"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

martedì 25 marzo 2014

Cosecosì. 72 Europa, Europa.



Scrive oggi Adriana Cerretelli sul quotidiano “Il Sole 24 Ore”– “L'Europa dilaniata tra ribellismo ed egoismi” -: E allora Europa perché, per fare che cosa e andare dove? E, poi, si può amare un riformatorio? Prolifera sul ribellismo popolare, scatenato dal rigore cieco che ha bloccato la crescita e distrutto lavoro, l'euroscetticismo che spadroneggia a Sud. A Nord invece si alimenta di egoismi e istinti difensivi: la vecchia paura del club-Med, il terrore di dover pagare di tasca propria, via la moneta unica, l'irresponsabilità degli altri. Euroscetticismo, in breve, fa rima con incomunicabilità: soprattutto culturale. Debito in tedesco significa colpa, in greco fiducia: due mondi agli antipodi eppure due concetti entrambi compatibili con quella parola: dipende da come si maneggiano i debiti. Sarebbe semplicistico però spiegare la rivolta con la sola emergenza euro. Il disagio viene da più lontano, ha radici più profonde.
Europa perché? E la Crimea sta lì a darci una delle risposte. Si dirà: ma la Crimea è al margine del nostro mondo. Ma questo mondo possiede ancora dei margini stabiliti? Ci sono margini nel mondo globalizzato? È che la vicenda della Crimea di questi giorni riporta alla memoria – se pur esistesse una memoria collettiva – ciò che sono stati nazionalismi e populismi nella storia della vetusta Europa. È che la vicenda della Crimea di questi giorni ci riguarda molto ma molto da vicino. Fu quella guerra chiamata “Guerra d'Oriente” e noi ci si stava allora come il Regno di Sardegna, un vaso di coccio che cercava riconoscimenti, in un conflitto che fu combattuto dal 4 di ottobre dell’anno 1853 al primo di febbraio dell’anno 1856 con gli stessi protagonisti dell’oggi, ovvero l'Impero russo da un lato e un'alleanza formata dall’Impero ottomano, dalla Francia, dalla Gran Bretagna e dal vaso di coccio. Ecco perché parlare oggigiorno di Crimea è parlare dell’Europa della distensione, dei diritti, dell’equità sociale e di quant’altro si è riusciti a realizzare nella storia post-bellica in questo travagliato angolo di mondo. È da quel che ci rimanda la memoria che torna urgente non disfarci dell’Europa quanto ripensare l’Europa che coesiste, che accoglie, che estende senza limiti libertà e diritti. Ha scritto sempre oggi Nadia Urbinati sul quotidiano la Repubblica – “Le sfide dell’Europa dopo il voto francese” -: (L)a storia (…) ci fa ricordare quanto successo nel 1914, quando i partiti socialisti ruppero l’alleanza internazionalista per schierarsi con gli interessi dei loro rispettivi paesi, alimentando la crescita prepotente dei nazionalismi, poi confluiti con straordinaria celerità verso plebiscitarismi di massa, fascisti e populisti. In Europa, a partire almeno dal Settecento, i fallimenti dei progetti continentali di emancipazione secondo ideali universalisti hanno generato mostri. (…). La politicizzazione dell’agenda europea trova conferma nel carattere ideologico e identitario di questa campagna elettorale per il Parlamento di Strasburgo, cominciata di fatto con le elezioni francesi di domenica scorsa. La lotta ideologica verterà essenzialmente sul significato dell’Unione Europea, andrà cioè ai fondamenti del patto che ha segnato la rinascita democratica del secondo dopoguerra. Che le destre nazionaliste e anti-europeiste siano state le prime a scaldare i muscoli è indicativo dell’alta posta in gioco simbolica di queste consultazioni elettorali: la tensione tra i “valori universali” di libertà e democrazia e quelli identitari, il potenziale risvolto anti-democratico della mancanza di lavoro, una vera piaga per l’integrazione europea e la stabilità politica del continente. Prendendo sul serio il paradigma della politicizzazione, c’è da augurarsi che per contenere questa ideologia nazionalista si formi un fronte capace di convogliare il malcontento nei confronti della dirigenza di Bruxelles verso un programma alternativo riconoscibile a tutti. Per ora, i partiti dello schieramento di centro-sinistra si astengono dal posizionarsi in questo senso e si stanno anzi rendendo