"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro.

venerdì 27 settembre 2013

Cronachebarbare. 23 “La gloriosa imprenditoria italiana”.



Vogliamo riprovare a guardare la luce che è in fondo al tunnel? È luce fioca, tremolante, come di fiammella esposta al primo vento che possa facilmente spegnerla. Ma i cantori ed i lesti turiferari l’intravedono nonostante le cautele di coloro che, moderni aruspici, leggono bene nel ventre molle del mercato globalizzato. Ma tant’è la piaggeria dilagante che qualsivoglia richiamo al cosiddetto principio di realtà cade inesorabilmente nel vuoto. Ma qui preme guardare a quella luce che è vista al fondo del tunnel ma con occhio diverso. È che, nelle questioni della economia, la vulgata corrente trascura d’osservare più da vicino gli attori primi che sono lor signori, ovvero gli imprenditori e manager che progettano arricchimenti facili e senza che comportino loro alcuna responsabilità sociale. Del resto, è cosa nota, che nelle crisi a pagare per le difficoltà incombenti siano maestranze e forze del lavoro. Se un prodotto non soddisfa il mercato non si è mai visto che a risponderne siano i vertici aziendali e la corte che li circonda. Scrive Alessandro Robecchi su “il Fatto quotidiano” di ieri 26 di settembre – “La gloriosa imprenditoria italiana. Perfino peggio della politica” -: Ce ne è abbastanza per denunciare un grave caso di strabismo: tutto questo parlar male della politica e dei politici ha messo in secondo piano le gloriose capacità dell’imprenditoria italiana che rappresenta l’altra metà delle corruzione. In termini generali, certo, a grandi linee: dove passa una mazzetta c’è un politico da un lato e un imprenditore dall’altro. (…). Conosco l’obiezione: fare impresa in Italia è difficile, ma pare che sia difficile per gli italiani, perché se fosse difficile per tutti non verrebbero qui a comprare a man bassa. Poi, certo, possiamo fare collezione di belle frasi sulla casta, sulla politica, sui cialtroni che ci governano e che non spariscono mai e stanno sempre lì. Perché invece i Colaninno, i Bernabé, i Tronchetti Provera, i Passera spariscono? Non pare: saltano da un consiglio di amministrazione all’altro come usignoli sui rami, quasi sempre lasciandosi dietro disastri epocali e balzando a combinarne di nuovi. Sempre salutati come salvatori della patria, coraggiosi innovatori, costruttori di ardite strategie accolte dalla òla dei commentatori che dopo due, tre, quattro anni si esercitano a demolire quelle costruzioni. Pure loro (i commentatori) non se ne vanno mai: il loro passare dagli applausi (evviva, si salvaguarda l’italianità di Alitalia!) ai fischi (ma che avete fatto! Dovevate vendere subito ai francesi!) nello stesso film, addirittura nella stessa scena, è garanzia di durata. Il concetto di responsabilità (ho detto/fatto/pensato una cazzata, me ne vado) non è contemplato, chi rompe non paga, non porta via nemmeno i cocci, e si prepara a nuovi mirabolanti successi. Ineccepibile. Tanto è vero che il collaudato copione si rinnova in queste circostanze settembrine sempre con gli stessi attori e le “spalle” di supporto. Alitalia. Finmeccanica. Telecom. E che dire delle profumatissime liquidazioni che lor signori riceveranno a disastro avvenuto? Si prenda Telecom. Ieri, la sua massima autorità, ha candidamente dichiarato d’essere stato tenuto all’oscuro sull’affare di cessione allo spagnolo “invasore”. E sì che al tempo che è stato dei Prodi e dei D’Alema si inneggiò ai “capitani coraggiosi” – testuale D’Alema - che si erano prodigati a salvare il carrozzone ed il bel paese. Oggi, attorno a quei “capitani coraggiosi” è calato il silenzio. Si intasca e si continua a saltare “da un consiglio di amministrazione all’altro come usignoli sui rami, quasi sempre lasciandosi dietro disastri epocali e balzando a combinarne di nuovi”. È storia passata e recente del bel paese. Ha scritto sempre ieri Massimo Giannini sul quotidiano la Repubblica – “La ballata dei poteri morti” -: Tutti bugiardi. Perché tutti sapevano tutto, da mesi se non addirittura da anni. Non c’è fine più annunciata di quella che sta per portare Telecom nelle braccia di Telefonica. Sui quotidiani e sui settimanali, negli ambienti politici e in quelli borsistici, il dramma dell’ex colosso tricolore è all’ordine del giorno da tempo. E l’opzione spagnola era già quasi scontata dal 2007, quando Telefonica fu imbarcata dentro la holding di controllo Telco, spacciata come «operazione di sistema» dagli improbabili architetti di Mediobanca, Generali e Banca Intesa. Per scongiurarla, i soci «eccellenti» dell’ex Salotto Buono avrebbero dovuto avere in tasca i miliardi necessari ad una robusta iniezione di capitali freschi. I manager avrebbero dovuto avere in testa un piano di sviluppo del business telefonico e delle alleanze globali. I politici avrebbero dovuto avere in mano un progetto di politica industriale degna della quinta potenza del pianeta. E invece, dopo la spoliazione della Stet successiva alla «madre di tutte le privatizzazioni», la truffa dei nocciolini duri perpetrata dalle nobili casate sabaude pronte a controllare le aziende con una fiche di pochi spiccioli, il saccheggio realizzato dalla squadra tronchettiana, non c’è stato quasi più nulla. Solo la prosecuzione della razzia con altri mezzi: dal 2007 ad oggi, nella cinica accidia della comunità finanziaria e politica, Telecom ha subito un ulteriore drenaggio di risorse per circa 24 miliardi. A chi millantano la loro meraviglia e la loro indignazione, oggi, i controllanti e i controllati? (…). Dunque su Telecom (…) non si celebra la saga dei Poteri Forti, ma la ballata dei Poteri Morti. Questo è ciò che resta del famoso «capitalismo di relazione» (e in qualche caso «di corruzione»). Capace di regalare la telefonia italiana a un indebitatissimo Cesar Alierta per un piatto di lenticchie. Di consentire agli spagnoli di portarsi via l’intera posta senza fare l’Opa, senza far arrivare neanche un euro nelle casse svuotate di Telecom e nei portafogli delusi di una Borsa trattata come una bisca. E questo è ciò che resta dell’establishment economico e dell’élite finanziaria. Mosche del capitale, che succhiano i loro ultimi dividendi sulle spoglie delle aziende e di chi ci lavora. (…). Telefonica prenderà il controllo di Telecom senza consolidare il suo debito. Lascerà che siano gli altri, nel frattempo, a fare il “lavoro sporco”. Cioè smembrando l’azienda e avviando uno spezzatino selvaggio, attraverso il sacrificio della attività più redditizie in Brasile e in Argentina, mercati dove il gruppo italiano dava fastidio a Telefonica perché competeva alla pari sul mobile. Alla fine delle tre tappe fissate dall’operazione, Alierta ingoierà Telco, finalmente alleggerita dai debiti. Il tutto avverrà a un prezzo di 1,09 euro ad azione, di cui beneficeranno solo i «compagnucci della parrocchietta» milanese, messa in piedi dalla Galassia del Nord sei anni fa. Il 78% degli altri azionisti, comuni mortali che hanno comprato in Borsa, non vedranno un centesimo. (…). Ricordate dei cosiddetti “furbetti del quartierino”? Solamente dei principianti a confronto con lor signori. Poiché non vi sfuggirà che dei cosiddetti “capitani coraggiosi” ne spuntano copiosamente ad ogni stagione politica. Ce ne rende memoria Federico Fubini sul quotidiano la Repubblica del 25 di settembre con un pezzo, “L'aereo francese”, che è tutto un dire: Quando il 19 marzo del 2008 atterra a Roma Jean-Cyrille Spinetta, allora numero uno di Air France, per Alitalia si presentano buone notizie. La compagnia è alle soglie del fallimento, disertata dalla clientela, ma Spinetta rilancia: Air France è disposta a comprare Alitalia dal Tesoro per una somma fra 2,5 e 3 miliardi di euro, in più si accolla i tre miliardi di euro dei suoi debiti e si impegna a investirne altri sei in dieci anni. Un’operazione da circa sei miliardi a beneficio delle casse dello Stato (…), più altri sei in sviluppo futuro. Non se ne farà di niente. La Cgil in Alitalia osteggia la fusione e Berlusconi sposta l'ago della bilancia puntando la campagna elettorale di allora sull'«italianità» della compagnia. Oggi tutti i protagonisti di allora sono costretti a sperare che la stessa Air France prenda il controllo di Alitalia con appena 150 milioni: venti volte meno del prezzo rifiutato cinque anni fa. Ma questa è solo una parte della beffa, poi arrivano gli altri oneri. (…). Nell'estate 2008 infatti il governo Berlusconi favorisce una cordata di investitori privati italiani nella compagnia, spostando i tre miliardi di debiti di Alitalia su una nuova bad company  sotto il controllo del Tesoro. Cioè a carico dei cittadini. Inoltre, ottomila dipendenti vengono messi in mobilità, ancora una volta a carico dello Stato, e undicimila restano. (…). Qui sorge il primo problema perché, accollando ai cittadini i debiti della vecchia Alitalia, di fatto il governo concede alla cordata italiana un aiuto di Stato. Una violazione della parità di condizioni fra concorrenti. Meridiana e Ryanair presentano ricorso alla Commissione europea, ma sono sfortunati: il responsabile dei Trasporti all'epoca è Antonio Tajani, ex portavoce di Berlusconi, cioè del padre dell'operazione nuova Alitalia. «A Bruxelles ci presero a pesci in faccia», ricorda ora l'esperto di Antitrust e all'epoca consulente di Meridiana Roberto Pardolesi. (…). Potrà quella luce in fondo al tunnel, seppur esiste, resistere alla turbolenza dei mercati? E di lor signori - di melloniana memoria -, cosa ne dovremmo fare? Esiste per lor signori una cassa integrazione, una messa ai margini per incompetenza – lasciando al potere giudiziario di accertare eventuali operazioni delittuose - avendo dilapidato risorse, ricchezze e financo il buon nome di questo disastrato paese?

