mundi‘ e mai spenti; fiamme buie, ardono i corpi dei dannati senza consumarli; dovunque vadano, se le portano dietro. Punto interessante, quando Iddio l’abbia creato; e risposta impeccabile: ‘ab inizio mundi‘, prima che cadessero gli angeli. Il corollario sottinteso dissipa ogni dubbio sui fini: l’Onnipotente esce dal sonno, stende lo scenario cosmico, evoca puri spiriti e uomini, perché vuole un teatro dei supplizi; l’inferno è il fine. Gli abitanti patiscono simultaneamente fuoco e freddo. Nei quattro fiumi infernali, Flegetonte, Stige, Lete, Cocito, scorrono acque nere fumiganti. ‘De ululatu damnatorum‘: bestemmiano; vorrebbero non essere nati (dunque, non è un bene l’esistere, come insegna quel sornione di san Tommaso); maledicono i genitori. Tra gli aneddoti pesco quello del monaco morto: i confratelli cantano l’ufficio funebre; all’Agnus Dei salta su vomitando parole blasfeme, senza contare i gesti; ‘ego in ipsa flamma Tartari sum‘; gli astanti pregano battendosi il petto; finalmente, torna in sé, rinuncia al diavolo e chi non rinuncerebbe nel suo stato?; resa piena confessione, trapassa comme il faut. La sua colpa era d’avere fornicato, tacendolo al confessore. Particolare notevole: i diavoli s’accaniscono sui magnati. Pier Damiani racconta d’un tale che, vedendo bagliori dal vulcano, pronostica categoricamente; tra poco morrà qualche ricco atteso all’inferno; non sa d’essere lui; muore nel coito ‘cum meretrice‘; le stava sotto; accortasi del cadavere, se lo scrolla inorridita. (…)”. Fin qui la stupenda narrazione letteraria di Franco Cordero che mette in bocca alla Sua creatura Fert le sensibilità proprie d’un uomo del secolo diciottesimo. Vito Mancuso, dottore teologo del secolo ventunesimo, sempre a proposito dell’inferno elucubra: Tutte le grandi religioni insegnano che l’anima sarà giudicata: gli egizi mediante l’immagine della psicostasia o pesatura dell’anima (ripresa anche nel medioevo cristiano), lo Zoroastrismo e l’Islam mediante il simbolo del ponte escatologico sottile come un capello su cui le anime appesantite dal peccato precipiteranno senza scampo, l’Induismo e il Buddismo mediante il concetto di karma che determina le successive reincarnazioni. Lo scenario è comunque lo stesso: 1) c’è una logica che struttura il farsi del mondo; 2) la libertà umana è chiamata a rispondervi; 3) la qualità della risposta determinerà il giudizio che l’attende, quando la libertà verrà meno di fronte alla logica cosmica; 4) il giudizio può avere esito negativo. Ciò che il cristianesimo chiama Inferno, laicamente è il fallimento, nel senso che la libertà può fallire e un’intera esistenza rivelarsi sprecata. (…). Naturalmente (…) non consegue per nulla la sicurezza sull’esistenza dell’Inferno- Paradiso e di Dio, tutto ciò rimarrà sempre e solo oggetto di fede. Da ciò consegue piuttosto una domanda per ogni persona responsabile: l’amore per il bene e per la giustizia che talora si accende in noi è solo un personalissimo anelito oppure è la manifestazione di una logica più grande a cui originariamente apparteniamo? Vengo alla seconda questione (…), quella dei criteri che nel giudizio finale determinano la perdizione o la salvezza. La tradizione cristiana afferma da un lato che ci si salva grazie alla fede, dall’altro grazie al bene compiuto. A cosa però spetta il primato: alla fede professata o al bene praticato? E chi andrà all’Inferno: i non credenti o gli iniqui? Ancora oggi alcuni cristiani sostengono il primo polo dell’alternativa sottolineando l’irrilevanza della dimensione etica per il destino finale, giocato interamente sull’adesione allo “scandalo” della fede di cui parlava san Paolo esemplificata dal noto detto di Lutero che invitava pure a peccare ma a credere ancora di più (pecca fortiter sed fortius crede). Il Papa (…) ha detto esattamente il contrario: all’Inferno ci andranno gli iniqui, i corrotti, chi vive solo per il denaro e fa male al prossimo. È il pensiero di Gesù quale appare dal Vangelo con i criteri del giudizio finale basati non sull’adesione dottrinale ma sulla pratica del bene: «Avevo fame e mi avete saziato, avevo sete e mi avete dato da bere…» (Mt 25, 35 e 42). Anche questa è una convinzione universale. Per limitarmi alla religione dell’antico Egitto, nella pesatura dell’anima del defunto il contrappeso era la piuma della dea Maat, personificazione della Giustizia. Ma ancora più notevole è la somiglianza tra il brano evangelico citato e un passo del Libro dei Morti: «Ho soddi- sfatto Dio con ciò che ama. Ho dato pane all’affamato, acqua all’assetato, vesti all’ignudo, una barca a chi non ne aveva». Queste parole risalgono a 1500 anni prima di Cristo. (…). Penso e apprezzo che sia la linea del novello vescovo di Roma per il quale “all’Inferno ci andranno gli iniqui, i corrotti, chi vive solo per il denaro e fa male al prossimo”. Tanti mal di pancia per tutti coloro che, professando una finta fede, hanno creato un inferno in Terra per la stragrande maggioranza degli esseri umani. “Tempora bona veniant”?

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