"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro.

sabato 30 marzo 2013

Cosecosì. 48 “La profonda affinità tra cristianesimo e marxismo”.



Riporta il professor Umberto Galimberti in “La profonda affinità  tra cristianesimo e marxismo” del 24 di marzo 2012, sul numero 784 del settimanale “D”: Scrive il filosofo cattolico Jacques Maritain in "Umanesimo integrale": - Si può criticare efficacemente il marxismo solo rimanendogli, sotto molti punti, debitori -. Tra cristianesimo e marxismo c'è una profonda e sotterranea parentela che non consiste tanto nella pretesa di educare l'umanità, quanto in una concezione del tempo, non più cadenzato sui cicli della natura, come lo era per i Greci, ma sui processi della storia carichi di promesse salvifiche, utopiche e rivoluzionarie. Se non si comprende questo, si rimane, come i più rimangono, in quella visione superficiale che contrappone il cristianesimo al marxismo sulla base dell'affermazione o della negazione dell'esistenza di Dio, che marca la differenza e nasconde quella sotterranea visione del mondo che li accomuna. All’approssimarsi della Pasqua cristiana i termini della riflessione proposta dall’illustre Autore tornano nella loro pregnanza. Ed è da quei termini che bisognerebbe ripartire oggi che le ideologie sono date per morte e che le moltitudini brancolano come se avessero perduto il senso della loro Storia e delle loro vite. Un brancolare che sino allo scoppio della “crisi” trovava una parvenza di appiglio – e di incerta salvezza - nella fatica del “consumare”, fatica che non trova oggigiorno più possibilità e senso stretti come si è nella tenaglia economico-finanziaria che stritola singoli e comunità. E quel qualcosa che accomuna le due visioni della vita e della storia, seppur all’apparenza contrastanti, trova ragione d’essere nella misura in cui esse, quelle visioni, sono state e permangono come anelito non riposto per un egualitarismo tra tutti gli esseri umani che sia intuibile e sperabile. Ambedue le visioni sono state (e lo sono tuttora) portatrici di quelle “promesse salvifiche, utopiche e rivoluzionarie” che solamente le grandi ideologie sono capaci di far permanere nonostante l’indifferenza sovrana ed imperscrutabile del cosmo che ci circonda e lo scorrere inarrestabile del tempo. È che le “ strutture e le sovrastrutture”  che quelle due ideologie hanno artatamente costruito nel corso della loro storia le hanno portate a contrapporsi come avversari irriducibili, ché la sola scomparsa dell’uno avrebbe concesso credibilità maggiore all’altro, risultato il vincente. Ed invece è potuto accadere che ambedue oggigiorno trovino le loro strade ingombre delle macerie di quelle “strutture e sovrastrutture” rovinosamente cadute a pezzi. Ha scritto Tahar Ben Jelloun nel Suo volume “La scuola o la scarpa”: Il cielo non ama i poveri. Nessuno li ama. È ingiusto e crudele. Ma cosa significa, poi, essere poveri? Significa risvegliarsi, il mattino, chiedendosi se la giornata passerà senza che i bambini piangano per la fame. Significa non avere fortuna, o più precisamente non avere nulla, neanche fave per i tempi di siccità. Significa non avere che le proprie mani, le proprie braccia e grandi occhi per controllare l’orizzonte. Qui, tutti hanno gli occhi rivolti all’orizzonte. Si pensa che il salvatore venga da lì. Si crede anche che le carestie siano un’invenzione degli uomini. A che cosa deve assomigliare un salvatore? A un branco di cammelli che porti cibo a tutto il villaggio? A un mago su un cavallo, con una bacchetta magica capace di rendere la terra fertile e gli uomini più produttivi? A un uccello rapace che rinunci alla sua rapacità e sappia trasformare  le nuvole in pioggia? A un profeta che parli del bene e del male, del paradiso e dell’inferno, e prometta la fine della miseria, a patto che si obbedisca ai suoi ordini? No, il salvatore non sarà né un profeta né un mago. Sarà l’insieme degli uomini che si uniscono, lavorano la terra, reclamano i loro diritti e impediscono che la carestia colpisca il villaggio. E la storia sta lì a parlarci di questo non-amore rivelato per i “poveri”, anzi per l’umanità tutta che stia fuori dalle “strutture e sovrastrutture” create con e per le ideologie imperanti e che hanno contribuito a creare elite di privilegiati e di indifferenti. Scrive ancora il professor Galimberti: A differenza dei Greci, per i quali il tempo, in quanto eterna ripetizione dei cicli della natura, non ospitava alcun senso, per la tradizione giudaico-cristiana, il tempo è fornito di "senso" dove, come scrive Salvatore Natoli in Teatro filosofico (Feltrinelli): "alla fine si realizza ciò che all'inizio era stato annunciato". E quando il tempo è fornito di un senso, nasce la "storia", dimensione del tutto assente nel mondo greco, dove gli "storici" Erodoto, Tucidide, si limitano a narrare le vicende di cui furono testimoni. Del resto la parola "hístor", in greco, significa "testimone". Una volta tradotto in storia, gli eventi che accadono nel tempo sono sottratti alla loro insignificanza e proiettati in una finalità: che per il cristianesimo è la salvezza che si realizza nell'altro mondo e per il marxismo il miglioramento della condizione umana da realizzare in questo mondo. Per quanto differenti siano gli obiettivi, ad accomunare le due visioni del mondo è la visione "escatologica" del tempo, dove alla fine (éschaton) si realizza quello che il cristianesimo annuncia e il marxismo si ripromette. La promessa cristiana non ha verifiche e la promessa marxista è storicamente fallita, ma non è esaurita la visione ottimistica della storia con cui il cristianesimo ha animato l'Occidente, contagiando col suo ottimismo la scienza che guarda il futuro non alla maniera greca come eterna ripetizione del passato, ma come "progresso", la sociologia come miglioramento delle condizioni umane, e in generale tutti i saperi le cui ricerche sono promosse dalla fiducia nel futuro che il cristianesimo e non altri ha istillato nella nostra cultura. Ma se è vero come ha annunciato Nietzsche che "Dio è morto", perché "non fa più mondo", dal momento che se tolgo la parola "Dio" non ho difficoltà comprendere il mondo contemporaneo, mentre se tolgo la parola "denaro" o la parola "tecnica" con tutta probabilità non capirei più come si muove il mondo, allora anche l'ottimismo che il cristianesimo ha immesso nella cultura occidentale, si spegne e, dalla "storia" carica di senso, si torna al "tempo" come successione di giorni senza finalità. Il denaro e la tecnica, infatti, non hanno altro scopo che il proprio accumulo (il denaro) e il proprio autopotenziamento (la tecnica), per cui non sono più "mezzi" per conseguire una finalità, ma, come oggi constatiamo sulla nostra pelle, "fini" da raggiungere in sé e per sé. Chi non si rassegna a vivere in un tempo senza finalità, chi non rinuncia a una visione escatologica del tempo come il cristianesimo e come il marxismo: non vedo che difficoltà si frapponga a un loro incontro, magari in nome del Vangelo, dove ai poveri era promesso un riscatto in "nuovi cieli e in nuove terre" per il cristianesimo, su questa terra per Marx. Ora che le macerie di quelle “strutture e sovrastrutture” ingombrano il cammino degli uomini e ne impediscono una rinascita non resta che essi, tutti gli uomini di buona volontà di questo mondo, come un sol uomo, si mettano a spalare di buona lena quelle macerie, si uniscano come fratelli, lavorino operosamente la terra, reclamino i loro diritti e impediscano “che la carestia colpisca il villaggio” degli umani.

giovedì 28 marzo 2013

Cronachebarbare. 8 Le “troie” di B* e la scarnificazione del pensiero.