martedì 24 settembre 2013

Cronachebarbare. 22 Il miraggio della ripresa.



Si spinge a dire, per invocare la stabilità politica da garantire alle “larghe intese” l’inquilino dell’irto colle, di “non sprecare i segnali di ripresa”. Ho già detto, a seguito di un’altra simile boutade, quanto necessario sia l’intervento di un buon oculista. Oggi mi vien solo da dire, a mo’ di Hans Fallada, “ed adesso pover’uomo?”, ove quel grande narrava le vicende di un giovine uomo, un commesso, e della sua famiglia – una moglie ed un bambino -, una delle tante di quella piccola borghesia tedesca che nel secolo ventesimo si trovò alle prese con le grosse difficoltà economiche e con la paura della disoccupazione su quel palcoscenico tragico che era la Germania all’indomani della “grande guerra” e che da lì a poco sarebbe naufragata nel nazismo. Dov’è la ripresa? La Merkel ha vinto, anzi ha stravinto. Ed è riuscita ad allontanare dal suo parlamento i partiti antieuropei. Un colpo da maestro. Ecco perché viene da dire “ed adesso pover’uomo?”. Ha dichiarato Alberto Bombassei, presidente della Brembo, un’azienda all’avanguardia nella specializzazione dei prodotti, in un’intervista al settimanale Affari&Finanza del 16 di settembre - “La crisi non si supera senza vincere la sfida dell’innovazione” di Giorgio Lonardi -:  Presidente Bombassei, dunque per lei non ci sono dubbi: nessuno spiraglio in vista per la nostra economia? «(…). …ora la Confindustria dice che la crisi è finita. Ma questo annuncio ha solo un effetto psicologico: la realtà è ben diversa. Guardi, io siedo nella commissione attività produttive e quasi ad ogni riunione vedo passare sotto i miei occhi una quantità incredibile di crisi aziendali. E non si tratta solo di imprese sconosciute ma anche di tanti nomi le cui tradizioni affondano nella storia industriale di questo Paese. Detto questo sarei felicissimo di essere smentito e dunque di sbagliarmi. Ma per ora, purtroppo, non credo sia possibile».
Secondo Gianfelice Rocca, presidente di Assolombarda, ci sarebbero “ piccoli segnali” di ripresa. Lei che ne dice? «Piccoli segnali? Forse è così, certamente è un termine più corretto. Per quanto mi riguarda sono molto preoccupato: il Pil continua a scendere e i giovani non trovano lavoro. E purtroppo siamo di fronte ad un fenomeno nuovo e poco studiato, quello dei ragazzi che si sono formati nelle nostre università e vanno a cercare lavoro all’estero e spesso lo trovano. Torneranno? Non lo so, io temo di no. E questo dovrebbe angustiare tutti coloro che vogliono bene al loro Paese».
L’export è uno dei pochi elementi che tiene a galla tante imprese italiane. L’attuale situazione di incertezza politica può essere un problema per chi vende all’estero? «Partiamo da un principio base: la credibilità ha un valore economico. Se la fiducia nel tuo Paese vacilla tutto diventa più difficile. Chi se la sente di affidare una commessa importante ad un’impresa di un Paese in difficoltà? (…).». Afferma quindi Alberto Bombassei che “se la fiducia nel tuo Paese vacilla tutto diventa più difficile.”. Ed il paese lo è. E non tanto per un destino cinico e baro quanto per quella straordinaria sua storia di intrallazzi e di ruberie oltre ogni misura. È quel che non si è voluto capire. Che non si vuole capire. È la responsabilità primaria dell’”antipolitica” al potere. Le catene che legano mani e piedi di questo strano paese sono quelle catene, che nessun altro ha posto a quelle mani ed a quei piedi, forgiate dalla impresentabile vita politica e sociale di quello che è stato definito il bel paese. Il paese delle ruberie sfrontate e dei privilegi irrinunciabili per i pochi. Ha scritto di recente Aldo Grasso - “Troviamo una paratia mobile alla corruzione” - sul settimanale “Sette” del Corriere della Sera del 2 di agosto: (…). …in Italia, alle consuete voci di spesa per realizzare le infrastrutture, bisogna aggiungere una “stecca” del 40% in più, che è esattamente il costo della corruzione. L’ufficio studi della Cgia di Mestre (…) ha calcolato che le grandi opere pianificate per i prossimi anni costeranno agli italiani 93,6 miliardi di euro in più rispetto a quanto avrebbero pagato al posto loro i contribuenti inglesi, francesi, tedeschi o spagnoli. Una cifra che corrisponde quasi a sei punti di Pil. Questi sei punti di Pil hanno un solo nome: corruzione. Ogni volta che decidiamo di fare una cosa in grande (…), spunta sempre un sistema corruttivo. Come scriveva Indro Montanelli nel poscritto all’ultimo volume della Storia d’Italia: «Sono giunto alla conclusione che la corruzione non ci deriva da questo o quel regime o da queste o quelle “regole”, di cui battiamo, inutilmente, ogni primato di produzione. Ci deriva da qualche virus annidato nel nostro sangue e di cui non abbiamo mai trovato il vaccino. Tutto in Italia ne viene regolarmente contaminato». Possibile che non si trovi una paratia mobile per fermare la corruzione? Ecco il perché di quel “ed adesso pover’uomo?”. Questo paese non avrà sconti da nessuno poiché non ha la forza in sé o la volontà di redimersi dalle cattive abitudini che ne hanno caratterizzato e segnato profondamente la vita politica innanzi tutto, ma anche quella economica e sociale. Scrive Massimo Giannini sullo stesso numero del settimanale Affari&Finanza – “Da Siena a Genova avevano una banca” -: Ecco i numeri del disastro. A luglio i prestiti al settore privato sono diminuiti di un altro 3,3%. I finanziamenti alle famiglie si sono ridotti dell’1,1%, mentre quelli alle imprese sono crollati addirittura del 4,1%. Non ho gli occhiali del ministro Saccomanni, e quindi non riesco a vedere la ripresa in queste cifre. Ma con i miei occhi vedo benissimo l’altra faccia del credit crunch tricolore. Famiglie e aziende non scuciono un euro dalle banche, per coprire consumi e investimenti. Politici e amici degli amici spillano milioni, grazie al bancomat perpetuo garantito dai Signori del Credito. Dalle inchieste parallele su Mps e Carige continua a venir fuori un verminaio putrido, dove il malaffare economico e il malcostume politico si intrecciano irrimediabilmente. Un consociativismo bipartisan così miserabile, e un capitalismo di relazione così impresentabile, forse esistono solo in Italia. Montepaschi è il paradigma. Una gigantesca mangiatoia, nella quale si sono nutriti tutti grazie ai buoni uffici del generoso Mussari. La sinistra del «socialismo bancario e municipale», certo. Da Piero Fassino che con il custode dei tesori di Rocca Salimbeni sente il bisogno di fare «un po’ il punto totale», a Franco Ceccuzzi che con il supporto «dell’onorevole Massimo D’Alema» deve discutere di una non meglio specificata «iniziativa». Da Giuliano Amato che chiede finanziamenti per il Tennis Club di Orbetello, ai capi della nomenklatura passata e futura (…). Ma anche la destra del populismo reale. Da Berlusconi che da grande intestatario dei depositi miliardari in Mps invita Mussari a cena a Palazzo Grazioli, a Verdini che a Siena tratta le nomine. Dal pio Gianni Letta che elemosina soldi per il teatro Biondo di Palermo o alla pitonessa Santanchè che chiede aiuto per il boss delle cliniche Angelucci. La Cassa di risparmio di Genova è un caso Siena in minore. Qui sono diversi la dimensione e il contesto, ma la morale non cambia. L’elemosiniere è Giovanni Berneschi, i beneficiati sono i ricchi manutengoli dell’inner circle scajoliano. Dal patron del Genoa Enrico Preziosi, all’europarlamentare Vito Bonsignore, fino ad arrivare agli armatori Alcide Rosina e Giuseppe Rasero. Gente che prende fidi e non li rimborsa, in una banca che accumula una montagna insostenibile di crediti incagliati o inesigibili. Così vanno le banche, in questa sciagurata parte di mondo. Una vergogna nazionale, che chiama in causa veramente tutti. Non solo le persone, ma anche le istituzioni. A partire dalla Vigilanza di Via Nazionale. Non possiamo scoprire sempre a babbo morto che, mentre i clienti normali tiravano la cinghia e le imprese tiravano le cuoia, lor signori «avevano una banca». Come può il “pover’uomo” alla Hans Fallada intravvedere la “ripresa”? Ché, se anche ci fosse, non renderebbe questo disastrato paese concorrenziale sulla scena economica della globalizzazione, tanto sono le furberie, i misfatti, in basso ed in alto, a destra ed a manca, con interi territori in mano alla delinquenza più smaccata ove si taglieggiano imprenditori ed istituzioni. In queste condizioni una “ripresa” che sia vera e duratura è solamente uno specchietto per le allodole, ovvero per i gonzi ed i creduloni corresponsabili d’un simile disastro. Ha scritto Tito Boeri – la Repubblica del 16 di settembre -: Ed è bene non farsi illusioni sul cambiamento di rotta dopo le elezioni tedesche. La campagna elettorale in Germania ha mostrato un'opinione pubblica che ritiene che si sia fatto fin troppo per aiutare i paesi del Sud Europa. E Angela Merkel non sembra affatto avere un'agenda da leader dell'Unione. “E adesso pover’uomo?”. Amen.

