"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro.

venerdì 28 febbraio 2014

Eventi. 16 “Un appello ai cristiani d'Europa: cacciare i mercanti dal Tempio”.



Agios Nikolaos (Creta). "Ratto d'Europa".
Scrivono Francesca Delfino, Antonello Miccoli, Antonio De Lellis, Rosa Siciliano, Antonello Rustico, Vincenzo Pezzino, Cristina Mattiello, Carlo Montedoro, Elsa Monteleone, Antonio Di Lalla (prete), Gianni Dalena, Tiziana Casentino, Giorgio Buggiani, Giuliana Mastropasqua, Giuseppe Castorina, Rosaria Costanzo, Alessio Di Florio, Francamaria Bagnoli nel loro appello Ai cristiani d'Europa: cacciare i mercanti dal Tempio”: “È la nostra luce, non la nostra ombra a spaventarci di più. Il nostro giocare in piccolo non serve al mondo”. Con queste parole di Nelson Mandela apriamo questo appello a tutti i cristiani d’Europa affinché considerino le prossime consultazioni per il rinnovo del Parlamento Europeo come decisive per la storia di una Europa democratica dei popoli. Non abituiamoci a questa schiavitù del debito per cui nulla è possibile, colpevoli, senza colpa, per “aver vissuto al di sopra delle nostre possibilità” ed ora obbligati a fare i compiti a casa. Crediamo che i soldi per il lavoro, per l’esercizio dei diritti fondamentali,  per la tutela dei beni comuni ci siano. In Italia, ad esempio, ci sono e sono tanti, solo che stanno dalla parte sbagliata e sono gestiti non per il territorio, per gli impoveriti, per i giovani, per le famiglie o comunità, ma per assicurare e sostenere “un’economia che uccide”. Crediamo di dover lavorare ad un nostro manifesto che sancisca ufficialmente un diverso modo di intendere la politica da parte dei cristiani: un documento che dica, partendo dal vangelo e dalla dottrina sociale della chiesa, che il liberismo è causa dell'attuale disordine. Già nei documenti di Leone XIII e del suo successore si parla di anarchia liberale. La sfida si pone dunque in questi termini: i cristiani d'Europa e non solo, avvertono la necessità di cacciare i mercanti dal tempio? Alla luce di questo, il problema è in quale misura la nostra identità e i nostri valori siano in grado di incidere nella discussione collettiva. Cosa si può fare per non divenire residuali? La causa di questa condizione può trovarsi, almeno in parte, nell'istituzionalizzazione della fede e, nella conseguente incapacità di essere un punto di riferimento per i bisogni politici della comunità. Abbiamo dunque bisogno di un'elaborazione teorica che consenta di superare lo smarrimento e di elaborare progetti concreti audaci che coinvolgano i partiti e individuino le vie politiche per un cambiamento di sistema proporzionato alla esigenza di superare e battere la società dell'esclusione. Ciò premesso non possiamo dimenticare di aver ascoltato il tintinnio delle catene proveniente dalla Grecia ed ora proprio dalla nazione dei grandi filosofi e della grande scuola di democrazia, abbiamo udito di una lotta dal basso per un Mediterraneo accogliente, per spezzare le catene del debito, per una Europa dei popoli e non delle banche, che “appaghi la sete di giustizia feconda di bene per tutti”. Non appoggeremo se non persone portatrici di idee liberanti e al servizio di tutti i cittadini. La grande aspirazione dei popoli è la pace ovvero “la convivialità delle differenze”. “Non ci potrà mai essere pace finché i beni della terra sono così ingiustamente distribuiti”. Lavoriamo insieme per una Europa disarmata, per una economia di pace, che include oltre alle risorse materiali e finanziarie anche e soprattutto le risorse umane. In questa Europa della recessione economica e dell’ossessione per la crescita  proponiamo una economia della sobrietà per tutti, del lavoro vero per tutti e della tutela dei beni comuni. Invece di limitare le migrazioni, limitiamo i costi improduttivi della politica, ma mai la rappresentanza, diminuiamo l’eccesso degli stipendi e promuoviamo la qualità umana che inventa un futuro sostenibile per tutti. L’Europa è prima di tutto un grande sogno di Pace e di armonia ove la cultura, l’ambiente umano e naturale vengono rispettati e valorizzati, a cui il mondo intero dovrebbe guardare con ammirazione e non con sospetto. Invece rischia di diventare anche spazio per accordi sovranazionali che incatenano i popoli per garantire i profitti alle più grandi organizzazioni mondiali economiche. Non abbiamo un programma politico, ma abbiamo il dovere di vivere la carità politica al servizio della giustizia. Ed è per questo che dobbiamo avere il coraggio di sostenere chi nel proprio programma vuole liberare i popoli dalla “tirannia invisibile” dei mercati, prefigurando il Giubileo degli esclusi e del debito. Ci sembra che la figura di Alexis Tsipras, candidato alla carica di presidente della Commissione Europea alle prossime elezioni europee di maggio, sostenuto da una lista civica nazionale “L’altra Europa”, incarni le aspirazioni più profonde dei cristiani. Tuttavia crediamo che una politica fatta da cristiani non possa esaurirsi nell'individuazione di una candidatura. Abbiamo imparato dall’impegno con i movimenti sociali per l’acqua bene comune e per una nuova finanza pubblica e sociale che, come scriveva Giovanni XXIII, “quando sei per strada e incontri qualcuno, non gli chiedere da dove viene,  ma chiedigli dove va, e se va nella stessa direzione, cammina insieme a lui». Stiamo sognando un periodo di grazia in cui gli ultimi possano sentirsi riconosciuti come persone, in cui le pietre scartate dai costruttori possano diventare fondamento di una nuova umanità. “Il futuro ha i piedi scalzi” e perché si avveri deve “aggregare i sogni dei poveri”. Mi sento in pieno d’aderire all’appello in nome di una solidarietà che travalichi i limiti della confessionalità (che non mi appartiene) per farsi esigenza e desiderio universali. Vado da tempo maturando l’idea di appoggiare la lista di Alexis Tsipras pensata dalla generosità dei tanti intellettuali italiani con in testa Barbara Spinelli. È di Barbara Spinelli l’ultimo grido d’allarme lanciato dalle colonne del quotidiano la Repubblica – Gli invisibili d’Europa” -  del 26 di febbraio sugli effetti nefasti della politica europea dell’austerità: Lancet non è un giornale di parte: è tra le prime cinque riviste mediche mondiali. Il suo giudizio sulla situazione ellenica, pubblicato sabato in un ampio dossier (…), è funesto: la smisurata contrazione dei redditi e i tagli ai servizi pubblici hanno squassato la salute dei cittadini greci, incrementando il numero di morti specialmente tra i bambini, tra gli anziani, nelle zone rurali. Nella provincia di Acaia, il 70 per cento degli abitanti non ha soldi per comprare le medicine prescritte. Emergency denuncia la catastrofe dal giugno 2012. Numerose le famiglie che vivono senza luce e acqua: perché o mangi, o paghi le bollette. Nel cuore d'Europa e della sua cultura, s'aggira la morte e la chiamano dolore produttivo. "Siamo di fronte a una tragedia della sanità pubblica", constata la rivista, "ma nonostante l'evidenza dei fatti le autorità responsabili insistono nella strategia negazionista". Qualcuno deve spiegare a chi agonizza come sia possibile che il dolore e la morte siano "efficaci" e salvifiche per le riforme strutturali fin qui adottate. (…). Difficile dar torto alle "forti resistenze sociali", se solo guardiamo le cifre fornite su Lancet dai ricercatori delle università britanniche di Cambridge, Oxford e Londra. A causa della malnutrizione, della riduzione dei redditi, della disoccupazione, della scarsità di medicine negli ospedali, dell'accesso sempre più arduo ai servizi sanitari (…) le morti bianche dei lattanti sono aumentate fra il 2008 e il 2010 del 43%. Il numero di bambini nati sottopeso è cresciuto del 19 %, quello dei nati morti del 20. Al tempo stesso muoiono i vecchi, più frequentemente. Fra il 2008 e il 2012, l'incremento è del 12,5 fra gli 80-84 anni e del 24,3 dopo gli 85. E s'estende l'Aids, perché la distribuzione di siringhe monouso e profilattici è bloccata. Malattie rare o estinte ricompaiono, come la Tbc e la malaria (…). La rivista inglese accusa governi e autorità europee, ed elogia i paesi, come Islanda e Finlandia, che hanno respinto i diktat del Fondo Monetario o dell'Unione. (…). Il popolo sopravvive grazie all'eroismo di Ong e medici volontari (…): i greci che cercano soccorso negli ospedali "di strada" son passati dal 3-4% al 30%. S'aggiungono poi i suicidi, in crescita come in Italia: fra il 2007 e il 2011 l'aumento è del 45%. In principio s'ammazzavano gli uomini. Dal 2011 anche le donne. (…). La Grecia prefigura il nostro futuro prossimo, se le politiche del debito non mutano; se scende ancora la spesa per i servizi sociali. (…). La luce in fondo al tunnel è menzogna impudente. Senza denunciarla, Renzi ha intronizzato (…) la banalità: "L'Europa non dà speranza se fatta solo di virgole e percentuali" - "l'Italia non va a prendere la linea per sapere che fare, ma dà un contributo fondamentale". Nessuno sa quale contributo. (…). È questo lo stato delle cose in quella terra madre della civiltà. E quello stato delle cose prefigura un possibile coinvolgimento di altri paesi e di altre genti in quell’assurda sperimentazione che il capitalismo della finanza va conducendo insensibile a tutti i risvolti negativi che la sperimentazione oggigiorno pone sotto gli occhi di tutti. È bene che nel bel paese si cominci a discutere dell’Europa e delle prossime elezioni di maggio poiché da quel risultato, non più remoto ma sempre più prossimo, sarà possibile scacciare i “mercanti dal tempio” della solidarietà e della fratellanza. Il tempo è venuto. È questo. E forse non ci sarà dato un altro tempo ancora.