È pur vero che gli sarebbe richiesto un linguaggio diverso e, si sarebbe detto appena quindici mesi addietro, più “sobrio”. Ma abbiamo visto la tristissima fine della “sobrietà”. Si è come volatilizzata, disciolta ai primi raggi di sole. Il contagio del potere non risparmia nessuno. Diciamoci però la verità: ma “sobrio” perché? La signora Boldrini ha avuto modo di dire essersi trattato di offesa alle istituzioni. Ma quali istituzioni? È che quelle istituzioni, alle quali la signora Boldrini allude, hanno da tempo perso la rispettabilità loro dovuta. E non per colpa di un dio cattivo, quanto per il loro essere e fare. Ed allora non scandalizziamoci più di tanto, sfuggiamo se è possibile alla più perversa delle ipocrisie. È questa, anzi, un’ottima occasione per dire come il distacco tra il popolo e la “casta” possa ritenersi annullato: infatti, milioni e milioni di italiani, ovvero rappresentanti del cosiddetto popolo sovrano, avranno connotato e denominato i tanti comportamenti di alcuni rappresentanti di quella “casta” proprio con il termine usato da B.; altro che storie di rispettabilità delle istituzioni! Per non dire poi della grave colpa nella quale è incorsa negli anni la “casta”, ovvero a quella sua opera nefasta che ha generato la “scarnificazione”, come vado ripetendo da tempo, del pensiero complesso ed anche di quello meno complesso nella società del bel paese. Cosa ci si doveva aspettare da una tale mortifera pratica dell’antipolitica che è al potere? L’antipolitica è lì, seduta, incollata su quegli scranni. Ha scritto Nadia Urbinati il 3 di settembre dell’anno 2012 – sul quotidiano la Repubblica, “Il cortocircuito dell’insulto” -: (…). Odio e violenza verbali hanno scandito la nostra storia politica in questi anni di transizione. Anni di transizione incompiuta dalla democrazia dei partiti di massa a qualcosa di cui nessuno sa ancora vedere i contorni, da quando odio e violenza erano domati all’interno di narrative ideologiche che consentivano a chi le condivideva di imbastire discorsi, nei quali gli avversari non erano le persone ma le idee per le quali le persone si spendevano. La politica delle idee è una politica di civiltà perché induce i cittadini a trascendere la dimensione personale - a comportarsi e sentirsi come rappresentanti delle idee che condividono; ad avere avversari, mai nemici da distruggere. Dalla fine dei partiti tradizionali questa civiltà della rappresentanza, della separazione tra dimensione personale e dimensione politica è decaduta. L’antipolitica è una conseguenza di questa decadenza, (…). Chiaro? Non si scandalizzino perciò i signori al potere, espressione dell’antipolitica per l’appunto. Scarnificato ben bene il pensiero delle masse l’unica mezzo per comunicare con esse è il parlare da bar, da curva dello stadio, da discoteca assordante. E B., che è uomo dello spettacolo sino in fondo, capisce e conosce la via per comunicare con un pensiero scarnificato ma intellegibile dai più, dai tanti. Oggigiorno si sa come la comunicazione faccia presa solo ricorrendo a quel parlare che ha inorridito i più (ma solamente a parole, credetemi. Del resto basterebbe leggere le intercettazioni giudiziarie di lor signori per rimanerne esterrefatti). A meno che: a meno che tutti gli elettori, ma proprio tutti ed in special modo quelli di una certa parte politica, non siano di colpo divenuti appassionati lettori del professor Zagrebelsky, del professor Rodotà, o per dire, del professor Franco Cordero. Ma via, non burliamoci a vicenda. Di clowns ne abbiamo a iosa. Chi oggi si scandalizza per la battutaccia di B. dovrebbe assumersene tutta intera la responsabilità, invece d’apparire stupefatto e contrariato. Sono sicuro, infatti, che milioni e milioni d’italiani non leggono quanto quegli esegeti da me citati vanno scrivendo e denunciando, anzi inclinano a pensare ed a parlare come l’onesto, favoloso signor B. Oggigiorno la riuscita “scarnificazione” del pensiero avrà, come risultato ultimo, l’indifferenza generale dinnanzi a quel “troie” che la dice lunga sullo stato delle cose della politica nel bel paese e che tanto ha scandalizzato gli occupanti di quel Palazzo. Scriveva ancora Nadia Urbinati nel Suo pregevolissimo pezzo: I candidati, i leader e i cittadini che con loro si identificano hanno in questi anni di decadenza della politica dei partiti cominciato a “metterci la faccia”, come si sente dire spesso, la loro faccia personale, a parlare in prima persona sfoderando le emozioni più intime e gusti privatissimi, cose dalle quali non si può né dissentire né convenire, proprio perché personali e non mediabili. Tutti come sovrani assoluti in un gioco di parole al massacro che non fa prigionieri. Le trasmissioni di “approfondimento” hanno fatto la loro fortuna mettendo in scena questo tremendo circolo vizioso di istigazione alla violenza verbale e denuncia dei suoi effetti devastanti. La pubblicità è assicurata in entrambi i casi. E allora, i gusti, le opinioni di pancia, le caricature dell’avversario, la distruzione del carattere, il dileggio e il disprezzo sono diventati le componenti del discorso, che discorso ovviamente non è. Questa privatizzazione del linguaggio politico ha spalancato le porte alla pratica dell’insulto, con l’uso delle parole brandite come clave e dei decibel usati come strategia per imporre il silenzio. L’arena politica come un Colosseo. E la società civile stessa, dalla carta stampata ai blog, come un ring nel quale non si valutano e discutono le preferenze o le opinioni, ma si manda a ko o si distrugge moralmente chi non la pensa allo stesso modo. Tutto questo per fare spettacolo, per attirare l’attenzione, per crescere nei sondaggi. (…). Succede (…) che abitare in una società democratica allena anche senza premeditazione alla riflessione, al pensare con la propria testa, al rivendicare i limiti del potere, quale che esso sia. (…). Con un certo sollievo teorico osserviamo che in democrazia non c’è proprio modo di ingessare una condizione per sempre, di replicarla senza rischio di vederla contestare, di accumulare consensi senza pagare il costo del dissenso, di vincere solo e mai perdere, di crescere e mai calare nei sondaggi. (…). Fine dell’illuminante citazione. Spero di non avervi tratto in inganno: il signor B. in questione – che ho asteriscato nel titolo del post – è il favoloso Franco Battiato. 

martedì 26 marzo 2013

Lamemoriadeigiornipassati.3 “Il 26 di marzo dell’anno 2011”.



Il 26 di marzo dell’anno 2011, imperversando il signor B., Giacomo Papi scriveva una “cronaca ingenua” che ha per titolo “Il corredo”. La pubblicava sul settimanale “D” nella rubrica “Cose che non vanno più di moda”.  Scriveva G. P. nell’occasione: Da almeno cinque anni, l'Italia vive un boom del credito su pegno, il numero di oggetti impegnati cresce, ma le tipologie di beni impegnabili diminuiscono. I pegni si rimpiccioliscono e appesantiscono. Oggi si fa credito soltanto a gioielli, pietre e metalli preziosi, oggetti senza valore d'uso ma con un alto valore di scambio, oggetti, cioè, che assomigliano al denaro, l'unico possesso che quando ti scivola dalle mani ti fa possedere altre cose, che serve perché si usa, non se sta fermo. Eppure in quel tempo, che sembra essersi perso nelle profondità oscure della Storia, qualcuno aveva l’ardire di negare l’innegabile, di sproloquiare di “ristoranti pieni” e di “voli vacanzieri” sempre al completo. E sì che da quella data, a pochi mesi dopo, quel bontempone sarebbe stato sollevato e mandato via non da un risultato elettorale ma da un “diktat” dei liberi mercati. Oggi, 26 di marzo di appena due anni dopo quella cronaca, ricompare baldanzoso e pronto a bruciare, sull’altare del suo personale tornaconto, le residue speranze di salvezza del bel paese. A quel tempo, annota Giacomo Papi, le famiglie che avessero avuto bisogno i dare in pegno altro che non fossero monili e preziosità varie avrebbero incontrato grandi difficoltà sul “mercato amaro del bisogno”; la Sua memoria di quel tempo rimanda alla pratica diffusa, in ben altre epoche storiche, di portare ai cosiddetti “pegni” la ricchezza della famiglia, ovvero il “corredo” ricevuto al momento del matrimonio o preparato per le figlie da maritare. “Care” ricchezze familiari che non trovano più, nei cosiddetti mercati globalizzati, un apprezzamento di valore. Facevano capolino a quel tempo le nuove attività del “compro oro”. Dalle cronache più recenti ho appreso che in quel mercato selvaggio – e reso tale dal bisono degli individui e delle famiglie - del “compro oro” qualcuno, sprofondato in disagiate condizioni economiche, ha pensato d’impegnare l’oro contenuto nelle protesi dentarie. Una cronaca da brivido! I nuovi “compro oro” si saranno attrezzati alla bisogna ricorrendo alla pratiche dei “cava-denti” di un tempo andato? Di seguito il resto della “memoria” di Giacomo Papi.