giovedì 19 settembre 2013

Eventi. 12 “Fratelli Caruso fotografi”.



Ha lasciato scritto Norberto Bobbio nella Sua “Autobiografia”: E il passato rivive nella memoria. Il grande patrimonio (…) è nel mondo meraviglioso della memoria, fonte inesauribile di riflessioni su noi stessi, sull’universo in cui siamo vissuti, sulle persone e gli eventi che lungo la via hanno attratto la nostra attenzione. C’è tutto quel “mondo meraviglioso della memoria” e tant’altro ancora nell’amorevole, appassionata, paziente “ricerca” delle radici individuali e familiari nonché di una comunità nel pregevole lavoro di documentazione fotografica “Fratelli Caruso fotografi” curato da “Rosellina” Caruso e da “Pippo” Librizzi e presentato nei tre volumi indivisibili “Dal fotografo”, “Gli eventi” e “La vita” – editi da Davision (2013), € 30 – che concorrono a ricreare per l’appunto la “magia” propria della “memoria” quasi come una moderna, contemporanea “ricerca” proustiana condotta con altri mezzi. È che andando per le immagini del pregevole lavoro la “memoria” riemerge quasi d’incanto spaziando dalla fisicità propria delle persone, divenute personaggi d’una rappresentazione senza tempo, in quello che è stato l’”atelier” dei “Fratelli Caruso”, alle immagini della vita comunitaria che pare tornare a riprendere magicamente forme e passioni, incontri e sguardi tanto nelle liete, festose ricorrenze documentate quanto nelle circostanze di dolore individuale che, nella comunanza del vivere, diviene dolore collettivo. E l’incanto ed il lirismo delle immagini, che sono propri come nell’opera del grande parigino, prorompono inarrestabili scorrendo il volume dedicato alla “vita” laddove scolaresche di un tempo che è stato, cerimonie religiose o laiche sembrano rendere esse la “vita” allo sfondo immobile del paesaggio che diviene e si trasforma quasi in un palcoscenico nuovamente e d’improvviso animato, adagiato com’è sugli ultimi bassi contrafforti dei Nebrodi boscosi che, in questo luogo di “memoria”, sembra vogliano quasi congiungersi od immergersi nel mare  che ha, in queste giornate di settembre, il colore di un dolce turchese, quel colore che l’autunno immancabilmente regala in questi luoghi alla prospiciente distesa marina, a quello che è stato per lungo, immemorabile tempo – un quarantennio almeno - il luogo nel quale quegli infaticabili, creativi “Fratelli Caruso” hanno mirabilmente operato per lasciare testimonianze di persone, di eventi nonché di vita. Sarà stata la scelta felice del luogo di presentazione del lavoro, in quella che è tutt’oggi la piazza “Duca degli Abruzzi”, con ai suoi lati le arboree fitte colonne ed a chiuderla la pacifica “maestosità” del cosiddetto “Monte”, per come amabilmente viene denominata la modesta altura che accoglie resti di un maniero antico diroccato ed un santuario di preghiera e di costante devozione, sarà stata dicevo quella “scelta felice” ché è parso come di risentire, per il tramite degli intervenuti alla presentazione, le voci di quel tempo lontano, gli odori forti degli aranci selvatici che numerosi sopravvivono nelle vie circostanti la piazza del piccolo centro urbano, i rumori ed i suoni di quelle che sono state le attività di lavoro, di vita e di svago di una intera comunità che, attraverso il pregevole lavoro di “Rosellina” Caruso e di “Pippo” Librizzi proverà a recuperare “memoria” ed un senso più compiuto della propria esistenza. Scriveva ancora quel grande “Maestro” che è stato Norberto Bobbio a proposito della “memoria” che è “vita” dei singoli e delle comunità: Meraviglioso, questo mondo, per la quantità e la varietà insospettabile e incalcolabile delle cose che ci sono dentro: immagini di volti scomparsi da tempo, di luoghi visitati in anni lontani e non mai più riveduti, personaggi di romanzi letti quando eravamo adolescenti, frammenti di poesie imparate a memoria a scuola e mai più dimenticate; e quante scene di film e di palcoscenico e quanti volti di attori e attrici dimenticati da chi sa quanto tempo ma sempre pronti a ricomparire nel momento in cui ti viene il desiderio di rivederli e quando li rivedi provi la stessa emozione della prima volta; e quanti motivi di canzonette, arie di opere, brani di sonate e di concerti, che ricanti dentro di te (…). È il riandare alle immagini di un tempo che è stato, è il ricantare “dentro” di ciascuno o, allorquando è il ricantare di un’intera comunità, il cantare tutti assieme che rende alla “vita” quel tanto di felicità alla quale aspirano tutte le creature che abbiano anime nobili e dolci.

martedì 17 settembre 2013

Cronachebarbare. 21 “Aumma aumma”.