mercoledì 26 febbraio 2014

Storiedallitalia. 41 Quel latinorum renziano che non dice nulla.



Un tempo c’erano dei poveri “cristi” alla Renzo Tramaglino. Tutto gli andava storto. Ma la cosa che più mandava in “bestia” quel poveraccio era quello stramaledetto “latinorum” che i potenti del tempo utilizzavano per intimorire, incantare ed imbonire i “cristi” come lui. Sappiamo come è andata al “latinorum” in uso in quei tempi tristi. È che il “latinorum” d’oggi non è che sia da meno quando vuole intimorire, incantare e raggirare i “cristi” dell’era presente. Basti pensare a quel moderno “latinorum” che fa dire agli illusionisti di turno dei cosiddetti “jobs act”. Cosa saranno mai? Certo, se l’han detto devono essere per forza una cosa importante assai. E così si torna al “latinorum” tanto inviso a quel povero “cristo” del Renzo Tramaglino. È che quel Renzo viveva in un’età particolare, ché fosse vissuto oggi ed avesse letto Marcello De Cecco – “Non basta un “act” per creare “jobs” – sul settimanale Affari&Finanza del 24 di febbraio si caverebbe più di una soddisfazione. Scrive infatti l’illustre studioso ed opinionista che “se segue allo slogan del jobs act davvero ciò che esso suggerisce a chi conosce quel che vuol dire negli Stati Uniti questa espressione, abbiamo seri motivi di preoccupazione. A un paese ormai affamato di occupazione, a giovani disoccupati per una metà del loro totale, ai famosi due milioni di giovani che non hanno e non cercano lavoro, non si può da parte di un governo che chieda rispetto e che voglia farsi votare alle elezioni, contrastando i facili richiami dei populisti, dei razzisti e tra poco anche degli estremisti religiosi, fornire solo una prospettiva di riforme di lungo periodo. Bisogna affrontare il problema del lavoro come variabile macroeconomica, e non solo quelli di lunga lena (i famosi jobs). Questo si fa con interventi potenti, certi e immediati di politica macroeconomica, sia fiscale che monetaria”. Ma forse il significato del “latinorum” di questi perigliosi anni è perfino oscuro a colui che se ne è servito spericolatamente e con sufficienza spavalderia. E questo è un male imperdonabile. Chiarisce ancor meglio gli aspetti non chiariti del “latinorum” renziano Marcello De Cecco quando scrive: (…). …si è visto che le imprese del made in Italy cedute alle multinazionali sono state rilanciate perché passate nelle mani di manager competenti e inseriti in filiere internazionali potenti e di capitalisti disposti a fare il loro mestiere, quello di impiegare nuovi capitali dove il capitalista italiano non aveva saputo, potuto o voluto farlo. Il governo del dottor Renzi, che si prepara a prendere la barra del timone e a prendere il mare, sembra fidare in un programma che fino ad ora non è apparso se non sotto forma di scadenze del tutto irrealistiche e di slogan vaghi e allusivi. Sul problema della disoccupazione e del lavoro in generale, che pareva posto come primo tra tutti quelli di cui farsi carico da parte del nuovo leader, ci è stata da tempo fornita una espressione americana, che dovrebbe suggerire come affrontarlo, mediante ricorso ad un Jobs Act. (…). Il lavoro e l'occupazione regrediscono dunque dall'essere il portato delle condizioni che il governo e le istituzioni economiche riescono ad assicurare al paese con opportune misure macroeconomiche (che agiscono sulla domanda e l'offerta aggregate) a essere invece una congerie di interventi settoriali e microeconomici. Ogni categoria di jobs - questo è il messaggio - ha il suo mercato, con condizioni di domanda e offerta peculiari sulle quali si deve intervenire partitamente. E poi l’opinionista porta la sua stoccata finale ed affonda quando afferma: (…). …è certo che, per intervenire adeguatamente un governo e un parlamento che si rispettino devono affrettarsi a porre in essere profonde riforme strutturali nel sistema educativo italiano. Chiunque abbia confrontato 150 anni di statistiche italiane con quelle dei paesi coi quali aspiriamo da due secoli a misurarci, sa che, al contrario della retorica comune, la performance italiana in materia di educazione è stata tutt'altro che ammirevole. Siamo partiti arretrati e siamo restati indietro, scivolando in basso rispetto anche a paesi, come la Finlandia, che partivano dietro di noi e ci hanno surclassato, pur dovendo far fronte a problemi immensi come il cambiamento strutturale della propria produzione e del proprio commercio estero. (…). E se dovessero servire quelle – secondo l’autorevole opinionista - “profonde riforme strutturali” che si invocano da decenni e decenni senza che siano mai state realizzate, quale destino avrà il lavoro invocato ed adombrato nel “latinorum” d’oggi per la moltitudini giovanili? Quali tempi biblici occorreranno per l’avvio a risoluzione dell’annoso problema? Ed ancor più, quali tempi saranno necessari per quel rilancio delle attività produttive che da sole consentirebbero di mitigare la terribile stretta indotta dalla persistente “crisi”?  Domande pressanti alle quali il moderno “latinorum” non riesce a dare risposte. Alla data della stesura del Suo “pezzo” Marcello De Cecco non poteva immaginare l’irrilevanza che la presentazione del nuovo governo impietosamente – e spavaldamente - metteva in mostra.

sabato 22 febbraio 2014

Cosecosì. 69 “Due generazioni allo streaming”.