responsabili di aiutare la propaganda anti-europea blandendo il sentimento nazionalista nel tentativo di attrarre voti. Il paradosso è che mostrandosi tolleranti verso il linguaggio anti-europeista rischiano di incrementare la popolarità delle idee rivali nel tentativo di sfruttarle a loro vantaggio. Perché, quando si vota con argomenti identitari come in questo caso, gli elettori sanno riconoscere chi offre loro il prodotto originale da chi commercializza imitazioni. È che l’Europa d’oggi non è stata affatto una madre nutrice ma si è trasformata nel tempo in quel “teatro degli inganni” del quale ha scritto Barbara Spinelli, capolista della “Lista Tsipras” per le lezioni del 25 di maggio, sul quotidiano la Repubblica del 19 di Marzo: Come non sentirsi sbalestrati, se non beffati, da discorsi così contraddittori? A Parigi Renzi ha accusato gli eurocrati, poi a Berlino ha riconosciuto il primato tedesco, ricordando alla Merkel che non siamo «somari da mettere dietro la lavagna, ma un Paese fondatore che contribuisce a dare la linea». Chi detta legge, in ultima analisi: il tutore tedesco o l’eurocrazia? Chi ha l’ultima parola? Non dirlo a lettere chiare: questo è aggirare i popoli. (…). Se davvero credessero in quel che professano, Renzi, Hollande e la Merkel manderebbero in questi giorni ben altro messaggio ai cittadini refrattari che apparentemente li angustiano tanto. Direbbero: «Ci atterremo alle nuove regole, vi ascolteremo sempre più. Quindi rispetteremo il verdetto delle urne». Nessuno di loro osa dirlo. Il dominio che esercitano, nella qualità di sovrani che nominano eurocrati al loro servizio, non vogliono né dismetterlo né spartirlo. Vogliono usarla, la tecnocrazia, come alibi: se le cose vanno male la colpa è sua. Gli Stati hanno potere, non responsabilità. La mistificazione è massima perché la colpa è interamente loro, se l’Unione è oggi un campo di discordie, di ingiustizie sociali asimmetriche. Sono gli Stati e i governi che hanno fatto propria la teoria, predicata ad alunni somari e non, dell’»ordine» o dei «compiti in casa ». È la teoria tedesca dell’ordoliberalismo, nata nella Scuola di Friburgo tra le due guerre, che fissa quali debbano essere le priorità, perché i mercati operino senza ostacoli: prima va rassettata la «casa nazionale», e solo dopo verranno la cooperazione, la solidarietà, e comuni regole di uguaglianza sociale. (…). L’illusione ordoliberista, tuttora diffusa ai vertici degli Stati, è che se ognuno lasciasse fare i mercati, mettendo magari la briglia alla democrazia e a leggi elettorali troppo rappresentative, l’ordine finirebbe col regnare nel mondo. La crisi ha mostrato che solo invertendo le priorità una soluzione è possibile. È dalla solidarietà che urge ripartire, dalla messa in comune di risorse, dopodiché ogni Stato avrà più forze per aggiustare i conti, spalleggiato da istituzioni e bilanci federali. (…). Sono ancora gli Stati che hanno deliberato, nel febbraio 2013, di congelare il comune bilancio e di impedire l’aumento delle risorse che permetterebbe piani comunitari di ripresa, e soprattutto la conversione della vecchia industrializzazione in sviluppo verde, sostenibile. Una delibera che il Parlamento s’è rifiutato di ratificare, un mese dopo. Ma alla fine la decisione è stata accettata, pur rinviando il dibattito al 2016. Sono gli Stati che hanno inventato la trojka, organismo che comprende la Banca Centrale europea, la Commissione, e non si sa per quale complesso di inferiorità il Fondo Monetario, e che oggi controlla 4 Paesi (Grecia, Portogallo, Irlanda, Cipro). Una trojka la cui sola bussola è la «casa in ordine». Sono infine gli Stati che hanno concordato il fiscal compact, che alcuni Paesi — tra cui l’Italia di Monti — hanno inopinatamente messo nella Costituzione nonostante nessuno l’avesse imposto. Questo significa che viviamo nella menzogna, sull’Europa esistente e su quella da rifondare. Che chi ha in mano le scelte sono in realtà i mercati: non l’eurocrazia usata come alibi e non i finti Stati sovrani. (…). I mercati, ché se non “imbrigliati” dalla Politica alta nulla concederanno in cambio.

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