Scrive Francesco Merlo sul quotidiano la Repubblica di oggi - che è il 17 di settembre dell’anno 2013 - col titolo “I franchi tiratori ad personam”: È difficile stabilire se è peggio il voto segreto o il finto voto segreto, se è meno dignitoso vergognarsi delle proprie scelte o fotografarsi il dito indice per provare la propria appartenenza come vorrebbero il grillino Claudio Messora e il senatore del Pd Miguel Gotor. Il voto segreto è un abominio perché i nascondigli non proteggono la moralità ma l’immoralità. Ecco il punto dirimente tra ciò che è solamente una parvenza di democrazia e la democrazia in quanto tale. Per quanto  essa – la democrazia - sia il sistema meno perfetto che si sia potuto immaginare e creare. Io non riesco a pensare cosa ne pensiate Voi del voto segreto. Che sia una sconcezza è fuori di ogni dubbio. Ma ci sono i regolamenti da rispettare. E quello del Senato ammicca, anzi impone, la segretezza quando trattasi di questioni delle persone. Quale alta sensibilità ne traspare da quel consesso! Una sensibilità di “casta”. Come volevasi dimostrare! È che tra affiliati ed affratellati i riguardi non mancano. Ma, suvvia, alla fine è solo un regolamento! Che è cosa ben diversa, da una legge dello Stato! E se una legge dello Stato andava bene sino a pochi giorni addietro come è possibile insinuarne la non validità costituzionale per il solo fatto che a doverne subire le conseguenze è un certo signor B? È quella sensibilità di “casta” che, come un imperativo categorico, scatta all’improvviso per stringere attorno all’accusato – o condannato - di delinquere quella solidarietà da paese della “quasità”. Ed allora cosa volete che sia un regolamento: un “quasi” nulla. Che all’occorrenza lo si cambi pure! Se serve alla “casta”. E pensate un po’ cosa escogita quel tale Miguel Gotor – della mia irriconoscibile parte politica - affinché non si verifichino incresciosi episodi di lealtà castale. Ne ha scritto da par suo Marco Travaglio su “il Fatto quotidiano” di oggi col titolo “Aumma aumma”: (…). …preparano trucchetti da magliari, come quello suggerito da Miguel Gotor, già geniale spin doctor di Bersani: “I 108 senatori Pd infilino nella buca solo l’indice della mano sinistra, così è fisicamente impossibile un voto diverso dal Sì. Ci mettiamo d’accordo con alcuni fotografi che riprendono la scena, postiamo tutto sui social network ed evitiamo guai”. Cos’è, uno scherzo? Per legge i cittadini, quando vanno a votare, devono consegnare i cellulari prima di entrare in cabina per non rendere il voto riconoscibile: e chi ha fatto questa legge la viola spudoratamente perché non si fida neppure di se stesso? Ma che partito è quello che non riesce neppure a garantire la decadenza, imposta dalla legge, di un condannato per frode fiscale? Questo dovrebbero chiedersi gli elettori che affollano le feste del Pd e sognano a buon diritto rappresentanti migliori. Anziché rallegrarsi per la presunta “trasparenza” mostrata dal partito con la richiesta di voto palese, dovrebbero inchiodare i leader con una semplice domanda: ma che gente ci avete fatto votare alle primarie? Possibile che, invertendo i criteri di selezione delle candidature, il prodotto non cambi? C’è un virus nell’aria delle aule parlamentari che corrompe tutto e tutti, o c’è qualcosa che ancora non sappiamo? È l’aria mefitica che si respira in tutte le contrade del bel paese e che appesta tutto, istituzioni in basso ed in alto, eletti ed elettori che con il loro disinvolto disimpegno hanno permesso e continuano a permettere le sconcezze dell’oggi, così come hanno permesso le sconcezze del passato. È solamente con un’assunzione collettiva di responsabilità che potremmo invertire la deriva della democrazia malata di questo paese. Difficile da realizzare. Continua Francesco Merlo nel “pezzo” di oggi: È (…) allarmante l’idea di rendere inefficace il nascondiglio con un trucco, di marchiare ed esibire la fedeltà con una foto che diventerebbe lo scontrino della propria onestà, la ricevuta fiscale della propria lealtà. Né si può cambiare in corso d’opera il regolamento e bloccare il voto segreto mettendosi in questo modo dalla parte del torto. Non so se è vero che le pattuglie dei franchi tiratori del centrosinistra stanno organizzando i loro agguati né se è vero, come si dice, che commando di grillini sono pronti a votare di nascosto contro la decadenza di Berlusconi per poi addossare quei voti all’odiato Pd, con un doppio gioco indecente. Il senatore Casson assicura infatti che «noi del Pd siamo tutti d’accordo» ma i grillini reagiscono con sdegno all’infamia di queste accuse. È probabile che siano trasversali sia l’irritazione sia le cattive intenzioni. E non si tratta soltanto di ridicolaggini stizzite, come appunto infilare solo l’indice della mano sinistra nella feritoia del voto perché con quel dito non si potrebbe raggiungere il pulsante “contro” (sarà vero?). Ma si tratta di impulsi, scusate la parolona, alla fine liberticidi. Perché così, con il voto di nascosto, con il franco tiratore autentico e quello falso, con il trucco della prova-verità che può diventare doppio trucco – il “barba trucco” si chiamava nel gergo dei fumetti – , con il vero traditore che dà del traditore al tradito…, insomma in questo clima grottesco di sospetti si impastano solo le ribalderie. (…). …i segreti custodiscono gli atti indecenti e non quelli decenti, tutelano la volgarità e non l’eleganza. Il voto segreto nel Parlamento italiano non ha mai liberato le coscienze ma ha sempre alimentato transazioni d’affari ed è dunque probabile che, anche questa volta, se il Senato davvero si dovesse pronunziare sulla decadenza di Berlusconi, alimenterebbe baratti e compravendite e non certo la moralità. (…). Ripetiamolo: il voto segreto è un abominio. Ma è troppo tardi per modificare il regolamento del Senato. Cambiarlo proprio adesso, come pretende Grillo, e dunque impedire il ricorso a questo stramaledetto nascondiglio voluto dal Pdl (basta la richiesta firmata da venti senatori) sarebbe un altro abominio. Un provvedimento contra personam non può mai essere né leale né giusto, e meno che mai per colpire, con un contrappasso, il re delle leggi ad personam. Il miracolo realizzato dal “berlusconismo” nel quasi ventennale suo operare è proprio questo: aver trasformato il paese che era il paese del “diritto” nel paese della “quasità” – termine caro assai all’arguto Francesco Merlo – ove è possibile cambiare un “regolamento” – che vuoi che sia un regolamento – ma qualsivoglia legge all’occorrenza, e l’occorrenza sta sempre dalla parte di quelli della “casta”. Non per ripetermi, ma fu il “compagno Giorgio” a dire che la legge italiana era stata “severa” con il latitante di Hammamet. Il “compagno Giorgio”, divenuto nel frattempo il custode della Costituzione e che presiede il Consiglio Superiore della Magistratura. Che ha definito “severa” una legge dello Stato che, per gli stessi reati del latitante di Hammamet, ha comminato sentenze e pene agli altri cittadini del bel paese non appartenenti alla “casta”. La legge “non è uguale per tutti”. Lo si sapeva da tempo, ma con un po’ di pudore ed in altri contesti non si contribuiva a rafforzarne la convinzione agli esclusi dalla “casta”. 

giovedì 12 settembre 2013

Quellichelasinistra. 1 "La lotta di classe c'è ancora".