La cosa che stupisce assai è che Matteo e Beppe possano piacere al contempo. E che questa rivelazione o scoperta da contezza della intuita mancata crescita di un pubblico che poi si reca alle urne e determina risultati elettorali strabilianti, come quelli della ultima votazione per le politiche. Strabilianti nel senso che diviene difficilissimo trovarci una ragione, un umore, un senso che sia, donde ne deriva l’indecoroso scenario di un paese che si barcamena nell’eterno “vogliamoci bene” o peggio ancora del “tengo famiglia”. Da un buonismo da strapazzo e da un familismo amorale non c’è che attendersi risultati del genere, ovvero che Matteo e Beppe possano piacere allo stesso tempo. Ed ho potuto constatarlo chiacchierandone amorevolmente con giovani cittadini elettori che sono cresciuti e sono vissuti all’ombra dei moderni partiti “personali” o “padronali”. E la vicenda dello streaming ne è la prova lampante. A sorreggermi nella personale convinzione che ci sia un oscillare a fasi alterne, confuso, poco ragionato, frutto di quella che vado da tempo definendo la “scarnificazione del pensiero” collettivo, del pendolo del consenso tra i due punti estremi presi in considerazione – Matteo e Beppe – è stata la lettura della acuta analisi – “Due generazioni allo streaming” – che Massimo Recalcati ha fatto sul quotidiano la Repubblica dopo la sceneggiata che passerà alla storia come lo scontro dello streaming. Ed è avvenuto che in quella amorevole chiacchierata il pendolare del consenso ora verso l’uno ora verso l’altro mi ha dato la misura della scomparsa dall’orizzonte di quella idea di partito o di partiti che hanno concorso a sorreggere le nostre certezze giovanili, i nostri sogni e le nostre idealità per essere sostituita, quell’idea, da una rappresentazione della politica – si veda il caso della defenestrazione di Enrico Letta avvenuta fuori dal parlamento o si veda il caso delle espulsioni dei recalcitranti onorevoli M5S decise dai padroni della piattaforma web – che non potrà in alcun modo concorrere alla realizzazione di una democrazia più matura e più compiuta. Ha scritto Massimo Recalcati, che è uno psicoterapeuta di scuola lacaniana, nella Sua analisi: (…). …l’attimo che costituisce il focus di tutta la scena è quando Grillo dà del “ragazzo” al Presidente incaricato. Soffermiamoci un momento su questo passaggio ai miei occhi decisivo. «Sei solo un ragazzo, certe cose non le sai, lascia fare a me che ho quarant’anni di esperienza». Questo, più che la dichiarazione di non essere democratico, che non ha stupito nessuno, deve davvero colpire. Ma come? Un leader che ha saputo mobilitare con forza i giovani restituendo a loro il sogno del cambiamento, si rivolge al Presidente incaricato definendolo con tono chiaramente paternalistico e, insieme, come spesso accade a chi assume toni paternalistici, dispregiativo. Questo è un punto di grande interesse clinico nel dialogo tra i due, o, meglio, nel monologo soverchiante di Grillo. Chi viene chiamato ragazzo è un uomo di 39 anni, padre di tre figli, capace di assumersi responsabilità istituzionali enormi, di guidare una grande città e un grande partito. Chiamarlo “ragazzo” non svela solo una megalomania di fondo del leader del M5S, ma manifesta inconsciamente il fantasma padronale che lo anima profondamente. Questo padre dichiara che non ha tempo da perdere per discutere coi figli. Non solo coi figli d’altri - tale è Matteo Renzi -, il che potrebbe anche essere plausibile, ma nemmeno con i propri. Per questo usa il mandato ricevuto democraticamente dal suo popolo per fare uno show che sarebbe semplicemente fuori luogo se non avesse una ricaduta politica che coinvolge fatalmente le sorti del nostro paese. «Sei solo un ragazzo!», urla il padre orco a chi immagina non sia degno di interloquire con lui. «Sei solo un ragazzo, taci! Lascia che parli Io!». Quante volte abbiamo ascoltato dai nostri pazienti questa rappresentazione sadicamente autoritaria della paternità. “Sei solo un ragazzo!” è sempre il pensiero inconscio (o conscio?) del padre-padrone che nutre nel profondo di se stesso un odio radicale della giovinezza e che mostra con orgoglio di fronte all’entusiasmo di chi comincia una nuova avventura («ti spiego cosa vorremmo fare» prova a dire Matteo Renzi) le medaglie che gli danno il diritto di oscurare la parola del suo giovane interlocutore («Taci! Ho quarant’anni di esperienza più di te!»). (…). Da buon padre-padrone travestito da adolescente rivoltoso, Grillo ha rivelato pubblicamente non solo la sua estraneità nei confronti delle consuetudini e delle regole democratiche, ma il fatto che può fare quello che vuole della volontà del suo stesso popolo costituito, in gran parte, di “ragazzi”. Vogliono che vada a discutere di politica e di programmi con Renzi per provare a dare una mano per salvare il nostro paese? Sono solo dei ragazzi, non hanno quarant’anni di esperienza. Lasciate fare a me. Lasciate che sia io a mostrarvi come me ne fotto della democrazia. (…). E questo solo per dire di quel Beppe del quale non ho mai nutrito stima o considerazione alcuna. Un padre-padrone che finge l’ascolto dei più giovani ma che non rinuncia ad essere il “dominus” indiscusso ed incontrastato. E volendo non essere troppo di parte mi corre l’obbligo di sottoporre alla cortese vostra attenzione qualcosa che riguarda l’altro polo di oscillazione del pendolo del cosiddetto consenso, quel Matteo che, a detta dell’antropologa Amalia Signorelli - intervistata da Antonello Caporale per “il Fatto Quotidiano” - “Fate attenzione, è un baby Berlusconi”: (…). “Comprendo che sia venuto il momento di imboccare una via d’uscita, tentare almeno di intravederla. L’analisi dei disastri italiani conta una grandissima bibliografia e non se ne può più. Siamo stanchi dei nostri difetti, della nostra precaria etica pubblica, dei nostri scandali. Ed è anche vero che specialmente noi intellettuali subiamo il costante pessimismo, l’insoddisfazione perenne. E sto zitta quando mi dicono: finalmente questo Renzi è un portatore sano di energia, è giovane, ha la linfa vitale e ci prospetta un futuro senza i vincoli, i retaggi del passato. È un fenomeno politico da osservare con attenzione, non c’è dubbio”.
Da quel che intuisco adesso arriva la mazzata che lo annienta. “Ah ah! Il fatto, semplice e insieme straordinario, è che ancora non abbiamo capito nulla dei programmi. Queste riforme mensili oggettivamente fanno ridere per la loro banalità, la superficialità e anche l’inadeguatezza di un tempo di gestazione così modesto. E la squadra di governo che ha formato non appare affatto monumentale. E se tutto questo è vero affidiamo a lui la salvezza in virtù di cosa?”.
È il governo del Ghe Renzi mì, un po’ come successe con Berlusconi. E ci sono modalità espressive di una personalità straripante che lo fanno assurgere almeno come un “vice unto del Signore”. “Concordo col suo pensiero. E mi pare che Renzi abbia subìto così densamente l’egemonia culturale berlusconiana da vederlo nutrito prevalentemente di quella”.
È andato alla Ruota della Fortuna, ha gareggiato con Mike di fronte! “Uno che va alla Ruota della fortuna conferma la sua attrazione per quel modello di successo, che passa dalla televisione, e che si fa modello di vita”.
Il ventennio berlusconiano non si chiude mai. Davvero siamo a un clone? “Mi faccia fare un passo indietro. Non mi è piaciuta neanche un po’ la conduzione della crisi da parte del presidente Napolitano. Perché tenerla fuori dalle aule del Parlamento? Perché farla gestire nei sotterranei di un partito? Perché dare a lui ciò che non si è concesso agli altri?. Ora vengo alla sua domanda. Mi dicono che Renzi innova, e cosa innova?”.
Non le sembra già tanto che abbia rotto gli schemi, abbia prosciugato la palude, abbia disarticolato un potere immobile: “Non contesto, però riduciamo la portata della dimensione della rottura. Finora ha contrattato i posti con Alfano e Schifani. Ha inchiodato Berlusconi a una profonda sintonia. Mi dia ancora qualche giorno di dubbio sull’annunciata palingenesi, credo proprio di meritarlo”.
Non le garba il nuovo presidente del Consiglio. “Bah! Diciamo che Renzi ha ottenuto una primazia conquistata con le armi tipiche delle società post-moderne: alla visibilità è corrisposto il successo, al successo il consenso. I fattori dovrebbero invece avere un ordine diverso: illustro le mie idee, guadagno il consenso e poi ottengo il successo. Prima c’era l’ideale come carattere collettivo. Si stava col Pci, non con Togliatti. E si poteva cambiare l’Italia solo stando in quel partito. Oggi esiste l’unica proiezione individuale: non c’è gruppo, comunità, partito. Ieri si combatteva per una causa oggi per una persona. E così siamo giunti alla fine senza conoscere l’inizio, abbiamo applaudito il film senza averlo visto. Ci è bastata una suggestione, una promessa, una intuizione”.

giovedì 20 febbraio 2014

Cosecosì. 68 “L’azzeramento della politica”.



