"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

mercoledì 1 maggio 2013

Lamemoriadeigiornipassati. 6 Gli orologiai.



Oggi, il 1° di maggio, si celebra la “Festa del Lavoro”. Del lavoro che non c’è più, per i tanti di questo “tempo”. Ed il 1° di maggio dell’anno 2010 Giacomo Papi pubblicava sul settimanale “D” del quotidiano la Repubblica un pezzo pregevole assai che ha per titolo “Gli orologiai”. L’ho amorevolmente custodito e l’ho per l’occasione ritrovato. A quel tempo la “scarnificazione” del pensiero già era ben avviata. Come le nostre stesse vite. Le nostre stesse fortune. E la “crisi” mordeva già da un triennio buono. Essa, la “crisi”, sta segnando il “tempo” del nostro vivere, svuotandolo quasi di significato, come se questo tempo che ci è dato di vivere non possa essere propedeutico al tempo che verrà. Sarà anche una “scarnificazione” delle memorie. È che il “tempo” che viviamo ha perso la sua circolarità, come han perso la circolarità le nostre stesse vite, lanciate anch’esse come frecce verso un qualcosa d’indefinito, d’indistinto. Nessuno che oggigiorno sappia descrivere il senso del movimento di questo nostro “tempo”. Ha scritto Paolo Crepet nel volume “Non siamo capaci di ascoltarli”: Parlare del tempo (…) è importante perché nella nostra vita è diventato una cosa rara e sconosciuta: più ne abbiamo a disposizione e meno sappiamo impiegarlo. È quindi necessario insegnare (…) che perdere tempo significa riempire di senso un agitarsi frastornato e vano. (…) il tempo è luogo di comunicazione, transito di affetti, crocevia di emozioni; (…) è silenzio, sguardo, ascolto; (…) è regno dei sensi, dove tatto, gusto, manualità tornano a centrare un’esistenza distratta. Il tempo è curiosità delle diversità, è immaginarle e riempirle di fantasia, è passaggio segreto di desideri. Ma anche solitudine, a volte disincanto. Riappropriarsi del “tempo” concesso alle nostre vite: un’uscita di sicurezza contro la “scarnificazione” del pensiero. Delle nostre “memorie”. E delle nostre stesse vite.

(…). I tempi cambiano, e cambiano il tempo. Le lancette che disegnavano in cerchi i nostri giorni e le nostre vite, che giravano pazienti tramutando i secondi in anni, hanno lasciato il posto a numeri simili a immagini scollegate tra loro. È stato il segno, il simbolo o la conseguenza di un cambiamento epocale. Per millenni la storia fu percepita come un circolo in cui fine e inizio coincidevano. Il Paradiso assomigliava all'Eden, il futuro all'Età dell'Oro e la società senza classi del comunismo sembrava l'epoca in cui la proprietà privata non era ancora stata inventata. Perfino il concetto di rivoluzione alludeva al compimento di un circolo. Poi, la storia fu vista come una linea protesa all'infinito, passo passo, verso un progresso inesauribile. Oggi, invece, sembra un succedersi di istanti assoluti, così immensi da occupare tutto lo spazio e sciogliere ogni legame con il prima e il dopo. Scriveva il regista surrealista Jules Le Jour in Je n'existe pas: "Farò un film solo di primissimi piani. Avrà una trama solida e inattaccabile. Ma nessuno sarà più in grado di rintracciarla". Vediamo soltanto primi piani. Facce, voci e notizie giganti, urlate così forte da inghiottire i contesti che le hanno originate. Ma se ogni momento diventa assoluto, se non c'è più continuità e crescita, il legame tra prima e dopo è reciso e i fatti non si snodano più come una trama, ma come una raffica. Come lo zapping in tv o un po' di clic al pc. Tutto basta a se stesso finché riesce a durare. Il lavoro, come percorso, tenderà a essere rimpiazzato dall'attesa del colpo di fortuna o di genio. Il futuro non sarà immaginabile, e non si potrà immaginare di costruirlo. Scomparirà la contraddizione. Ed è quello che ci accade: nel presente perpetuo e incalzante in cui siamo immersi, verità e bugia sono equivalenti e indistinguibili. È una metamorfosi che investe il fondamento stesso del patto sociale, l'assioma segreto che viene prima della lingua, della cittadinanza, della legge. Il principio di non contraddizione (quello per cui è falso affermare A = non A) è la convenzione che gli esseri umani sottoscrivono tra loro per non sbranarsi a vicenda. Dice che se qualcosa vale X non può valere Y e che tendenzialmente della parola di un altro ti puoi fidare. Neppure il potere è più tenuto a rispettarlo. (…).

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