Il tramonto del corredo si declina ovunque. Nelle migliaia di negozi "Compro oro" che, innaffiati dalla crisi, spuntano in ogni città d'Italia e nei Monte di pietà ufficiali, controllati dalla Banca d'Italia e gestiti dalle banche. Non esiste un regolamento che lo vieti espressamente, ma è dagli anni 80 che biancheria e filati, per quanto preziosi, vengono rifiutati. Per questo, pullulano nei mercatini dove si può comprare anche il passato degli altri. La domanda è: per quale ragione una forma di finanziamento così antica (…) ha ristretto in modo così radicale l'ambito degli oggetti in cambio dei quali si può prestare denaro? Esiste una ragione merceologica o è il sintomo di una trasformazione profonda della nostra attitudine verso le cose? Forse, ho pensato, le ragazze hanno perso interesse per asciugamani ricamati e lenzuola preziose. E certo, in effetti, i corredi tramandati dalle bisnonne si sono dispersi o consumati, e oggi appaiono incomparabilmente meno indispensabili. Poi ho fatto ricerche e ho capito che il corredo si eredita o compra ancora, ma ha cambiato completamente il suo modo d'essere. Non è più necessario che duri tutta la vita e che si possa lasciare alle figlie perché, alla peggio, si ricompra più bello. A eccitare le future spose è l'idea di ereditarlo o farselo per negozi con la mamma. Esattamente come per il matrimonio, l'attitudine è quella di chi vuole provare un'esperienza perché una volta nella vita va provata, anche se non durerà per sempre, anzi, forse proprio perché non durerà per sempre, perché forse niente dura per sempre tranne il presente, tranne quello che provi. Va in scena una progressiva e silenziosa translazione dal capitale al consumo, dal possedere all'acquistare, dall'avere al prendere. Il tempo lungo della proprietà lascia spazio al brivido breve dell'acquisto. La rassicurazione dell'avere cede il passo all'ebbrezza del comprare. Durare non è più un attributo delle cose che hanno valore. La permanenza svanisce in un presente assoluto. Scrisse Junichiro Kawasaki, il poeta: "D'inverno è nudo il ramo dei mandorli in fiore". Perché nelle cose rimane incastrata la presenza. (…). Resta l'assenza di cui è impregnata ogni cosa che esiste.

P.s. Le cronache di stamane, 26 di marzo dell’anno 2013 – Francesco papa -, informano dell’avvenuta conferma della condanna, in appello, per il sodale del signor B.: 7 anni di galera!

sabato 23 marzo 2013

Lamemoriadeigiornipassati. 2 “Il 23 di marzo dell’anno 2011”.



Che ne è stato della Libia? Sparita dalla cronaca del nostro tempo. Rimane il ricordo del suo “conducator”, ferocemente trapassato. Cancellata la Libia dalla nostra memoria, dai nostri interessi. Fino a quando una delle risorse naturali da essa esportata non metterà a grande rischio la nostra vita quotidiana, il nostro stile di vita, il nostro apparente “ben-essere” – l’uso del trattino è decisamente intenzionale -. Per il resto l’”indifferenza”. I più proveranno a dire: ma con tutto ciò che ci coglie in questi giorni di tregenda – che minaccia tempesta in arrivo - vai a ripensare alla Libia? Sono convinto che le cose che accadono in questi giorni abbiano legami profondissimi anche con i giorni che definiamo passati. Sono convinto che di passato, nella storia degli umani, non c’è un bel niente. Tutto si tiene. In quel giorno, il 23 di marzo dell’anno 2011, Barbara Spinelli pubblicava sul quotidiano la Repubblica un Suo editoriale che ha per titolo “Il crimine dell’indifferenza”. Di seguito lo ripropongo in parte. Potrebbe apparire esagerata la titolazione del pezzo. Ma gli esempi che l’illustre opinionista porta al Suo ragionare, rubati alla Storia degli umani, hanno il pregio di richiamare alla memoria fatti e misfatti che solamente l’”indifferenza” – criminale per l’appunto - ha consentito che accadessero. E poi, perché non richiamare alla memoria il comportamento leggero ed equivoco di chi allora era stato posto a capo delle relazioni internazionali? E di tutta una “casta” politica? Del resto il comportamento di questi giorni, truffaldino e maccheronico, dei reggitori della cosa pubblica nei confronti dell’India non è una prova che tutto si tiene? L’idea di questa rubrichetta è, intenzionalmente, quella di non nascondere sotto il tappeto le briciole del vivere e di tornare a riflettere sugli accadimenti della nostra Storia.

(…). Memorabile fu quel che disse il premier Chamberlain, nel ‘38, quando Hitler volle prendersi la Cecoslovacchia: «Un paese lontano, dei cui popoli non sappiamo nulla». Sono frasi che circolano, immemori, da secoli. Perché combattere per Bengasi? Siamo usciti dal colonialismo dimenticando che la tattica di Mussolini in Libia (far terra bruciata) è imitata da Gheddafi nel suo Paese. Frasi simili possono esser dette solo da chi immagina che il proprio interesse (personale, nazionale) sia disgiunto dal mondo. Non c’è solo la banalità del male. Esiste anche la banalità dell’indifferenza a quel che succede fuori casa. Lo scrittore Hermann Broch parlò, agli esordi del nazismo, di crimine dell’indifferenza. L’Onu nacque per arginare questo crimine, nel dopo guerra. La Carta delle Nazioni unite garantisce la sovranità degli Stati, nel capitolo 1.7, ma nello stesso paragrafo stabilisce che il principio di non ingerenza «non pregiudica l’applicazione di misure coercitive a norma del capitolo 7»: capitolo che chiede al Consiglio di sicurezza di accertare «l’esistenza di una minaccia alla pace, di una violazione della pace, o di un atto di aggressione», e gli consente (se l’aggressore non è dissuaso) di «intraprendere, con forze aeree, navali o terrestri, ogni azione che sia necessaria per mantenere o ristabilire la pace e la sicurezza internazionale. Tale azione può comprendere dimostrazioni, blocchi ed altre operazioni mediante forze aeree, navali o terrestri di Membri delle Nazioni Unite» (articoli 39 e 42 del capitolo 7). Le Nazioni Unite hanno commesso innumerevoli errori in passato, ma i peccati maggiori sono stati di omissione, non di interventismo: basti pensare al genocidio in Ruanda, cui Kofi Annan, allora responsabile delle operazioni militari Onu, restò indifferente nel ‘94. (…). Nonostante ciò l’Onu è l’unico organismo multinazionale che possediamo, la sola risposta ai luoghi comuni di cui il nazionalismo è impregnato. La sua Carta non è diversa dalle Costituzioni pluraliste dei paesi usciti dal nazifascismo come l’Italia e la Germania. Non è lontana, pur mancando di autorevolezza sovranazionale, dallo spirito dell’Unione europea: l’assoluta sovranità non è inviolabile, se gli Stati deragliano. (…). È il principio invocato in questi giorni a proposito della Libia. A partire dal momento in cui questa responsabilità viene codificata, lo spazio delle ipocrisie si restringe e più intensamente ancora le ragioni della guerra vanno meditate: specie nei Paesi arabi, dove spesso dominano tribù anziché Stati moderni. Anche questo è difficile: dai tempi di Samuel Johnson sappiamo che «la prima vittima delle guerre è la verità», e quest’antica saggezza va riscoperta. Se l’Italia «non è in guerra», cosa fanno i nostri caccia nei cieli libici? Pattugliano per far scena, senza difendersi se attaccati, addolorati anch’essi per Gheddafi? È questo, ministro Frattini, quel che dice agli aviatori? Frattini riterrà la domanda incongrua, e lo si può capire. È lo stesso ministro che il 17 gennaio, in un’intervista al Corriere, definì Gheddafi un modello di democrazia per il mondo arabo: un mese dopo la Libia esplodeva. Come mai la maggioranza non l’ha estromesso dal governo, come i gollisti hanno fatto col ministro degli esteri Michèle Alliot-Marie? Ma forse c’è un motivo, per cui le parole vane si moltiplicano. In parte nascono da vecchi riflessi, impermeabili all’esperienza. In parte sono frutto di una confusione mentale profonda: l’Onu è di continuo invocata, ma quando agisce e l’America di Obama sceglie la via multilaterale molti perdono la bussola. (…). Quanto all’Italia, vale la pena ricordare quel che scriveva oltre un secolo fa lo scrittore Carlo Dossi, consigliere di Crispi: «La politica internazionale attuale dell’Italia non è che politica di rimorchio. L’Italia governativa non ha più propria opinione, né ardisce mai d’iniziare un affare o un’impresa, anche se vantaggiosa. Essa si accosta sempre al parere altrui. E neppure osa aderirvi schiettamente. Piglia busse, tace e ubbidisce». Ancora non sappiamo se il mondo arabo sia scosso da tumulti, da clan rivoltosi, o da rivoluzioni che edificano nuovi Stati. Una cosa però già la sappiamo: una vera discussione sulla democrazia è in corso, e a questa discussione gli occidentali non partecipano, per ignoranza o disprezzo. (…). Ha detto Marwa Sharafeldine, attivista democratica egiziana: «La democrazia fast-food può solo creare indigestioni». Non lascia spazio che ai ricchi, agli organizzati come i fondamentalisti islamici. Pensando all’Italia, ho avuto l’impressione che anche noi avremmo bisogno di partecipare a questa conversazione mondiale, cominciata in ben sedici Paesi arabi. Forse impareremmo qualcosa sulle nostre democrazie fast-food: dove regnano i clan, le cerchie di amici, e i capipopolo che si sentono in tale fusione col popolo da ritenersi, come Gheddafi, politicamente immortali.