Io non riesco ad immaginare come vi poniate voi dinnanzi ai fatti nuovi della vetusta politica del bel paese. Li condividete? Li avversate? O c’è un miscuglio in voi di sentimenti contrastanti? Non sarebbe un male. Dinnanzi al nuovo – si fa per dire – che avanza è prudente tenere un atteggiamento sospensivo, d’attesa. Ma fino a quando? E quanto è costato alla politica “buona” del bel paese l’attendismo e la faciloneria diffusa? Poi mi è capitato di leggere sul quotidiano la Repubblica di oggi, 20 di febbraio, il “pezzo” di Sebastiano Messina che ha per titolo “L’azzeramento della politica va in onda con lo streaming”. Conosco e leggo Sebastiano Messina da lungo tempo. Ne ho sempre apprezzato la lucidità e l’incisività della scrittura. Ma la lettura del Suo “pezzo” mi ha indotto a superare ogni incertezza a fronte dei fatti nuovi della vetusta politica. Ha scritto Sebastiano Messina: Il duello politico l’ha perso Grillo, ma quello mediatico non l’ha certo vinto Renzi, che forse non si aspettava un simile attacco frontale ed è riuscito a infilare nel torrenziale comizio dell’ospite solo una frecciatina, «Beppe, questo non è il trailer del tuo show, forse sei in difficoltà con la prevendita», ma qui ha commesso l’errore fatale: mai discutere con un comico, ti trascina al suo livello e poi ti batte con l’esperienza. La verità è che lo streaming preteso e purtroppo ottenuto anche stavolta dai grillini non è la trasparenza della democrazia ma l’azzeramento della politica. È trasparente come una vetrina dell’insulto e della finzione, una porta a vetri attraverso la quale chi dichiara apertamente «io non sono democratico» può far passare non la voce del popolo ma la sua dinamite mediatica. La trasparenza è di sicuro una ricchezza preziosa per il Parlamento e per i partiti, ma lo streaming applicato alle consultazioni, alle trattative e ai colloqui di Stato — (…) — è l’esatto opposto della limpidezza: appena si accende la luce rossa della telecamera il velo dell’opacità avvolge ogni cosa reale e ognuno dei protagonisti finge di essere quello che non è, e magari dice quello che non pensa, non per dialogare con chi gli sta davanti ma per incantare chi sta là fuori, davanti alla tv. E allora le consultazioni diventano co-insultazioni e l’unica cosa trasparente è l’imbroglio dello streaming. E qui mi è saltata la mosca al naso. Ma non abbiamo da un ventennio e passa accusato l’uomo di Arcore di utilizzare i media per un deliberatamente programmato obnubilamento delle coscienze del popolo sovrano? E se sì, in quale misura tutti gli altri, dico proprio tutti gli altri, diversi dall’uomo di Arcore, si sono opposti a questa indegna pratica che svuota dal di dentro la democrazia del bel paese? Avete memoria di un qualcuno che abbia fatto denuncia e pratica conseguente? Perché non dire che alle ragioni non proprio occulte dell’”antipolitica” è tornato comodo che le cose facessero il loro corso – per come l’han fatto - onde ricavarne il massimo del profitto possibile? È andata così ed oggigiorno ci si straccia le vesti dimenticando che “l’azzeramento della politica” è stata pratica di lungo corso che ha visto tutti i protagonisti, ma proprio tutti e nessuno escluso, non disdegnare la spettacolarizzazione della politica nella forme patologiche che essa cinicamente ci esibisce. Questo per il verso deplorato da Sebastiano Messina nel “pezzo” dal quale ho tratto la citazione. Per non dire poi dell’“azzeramento della politica” dovuto al malcostume della stessa, alle ruberie accertate ed ascrivibili a tutto l’arco (in)costituzionale, a quello “schifo” diffusissimo che ha fatto voltare dall’altra parte una fetta sempre più grossa dell’elettorato. Mai una preoccupazione che sia per l’argomento, mai a cambiare dal di dentro la “mala” politica. Mai e poi mai. Ed allora, cosa c’entra lo “streaming” con la fatica che prova il cittadino ad interessarsi ancora delle vicende della politica politicante del bel paese? Grillo qui, Grillo là. Grillo sopra, Grillo sotto. Lo dico poiché non ho mai avuto simpatie per quel “guitto”. Anche i suoi “spettacoli” non mi hanno mai attratto. Poiché sono io ad essere in rotta perenne con l’imbecillità di quei media così disinvoltamente ed artatamente utilizzati per svuotare dall’interno la vita della democrazia. E non mi hanno, al tempo, attratto i vari “Grillo” in auge, così come oggigiorno non mi attirano i “Crozza” di turno. È una questione di epidermica sensibilità; mi fanno venire l’orticaria! Per il resto, dei “Grillo” e dei “Crozza” se ne è pasciuto un intero paese. Ed oggi ci si strappa le vesti per lo “streaming” che sarebbe il responsabile unico dell’“azzeramento della politica”. Bugie! E così mi sono lasciato consolare leggendo l’intervista che Antonello Caporale ha avuto per “il Fatto Quotidiano” – sempre del 20 di febbraio – dal professor Luciano Canfora e che ha per titolo “Per lui non bisogna scomodare i Classici. Basta citare Crozza”. Di seguito la propongo nella quasi sua interezza: “Riprendo in mano Aristofane e a mente rivado a “I Cavalieri”, quando fa dire a uno dei suoi protagonisti: emetti dalla bocca delle polpette ripugnanti”.
Renzi è Paflagone? Il servo che – conquistato il comando – spadroneggia in casa? (…). “Fare, dire, amare… quando il comico pronuncia quelle parole interpreta magistralmente la vena sconclusionata e stravagante del nostro leader. Ma cosa vuol dire fare, amare? E allo stesso tempo che razza di progetto è, che pensiero sottende, quale carica espressiva si dipana nella frase: faremo una riforma al mese! Neanche se parlassimo di frittelle! Questo è il dramma, da qui lo sconforto e la rassegnazione”. 
Ma l’Italia l’ha scelto perché non ne poteva più del potere immobile, incartapecorito. Almeno la velocità, la voglia di dare risposte, la forza di stare in movimento, gliela dobbiamo riconoscere. “Ma si rende conto che un partito ha fatto indicare la sua leadership da alcune migliaia di passanti? Ho visto con i miei occhi signori che avevano Il Giornale di proprietà della famiglia Berlusconi sotto braccio in fila ai gazebo per votare alle scorse primarie, a queste benedette primarie che gli sono servite per espandere in modo arbitrario un campione minuscolo della società italiana, a sentirsi legittimato da tutti invece che da pochi. Affidare a gente che la pensa nel modo opposto di quel che ritieni la scelta del tuo leader significa commettere il secondo errore madornale, ingiustificabile dopo quello di aver costruito un partito senza passione, nato da convenienze, da una fusione fredda”. (…). “Renzi, proprio lui, lascia spazio a Berlusconi di dire: l’ultimo premier eletto sono io. Renzi, proprio lui, garantisce, giura che uno come Alfano non sarebbe mai potuto essere ministro e ora lo stiamo per ritrovare al suo fianco. Capisce il danno? E la misura della colpa? E non si rimedia con paroline tipo: il dire, il fare, l’amare. Ma cos’è? Lo hanno issato al trono solo perché dotato di questa straordinaria energia cinetica? Ecco l’iniqua, sperequata logica. Io non mi sorprendo. Studio da una vita i classici e già in Eschilo, Agamennone e poi naturalmente in Platone la parola esprime il contrario del pensiero. Non c’è dunque stupore. Perché è certo che anche adesso la parola ingannevole è usata come un bastone nodoso”.
Si dice A per prefigurare B, ci si allea per finta con questo e insieme si tratta per davvero con quello. “E nascono sconcezze lessicali, si consumano vere e proprie truffe ai danni della nostra intelligenza e della lingua. Quando non ci piace l’avversario, magari invoca rigore e integrità morale, lo tacciamo di populismo. E che significa? Non c’è continenza, adeguatezza, misura. Parole inutili, vuote, vacue. Cesti rotti”.
Le parole truffaldine. “La verità è che siamo in una condizione di soggezione, completamente piegati a poteri esterni. (…). Siamo asserviti, e la nostra debolezza ha la radice nella crisi della classe dirigente. E la crisi esprime poi questi volti, queste fughe solitarie, questi tipi italiani. I partiti hanno una forma provvisoria e stentano a stare insieme. E siamo feriti, uccisi dalla valanga di informazioni che sembrano avere come unico obiettivo l’azzeramento della memoria. Siamo un popolo senza memoria purtroppo e tutto ci è concesso”.
Perfino di avere in campo una coalizione che si chiamava Popolo della libertà. “E qui ritorniamo alle parole ingannevoli. Questo è davvero un mirabile esempio: se tu sei il popolo della libertà io che non ti voto appartengo al popolo della schiavitù? Esiste un partito democratico, quindi si contrappone a un partito aristocratico?”.
Parole come zucche vuote, professore. “Temo di sì, penso di sì”. (…).
Dobbiamo rassegnarci, non c’è proprio scampo? “Non la prenda così male e non si angusti. Sappia che l’unica vera resistenza, l’unico baluardo a questa deriva, l’unica struttura antagonista è la scuola. La scuola ci salverà”.

