"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

venerdì 20 dicembre 2013

Capitalismoedemocrazia. 43 “Nell’epoca della nuova povertà”.



Ha scritto Andreas Whittam-Smith  sul quotidiano The Independent - “Malvenuti nell’epoca della nuova povertà”, riportato su “il Fatto Quotidiano” del 14 di dicembre -: Fino a tutto il 18° secolo, l’“indigenza” – così veniva chiamata la povertà – era considerata una condizione naturale dell’umanità da cui ci si poteva affrancare attraverso il lavoro o l’altrui generosità. Oggi invece puoi avere un lavoro ed essere povero. Questi “nuovi poveri” sono le vittime del crollo dei salari e del vertiginoso aumento dei prezzi, un fenomeno che ha caratterizzato gli ultimi dieci anni dell’economia. In genere il “nuovo povero” percepisce un salario assolutamente insufficiente a soddisfare i bisogni primari dell’esistenza. Sfortuna vuole che non si veda affatto la luce alla fine del tunnel. La nuova tecnologia digitale non farà che distruggere altri milioni di posti di lavoro. La globalizzazione continuerà a trasformare il pianeta in un unico mercato che consentirà al lavoro di migrare dove è meno pagato. Ne consegue che i salari continueranno ad aumentare in misura sempre inferiore all’aumento dei prezzi almeno nel breve-medio periodo. Nelle vecchie società affluenti dell’Occidente ciò comporterà un incremento del divario tra ricchi e poveri e la povertà continuerà a galoppare. In fondo basta mettere questi dati di fatto in fila per capire che i governi hanno scarsissime possibilità di intervento su dinamiche completamente al di fuori della loro portata. (…). Fine della citazione. Che apre orizzonti non proprio rassicuranti. E che mette il dito nella piaga. Laddove la politica ha finito d’essere protagonista nell’indirizzare l’economia e la finanza affinché il tutto sia organizzato per il cosiddetto “bene comune”. È che la politica è stata anch’essa abbacinata dall’idea insana dei mercati regolatori delle dinamiche economiche e sociali. Donde la “crisi”. Che tranne per i soliti buontemponi al governo non accenna a mostrare un che di rallentamento che sia se non di una auspicata inversione. Donde “la luce alla fine del tunnel” è di là da venire. Ma non è questo il punto. Come non vedere, quando c’era ancora da vedere, che la globalizzazione, così come si andava configurando, avrebbe indotto fenomeni nuovi e dirompenti nell’assetto delle società cosiddette avanzate? È che i mercati agiscono da che mondo è mondo sempre in ragione della “rapina”. “Rapina” che è da vedersi in ragione dello sfruttamento delle risorse naturali e dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Oggigiorno nuovi scenari ha aperto la globalizzazione, ché solamente la cecità della politica non ha consentito di vedere al tempo dovuto. Essa, la globalizzazione, ha agito ed agisce così come aveva intuito quel grande che è stato il Liebig. Poiché le cose intuite dall’illustre scienziato per i fenomeni della Natura valgono per l’appunto anche nelle vicende degli umani. Come non vedere al giusto tempo che la globalizzazione avrebbe introdotto nelle società dell’Occidente quel “fattore limitante” per il quale, come in un mastello la doga più corta determina il livello al quale il liquido può in esso essere raccolto, così il “fattore limitante” – conseguenza di una sfrenata, incontrollata globalizzazione - dei bassi o bassissimi salari dei paesi poveri divenuti emergenti, l’assenza di ogni forma di tutela sociale e del lavoro, avrebbe, quel “fattore limitante”, investito e colpito anche le cosiddette società del capitalismo avanzato? Con la sua logica sfrenata, con il falso assunto che i mercati sarebbero stati capaci di autoregolamentarsi, la globalizzazione e la finanziarizzazione del capitalismo ha provveduto a spolpare le ricchezze e le risorse delle società occidentali per le quali si aprono scenari chiari di un ritorno ad un’epoca nuova di povertà. Ma se c’è stata una cecità della politica come non vedere di pari passo anche una cecità nel mondo della finanza e dell’economia? Avere impoverito grandi masse nel mondo dell’Occidente capitalistico, avere di fatto spinto all’indietro una spessa fetta di quello che è stato il “ceto medio” delle società avanzate ha di conseguenza tolto dalla scena quei nevrotici “consumatori” che oggigiorno si invocano inutilmente affinché riprendano a sostenere i consumi per consentire il riavvio della cosiddetta “ripresa”. Un bel modo per continuare ad essere ciechi sempre di più. E si ha un bel dire che  si intravede “la luce alla fine del tunnel”. Anche nella prosperosa America il rientro delle attività di produzione delle multinazionali, che qualche tempo addietro avevano