mercoledì 20 marzo 2013

Lamemoriadeigiornipassati. 1 “Il venti di marzo dell’anno 2010”.



A fianco. Bruegel: "La parabola dei ciechi".
 
Penso d’aver compiuto una impresa ciclopica: ho risistemato cronologicamente il mio “tesoretto” di vecchi ritagli dei settimanali e dei quotidiani. Un’impresa che avevo in animo di realizzare da lungo tempo e che avevo sempre procrastinato. Complice la stagione non ancora primaverile ci sono riuscito. Una conquista. Ciò mi consente di accedere a quei ritagli secondo il calendario corrente, ma con una particolarità: rileggerò e proporrò letture di un tempo che sembra andato, perduto. Un modo come un altro per coltivare la memoria, in un tempo nel quale essa ottiene poco spazio e nessun ascolto. Ha lasciato scritto il grande Elias Canetti (1905-1994) nel Suo volume “Auto da fé”: “La cecità è un’arma contro il tempo e lo spazio; la nostra esistenza è tutta una mostruosa cecità, tranne quel poco che riusciamo a cogliere con i nostri miseri sensi – miseri sia per la loro natura sia per la loro acutezza -. Il principio dominante del cosmo è la cecità. Proprio essa rende possibile la presenza, l’una accanto all’altra, di tante cose che non potrebbero coesistere se si potessero vedere reciprocamente. Essa permette di troncare lo scorrere del tempo quando non si è in grado di tenervi testa. (…). Il tempo è una grandezza continua, e c’è solo un mezzo per sfuggirgli. Astenendosi di tanto in tanto dal guardarlo, lo si frantuma nelle schegge che di esso si conoscono”. Per l’appunto: lo scorrere del tempo che tutto ricopre e seppellisce sotto l’incalzare impetuoso ed incessante del vivere. Questa rubrichetta senza pretese ha lo scopo di riscoprire una memoria salvata non in tomi oramai polverosi ma in semplici, modesti ritagli di carta. È la carta che prova a restituirci una memoria che non è più tale. Si parta. Il 20 di marzo dell’anno 2010 il professor Umberto Galimberti pubblicava sul numero 686 del settimanale “D” una riflessione che ha per titolo “Assenza di gravità”. La ripropongo di seguito nella sua interezza. Scopriremo in essa un qualcosa che abbia a che fare con il nostro periglioso presente? E se non fossimo stati ciechi quel 20 di marzo dell’anno 2010?

Gli uomini hanno sempre cercato di cambiare il mondo. Oggi si ha l'impressione che il mondo cambi senza neppure la nostra collaborazione. E la cosa non sembra preoccupi granché. Le sollecitazioni non mancano, ma a promuoverle sono le parole della passività che si chiamano speranza, auspicio, augurio. In realtà siamo pervasi da speranze deluse circa la possibilità di reperire un senso, e nella cadenzata successione dei giorni ci accompagna quell'inerzia che neppure percepiamo, perché mascherata da quel frenetico darsi da fare, di cui però fatichiamo a reperire non solo lo scopo, ma anche il perché. Avvolti come siamo da una sovrabbondanza e da un'opulenza che, nonostante la crisi, tali rimangono rispetto alle condizioni del resto del mondo, ad esse ci affidiamo come ad addormentatori sociali, per non assistere alla nostra quasi totale indifferenza rispetto a una qualsiasi gerarchia di valori, quindi noia, spleen senza poesia. Tutti questi fattori scavano un terreno dove si radica quel senso di insignificanza che non è la disperazione che affligge quanti un giorno hanno sperato, ma una sorta di assenza di gravità, di chi si trova a muoversi nel sociale come in uno spazio in disuso, e dove non è più il caso di elevare una lamentazione, un grido di indignazione e neppure un richiamo, perché l'impressione è che non ci sia nessuno in grado di raccogliere quelle voci destinate a ritornare come ritorna l'eco di un grido. La cultura dello stordimento, quella della televisione e degli stadi per intenderci, bolla tutto questo come pessimismo. In realtà si tratta di qualcosa di molto più grave che Nietzsche aveva chiamato nichilismo: il più inquietante degli ospiti, e così definito: - manca il fine, manca la risposta al perché. Che cosa significa nichilismo: che i valori supremi perdono ogni valore -. Sono ormai 130 anni che risuona questo grido nietzscheano, tenuto a freno e combattuto dall'ottimismo cristiano, nonostante le due guerre mondiali, lo sterminio nazista, la fame nel mondo, la migrazione dei disperati della terra, e da noi, occultato da quell'arma forse più semplice ed efficace che è la distrazione, propagata a dosi massicce per evitare di pensare, di sentire e persino di percepire ciò che ci sta realmente accadendo.

martedì 19 marzo 2013

Cosecosì. 47 Dialoghi.