venerdì 14 febbraio 2014

Storiedallitalia. 40 Consultazioni carnascialesche.



Divertitevi un po’ anche Voi. In anticipo forse sugli schiribizzi carnascialeschi ma questo è un paese disastrato, che vive in un perenne clima carnascialesco. Per (de)merito di chi? Soprattutto, esclusivamente per responsabilità storiche della politica e dei suoi interpreti da avanspettacolo. La notizia del giorno è: dimissioni dell’ineffabile primo ministro. Con un altro personaggio che ne risulta al contempo vittorioso, ché al momento pare difficile assai stabilire vittorioso fino a quando. E nello spirito dell’imminente carnevale mi sono divertito a sezionare, come un esperto cerusico, l’articolo di Marco Travaglio pubblicato su “il Fatto Quotidiano” del 13 di febbraio. Titolo del “pezzo”: “Pacco di coalizione”. Mi ci sono divertito innanzitutto leggendolo; uno spasso. Ma poi, come quel benemerito cerusico di cui dicevo, mi sono impegnato a separare l’Enricoletta-pensiero dal Matteorenzi- pensiero. Lasciando però la cronologia dei profondissimi pensieri dei due prosatori d’avanspettacolo. Se vi soccorre la pazienza provate a rimettere in ordine cronologico le solenni dichiarazioni  dei due ricreando la “miscellanea” originale. Buon divertimento. Pensando sempre ed amaramente che “lor signori” sono i detentori del potere.

Quadro primo. L’Enricoletta-pensiero. “Io sono qui, stradeterminato, concentrato e straimpegnato a non farmi bloccare da veti e a non galleggiare, ma ad attuare il nostro programma per dare una svolta” (E. L., 8-9-2013). “Senza Berlusconi, governo più forte e più coeso” (E. L., 27-11). “Col nuovo segretario del Pd lavoreremo con un fruttuoso spirito di squadra” (E. L., 8-12). “Io e Matteo andremo d’accordo” (E. L., 13-12). “Renzi e il Pd possono diventare il motore del nuovo inizio del governo” (E. L., 15-12). “L’attesa di tensioni nei rapporti fra Renzi e il sottoscritto è fuori luogo” (E. L., 20-12). “La fase 2 del governo partirà entro il 20 gennaio” (E. L., 7-1-2013). “Io e Renzi abbiamo una gran voglia di applicarci. C’è il contratto di coalizione da costruire. Insieme aiuteremo il Paese. Con Matteo ce lo siamo ribadito, c’è moltissima sintonia” (E. L., 11-1). “Mi fido di Renzi, lavoreremo bene: sì alla svolta, il cambio di passo ci sarà” (E. L., 12-1). “Sono d’accordo con Renzi sulla necessità di un nuovo inizio, anche se dissento dal suo giudizio sul governo” (E. L., 16-1). “Sono pronto a un nuovo governo, un Letta-bis” (E. L., 18-1). “Mi pare che Renzi vada nella direzione giusta” (E. L., 3-2). “Dobbiamo aggredire i problemi con grande forza ed efficacia e anche rapidità. Non intendo certo galleggiare” (E. L., 6-2).
Quadro secondo. Il Matteorenzi-pensiero. “Noi vogliamo che il governo arrivi alla fine del proprio percorso con convinzione e saremo i più leali a dare una mano al tentativo di Enrico Letta” (M. R. 24-11). “Da mesi leggo sui giornali che Renzi vuole il posto di Letta: se avessi ambizioni personali, avrei giocato un’altra partita, non mi sarei messo a candidarmi alla segreteria del Pd” (M. R., 3-12). “Voglio cambiare l’Italia, non cambiare il governo” (M. R., 8-12). “Punto a far lavorare il governo, non a farlo cadere. Enrico ci ha chiesto un patto di coalizione e io sono d’accordo” (M. R. 10-12). “Tutto il Pd aiuterà Enrico nel semestre di presidenza europea” (M. R., 15-12). “Per il 2014 il premier è e sarà Enrico Letta” (M. R., 22-12). “Nessuna intesa fra Letta, Alfano e me. Non voglio assolutamente essere accomunato a loro, integrato come in uno schema: io sono totalmente diverso, per tanti motivi. Ma non ho alcun interesse a mettere pedine e scambiare caselle” (M. R., 29-12). “Enrico non si fida di me, ma sbaglia: io sono leale” (M. R., 12-1). “Mi ricandido a sindaco di Firenze, non voglio fare le scarpe a Letta. Il governo andrà avanti fino al 2015” (M. R., 7-1). “Il governo Letta deve lavorare per tutto il 2014” (M. R., 13-1). “Il governo ha fatto poco, e uso un eufemismo” (M. R., 14-1). “Creiamo un hashtag ‘enricostaisereno’, nessuno ti vuole prendere il posto, vai avanti, fai qual che devi fare, fallo” (M. R., 18-1). “Le riforme non devono essere a rischio, il governo è il governo Letta, io faccio un altro mestiere” (M. R., 23-1). “La staffetta Letta-Renzi non è assolutamente all’ordine del giorno. Se Enrico ha fretta di fare il rimpasto lo dirà e lo farà lui. Io, sia chiaro, sto fuori da tutto” (M. R., 5-2). “Se Letta ritiene che ci siano cambiamenti da apporre, affronti il problema nelle sedi politiche e istituzionali, indichi quali e giochiamo a carte scoperte” (M. R., 6-2). “Tanti dei nostri dicono: ma perché dobbiamo andare a Palazzo Chigi senza elezioni? Ma chi ce lo fa fare? E ci sono anch’io tra questi, nessuno di noi ha chiesto di andare al governo” (M. R., 10-2). (…).

