"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

lunedì 3 giugno 2013

Cosecosì. 54 I media ed il fallimento dell’”Io”.



Ha scritto lo psicoterapeuta Massimo Recalcati sul quotidiano la Repubblica del 5 di maggio una riflessione che ha per titolo “Se fallisce il nostro io esplode la violenza”: (…). …uccidere il proprio fratello non appartiene al mondo animale, ma al mondo umano. È un aspetto – terrificante – dell’umano sul quale non bisogna chiudere gli occhi. Il crimine non è infatti la regressione dell’uomo all’animale – come una cattiva cultura moralistica vorrebbe farci credere –, ma esprime una tendenza propriamente umana. Questo è il dramma che il moltiplicarsi recente di atti erratici di violenza ci costringe ad affrontare. Se l’umanizzazione della vita avviene come un attraversamento della violenza che ci abita – della nostra ombra più scura –, essa non può mai cancellare la violenza, ma decidere casomai, ogni volta, per la sua rinuncia. È questo uno dei compiti più difficili che incombe sugli esseri umani: saper rinunciare alla violenza in nome del riconoscimento dell’Altro come prossimo, come essere singolare. Si tratta di un riconoscimento che non è mai indolore perché ci obbliga ad accettare che “Io non sono tutto”, che la mia vita non esaurisce quella del mondo e quella degli altri. Significa sopportare quella che Freud considerava una “frustrazione narcisistica” necessaria per riconoscersi appartenere ad una Comunità umana. Ma c’è dell’altro che ho cercato di sintetizzare nel titolo di questo post. I media. Vi siete mai chiesti quale balordo possa fare delle riprese per i servizi televisivi nelle quali la sua macchinetta infernale sembra quasi volersi immergere nelle pozze di sangue che, immancabilmente, gli atti di violenza producono? Inquadrature da balordi, per l’appunto. L’obiettivo sembra voler cogliere non tanto la notizia – che diventa quasi secondaria - ma andare oltre, come per approfondire il tema, quasi a voler contare il numero dei globuli rossi che danno il colore tragico a quelle pozze. Una vergogna, un obbrobrio. Cose da balordi. Quale senso e quali risultanze psichiche possano dare allo spettatore inerme quelle inquadrature è stata da sempre la mia ossessionante domanda. Evidentemente inquadrare il sangue versato dalla vittima e raccolto nelle pozze nelle quali immergere l’obiettivo dell’infernale macchinetta è un dettato irrinunciabile per ogni cronaca di sangue che valga la pena d’essere raccontata. Ma se non c’è stato un direttore che abbia ripreso quel balordo spedendolo ad altre più innocenti mansioni è evidente che la vista del sangue torna comoda alla notizia e di riflesso al ritorno di pubblicità per l’emittente. I media per l’appunto. Nefasti per il loro indecente uso. Che fanno leva su quell’assioma che da tempo mi accompagna: la scarnificazione del pensiero. Il pensiero collettivo è scarnificato. Non ha più una complessità sua. Non si ha contezza di alcuni fatti se non si parte da questo assunto. Scarnifica oggi, scarnifica domani, il risultato è sotto gli occhi di tutti. Ha scritto Vittorio Zucconi in una delle Sue ultime corrispondenze dagli Stati Uniti d’America – sul settimanale “D” del 25 di maggio, “Se il mostro abita nella villetta accanto” -: Conosciamo tutti quelle inutili dichiarazioni raccolte dai Tg nei casi dei delitti più feroci. "Una coppia tranquilla". "Un signore educato". "Gente normale". Mai uno che dica davanti alla telecamere: "Mi pareva un demente". "Lei era una belva". Mai. Non sono testimoni idioti o bugiardi. Sono soltanto la manifestazione di qualcosa che persino nell'America dello "spirito di quartiere" sta accadendo: è la "solitudine della porta accanto" il crescente isolamento nel quale tutti viviamo, sprofondati nelle finte comunità virtuali della Rete, nella luce azzurrognola del televisore, negli affaracci e guai nostri. (…). Il senso del quartiere, della "vicinanza" come la chiamavano gli emigrati italiani nei loro ghetti, si va disperdendo, come l'odore del barbecue nella sera. Puoi fabbricare bombe in casa tua, come i fratelli Tsaraev a Boston, senza che nessuno se ne accorga. Puoi tenere tre ragazze per sette anni chiuse in cantina, violentarle, farle abortire, e i vicini non ne avranno sospetto. Good morning America. Quella rete di controllo sociale, che era tanto utile quanto fastidiosa (…) si è smagliata. Viviamo in piccoli castelli, con sempre più ponti levatoi elettronici, allarmi, fotocellule, sensori, quando non armi da fuoco nei cassetti. (…). È la cronaca impietosa che ci giunge dall’altra parte