C’è dialogo e dialogo. C’è il dialogo impegnato e quello “tanto per ammazzare il tempo”. C’è il dialogo che ti schiude la mente e l’animo ed il dialogo che ti incupisce o ti rattrista. Dialogo. Proprio degli umani. Fatto di parole. A volte alate, a volte leggere, a volte pesanti. Ma è nel dialogo che l’animo dell’uomo si innalza e si scuote dalla sua iniziale ferinità. Non dimentico un dialogo. È che quel dialogo l’ho pure detestato. Si può odiare un dialogo? Se sì, ebbene ho odiato quel dialogo. Aveva un inizio quasi in sordina: Venditore. Almanacchi, almanacchi nuovi; lunari nuovi. Bisognano, signore, almanacchi? Passeggere. Almanacchi per l’anno nuovo? L’ho odiato ogni qualvolta mi si costringeva a mandarne a memoria un bel pezzo. Che noia! Memorizzare per esercitare la memoria. Che barba! E poi quel “passeggere”! Non mi dava pace. Ma non si direbbe meglio “passeggero”? V. Sì signore. P. Credete che sarà felice quest’anno nuovo? V. Oh illustrissimo sì, certo. P. Come quest’anno passato? V. Più più assai. Un inizio così, pacato, sotto tono, come avviene in tante melodie che iniziano con una nota, una sola, che permane un tempo che sembra infinito, lì, in alto, come sospesa. È che in quel dialogo ci stanno parole e non note. Ma a rileggerlo mi fa lo stesso effetto se ascoltassi una melodia. E poi il fluire di un suono (parole) leggero, quasi sotto tono, come a voler sospendere ogni altra incombenza per l’ascolto: P. Come quello di là? V. Più più, illustrissimo. P. Ma come qual altro? Non vi piacerebb’egli che l’anno nuovo fosse come qualcuno di questi anni ultimi? V. Signor no, non mi piacerebbe. Ed è a questo punto, come nello svolgimento d’una melodia, che ai fiati si sovrappongano gli archi. Archi. Note (parole) sibilanti, con note prima sotto tono, poi sempre più marcate, alte, ma sempre come sospese nell’aria: P. Quanti anni nuovi sono passati da che voi vendete almanacchi? V. Saranno vent’anni, illustrissimo. P. A quale di cotesti vent’anni vorreste che somigliasse l’anno venturo? V. Io? Non saprei. E qui è come se ai fiati ed agli archi si unissero gli ottoni. Ottoni dalle voci basse, possenti: P. Non vi ricordate di nessun anno in particolare, che vi paresse felice? V. No in verità, illustrissimo. P. E pure la vita è una cosa bella. Non è vero? V. Cotesto si sa. E la melodia (parole) incalza. Incalza. Fiati. Archi. Ottoni. Ed ecco esplodere le percussioni: P. Non tornereste voi a vivere cotesti vent’anni, e anche tutto il tempo passato, cominciando da che nasceste? V. Eh, caro signore, piacesse a Dio che si potesse. P. Ma se aveste a rifare la vita che avete fatta né più né meno, con tutti i piaceri e i dispiaceri che avete passati? V. Cotesto non vorrei. E l’armonia del tutto, come inatteso miracolo, prende il sopravvento sulle note (parole) degli strumenti singoli: P. Oh che altra vita vorreste rifare? La vita ch’ho fatta io, o quella del principe, o di chi altro? O non credete che io, e che il principe, e che chiunque altro, risponderebbe come voi per l’appunto; e che avendo a rifare la stessa vita che avesse fatta, nessuno vorrebbe tornare indietro? V. Lo credo cotesto. P. Né anche voi tornereste indietro con questo patto, non potendo in altro modo? V. Signor no davvero, non tornerei. Ed avanti di questo passo, con le note (parole) che sembrano disegnare arabeschi, come nelle migliori scuole calligrafiche: P. Oh che vita vorreste voi dunque? V. Vorrei una vita così, come Dio me la mandasse, senz’altri patti. Alte s’innalzano le note (parole) dei fiati, prima come rimaste sotto tono: P. Una vita a caso, e non saperne altro avanti, come non si sa dell’anno nuovo? V. Appunto. Spegnendosi quelle s’odono librarsi alte le note degli archi, struggenti: P. Così vorrei ancor io se avessi a rivivere, e così tutti. Ma questo è segno che il caso, fino a tutto quest’anno, ha trattato tutti male. E si vede chiaro che ciascuno è d’opinione che sia stato più o di più peso il male che gli è toccato, che il bene; se a patto di riavere la vita di prima, con tutto il suo bene e il suo male, nessuno vorrebbe rinascere. Quella vita ch’è una cosa bella, non è la vita che si conosce, ma quella che non si conosce; non la vita passata, ma la futura. Coll’anno nuovo, il caso incomincerà a trattar bene voi e me e tutti gli altri, e si principierà la vita felice. Non è vero? V. Speriamo. Altissime s’innalzano le percussioni incalzate dagli archi, dai fiati, dagli ottoni possenti in un tripudio di note (parole): P. Dunque mostratemi l’almanacco più bello che avete. V. Ecco, illustrissimo. Cotesto vale trenta soldi. P. Ecco trenta soldi. V. Grazie, illustrissimo: a rivederla. Almanacchi, almanacchi nuovi; lunari nuovi. E le note (parole) si spengono ad una ad una. Chiudono i fiati, sotto tono ed è come se rilasciassero note (parole) che non vogliano spegnersi più. È come se volessero ondeggiare nell’aria all’infinito. Per non lasciarci più soli. Come tutte le parole che abbiamo amato. Anche quelle non dette ma attese invano. È dopo la vita da scolaro che ho amato il dialogo del grande di Recanati.

Quadro secondo. Dialogo riportato in “Quei segnali in arrivo dai 5Stelle” di Eugenio Scalfari, sul quotidiano la Repubblica del 17 di marzo:

“Volevo salutarla – (…) -  Lei ci tratta molto male nei suoi articoli ma io mi sono formato leggendola fin da quando ero al liceo, mio padre portava Repubblica a casa e me la dava. Leggi con attenzione  -  mi diceva  -  leggi le pagine della cultura e dell’economia, ti aiuteranno a capire qual è il mondo in cui dovrai vivere e lavorare”.
(…). Ha voglia di scambiare qualche parola con me? Spero che non le crei problemi. “Nessun problema, anche se la mia posizione politica è quella del nostro Movimento, perciò lei la conosce già”.
Infatti, non ho domande politiche da farle, vorrei invece capire quali sono i suoi sentimenti ora che è arrivato fin qui. Lei guarda con interesse il lavoro che l’aspetta? “Sì, certamente, siamo qui per questo”.
Pensa che durerà a lungo oppure si augura nuove elezioni che forse vi darebbero più forza di oggi? “Credo che ci siano molte cose utili da fare, soprattutto per quanto riguarda la moralità pubblica, il lavoro precario e il sistema fiscale. Queste riforme non possono aspettare, la gente ci ha votato per realizzarle. Quando saranno state fatte si tornerà al voto”.
Non potrete farle da soli le riforme che avete in programma. “Certo, ma non saremo noi a cercare gli altri, sarà il popolo ad imporle”.
Siete contro l’Europa? “Siamo europeisti ma vogliamo un’Europa dei popoli non della burocrazia e dei ricchi”.
Lei parla un linguaggio di sinistra. Posso chiederle chi ha votato cinque anni fa? “Non ho votato”.
Non ha mai votato prima che nascesse il grillismo? “Non lo chiami così. Dieci anni fa votai per Berlusconi ma presto mi sono accorto di aver sbagliato”.
Non mi sembra che la lettura dei miei articoli abbia avuto molto effetto su di lei. “Non è così, capii alcune cose che mi sono rimaste bene fisse nella mente: l’eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, la libertà di ciascuno, i diritti di cittadinanza. Le 5Stelle vogliono queste cose, i partiti esistenti le vogliono a parole ma non le hanno tradotte in fatti, perciò con loro non collaboreremo, ma accetteremo i loro voti se ce li daranno”.
Non importa da dove verranno? “No, non importa”.
Qual è stato il suo lavoro finora? “Ho fatto volontariato per servizi all’estero dove ci sono i caschi blu dell’Onu. Sono stato in Libano e anche in Kenya”.
Ed ora è un cittadino di 5Stelle. “Già e mi sembra molto coerente col mio lavoro”.
Non ha figli? “No, non ancora”.
Un personaggio storico che sente vicino? “Direi Papa Giovanni ma adesso la saluto, sento suonare il campanello, si vota”.
Lei è credente? “Lo sono a modo mio” e se ne andò correndo verso l’ingresso dell’aula. (…).

lunedì 18 marzo 2013

Uominiedio. 8 L’inferno.