È che sia l’Enricoletta-pensiero che il Matteorenzi- pensiero rappresentano il vuoto più assoluto della politica. Sembra che tutte le cose in natura abbiano paura del “vuoto”. Solamente nel più carnascialesco dei paesi dell’intero globo terracqueo il “vuoto” è strumento della politica. Anzi dell’”antipolitica” che è al potere. Ché solo in un paese carnascialesco potrà accadere che un condannato in via definitiva per frode fiscale si appresti a partecipare alle prossime consultazioni per la formazione del nuovo governo. Il “carnevale” non finisce mai!

lunedì 10 febbraio 2014

Storiedallitalia. 39 “Crisi addio, ora tutti ai Caraibi: lo dice Letta”.



Lo ricordate il Gianni Boncompagni, quello della “Bandiera gialla”? Allora andava forte la radio ed il Gianni faceva a quel tempo “audience”. Andò in onda, la “bandiera gialla” intendo dire, per la prima volta il 16 di ottobre dell’anno 1965. La TV aveva appena fatto capolino. Ed il buon Gianni la tirò tanto per le lunghe da fare l’ultima trasmissione il 9 di maggio dell’anno 1970. Il “boom” intanto aveva preso piede e la gente cominciava a sentirsi realizzata. E poi vennero i terribili anni ’70. Ora il buon Gianni si diletta a scrivere su “il Fatto Quotidiano” ed alla data del 4 di febbraio ha sfornato la noticina di costume, ma non solo, che propongo – “Crisi addio, ora tutti ai Caraibi: lo dice Letta” – : No, non è ottimismo sfrenato, è proprio la realtà dei fatti. Letta e i suoi la vedono così. L’hanno detto anche agli emiri: ormai è fatta: siamo a posto, ci manca giusto un mezzo punto e siamo praticamente come la Germania. Tre su tre arrivano a fine mese senza nessuna tribolazione, andiamo in vacanza a sciare, oppure ai Caraibi a prendere il sole, si cambia la macchina che ormai ha 50.000 chilometri, molti mangiano i tartufi anche se non sono i migliori, e se dobbiamo essere sinceri, solo qualcuno ce la fa a malapena ad arrivare alle fine del mese, anzi già al 28 hanno finito i soldi e non vanno neppure al cinema. Insomma ce l’abbiamo fatta anche ‘sta volta. Eppure pochi giorni fa sembrava che tutto stesse per crollarci addosso e invece ora basta guardare la faccia sorridente del nostro Letta per sentirci bene. Meno male. Vai a vedere che anche il Letta junior, l’ineffabile, abbia preso il morbo di dire fregnacce del tipo “i ristoranti sono pieni” e “gli aerei non ce la fanno a portare i nostri vacanzieri in giro per il mondo”? Non sia mai! Saremmo al delirio di potere! E la cosa non starebbe proprio bene! Anche perché in tanti stanno lì ad arricciare il naso. E, tanto per fare un esempio, c’è quel bel tipo che per nome fa Giorgio Squinzi, presidente di Confindustria, che nella trasmissione "In mezz'ora" del piccolo mostro casalingo si è lasciato andare a dichiarazioni del tipo «I numeri, a partire dalle previsioni del Centro studi di Confindustria, fino ad ora sempre azzeccate, non ci permettono di guardare con ottimismo verso il futuro. La «Frazione di un punto (un aumento del Pil stimato dal governo per il 2014 tra lo 0,6 e lo 0,7% n.d.r.) che non basta a creare occupazione e a far ripartire il Paese». «Ritorneremo ai livelli pre-crisi solo nel 2021 se continuiamo con questo trend. Servono interventi per far ripartire l'economia. Per far tornare a crescere l'occupazione serve una crescita del 2% l'anno. Non pensiamo che sia possibile nel 2014». «O si cambia passo con il governo esistente o ad un certo punto andiamo a votare». Eppure quella di Giorgio Squinzi è una voce che conta. O no? E poi ci sono quelli che certe previsioni le fanno per mestiere. I cosiddetti tecnici. Uno come Marco Panara, che scrive per il settimanale economico-finanziario “Affari&Finanza”, il 27 di gennaio ha osato scrivere – “Ripresa? Non ci sarà senza l’industria” – ma non ditelo all’ineffabile: (…). …secondo quello che si coglie a Davos (…) la percentuale elevata di disoccupazione e sottoccupazione giovanile è percepita come non solo legata alla congiuntura negativa di questi anni ma invece strutturale. Ciò pone un problema enorme, per i giovani che entrano troppo tardi nel mondo del lavoro, e ancora più tardi in maniera stabile, e per l'intera società. Quei giovani avranno redditi mediamente più bassi per tutta la loro vita lavorativa e pensioni drammaticamente più basse. Li condanna a questa povertà relativa il fatto che se arrivano sulla soglia dei trent'anni senza che le imprese o essi stessi abbiano investito su di loro saranno scavalcati in carriera dalla generazione successiva. La società nel suo complesso, tenendo una quota rilevante delle nuove generazioni ai margini del mercato del lavoro, riduce la sua capacità di innovazione e distrugge una parte della crescita potenziale futura. Poiché il fenomeno è strutturale, la ragione che lo determina è più profonda dalla caduta del Pil di questi anni. È, cominciamo a capirlo, nella difficoltà di adattamento delle società al cambiamento rapido del modello di sviluppo. (…). L'esito è che una o più generazioni restano in mezzo a questo processo. Vale per la scuola, per i meccanismi del mercato, per l'organizzazione della società, per la scelta di quello che si produce e di come lo si produce. Le terapie non sono pronte né risolutive, tuttavia dal confronto internazionale emerge che nei Paesi nei quali la disoccupazione giovanile è meno drammatica, è più diffuso il bilinguismo ed è più intensa e strutturata l'interazione tra formazione e lavoro. Sono indicazioni da seguire. Ecco, è quel che si è fatto nei paesi nei quali la formazione e la cultura hanno mantenuto il loro posto privilegiato anche nei momenti più bui della “crisi” in atto. Anzi ed a maggior ragione si è guardato alla formazione, alla ricerca ed alla cultura come strumenti unici ed indispensabili per arricchire di nuovi e più alti tassi di innovazione tecnologica le produzioni manifatturiere a quant’altro potesse smuovere un mercato stagnante se non morente. A nessun politico o imprenditore degli altri paesi è mai passata per la mente l’insana idea che la cultura non possa essere elemento di stimolo e di traino per la fuoruscita dal lunghissimo tunnel di questi anni. E l’ineffabile sembra percorrere ancor oggi la strada sbagliata. Gira per il mondo “mendicando” investimenti e risorse per un progetto di paese che frana su di ogni fronte. Scrive ancora Marco Panara – lo avrà letto il “pezzo” l’ineffabile primo ministro? -: Il passaggio ulteriore è capire quale modello di sviluppo sta prendendo forma intorno a noi per adeguare rapidamente le nostre società alle sfide che pone. Questo modello non è ancora chiaro ma si cominciano a cogliere alcuni orientamenti. Il primo è il ruolo della manifattura: sta tornando dall'Asia il lavoro manifatturiero, (…). Il fenomeno si comincia a vedere in alcuni paesi, è una ottima notizia ma non basta per cambiare il trend. L'attività manifatturiera, anche dove cresce, non crea occupazione, al massimo assorbirà in alcuni settori parte di quella che viene espulsa da altri. (…). Tuttavia, soprattutto nelle economie mature, stanno cambiando i meccanismi di consumo. Anche qui un esempio: i cinquantenni di oggi tra le aspirazioni dei loro 18 anni avevano la macchina. I diciottenni di oggi all'auto pensano poco o nulla. I produttori di auto dovranno tenerne conto. Nella lista della spesa possibile o desiderata dei diciottenni di oggi occupano spazio viaggi e concerti, download di musica e film, happy hour e grandi mostre. Si spende più per fare che per comprare e questo vuol dire che aumenta lo spazio dei servizi, che devono essere sofisticati, avanzati e operare in mercati aperti. (…). Ecco il punto: invece delle solite diatribe dell’”antipolitica” – intesa come la pratica perdente di scacciare quella che è la politica buona al servizio del “bene comune” - quale idea di paese l’esecutivo del “rimando” ha pensato ed ha proposto ai suoi amministrati? Se ne ha notizia? Marco Panara: L'aumento delle disuguaglianze, (…), è legato a questa trasformazione del modello di sviluppo. La manifattura è sempre più ad alta intensità di capitale, che deve finanziare l'innovazione, la tecnologia e l'internazionalizzazione, quindi la quota delle ricchezza prodotta che va a remunerare il capitale è crescente. Nei servizi ad alto valore aggiunto, dalla finanza alla consulenza, la concentrazione dei redditi è fortissima, mentre al grosso dell'occupazione che è nei servizi a basso valore aggiunto di ricchezza ne va molto poca. Se a questo aggiungiamo l'effetto moltiplicatore della finanza per chi investe in essa i propri capitali si arriva alla situazione attuale caratterizzata da una concentrazione spaventosa della ricchezza e da disuguaglianza crescente. La quale crea problemi etici e sociali ma anche economici. I molti che hanno redditi troppo bassi non sono in grado di spendere abbastanza da tenere in piedi le nostre economie, mentre i relativamente pochi che guadagnano moltissimo riversano nell'economia reale solo una piccola parte dei redditi mentre il resto lo accumulano. La conseguenza di questo meccanismo è che all'economia reale non arriva abbastanza denaro da consentire una crescita stabile (non alimentata da bolle finanziarie o da liquidità artificiale) in una società stabile. Per questo a Davos se ne preoccupano. La soluzione però non l'hanno ancora trovata. Quelli che a Davos! E quelli che stanno nei palazzi del potere de’ noantri? L’ineffabile si è entusiasmato a quello 0,1 d’aumento del Pil nell’ultimo trimestre 2013. “Urca”! Anzi  “wow”, ché l’inglesismo è forse più facilmente recepibile e capito in un paese che ha saputo scarnificare il pensiero complesso come nessun altro al mondo.