“Quellichelasinistra” può essere uno dei tanti modi di dire. Si sarebbe potuto anche dire “quelli a sinistra”. Mi è parso che avrebbe avuto tanto della “prossemica” ovvero di quella moderna disciplina che afferisce al campo della semiologia e che si prende cura di studiare gesti sì, il comportamento pure, lo spazio anche ma che focalizza la propria indagine sulle distanze e sulla occupazione degli spazi al momento di quell’atto tipicamente e sommamente umano che è la comunicazione che sia verbale o non verbale. “Quellichelasinistra” per l’appunto sono quelli che non gradiscono una visione riduttiva del proprio stato, del proprio essere. Che è come dire “quelli a sinistra” così come “quelli a destra”. Che dietro l’essere tra “quelli a sinistra” spesso vi è il vuoto più assoluto. Così come si sarebbe potuto dire “quelli di sinistra”. Ma chi sono poi “quelli di sinistra”? Domanda terribile, oziosa forse, che esige risposte precise. Impossibile da trovare. Ed allora “quellichelasinistra” per l’appunto. Che la cosiddetta “sinistra” la possono tenere nel cuore o nella mente. Dipende dai punti di vista. Ma superano i limiti di “quelli a” e di “quelli di”. Di “quellichelasinistra” ne ha incontrati l’amico carissimo il “compagno” Giovanni Torres La Torre. Giovanni Torres La Torre è un pittore, è uno scrittore, è un poeta. Ho avuto modo di proporre tante creazioni del Suo genio artistico. Me ne parla, di “quellichelasinistra”, al tavolino del “Fellini café” in quel di Capo d’Orlando, mentre un caffè fumante ed odoroso assai spande i suoi effluvi per tutto d’intorno. Ha memoria cara ed anche struggente di un tempo vissuto nel paese natio su per i Nebrodi boscosi e di tutti quelli che oggigiorno potrebbero sentirsi pienamente tra “quellichelasinistra”. Ed in particolare ha memoria cara di un manovale di quei luoghi, analfabeta, che nella frequentazione del “Salone” – l’opificio del barbiere di quel tempo - del paese natio trovava modo di dare concretezza alla sua appartenenza a “quellichelasinistra” commissionando al giovanissimo Giovanni l’acquisto del quotidiano l’Unità con il conseguente impegno che quel giovanissimo di allora lo leggesse per tutti coloro che ne avessero interesse e bisogno. Era il desiderio di quel manovale analfabeta di esercitare la sua militanza e la sua formazione politica. Ricorda con affetto Giovanni Torres La Torre la ricompensa che gliene derivava: una, una sigaretta “Nazionale senza filtro”, che segnava il passaggio alla età maggiore del giovanissimo Giovanni. Ha chiesto Michele Smargiassi nell’intervista a Mario Tronti – sul quotidiano la Repubblica del 5 di settembre, "La lotta di classe c'è ancora" -: Ha mai detto di se stesso "sono un uomo di sinistra"? Qualcosa mi fa supporre di no... "Ha indovinato. Non lo direi mai, mi sembra banale. Penso che "sinistra" sia qualcosa di cui c'è necessità forse più che in passato, per quel che ha significato e può significare ancora. Ma vede, io sono un teorico della forza e non posso non vedere la debolezza della parola". Ecco il punto: la debolezza delle “parole”, il loro snaturamento, quel dire e quel non dire, quel non riuscire a stabilire nessi e contenuti certi. Ecco l’incertezza di e per “quelli a” o di “quelli di”. Fermiamoci allora a “quellichelasinistra”. Chiede Michele Smargiassi a Mario Tronti: È sopravvissuta a parole che sembravano eterne, una sua forza l'avrà pure... "Sì, quella che dovrebbe avere. Metodologicamente sono contrario ad abbandonare una definizione vecchia prima di trovarne una nuova che la sostituisca. Mantengo questa, allora, consapevole dei limiti, perché per adesso non ne ho un'altra. La vado cercando".
Ipotesi? "(…). Ecco, la sinistra dovrebbe coltivare qualcosa che va al di là del presente, ricostruire una narrazione, ma io preferisco dire visione, di quel che può esistere dopo la forma sociale e politica del mondo che abbiamo".
Non è sempre stata questo? Un movimento che "abolisce lo stato di cose presente"? "A questo si erano dati nomi più forti, socialismo, comunismo, e più efficaci, perché dicevano immediatamente anche all'uomo più semplice che si andava verso qualcosa al di là dell'orizzonte".
Mentre sinistra è uno "stato in luogo"? "Di certo non ha la stessa capacità di evocazione, serve magari a criticare il presente ma non contiene il futuro. È rimasta in campo, ma non è riuscita a creare quella grande appartenenza umana, antropologica, che le vecchie parole suggerivano. Forse "sinistra" riflette proprio questo passaggio dalla prospettiva all'autodifesa, dal movimento alla trincea". Ecco la necessità di superare uno o lo "stato in luogo”, d’essere compiutamente solamente “quellichelasinistra”. E basta.
Ma si diventa di sinistra? O ci si nasce? "Ognuno ha la propria risposta. Non amo parlare di me, ma posso dirle che nel mio caso è stato quasi un fatto naturale, da giovanissimo, diventare comunista. Perché quella è stata la mia parola, subito. Ha contato molto l'estrazione popolare della mia famiglia, mio padre comunista col quadro di Stalin sopra il letto, mi sono immesso in quell'orizzonte in modo naturale, ovviamente da lì è partito un percorso lungo e critico...".
(…). Lei ha scritto anche: basta con gli aggettivi, torniamo ai sostantivi. Cosa voleva dire? "La parola sinistra è stata aggettivata tantissimo. Questo capita alle parole deboli. La differenza tra socialismo e comunismo è che il primo a un certo punto sentì il bisogno di aggiungere "democratico". Il comunismo non lo fece mai. Non so se sia stato un bene o un male, forse è stata una delle cause del suo fallimento".
Ma quale strada porta all'oltre? Fare qualcosa di sinistra oggi sembra ridursi a una deontologia civica di onestà, rispetto... "Da un po' di tempo dico che si è aperta nel mondo contemporaneo una grande questione antropologica: il senso dell'essere qui, in un mondo allargato e transitorio, in questo disagio di civiltà che non è solo politico e sociale o economico. Come essere donne e uomini in questo mondo? La domanda vera è questa. Rispondo così: è importante avere un punto di vista, partire da una posizione. Che può essere soltanto parziale. In una società profondamente divisa non è possibile essere d'accordo con tutti. Certo una volta era più semplice, le parti erano chiare e distinte, erano le classi. La parte ora te la devi andare a cercare".
E come si riconosce? "Per essere riconoscibile come parte, la sinistra dovrebbe dire una cosa semplicissima: siamo gli eredi della lunga storia del movimento operaio. Lunga storia, ho detto. Abusivamente ridotta a pochi decenni, quelli del socialismo realizzato, mentre viene dalla rivoluzione industriale, si diversifica nell'Ottocento grande laboratorio, affronta nel Novecento la sfida della rivoluzione...".
(…). Cosa resta di quella storia? "Una parzialità. La parte del popolo attorno a un concetto che non è sparito con la fine del movimento operaio: il lavoro. Una sinistra del futuro non può che essere la sinistra del lavoro come è oggi, complicato frantumato in figure anche contraddittorie, il dipendente l'autonomo il precario, il lavoro di conoscenza, quello immateriale... La sinistra dovrebbe unificare questo multiverso in un'opzione politica. Ma essendo anche un teorico del pessimismo antropologico, la vedo difficile".
(…). Può spiegare meglio? "La cosiddetta sinistra dei diritti, maggioritaria oggi. Quella che si limita a difendere un certo elenco di diritti civili, presentandoli come valori generali. Finisce per essere un intellettualismo di massa, un consolatorio scambio al ribasso. Basta qualche battaglia contro l'immoralità e ti senti a posto dentro questa società".
La rivolta contro la "casta" sembra verbalmente forte e gratificante. "La famosa antipolitica... La sinistra non ha messo a fuoco il pericolo vero, la sua violenza, il suo obiettivo vero, che è deviare lo scontento popolare su una base che per il potere è sicura perché non minaccia davvero le basi della diseguaglianza. Se non trovi lavoro è perché i ministri hanno le auto blu?".
Un'arma di distrazione di massa? "Un disorientamento politico di massa. Le grandi classi non ci sono più, il conflitto frontale non c'è più, i grandi partiti neppure, ma la lotta di classe c'è ancora. Di questo mi permetto di essere ancora sicuro". Uno che sarebbe stato bene, anzi benissimo, oggigiorno, tra “quellichelasinistra” scriveva al figlioletto Dante in un’ultima lettera: "...possono bruciare i nostri corpi, non possono distruggere le nostre idee. Esse rimangono per i giovani del futuro, per i giovani come te. Ricorda, figlio mio, la felicità dei giochi... non tenerla tutta per te... Cerca di comprendere con umiltà il prossimo, aiuta il debole, aiuta quelli che piangono, aiuta il perseguitato, l'oppresso: loro sono i tuoi migliori amici". Era un ciabattino. Si chiamava Nicola Sacco.