Ove si parla dell’inferno e dell’orribile belzebù, incubi entrambi del nostro immaginario collettivo da medioevo. Ha scritto Paolo Flores d’Arcais – in “Papa Francesco, una partita ad alto rischio” su “il Fatto quotidiano” del 15 di marzo -: Un ateo “auspica” secondo i propri valori, nella convinzione (…) che tutto si giochi nella breve durata dell’esistenza, perché con la morte tutto si conclude e ogni aldilà di riscatto, premio, punizione, è pura illusione, pura superstizione. È questa una visione della vita e della morte assieme. Visione che nulla vuole togliere a chi vive per una vita futura durante la quale potrà godere della visione del supremo e delle beatitudini del cielo. Una visione, quest’ultima, tra le tante. Una visione che si fa forza di quelle “certezze” che afferiscono alla sfera dell’individuo, del privato, e che abbisognano d’essere condivise con altri che di simili “certezze” si nutrono nel periglioso cammino della vita. È che con queste “certezze”, diffuse quali “verità”, si ha l’ardire di plasmare il vivere civile per sé e per gli altri. Ciechi e sordi al mondo in cui si vive. Ha scritto Giacomo Papi ne’ “L'inferno” – sul settimanale “D” del 17 di luglio dell’anno 2010 -: (…). In pochi hanno preso alla lettera Ratzinger quando ha affermato che all'inferno i pedofili bruceranno a velocità doppia rispetto a ladri e assassini. Nessuno ha più la pazienza di aspettare le felicità o di temere le dannazioni future. Nessuno ha più voglia di attendere le conseguenze della vita. Tutto deve avvenire subito, all'istante, ora, qui, in questa esistenza che quell'altra chissà se c'è davvero e se mai arriverà. È in questa vita che bonus e malus vanno incassati e liquidati, in contanti. Non esiste più una vita di prova, la vita è in diretta, anche se il materialismo non ha trionfato. La modernità non ha affatto ucciso il senso del sacro che sopravvive, sotto forma di caricatura, nei giornali, nelle pubblicità, nei negozi. Scrisse Gafyn Llawloch, il grande anarchico gallese, in Beauty is Beauty: "Ecco s'avanza la schiera delle nuove reliquie. Sono le merci. Ecco s'avanza la schiera dei santi moderni. Sono le star del cinematografo". Oggi, questi santi sono i vip. Non è esaltante, ma ho qualche dubbio che le immaginette classiche, piene di frecce, piaghe e sanguinamenti, siano meno grottesche e pagane delle foto di Corona e Belen che limonano al mare. Il sacro, quando è rappresentato, ha sempre un che di comico e kitsch. E non so se sia più sana un'epoca che, come la nostra, cerca la felicità e il dolore nella vita che vive e il bene e il male nel mondo, o una che rimanda ogni senso a una vita ulteriore. (…). Emerge, dallo scritto di Giacomo Papi, il dramma dell’uomo in ogni tempo, allorché il suo sentire va a cozzare con visioni statiche, artificiosamente costruite dell’umana esistenza e che “rompe” con quelle indicazioni “pastorali” di vita sempre in ritardo coi tempi e che non reggono alle mutazioni incessanti dell’umano sentire. A proposito dei pedofili il nuovo vescovo di Roma ebbe a dire, nello stesso anno 2010: “Se c’è un prete pedofilo è perché porta in sé la perversione prima di essere ordinato. E sopprimere il celibato non curerebbe tale perversione. O la si ha o non la si ha”. Caritatevolmente parlando. E sui matrimoni omosessuali nel 2005 affermava: “I matrimoni gay sono un segno del diavolo e un attacco devastante ai piani di Dio”. Ma quali sono questi piani di dio? Non si è sempre detto come essi siano imperscrutabili? Altrimenti la domanda: per quale motivo tollera il male, se quei piani si possano appalesare? O si appalesano solamente per i matrimoni gay? Del pensiero che egli porta per le donne si è già trascritta la lettera di Lidia Ravera. Conclude, senza speranza alcuna, il Suo scritto Paolo Flores d’Arcais: (…). …Francesco continuerà a confondere peccato e reato, e a opporsi con ferocia, come ha fatto anche recentissimamente da primate dell’Argentina, a una legislazione liberale e democratica in fatto di matrimonio egualitario (cioè anche tra omosessuali), di pro choice della donna rispetto alla propria gravidanza, di libertà di decidere sul proprio fine vita. Per il matrimonio omosessuale ha tirato in ballo Satana che aggredisce Dio, e sarebbe ancora il meno, se avesse con ciò voluto ricordare al gregge che un omosessuale finisce all’inferno (…). Un Papa che osa scegliere il nome del poverello di Assisi, violando un timore e tremore di secoli, pronuncia con questo gesto un giuramento solenne al miliardo e duecento milioni di credenti, e a tutti “gli uomini di buona volontà” a cui fin dalla sua apparizione al balcone di san Pietro ha voluto rivolgersi. Testimonia e promette di voler prendere sul serio il vangelo, quando dice che non si può servire a due padroni, a Dio e a Mammona (Matteo, 6,24), cioè oggi allo Ior e alle “opere di religione”. Aut, aut: o le speculazioni dei banchieri e la copertura a corruzione e riciclaggio, o l’elemosina ai poveri, la metà del proprio mantello agli ultimi. Ci si augura, da “uomini di buona volontà”, che la titanica lotta che il vescovo di Roma dovrà necessariamente ingaggiare con la “struttura” millenaria per ridare dignità alla sua chiesa lo veda vincente contro i demoni asserragliati nel suo marmoreo, fastoso palazzo. Scriveva Giacomo Papi nel sottotitolo al Suo pregevole pezzo: “Il diavolo non sta più al centro della terra, seduto tra le fiamme”. È il caso di dire che i “demoni” sono tra di noi. Riconosciamoli e scacciamoli dal tempio e dalle nostre vite.

sabato 16 marzo 2013

Uominiedio. 7 Turiboli ed impazienti turiferari.



Si continui oggi a parlare degli uomini. Ché ad essi, per come fu portato a scrivere il sommo poeta, fu dato e detto: “Considerate la vostra semenza: fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza" – Inferno, canto XXVI, (vv. 112-120) -. Ma non nell’oggi che ci è toccato di vivere. Allora, considerati i tempi bui. Oggigiorno il pensiero ha da essere “scarnificato”, ridotto ai brandelli più minuscoli tali che di essi, i pensieri, non si rinvenga storia. È così che l’”intelligentsia” dei media riduce “virtute e canoscenza" degli umani del secolo ventunesimo. Laddove ci soccorre il pensiero del grande di Ales per il quale la conquista della marxiana “sovrastruttura” avrebbe consentito la conquista del potere solamente al costo di strappare alla borghesia del tempo l’egemonia culturale. Per quel grande dai pensieri profondi l'incontrastata preponderanza della cultura borghese sul resto della società del tempo avrebbe impedito qualsivoglia cambiamento e rinnovamento. Ed è così da sempre. A maggior ragione al tempo nostro nel quale la preponderanza dei mezzi di comunicazione di massa fa poltiglia e “scarnifica” il poco di pensiero che con difficoltà cerca di farsi strada. Turiboli e turiferari sono sempre pronti all’azione, alla dispersione dell’incenso nell’”aria fritta”. Per essi un’elezione diviene “rivoluzionaria”. Tutto viene rapportato all’istante, durante il quale il piccolo mostro costruisce la notizia e le dà forma e sostanza, forma e sostanza che perdureranno nel tempo. Non si concede tregua e pacatezza di pensiero. Tutto è ridotto ad interpretazione e proclami. Scriveva l’indimenticato Norberto Bobbio, in una lettera Sua a Giulio Einaudi dell’anno 1968: “Cultura è equilibrio intellettuale, riflessione critica, senso di discernimento, aborrimento di ogni semplificazione, di ogni manicheismo, di ogni parzialità”. Ciò dovrebbe fare la cultura. Ciò dovrebbero fare gli intellettuali. Dare pacatezza ai pensieri, favorire la riflessione sui fatti, sulle persone, non lasciarsi andare ad improvvisazioni, soprattutto quando essi comunicano con il pubblico più vasto. Ed in un’altra occasione ebbe a scrivere – nel Suo splendido saggio “Invito al colloquio” dell’anno 1951 -: Il compito degli uomini di cultura è più che mai oggi quello di seminare dei dubbi, non già di raccogliere certezze. Di certezze – rivestite della fastosità del mito o edificate con la pietra dura del dogma – sono piene, rigurgitanti, le cronache della pseudocultura, degli improvvisatori, dei dilettanti, dei protagonisti interessati. Cultura significa misura, ponderatezza, circospezione: valutare tutti gli argomenti prima di pronunciarsi, controllare tutte le testimonianze prima di decidere, e non pronunciarsi e non decidere mai a guisa di oracolo dal quale dipenda, in modo irrevocabile, una scelta perentoria e definitiva. Nulla di tutto ciò che spetterebbe alla cultura ed agli intellettuali può essere rintracciato nei fatti di questi giorni. Ciò comporta la “scarnificazione” di ogni pensiero, l’accostamento al pensiero sempre più debole per simboli semplificati e di dubbia consistenza. È questo il tempo che ci è dato da vivere. Povero nelle cose. Povero nelle idee. Dichiara Horacio Verbitsky a “il Fatto Quotidiano” del 15 di marzo – intervistato da Giampiero Calapà, “Documenti e testimoni: collaborò con i dittatori” – dopo l’elezione del subentrante vescovo di Roma: “Una disgrazia, per l’Argentina e per il Sudamerica”. Una scossa la sua, che segue alla mancata pausa di riflessione, alla mancata pacatezza nelle notizie, alla mancata cura della comunicazione che si richiederebbe alla cultura ed agli uomini della cultura allorquando essi hanno a che fare, hanno da comunicare i fatti nuovi della Storia, quando hanno da parlare dei protagonisti non conosciuti della Storia. Urge la notizia, purché ci sia. È tutto ciò che massimamente danneggia l’uomo dell’oggi. Di seguito trascrivo, in parte, l’intervista a Horacio Verbitsky.