lunedì 3 febbraio 2014

Storiedallitalia. 38 “Il declino dei ceti medi”.



È che l’ineffabile presidente del Consiglio sceglie le tribune mediatiche più lontane ed accoglienti per poter dire indisturbato la sua. Senza un contraddittorio che sia. Gli ha, in verità, già risposto il presidente di Confindustria per il quale la crisi non è affatto finita. È che il secondo presidente non vive e non si sazia di aria, al contrario dell’ineffabile. Il secondo presidente guarda alla realtà delle cose. Ed una delle realtà delle cose l’ha scritta proprio oggi Federico Fubini sul quotidiano la Repubblica – “Il Pil torna positivo carta segreta del premier” -: (…). …il credit crunch non accenna a attenuarsi. Giorni fa Fabio Panetta, vicedirettore generale della Banca d'Italia, ricordava che il calo dei prestiti bancari alle imprese è stato di 98 miliardi solo nell'ultimo biennio. Ma Panetta nota anche un paradosso: nel primo decennio del secolo le imprese italiane si sono indebitate ben più di quelle francesi, tedesche o anglosassoni e oggi sono finanziariamente fragili e esposte. Per avere la solidità della media loro concorrenti europee, la Banca d'Italia stima che dovrebbero ricapitalizzarsi per circa 200 miliardi di euro. Missione impossibile? Non se i manager-azionisti rinunciassero per un po' a gratificarsi con 60 miliardi di dividendi l'anno, come fanno oggi. Sergio Squinzi, leader di Confindustria, può infatti prendersela con la paralisi della politica. Ma senza scelte oculate degli industriali, la mini-ripresa del Paese sarà costellata di imprenditori ricchi in imprese povere e incapaci di competere. E potrebbe essere di già una risposta all’ineffabile. Chi vive nel concreto mondo degli affari e della economia non può non vedere che uno dei pilastri per una ripresa manca ancora e che con la “fuffa” delle parole non è possibile sostituirlo. Poiché secondo quell’impareggiabile dizionario De Mauro “fuffa”, anche contro ogni apparenza, deriva da un sostantivo maschile, tale “fuffigno”, d’origine toscana, che sta per un «ingarbugliamento dei fili di una matassa o di un tessuto». E l’ineffabile è maestro d’arte nell’”ingarbugliamento” delle parole e dei fatti. Ma tant’è. L’ineffabile continua per la sua strada. Ché non è detto sia la strade più giusta. E proprio oggi, sempre sul quotidiano la Repubblica, Ilvo Diamanti si è prodotto come a dare risposta all’ultima “fuffa” dell’ineffabile. E lo ha fatto con un pezzo come sempre magistrale che ha per titolo “Il declino dei ceti medi”. Scrive Ilvo Diamanti: Giuseppe De Rita, con il suo linguaggio immaginifico, negli anni Novanta, aveva definito (…) "cetomedizzazione" (…) "l'innalzamento di coloro i quali erano alla base della piramide e lo scivolamento di una parte della vecchia elite". In altri termini, a partire dagli anni Ottanta, si è assistito al declino della borghesia urbana e industriale, peraltro, in Italia, tradizionalmente debole. E al parallelo affermarsi di una piccola borghesia, diffusa nel mondo delle piccole imprese e del lavoro autonomo. Distante e ostile rispetto allo Stato e alla politica. Educata ai valori della competizione individuale e, meglio ancora, dell'individualismo possessivo, per citare Macpherson. (…). La "cetomedizzazione" ha, (…), trovato risposta (…) (in) Silvio Berlusconi. Che ha offerto ai ceti-medi: volto, linguaggio. Identità. Berlusconi: l'Imprenditore in politica. Che fa politica. Al posto dei politici di professione. Contro di loro. Trasforma la politica in marketing. Il partito in impresa. La propria impresa in partito. Berlusconi: ha dato rappresentanza alla neo-borghesia, con basi e radici nel Lombardo-Veneto. Condividendo la "missione" della Lega. Anche se, alla fine, ha garantito soprattutto se stesso e i propri interessi. Berlusconi: ha trasformato il ceto medio nella "società media", il "pubblico" con cui comunicare e a cui fornire identità attraverso i media. Ebbene quel processo politico, antropologico ed economico di "cetomedizzazione" ha portato ad un ceto medio che nell’Italia dell’illusionismo berlusconiano si è trovato ad essere, nel momento topico della globalizzazione, a non avere strumenti e risorse per competere. Bassi o bassissimi salari e stipendi, stato sociale in declino se non in destrutturazione, sicurezza sociale ridotta ai minimi termini per le quali cose è avvenuto che, sempre secondo il pensiero ben formato ed informato di Ilvo diamanti, (…). …nel 2006 quasi il 60% della popolazione (indagine Demos-Coop) si auto-collocava tra i ceti medi. Il 28% nelle classi popolari (i ceti medio-bassi). Il 12% nelle classi più elevate. (…). Anche il 60% degli operai, allora, si sentiva "ceto medio". Poi è arrivata la crisi. Economica e politica. Ha scosso, con violenza, le basi del ceto medio. Ne ha indebolito la condizione e, al tempo stesso, il sentimento, l'auto-considerazione. Ne ha accentuato il senso di vulnerabilità. (…). L'ascensore sociale, in pochi anni, si è inceppato. E oggi la maggioranza assoluta degli italiani ritiene di essere discesa ai piani più bassi della gerarchia sociale (Sondaggio Demos-Fond. Unipolis). Coloro che si sentono "ceti medi" sono, infatti, una minoranza, per quanto ampia. Poco più del 40%. Così, l'Italia non è più cetomedizzata. È un Paese dove le distanze sociali appaiono in rapida crescita. Tanto che l'85% della popolazione (sondaggio Demos-Fond. Unipolis) oggi ritiene che "le differenze fra chi ha poco e molto siano aumentate". (…). I lavoratori autonomi: meno del 40% di essi si considera "ceto medio". Oltre il 50%, invece, si percepisce di classe medio-bassa. La stesse misure si osservano nel Nord. La cui distanza sociale, rispetto al Mezzogiorno, sotto questo profilo, appare molto ridotta. Anzi, il peso di coloro che si auto-posizionano in fondo alla scala sociale, nel Nordest (55%) - "patria" della neo-borghesia autonoma - è superiore rispetto al Sud (53%). Gli operai, infine, sono tornati al loro posto. In fondo alla scala sociale (63%). È il declino dell'Italia media e cetomedizzata. Segna il brusco risveglio dal "sogno italiano" interpretato dal berlusconismo. Poter diventare tutti padroni (almeno, di se stessi). Ciascuno nel proprio piccolo (o nel proprio grande). (…).Ecco il punto. Non basta la “fuffa” dell’ineffabile per cambiare o mandare a risoluzione il grave problema economico e sociale che affligge sempre di più le genti del bel paese. Chiude Ilvo Diamanti la Sua analisi con una affermazione che non può dare speranza e sostanza alle alate parole dette dall’ineffabile in quel d’Arabia: Il declino del ceto medio lascia un Paese senza sogni, incapace di sognare. Dove le distanze sociali hanno ripreso a crescere, mentre il territorio affonda nelle nebbie. (…). Il declino del ceto medio, in Italia, definisce - e impone - una questione "nazionale" che nessuna riforma elettorale potrà risolvere.