dell’Atlantico. Ma è una cronaca con la quale conviviamo. Come fosse la cosa più naturale di questo tempo balordo. E quei balordi che ficcano il loro strumento quasi in bocca al familiare, o al vicino di casa? Fanno esclusivamente il loro stupido, sporco mestiere. Ma chi si presta a che il balordo di turno faccia quel suo stupido, sporco mestiere a quel modo non è meno stupido e balordo di lui. Ecco perché c’è dell’altro che ha a che fare con la scarnificazione del pensiero. Continua infatti a scrivere Massimo Recalcati: Il problema è che questa difficoltà soggettiva a simbolizzare la violenza viene oggi drammaticamente amplificata da quelli che mi paiono i due nuovi comandamenti sociali che sembrano dominare il nostro tempo e che l’attuale crisi economica rende a sua volta ancora più tossici. Il primo comandamento è quello del nuovo. È la spinta a ricercare sempre altro da quello che si ha, a scambiare quello che si ha con quello che ancora non si ha nella illusione che è quello che non si ha a custodire la felicità. L’esperienza clinica della psicoanalisi mostra invece che il Nuovo – al cui miraggio molti consacrano la loro esistenza – anziché rendere la vita soddisfatta, non fa altro che riprodurre la stessa identica insoddisfazione. Il secondo comandamento è quello del successo. Nessun tempo come il nostro sembra togliere diritto di cittadinanza al fallimento, all’errore, al ripiegamento, all’insuccesso. Nessun tempo come il nostro ha enfatizzato come una questione di vita o di morte la realizzazione del proprio successo personale. Ebbene la violenza su di sé o sugli altri viene al posto di questo lavoro di simbolizzazione del proprio fallimento. Accade, per esempio, nei rapporti tra uomo e donna quando uno dei due non sopporta il tradimento o l’allontanamento dell’altro e si sente autorizzato ad agire violentemente per ristabilire l’autorevolezza della propria immagine narcisistica infangata e umiliata dalla libertà dell’Altro. Il femminicidio non ha altra ragione psichica – ne ha altre e profonde di tipo culturale – se non questa: utilizzare la violenza, il passaggio all’atto brutale, al posto di assumere su di sé il peso della propria solitudine e del proprio fallimento. (…). Come meglio non lo sarebbe potuto dire. Poiché scarnificare il pensiero è come togliere l’humus ad una pianticella. Al pari della pianticella che da quel sottile strato trae il suo necessario stabile radicamento ed il suo sostentamento vitale, il pensiero più o meno complesso ha rappresentato sempre il substrato ed al contempo il nutrimento di quell’Io che stenta sempre a crescere e che nella fase della crescita ha bisogno di nutrirsi di pensieri sempre più complessi. Se li si scarnifica riducendoli ad un osso nudo si perde progressivamente la qualità umana dei singoli che, dal confronto/scontro con gli altri, alimenta e sostenta per l’appunto la crescita dell’Io. Affonda Massimo Recalcati nelle Sue profondissime conoscenze e competenze: …Lacan affermava – suscitando scandalo – che la depressione è una vera e propria “viltà etica”. Si tratta di una tesi non del tutto estranea al giudizio di condanna che i padri della Chiesa esprimevano sull’accidia e ha l’obbiettivo di mostrare che nella depressione c’è sempre una responsabilità del soggetto che non va mai dimenticata. Essa coincide con la difficoltà ad assumere, ad elaborare simbolicamente, il proprio fallimento, il proprio insuccesso, la ferita narcisistica subita dalla propria immagine. Se non sono l’Io che credevo di essere (narcisismo), nulla ha più senso di esistere (depressione). Di fronte ad una cultura che sembra rigettare il valore formativo dell’esperienza del fallimento e che insegue i miraggi del Nuovo e del Successo, il ricorso alla violenza sembra apparire allora come un talismano malefico per esorcizzare l’appuntamento fatale con la nostra vulnerabilità e insufficienza dalla quale, poiché – come canta il poeta – dai diamanti non nasce niente, potrebbero sorgere invece fiori nuovi. Quali e quante sono le responsabilità dei media a fronte della creazione, perpetuazione e divulgazione ossessiva di quelli che l’illustre psicoterapeuta definisce “i miraggi del Nuovo e del Successo”? Responsabilità sociali enormi che fanno dire ai volenterosi protagonisti di quei servizi televisivi – o della carta stampata – ideati e realizzati dai soliti balordi, le stesse scempiaggini da pensiero scarnificato che si sentono e sui vedono sui media da una parte all’altra dell’Atlantico. Vittorio Zucconi ce ne rende testimonianza.

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