(…). Verbitsky, Bergoglio papa è “una disgrazia per l’Argentina e il Sudamerica”. Perché? - Perché il suo populismo di destra è l’unico che può competere con il populismo di sinistra. Immagino che il suo ruolo nei confronti del nostro continente sarà simile a quello di Wojtyla verso il blocco sovietico del suo tempo, sebbene ci siano differenze fra le due epoche e i due uomini. Bergoglio combina il tocco populista di Giovanni Paolo II con la sottigliezza intellettuale di Ratzinger. Ed è più politico di entrambi -.
Che cosa facevano i due gesuiti Yorio e Jalics nella baraccopoli di Bajo Flores? - I gesuiti vivevano in comunità ed evangelizzavano gli abitanti dei quartieri marginali, come parte dell’impegno “terzomondista” della Compagnia di Gesù -.
Per quale motivo Bergoglio avrebbe dovuto denunciarli? - Con l’avvicinarsi del golpe, Bergoglio chiese loro di andarsene, a quanto racconta lui allo scopo di proteggerli. Secondo loro, per smantellare quell’impegno sociale che disapprovava. Venne nominato superiore provinciale della Compagnia all’inusuale età di 36 anni e da quando arrivò, iniziò a svolgere un compito di sottomissione alla disciplina, a uno spiritualismo astratto. Un documento di un servizio di intelligence che ho trovato nell’archivio della Cancelleria si intitola “Nuovo esproprio dei gesuiti argentini” e afferma che, “nonostante la buona volontà di padre Bergoglio, la compagnia in Argentina non si è ripulita. I gesuiti di sinistra, dopo un breve periodo, con grande appoggio dell’estero e di certi vescovi terzomondisti, hanno intrapreso subito una nuova fase”. Si tratta della Nota-Culto, cassa 9, bibliorato b2b, Arcivescovado di Buenos Aires, documento 9 -.
I documenti che ha trovato, nella sua lunga indagine, negli archivi del ministero degli Esteri di Buenos Aires, per lei sono la prova definitiva del collaborazionismo di Bergoglio con il regime di Videla? - Sì. Ho trovato una serie di documenti che non lasciano dubbi . In uno, Bergoglio firma la richiesta di rinnovo del passaporto di Jalics senza necessità che venisse dalla Germania. In un altro, il funzionario che riceve la richiesta consiglia al ministro di rifiutarla. In un altro ancora, lo stesso funzionario spiega e firma che Jalics, sospettato di contatti con i guerriglieri, ebbe conflitti con la gerarchia, problemi con le congregazioni femminili (…), che fu detenuto nella Esma, la Escuela de Mecánica de la Armada (non dice sequestrato ma detenuto) e che si rifiutò di obbedire agli ordini. Finisce dicendo che queste informazioni gli vennero fornite proprio da Bergoglio, oggi papa Francesco -.
Da Bergoglio arrivarono le scuse per gli anni della dittatura, nel 2000, quando la chiesa argentina “indossò” le vesti della pubblica penitenza. Crede che non basti? - Non c’è mai stata una vera richiesta di perdono, sempre ambiguità. Non è la Chiesa, ma sono alcuni dei suoi figli ad aver peccato e per loro chiedono il perdono -.
Personaggi molto popolari come Maradona o Messi hanno espresso felicità per l’elezione di Bergoglio al Pontificato. La cosa le ha dato fastidio? - No. (…). È ovvio che c’è un trionfalismo generalizzato: il papa è argentino, la regina d’Olanda è argentina, Maradona e Messi sono argentini. Ma questo non dice nulla su Bergoglio e sui suoi meriti. La Kirchner non lo ama, ha avuto degli scontri su temi come le nozze gay con Bergoglio -.
Crede che ci sarà mai un incontro tra la presidenta e il papa argentino? - Suppongo di sì, lei è molto conciliante con la Chiesa. Non nasconde mai quello che pensa, ma cerca di mantenere buoni rapporti ed è contraria all’aborto. Il matrimonio omosessuale fu un’iniziativa di Néstor Kirchner, il marito, ex presidente -.
Bergoglio ha scelto il nome di Francesco. Molti lo apprezzano per uno stile di vita umile. - Naturalmente, è uno tra mille simboli. Il papa austero, come il poverello di Assisi, che viaggia in bus e metropolitana, che usa scarpe consunte, che celebra messa nella stazione ferroviaria per i più poveri, dei quali ha pietà tra l’indifferenza dei soddisfatti e dei corrotti. Populismo conservatore, imprescindibile per sbiancare i sepolcri vaticani, aperti per il riciclaggio del denaro, la pedofilia e la lotta tra fazioni. Sarà semplice come Giovanni, severo come Paolo, sorridente come Giovanni Paolo I, iperattivo e populista come Giovanni Paolo II e sottile come Benedetto -.
Bergoglio disse di aver molta stima di lei, ma che il suo libro è “un’infamia”. Non ha mai avuto modo di incontrarlo? Lo farebbe adesso che è papa? - Quando pubblicai L’isola del silenzio inviò un sacerdote a chiedermi perché lo avessi fatto, nonostante avessimo un bel rapporto e amici in comune che ci presentarono. Replicai con un’altra domanda: che avrei dovuto fare con i documenti che avevo trovato? Bruciarli? Fingere di non averli visti? Questa sì che sarebbe stata un’infamia -.

venerdì 15 marzo 2013

Capitalismoedemocrazia. 34 “L’autunno della finanza”.



Scrivevo il primo post di questa rubrichetta il primo di ottobre dell’anno 2011, quando ancora questo blog stazionava su di un’altra piattaforma della grande Rete. È che il binomio “capitalismo-democrazia” mi appariva sin da allora inscindibile ed avevo la consapevolezza che la deriva dell’uno avrebbe comportato la deriva dell’altra. A tanti mesi di distanza da quel post il professor Giorgio Ruffolo ha ripreso il temo ed ha provveduto, da par suo, per una valutazione della “crisi” in atto che, perdurando ancora, metterà sempre più a rischio le conquiste democratiche dell’Occidente. Titolo della riflessione del professor Ruffolo – sul quotidiano la Repubblica del 5 di marzo 2013 - “Capitalismo e democrazia”, per l’appunto, giusto per segnare un punto a favore delle mie personali preoccupazioni. Scrivevo nel post di quel lontano primo di ottobre dell’anno 2011: “…non possiamo aiutarvi ad irrobustire la ripresa poiché siamo impossibilitati a consumare di più avendo tanto, per non dire tutto; non contate più su di noi che abbiamo avuto ed abbiamo il superfluo invogliandoci a continuare a consumare il superfluo del superfluo delle nostre vite; rivolgete le vostre attenzioni a tutti coloro che sono stati tagliati fuori da questo godere, per anni e anni, ed approntate strategie affinché siano posti nelle condizioni di consumare come si è fatto sinora da parte di quel ceto medio di consumatori incalliti e senza rimorsi”. (…). Lungi da me la tentazione di voler suscitare nel prossimo mio “incubi” di sorta; ma sono convinto che in un tale momento di difficoltà sia giusto cogliere “l’occasione della crisi” per rivedere il nostro essere, “per proporsi seriamente una conversione del modo di produrre e di consumare, e dei modi di vivere”. (…). Colgo l’occasione per aprire una nuova sezione del blog, “Capitalismo&democrazia”, poiché sono convinto che dalla “crisi” globale siano messe in gioco non soltanto le ricchezze e/o le consistenze materiali delle persone ma le caratteristiche stesse, le idealità e le prerogative proprie delle democrazie per come esse ci sono pervenute sino ad oggi. Nella nuova sezione andrò a “raccogliere” tutte quelle letture che abbiano un’attinenza con le preoccupazioni in tal senso esternate da opinionisti e pensatori di sommo valore. È certo che in un qualsivoglia modo si uscirà dalla crisi presente. Il problema è come, soprattutto sul piano della realizzazione di un’equità sociale che sia presupposto irrinunciabile per democrazie sempre più compiute. Ha scritto Giorgio Ruffolo nella Sua dotta riflessione “Sono dolori se la ricchezza è un fantasma” pubblicata sul quotidiano l’Unità: Braudel (…) ha definito ‘autunno della finanza’ quella fase, attraversata da tutti i cicli storici capitalistici nella quale, a causa del declino dei rendimenti delle attività economiche reali (agricole, commerciali, industriali) le risorse in esse impiegate vengono ritirate dai loro impieghi e rese disponibili per essere investite in nuovi impieghi: funzione preziosa per la circolazione e lo sviluppo delle attività economiche, ma transitoria. Una volta svolto il suo compito, la finanza esce di scena e le risorse sono reinvestite in attività produttive. Siamo quindi nel bel mezzo di un ‘autunno della finanza’; l’ennesimo, stando alla autorevolissima opinione di Giorgio Ruffolo. Se ne uscirà di certo per via di quelle ciclicità delle crisi capitalistiche delle quali aveva parlato con sorprendente preveggenza il grande di Treviri. Uscirne per “riprendere come se niente fosse dal punto cui eravamo arrivati”? Mi sembra un azzardo incredibile, insostenibile. “L’occasione della crisi” c’è; basta coglierne le opportunità. “La crisi non è se non la velocità bruscamente vertiginosa che ha preso il guazzabuglio ingovernato che chiamiamo, ormai pigramente, capitalismo”. È questa l’amara conclusione di Adriano Sofri. Il binomio capitalismo-democrazia reggerà al vento impetuoso della finanziarizzazione globale che ha svuotato il “capitale produttivo” a favore di un “capitale finanziario” che non conosce regole e non possiede finalità sociale alcuna? Così scrivevo nel post di quel lontano primo di ottobre. A tutt’oggi la “crisi” ci sommerge e ci sballotta con i suoi violenti ed incessanti marosi. Trascrivo di seguito, in parte, la riflessione ultima del professor Ruffolo.