lunedì 9 settembre 2013

Lavitadeglialtri. 7 Sostiene Francesco, che è vescovo di Roma.



Sostiene Francesco, che è vescovo di Roma, dell’insostenibilità della “globalizzazione dell’indifferenza” nel mondo cosiddetto progredito e cristianizzato. Sostiene Francesco, che è vescovo di Roma, che è il dominio del denaro a dettare i tempi ed i modi delle guerre. Lo è stato da sempre. Anche allorquando i predecessori di Francesco, che è vescovo di Roma, benedicevano le navi in partenza oltre gli oceani sconosciuti per quell’opera di evangelizzazione e di morte che ha segnato la vita e la storia del mondo che è detto cristianizzato. Ha scritto il professor Umberto Galimberti sul settimanale “D” del quotidiano la Repubblica dell’8 di settembre dell’anno 2012 – “Il razzismo? Una brutta storia” -: (…). …abbiamo limitato il concetto di "prossimo" a quelli che sono come noi, che condividono gli stessi usi e costumi, che hanno una faccia bianca rassicurante, che parlano la nostra lingua, che hanno sufficienti risorse economiche per non chiederci niente, e soprattutto che non ci importunano sulla strada se non per un distratto buon giorno o buona sera. Questo è l'ambito entro il quale abbiamo circoscritto la nozione di "prossimo". Al di là di questo artificioso “prossimo tuo” vi è l’indifferenza tanto condannata da Francesco che è vescovo di Roma. Poiché anche i morti ammazzati per le contrade della Siria sono dovuti all’ingordigia del denaro e di quant’altro afferisca alla parte del mondo che soggioga tutto ciò che non rientri in quella sua aberrante “nozione di prossimo". In una dotta analisi della situazione in quell’angolo d’Oriente Gilles Kepel ha scritto – sul quotidiano la Repubblica del 2 di settembre, “Dietro il caos in Siria l’ombra dell’Iraq e i regni dell’oro nero” -: Le rivoluzioni arabe sono in primo luogo il prodotto della decomposizione di un sistema politico concepito per resistere alla paura della proliferazione terroristica dopo la «doppia razzia benedetta su New York e Washington» perpetrata da Bin Laden e dai suoi accoliti. Contro Al Qaeda, avevamo eretto un baluardo di regimi autoritari e corrotti, ma dotati di servizi di sicurezza efficienti. L’esigenza della democrazia era stata sacrificata sull’altare della dittatura, ma Ben Ali, Mubarak, Gheddafi e altri come Ali Saleh, non sono stati altro che dei despoti patetici che hanno cristallizzato contro se stessi il malcontento popolare, portando a delle rivoluzioni che sono dilagate da Tunisi al Cairo e da Bengasi a Sana’a nella primavera del 2011. (…). Le «primavere arabe» sono state accolte con benevolenza in Occidente, ma hanno comunicato un’ondata di panico nella spina dorsale delle monarchie petrolifere del Golfo. La prospettiva di un «contagio democratico » ha terrorizzato queste dinastie i cui membri monopolizzano i proventi del petrolio e del gas. Il pericolo toccava ormai la penisola arabica stessa, mentre la comunità internazionale guardava da un’altra parte lasciando prevalere gli idrocarburi in pericolo sui diritti umani a rischio. (…). È in questo contesto che si è sviluppata la rivoluzione siriana. All’inizio, aveva lo stesso profilo che in Tunisia o in Egitto: una gioventù istruita si metteva a capo delle rivendicazioni democratiche contro un potere autoritario. Ma l’intensità della repressione e la sua trasformazione graduale in guerra civile a carattere confessionale ha impedito il sollevamento delle forze armate contro il presidente. Il finanziamento in petrodollari e la distribuzione di armi provenienti dai Paesi del Golfo — uniti per sostenere i sunniti che avrebbero scardinato l’asse sciita se Damasco fosse caduta — ha cambiato la situazione sul terreno, favorendo la penetrazione militare dei gruppi islamisti e rendendo più difficile il sostegno alle forze democratiche della resistenza. La Siria diventa dunque l’epicentro dello scontro tra l’asse sciita e i suoi avversari sunniti, ostaggio di una guerra per procura fatta prima di tutto per controllare gli idrocarburi del Golfo. La vittoria di Assad rafforzerebbe Teheran e, dietro all’Iran, la Russia, messa da parte in Medio Oriente. (…). Ricevo dall’amico Giovanni Torres La Torre, che è scrittore e pittore di vaglia, l’ode “Per i bambini trucidati in Siria. Morte a Damasco” che volentieri di seguito posto.

Sotto calcinacci
restano sepolti nell’abbraccio
i bambini e le madri
nella notte della loro morte.
Il giorno dopo
gente che va e gente che viene
per strade affollate dalle macerie
e altre madri che urlano il loro dolore
maledicendo la guerra
e la sete e il pianto che torturano la voce.
Quando si coprono con lenzuoli
i corpicini stesi sui marciapiedi
coi loro volti sbiancati dal veleno,
cosa fa la luna annerita nel cielo
che pure sa orientare il tempo degli innesti
del parto e della semina dei frumenti?
La luna è sempre là,
calante e crescente
illumina come meglio può
sepolcri e serenate d’amore,
il volto degli innocenti
e la maschera dei loro assassini,
le tombe dei santi e le cupole dei paesi dimenticati,
i tetti di lamiera e le ricchezze del mondo.
Non c’è scampo, il disco di luce di pietra
indica la strada
a padri e madri e fanciulli scalzi
che non lasciano orme.
II
L’alfabeto degli antenati e il gioco dei numeri
riposano nelle acque dell’Eufrate
e del Mare Mediterraneo
con le ossa di naviganti e di fuggiaschi.
Altre pietre, tavolette e poemi dell’antica civiltà
sfidano il tempo
con la voce della poesia del deserto
canto che fu ammirato nella nenia
che risuona ancora nello smarrimento.
Non brillano più i cuori
e i giorni dei bambini sono privati dal loro splendore
perché la guerra distrugge la bellezza della scrittura,
e il volto delle figure di argilla e pietra
si insanguina nella bocca dei morenti.
Non ci sono più gemme alle fronde dei giorni
né vesti di primavera
né belati di armenti.
Occhi di perle bagnate di rugiada
non scrutano più l’orizzonte,
e non cercano più miracolosi prati le carcasse degli armenti.
III
Sulle fosse delle vittime non cresce l’erba
e non ci sono fiori a portata di mano.
La luna amica della gente
illumina la strada di un’antica preghiera
che una donna ha ancora voce di cantare
stringendo alle ossa del suo petto
un gomitolo di stracci,
sudario del figlio morente.