abbandonato quei mercati per produrre altrove le loro mercanzie, quel rientro avviene solamente a seguito di un ridimensionamento dei salari e degli stipendi secondo quel “fattore limitante” che la “crisi” induce – “obtorto collo” - ad accettare. Una verità, ovvero  una realtà durissima da accettare. Scriveva il grande di Treviri nel Suo celeberrimo Manifesto (1848) ove si parlava di uno “spettro” aggirantesi per la vetusta e sfiancata Europa: Nelle crisi scoppia un’epidemia sociale… La società si trova improvvisamente retrocessa in una condizione di momentanea barbarie… Con quali mezzi la borghesia supera le crisi? Da un lato con la distruzione forzata di una quantità di forze produttive, dall’altro con la conquista di nuovi mercati e con lo sfruttamento più radicale degli antichi mercati. Con quali mezzi dunque? Preparando crisi più violente e generali e riducendo i mezzi per prevenirle. Lo scriveva quel grande chiamando in causa quella “borghesia” alla quale affidava volentieri, in quel contesto ed in quel tempo della Storia, le leve di manovra del progresso sociale e politico dell’Europa affinché si superassero definitivamente le “strutture” e le “sovrastrutture” proprie del feudalesimo ancora esistente e resistente al tempo, e che solamente in seguito sarebbe stata soppiantata, quella “borghesia” illuminata, nella conduzione della società, da un proletariato emancipato e trionfante. Una profezia la Sua che si rinnova e che si invera – per alcuni suoi aspetti - in questa terribile stagione di assalto incontrollato dei mercati finanziarizzati, dediti alla speculazione più selvaggia e lontani assai da ogni dovere sociale che sia. Troveranno essi, i mercati, un equilibrio nuovo? E su quali basi? L’equilibrio nuovo è stato trovato nelle forme brutali che la “crisi” nella sua quotidianità ci pone sotto gli occhi. Il rischio inizialmente paventato dagli analisti più attenti e seri sarebbe stato che la qualità propria della democrazia venisse messa in discussione, venisse ad essere riveduta e corretta ad un minimo comune denominatore imposto dai mercati. Ovvero a quel “fattore limitante” che è divenuto il regolatore delle vicende sociali ed economiche al tempo della “crisi”. L’esercizio proprio delle democrazie consiste soprattutto nel garantire le opportunità di ciascuno e di tutti, consiste nel sorvegliare l’operato dei mercati stessi ponendosi essa, la democrazia, quale fattore di equilibrio e di redistribuzione della ricchezza; ebbene, quell’esercizio è stato messo in crisi, accrescendo disparità sociali, economiche e di opportunità. Ha scritto Paolo Griseri, a margine dei fatti dei cosiddetti “forconi” di queste giornate dicembrine – sul quotidiano la Repubblica del 13 di dicembre, “I ribelli senza leader” -: «Quella a cui stiamo assistendo — spiega De Rita — è la rivolta delle classi che erano riuscite a entrare nel ceto medio e ora tornano a cadere in basso». Per un trentennio, ricostruisce il presidente del Censis, «il ceto medio ha continuato ad accogliere una parte crescente della società italiana fino a rappresentarne oltre l’80 per cento. Dal 2000 in poi questo grande lago del ceto medio ha cominciato a svuotarsi». Il processo di impoverimento ha subito una forte accelerazione con la crisi del 2008. È questa accelerazione che ha portato in piazza l’esercito dei precari, degli studenti senza immediati sbocchi occupazionali e della marea di cassintegrati che da due-tre anni, vivono con 7-800 euro al mese. (…). Una signora non più giovane (…): «Quando io non ci sarò più, di che cosa vivranno i miei nipoti?». Fuori dal megafono spiega: «Mia figlia e mio genero mandano avanti la famiglia anche perché io prendo la pensione. Lui è cassintegrato, lei è disoccupata, come faranno domani?». «Queste situazioni — osserva Revelli — sono il frutto del radicalizzarsi della crisi sociale ma anche dal precipitare della crisi della politica che non si accorge nemmeno dell’esistenza di un altro mondo, molto più reale di quello dei palazzi del potere: uno scollamento drammatico ». (…). La politica riuscirà a venire a capo di un mosaico tanto contraddittorio e sfuggente? «La politica — conclude Revelli — ha fatto di tutto in questi anni per non vedere il gigantesco processo di polverizzazione sociale e di impoverimento che si stava producendo. E ancora oggi la sinistra commette l’errore di etichettare tutto questo come frutto di una violenza squadrista. Certo, il rancore e la rabbia dei poveri sono brutti da vedere e facili da strumentalizzare. Ma non possiamo cavarcela con le manifestazioni antifasciste». Ecco, sono per l’appunto costoro i “malvenuti” della “crisi”.

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