domenica 2 febbraio 2014

Storiedallitalia. 37 “Impeachment”.



(…) …avrebbe, nell’ordine: “interferito illegalmente nelle attività del legislativo, dell’esecutivo e del giudiziario” e avviato così “l’esercizio di una propria funzione governante”, “altamente pericolosa perché non sostenuta da alcuna responsabilità politica”; “aperto un circuito incostituzionale tra partiti e presidente” comportandosi da “capo di un partito” e violando l’“inderogabile dovere di imparzialità”, anche con “la strumentalizzazione dei media per conquistarsi una parte dominante nei conflitti da lui stesso aperti”; “usurpato il potere politico che spetta in esclusiva al Parlamento”; “gravemente interferito nell’attività di governo”; “delegittimato magistrati che prendono decisioni a lui sgradite” anche quando “la decisione lo riguarda direttamente”. Infine si sarebbe “fatto portatore di un personale disegno per la soluzione della crisi italiana che prevede lo scavalcamento delle regole fissate dalla Costituzione per modificare la forma di governo e la stessa Costituzione”. Dove vi ha portato la lettura del brano trascritto? Ahimè, state sbagliando! Ma lo avete letto con attenzione? Ed a chi avete pensato? Sbagliate ancora! È che i conti vanno fatti anche con la Storia. A questo punto mi sembra pretenzioso chiamare in causa la Storia, quella con la “consonantina” maiuscola. È al momento solo un fatto di cronaca e per passare alla Storia ce ne vuole ancora. Ma con la Storia, dicevo, bisogna pur fare i conti. A meno che la canea di questi giorni non abbia obnubilato le menti e le coscienze di tutti, ma proprio di tutti quanti noi. La Storia è dura, inflessibile e ci rimanda, o meglio ci sbatte in faccia, parte del nostro vissuto, spesso non sempre del tutto specchiato. È arcigna la Storia ma essa ci aiuta anche ad orientarci nei momenti di difficoltà, quando come ciechi ci avventuriamo per strade inesplorate ed infide. Ed a chiamare in causa la Storia, quella che è passata oramai sui manuali, ci ha pensato “il Fatto Quotidiano” del 31 di gennaio. Il titolo del pezzo, che richiama un pezzetto della Storia del bel paese, è a firma di Marco Travaglio è ha per titolo “Cossighitano”. Colta la natura dell’ircocervo linguistico? Ché è, l’ircocervo intendo dire, - “hircocervus”, con “hircus” per "capro" e “cervus” per "cervo" - quell’animale mitologico denominato anche “tragelafo” «avente corna di cervo, e il mento irto per la lunga barba, spalle pelose, impeto velocissimo nel primo correre, e facilità a stancarsi subito». E già quell’ircocervo vi avrà fatto fare marcia indietro, spedendovi a pensare non già ai protagonisti della canea di questi giorni ma ad un tempo che è oramai divenuto Storia. Leggiamo… (…). …la richiesta di impeachment avanzata contro Francesco Cossiga il 5 dicembre 1991 (…) dal partito di Napolitano (non) configurava di per sé l’alto tradimento né l’attentato alla Costituzione: ma era la “concatenazione logica e temporale” di una serie di atti “volti intenzionalmente a modificare la forma di governo” in senso presidenziale, “estendendo le funzioni e prerogative” ben oltre il dettato costituzionale, a integrare i due delitti. Cossiga (…) (i)nsomma non avrebbe perpetrato “un colpo di Stato nelle forme classiche”, ma una serie di “atti seriamente diretti non a compiere un ‘semplice’ abuso, ma ad alterare illegittimamente i rapporti tra i poteri dello Stato”. (…). Napolitano, nel ’91 “ministro degli Esteri” del Pds e capo della corrente filocraxiana dei “miglioristi”, concorda sull’analisi della presidenza Cossiga, ma non sullo strumento scelto dai vertici del partito – il segretario Achille Occhetto e il presidente Stefano Rodotà – per sloggiarlo dal Quirinale, perché in Parlamento le opposizioni di sinistra non hanno i numeri per far approvare l’impeachment. (…). Napolitano (…) è uno dei più implacabili censori di Cossiga, cui intima da mesi di smetterla di esternare e picconare e – testuale – di “tornare sul trono” e “rispettare i limiti entro cui la Costituzione colloca il ruolo del presidente della Repubblica”. (…). “Cossiga – (…) – è purtroppo attivamente coinvolto in una spirale di quotidiane polemiche, difese e attacchi di carattere personale e politico, fino alla sconcertante e francamente inquietante distribuzione di etichette e di voti a giornali. (…). Napolitano (…) ricorda che “la libertà di critica discende dal principio della responsabilità politica ‘diffusa’ del presidente”. (…). …conferma che “l’esigenza di porre un limite ai comportamenti inammissibili del presidente Cossiga ci ha visti uniti”. Ed esorta “tutte le forze democratiche a giudicare inevitabile che Cossiga tragga le conseguenze della scelta di assumere un ruolo politico incompatibile con la funzione di presidente della Repubblica”. Perciò il Pds dovrà valutare “le molteplici iniziative che possono essere assunte al fine di fermare un processo di allarmante degrado istituzionale”. (…). “Occorre sollevare una questione di incompatibilità fra l’aggressivo ruolo politico di parte assunto dal presidente e la funzione attribuita dalla Costituzione al presidente della Repubblica, tra un esercizio esorbitante dei poteri presidenziali e la permanenza in quella carica…”. (…). “Tre sono le vie che possono essere percorse: quella dell’impeachment avanzata dal Pds; quella di sollecitare l’atto delle dimissioni del capo dello Stato; e quella che Cossiga indica anche nella sua recente nota, vale a dire astenersi strettamente da interventi impropri: la situazione di estrema gravità si è ulteriormente deteriorata”, in quanto Cossiga ha continuato “a comportarsi in modo sempre più incompatibile con il ruolo di garanzia che la Costituzione attribuisce al presidente della Repubblica. Se il capo dello Stato si considera ingiustamente accusato, nessuno gli contesta il diritto di confutare le accuse, nelle sedi e nelle forme più appropriate; ma altra cosa è ingiuriare coloro che hanno preso l’iniziativa della denuncia”. (…). Ai fatti avvenuti nei giorni della canea mancano ancora, per l’appunto, quelle ingiurie. Arriveranno a breve?