Capo d’Orlando, agosto-settembre 2013

domenica 8 settembre 2013

Eventi. 11 Lettera di Vittorio Sermonti al Presidente Napolitano.



Oggi è l’8 di settembre. Ci sono date, nella storia dei popoli, che documentano, più di tantissimi altri “strumenti” d’osservazione e d’analisi, la storia più o meno virtuosa e la vita più o meno operosa delle comunità umane. E l’8 di settembre dell’anno 1943 è una di quelle date che suggellano il carattere proprio di un paese. Oggi è un altro 8 di settembre. Non ci sono uomini in fuga dalle loro responsabilità, carriaggi in viaggio verso altri luoghi di salvezza; quest’8 di settembre – che precede i giorni che segneranno la vita sociale e politica del bel paese - ci si augura che non sia a divenire una nuova data d’infausta memoria. Ricorda Giovanni Valentini sul quotidiano la Repubblica di ieri 7 di settembre – “Ma il voto popolare non cancella i reati” - : È (…) questa mentalità collettiva – o “senso comune”, indotto dall’imbonimento della televisione commerciale – che può contribuire a spiegare il deficit di indignazione, la carenza di una larga disapprovazione pubblica nei confronti degli atti illeciti di Berlusconi. Il processo di identificazione reciproca tra il leader e il suo popolo è arrivato al punto da ipnotizzare o narcotizzare il pubblico dei teledipendenti. Lui stesso ha incarnato così un “modello di comportamento” in negativo, trasferendolo dalla sfera degli affari a quella della politica. Se manca l’indignazione pubblica, manca di conseguenza l’indegnità personale. Quella consapevolezza, cioè, che avrebbe già dovuto indurre Berlusconi a dimettersi da senatore, dopo la condanna a quattro anni di reclusione e cinque di interdizione dai pubblici uffici. Non si scopre oggi, del resto, che l’opinione pubblica italiana, per una serie di ragioni storiche e culturali, difetta di quell’etica civile che in altri Paesi è stata ispirata soprattutto dalla riforma protestante. Altro che contenzioso giuridico, dunque, sulla retroattività o irretroattività della legge Severino. La decadenza è, in pratica, una conseguenza automatica della sentenza emessa dalla Corte di Cassazione. Al pari dell’incandidabilità, non può che scattare ex nunc, come dicono i giuristi, nel momento stesso in cui il parlamentare diventa un pregiudicato. E infatti, è una pena accessoria che si aggiunge a quella principale della reclusione, come una sanzione amministrativa, in analogia con gli effetti civili di una sentenza penale. Se un reo non può entrare in Parlamento, evidentemente deve uscirne appena si accerta in via definitiva la sua colpevolezza. È in questo quadro di avvilente sociologica realtà che Vittorio Sermonti - scrittore, traduttore di teatro e di poesia, celeberrimo lettore del sommo Poeta – ha inteso intervenire con una lettera aperta al Presidente della Repubblica – sul quotidiano la Repubblica – affinché un nuovo 8 di settembre non abbia a segnare l’indecorosa storia politica del tempo che ci è dato di vivere.

Caro Presidente ma che cosa sta succedendo in Italia? Possibile mai che a un cittadino della Repubblica sia permesso (come è stato permesso ai primi di agosto) di additare con le lacrime agli occhi allo scherno di un migliaio o due di cittadini adoranti che brandiscono bandieroni stampati in serie e cartelli girati all’indietro per essere ripresi dalle telecamere, i giudici della Corte di Cassazione, colpevoli di averlo condannato per frode fiscale?Possibile che gli sia consentito (come gli è stato consentito) di ridicolizzare magistrati del più alto ordine giudiziario come «impiegati che hanno fatto un compitino vincendo un concorso», lui unto dal popolo, cioè presidente-padrone di un partito che ha riscosso parecchi consensi, comunque meno di un quarto del corpo elettorale, e che personalmente è disprezzato da quasi tutti gli altri elettori, e irriso nel resto d’Europa e del mondo? Possibile che quella bella manifestazione di strada, diffusa in diretta tv, e introdotta dall’inno nazionale, si sia insediata protervamente al centro dell’informazione televisiva e della vita politica e civile della nazione da settimane e settimane? E che le parole del cittadino con le lacrime agli occhi siano poi state citate impunemente dal suo staff a esempio di responsabilità istituzionale e di moderazione politica? E che Lei, signor Presidente, davanti alla nazione che la Sua persona ha onorato nel mondo con tanta fermezza e tanto equilibrio sia scandalosamente convocato ogni giorno che passa a tamponare una ininterrotta serie di ricatti per evitare il collasso dell’esecutivo, mentre il Paese intero arranca per sopravvivere e il Mediterraneo è spazzato da venti di guerra? Presidente, mio Presidente, Lei sa molto meglio di me come una comunità tessuta di parole che non hanno più peso né senso perché ogni affermazione vale la sua smentita, e in cui l’iniquità si perfeziona nel cavillo, non è un Paese decente, certo non è un Paese per giovani. Una accettabile stabilità di governo in una fase di estrema labilità economica e di grande turbamento sociale entro un quadro internazionale minacciosissimo va accanitamente difesa (chi non se ne rende conto?): ma forse non a qualsiasi prezzo. E se il prezzo è l’ossatura morale del Paese, l’onore della sua lingua, cioè della sua identità profonda, la povera faccia di ciascuno di noi, io penso disperatamente che quel prezzo non vada pagato. La politica svolga il suo compito; le istituzioni, il loro. Ma è arrivato il momento che ogni singolo cittadino – in democrazia il solo soggetto che dia corpo e legittimità alla maggioranza e, in casi estremi, l’unico contrappeso alla maggioranza – si metta in piazza per dire chiaro che non sopporta più di vivere ostaggio dell’egolatria eversiva di un frodatore del fisco, e tanto meno (è un problema di noi vecchi), di morirci.

martedì 3 settembre 2013

Cronachebarbare. 20 Azzeccagarbugli e giureconsulti.



Nel paese della “quasità”, ove tutto è un “quasi” infinito ed ove non esiste certezza alcuna. Ove tutto, ma proprio tutto, è divenuto una unica opinabile opinione anche quando opinione non lo è più. Nel paese della “quasità”, divenuto nel tempo un immenso campo di Agramante nel quale tutti lottano contro tutti, per finta, fintantoché non ci sia da salvare anche uno solo degli appartenenti alla cosiddetta “casta”. Nel paese della “quasità” ove tutti son detti uguali – o “quasi” – ma c’è pur sempre uno che sia più uguale degli altri, al pari dei maiali di orwelliana memoria presso i quali qualcuno era sempre più maiale degli altri. Ebbene, nel paese della “quasità” esistono e girano liberi azzeccagarbugli di chiara e rinomata fama che amorevolmente soccorrono con la “quasità” della loro giurisprudenza il condannato di Arcore. Della quale loro “quasità” ne rende contezza Marco Travaglio su “il Fatto Quotidiano” del trentuno di agosto col titolo “L’arma segreta”: Intanto c’è da preparare il ricorso alla Corte di Strasburgo per i diritti dell’uomo, annunciato l’altro giorno alla giunta del Senato con una lettera a sua (dell’egoarca di Arcore n.d.r.)  firma che citava i “sensi dell’art. 7 della legge 4/08/1955 N. 848”. Purtroppo, come ha scoperto Marco Bresolin su La Stampa, la suddetta legge ha solo due articoli, dunque l’esistenza di un “art. 7” è altamente improbabile, anche nel diritto creativo seguito dagli onorevoli avvocati e dai principi del foro che assistono il Cainano. Con quello che li paga, potrebbero almeno evitargli certe figure barbine. E, già che ci sono, potrebbero anche spiegargli che la Corte di Strasburgo non è un quarto grado di giudizio, né il santuario di Lourdes con piscina di acqua miracolosa, dunque non è in grado di ribaltare le sentenze definitive dei tribunali nazionali: al massimo potrebbe risarcirlo per il danno inferto dai giudici ai suoi diritti umani, ma è altamente improbabile che accada. Anche perché poi l’eventuale danno dovrebbe rifonderlo lo Stato italiano: cioè la vittima delle colossali frodi fiscali oggetto della sua condanna, che lui deve restituire. Ove si parla per l’appunto di “diritti” umani per la qualcosa un giureconsulto di antica data non si esime dal profferir parola dotta. Ma è la “quasità” del miserevole paese a consentire al “quasi” giureconsulto di librarsi in pindariche elucubrazioni invocando il rispetto dei “diritti alla difesa” del condannato di Arcore. Come se fosse possibile, nel paese della “quasità”, ove tutti sono eguali di fronte alla legge, anzi “quasi” eguali, conculcare i “diritti” d’un appartenente alla “casta”. Donde il fine giureconsulto, sottratto provvidenzialmente a suo tempo ai palazzi ove si amministra la giustizia, invoca il rispetto di quei “diritti alla difesa” che a nessuno, nel paese della “quasità” – ed è tanto dire - era parso essere stati negati. Ma al fine - “quasi” - giureconsulto, sottratto per fortunosamente a quegli austeri palazzi di giustizia per occupare gli scranni di ben diversi e più sollazzevoli palazzi del potere, non poteva sfuggire l’enorme delitto che venivasi a compiere nel paese della “quasità”. Donde la sua lacerante invocazione a ché i “diritti alla difesa” siano riconosciuti ed accordati al condannato di Arcore. E l’implorazione sua non poteva non suscitare esilaranti osservazioni sol che si lasciassero le contrade ubertose del paese della “quasità”. Ché con la penna arguta e graffiante di Curzio Maltese – sul quotidiano la Repubblica del 2 di settembre, “Chi crede ai trucchi del Cavaliere” – rivelava al popolo colto ed all’incolto che “Per settimane i media sono corsi dietro al bestiario di falchi e colombe e pitonesse, prima di rendersi conto che era il solito teatrino di cortigiani dove il padrone passa ogni tanto a distribuire le parti in commedia. La recita è finita secondo la logica. Il governo va avanti e il Parlamento voterà la decadenza di Berlusconi da senatore. La guerra o la guerricciola istituzionale è finita. Peccato che la destra si sia dimenticata di avvisare qualche amico del Pd. Nessuno per esempio ha avvertito Luciano Violante, che continua a combattere nella jungla come un soldato giapponese la sua battaglia contro il nemico che più l’ossessiona: l’antiberlusconismo. Per la verità sono molte le cose delle quali il senatore sembra rimasto all’oscuro, (…). Il senatore Violante ha ricordato il diritto alla difesa di Berlusconi contro le tentazioni del Pd di trasformarlo in un nemico assoluto e ha esortato il proprio partito ad ascoltare le ragioni dell’avversario. Violante non è stato informato che Berlusconi oggi non è più il nemico assoluto e tecnicamente neppure un avversario del Pd, ma il suo principale alleato di governo. Come tale le sue ragioni sono ascoltate tutti i giorni dal partito di Violante e anzi, secondo molti elettori del centrosinistra, perfino un po’ troppo. Altra informazione non pervenuta al senatore è che il processo a Berlusconi si è già celebrato in questi anni, in cui l’imputato ha potuto largamente usare e anche abusare del diritto alla difesa dentro e fuori le aule, nel processo e dal processo. Ormai non rimane, secondo Costituzione, che prendere atto della sentenza definitiva. Berlusconi non intende farlo, ma ci vuole un bel coraggio per definire un simile atteggiamento «diritto alla difesa». E già. Ma tutto ciò può avvenire nel martoriato paese della “quasità”. Ove tutto è una libera opinione e di una solo certezza non esiste traccia. Soccorre, nella ricomposizione di un quadro di minime certezze, Liana Milella sul quotidiano la Repubblica del 30 di agosto col titolo “Gioco di specchi sugli illeciti”, ove con innegabile abilità traccia il quadro delle certezze giudiziarie inoppugnabili conseguite riportando nel Suo scritto i passi essenziali delle motivazioni della Corte di Cassazione. Se non si fosse nel paese della “quasità” quei passi potrebbero essere come pietre tombali tanto da seppellire ed interrompere l’inconcludente chiacchiericcio di questa dannatissima stagione. (…). …ecco cosa si può leggere a pagina 186 del testo sottoscritto dai cinque giudici del collegio: «Le risultanze processuali dimostrano la pacifica diretta riferibilità a Berlusconi dell'ideazione, creazione e sviluppo del sistema che consentiva la disponibilità di denaro separato da Fininvest e occulto, cioè di quel meccanismo delle società facenti capo a lui». (…). «Mediaset trattava gli acquisti, mediante suoi uomini di fiducia, direttamente con le Major Usa. Linearità commerciale e fiscale avrebbe dovuto comportare che quegli acquisti le venissero fatturati. Invece le fatture che la società usava a fini di dichiarazione fiscale le erano rilasciate da altro soggetto (la società Ims), all'uopo costituita all'estero. L'importo dei costi in tali fatture indicato non era commisurato al prezzo d'origine, bensì enormemente maggiorato in esito ai passaggi intermedi, privi di ragion d'essere commerciale». La triangolazione è tutta qui. Mediaset da una parte, il socio americano Frank Agrama dall'altra, i passaggi tra le società con il prezzo che sale ogni volta. Alla fine della strada c'è la falsa dichiarazione fiscale allo Stato italiano. Raramente, con parole così semplici ma efficaci, è stata riassunta la truffa Mediaset. (…). Chi ha inventato, gestito e utilizzato il «giro dei diritti»? Ovviamente il Cavaliere. Scrive la Cassazione: «I giudici di merito, con una motivazione solida e coerente, hanno individuato le caratteristiche del meccanismo riservato, direttamente promanante in origine da Berlusconi e avente, sin dal principio, valenza strategica per l'intero apparato dell'impresa che a lui fa capo». I giudici danno atto alla Corte di appello di Milano di aver ragionato e scritto «con assoluta linearità logica». Soprattutto quando hanno ricostruito la storia economicamente criminale di Berlusconi. Che, a questo punto, la Cassazione fa sua e consegna alla definitività della sentenza quando mette in evidenza «la continuità della gestione dei diritti di sfruttamento delle opere televisive nella forma dell'acquisizione attraverso passaggi di intermediazione fittizi, tutti accomunati dall'aumento considerevole di prezzo lungo il percorso». Prima, durante e dopo c'è sempre il Cavaliere, checché ne dicano gli avvocati quando cercano di cavarlo d'impaccio. L'analisi della Cassazione è (…): «L' avvio del sistema in anni di diretto coinvolgimento gestorio del dominus delle aziende coinvolte - Silvio BERLUSCONI (volutamente riportato in caratteri maiuscoli, ndr.) - e, poi, l'evoluzione del medesimo sistema secondo schemi adattati alle modifiche societarie e anche alle necessità d'immagine esterna». (…). …nell' affaire Mediaset dove «i personaggi vengono mantenuti sostanzialmente nelle posizioni cruciali anche dopo la dismissione delle cariche sociali da parte di Berlusconi e sono in continuativo contatto diretti con lui, di talché la mancanza in capo a Berlusconi di poteri gestori e di posizione di garanzia nella società non è dato ostativo al riconoscimento della sua responsabilità». (…). La Cassazione considera del tutto inverosimile «l'ipotesi alternativa che vorrebbe tratteggiare una sorta di colossale truffa ordita per anni ai danni di Berlusconi da parte dei personaggi da lui scelti e mantenuti nel corso degli anni in posizioni strategiche». (…).