Due grandi forze si contendono la storia dell’Occidente: il capitalismo e la democrazia. Esse si alternano nell’egemonia prevalendo volta per volta l’una sull’altra e dando così luogo a cicli storici, l’ultimo dei quali è quello che viviamo dall’inizio del secolo passato e che comprende tre fasi: l’età dei torbidi, l’età dell’oro e l’età della controffensiva capitalistica. L’età dei torbidi è caratterizzata da forti conflitti tra i capitalismi nazionali ciascuno dei quali cerca di assicurarsi vantaggi decisivi sui rivali. Il risultato è una competizione selvaggia che ostacola la crescita comune. Età dell’oro. La definizione è di Hobsbawm. La caratteristica principale sta nel tentativo di raggiungere un “compromesso storico” tra capitalismo e democrazia che esalti le capacità di sviluppo di queste due forze senza provocare contraddizioni strutturali. Il principio fondamentale che regge il sistema è quello del libero scambio. Delle merci ma non dei capitali che sono assoggettati a controlli severi da parte dei governi nazionali. (…). Tuttavia l’equilibrio che ne deriva si rivela tutt’altro che “storico”. Esso è costantemente messo in dubbio dai tentativi delle forze capitalistiche di sottrarsi agli obblighi costituiti dai controlli statali. Questi tentativi conseguono un decisivo successo negli anni Ottanta del secolo scorso con la decisiva eliminazione in Gran Bretagna e negli Stati Uniti di ogni controllo sui movimenti internazionali di capitale che assicura a quest’ultimo una superiorità decisiva sugli altri fattori della produzione. La superiorità è realizzata attraverso la sua possibilità di spostarsi nello spazio secondo le convenienze assicurate dagli investimenti. Si potrebbe dire che l’arma fondamentale del capitale è la valigia. La sola minaccia di uno spostamento blocca le possibilità di far valere l’autonomia della politica. L’eliminazione di ogni ostacolo al movimento dei capitali determina un vantaggio decisivo del capitalismo sulla democrazia pregiudicando il relativo equilibrio che si era raggiunto tra queste due forze. Questo vantaggio si traduce in una forte diseguaglianza tra i redditi del capitale e quelli del lavoro. Una diseguaglianza che potrebbe tradursi in una debolezza della domanda, costituita soprattutto dai redditi di lavoro. A questa minaccia il capitalismo reagisce con una “mossa” decisiva: l’indebitamento, che permette di compensare il minore aumento dei redditi di lavoro. L’indebitamento diventa un fenomeno generale e sistematico al punto che il capitalismo viene definito da un economista come quel sistema nel quale i debiti non si pagano mai. Una caratteristica chiaramente insostenibile alla lunga e che si traduce prima o poi in una inevitabile crisi determinata da insolvenze, come nel caso dei cosiddetti subprime. (…). Questa condizione è affrontata, diversamente da ciò che accadde negli anni Trenta, con un colossale salvataggio finanziario dello Stato. Da fattore di perturbazione dei mercati — così definito dalla retorica liberistica — lo Stato diventa il salvatore del capitalismo. La logica del sistema tuttavia non muta. Esaurito il “salvataggio” il sistema torna alla logica dell’indebitamento, (…). La soluzione che l’ideologia liberistica imporrebbe, di lasciare che i fallimenti si compiano secondo l’inflessibile regola dei mercati, naufraga nella vicenda della Lehman Brothers: un fallimento che, se esteso all’intero contesto capitalistico, ne determinerebbe il crollo. La verità si crea alla fine il suo spazio. I debiti si pagano. Come si chiude la vicenda? Chi paga alla fine? Pagano i contribuenti e i lavoratori, sotto forma di aumento delle tasse e/o di contrazione dei salari. Al fenomeno dell’indebitamento si somma quello della “finanziarizzazione”. La ricchezza è rappresentata dall’emissione di “titoli” che da semplici indicatori della ricchezza finiscono per diventare ricchezza essi stessi. Una ricchezza letteralmente inesistente ma che costituisce la base di una “taglia” imposta alla comunità dal potere finanziario. Questa taglia è percepita dalle banche e soprattutto da una classe di intermediari finanziari che approfitta della sua posizione“strategica” nelle transazioni finanziarie. È così che il capitalismo industriale basato sulla realtà delle “cose” diventa capitalismo finanziario basato sulla rappresentazione dei “titoli”. (…). Il capitalismo non ammette (…) che il settore pubblico diventi un elemento decisivo dell’economia. Si profila una condizione nella quale il rallentamento della crescita determinato da politiche repressive della finanza pubblica si accoppia con l’iniquità. Due elementi che rischiano di suscitare una depressione di lungo periodo.

giovedì 14 marzo 2013

Uominiedio. 6 “Francesco” e quella chiesa di Roma.



Questa rubrichetta, che non ha pretese, l’ho denominata “uominiedio”. E perciò, oggi, senza pretese, si parlerà solo degli uomini. E che il dio riposi in pace. Il salto sul divano l’ho fatto alla notizia che il subentrante vescovo di Roma avrebbe scelto di chiamarsi “Francesco”. È da giorni che gli allibratori davano questa scelta come la più probabile, da qualsivoglia eletto fosse pervenuta. Era scritta nelle carte, anzi su nel cielo. Una scelta imposta dalle impietose cronache correnti. Una scelta che sapesse d’espiazione per tutti i torti commessi da quella chiesa asserragliata nei suoi sontuosi palazzi ed abbastanza lontana dagli uomini. Un ritorno alle origini? “Ma mi faccia il piacere” avrebbe esclamato la grande maschera della italianità? La chiesa fattasi stato non potrà mai e poi mai operare quel salutare ritorno alle origini: è il suo vissuto plurisecolare che lo impedisce. E così abbiamo il primo “Francesco”. Una scelta che fa i conti con la tristissima, cruenta storia di quella chiesa. Nulla di più, nulla di meno. E così è stato, come facilmente pronosticato nei giorni del grande bla bla bla, per rispondere a quell’ansia ed a quello smarrimento che nelle coscienze di tanti adepti ha suscitato l’invereconda cronaca di questi anni. Al sobbalzo è seguita la domanda mia: quale “Francesco”? Quello di Assisi? Un ritorno alla povertà predicata da quel pover’uomo? Ai buoni costumi? A suo tempo fra’ Francesco osò contrapporsi alla chiesa di Roma. Ma fu accorto abbastanza per non rimetterci la pelle. È che nella storia di quella chiesa ci fu un certo fra’ Dolcino da Novara che finì come finì, ovvero bruciato sul rogo nell’anno del signore 1307. È che contro i Catari il vescovo di Roma Innocenzo III organizzò, nell’anno sempre del signore 1208 una crociata, la prima che affondasse le lame affilatissime e benedette delle armate cristiane nelle carni di altri inermi cristiani – avendo i catari commesso un errore capitale, ovvero di congregarsi in chiesa al pari della chiesa di Roma e divenendone di fatto una concorrente -. È che, nonostante tutto il massacro che ne conseguì, per rimediare all'inefficacia della “soluzione finale” voluta  con la crociata da quel vescovo di Roma e per debellare l'eresia catara sino alle sue ultime fibrille, fu appositamente creato dal vescovo di Roma Gregorio IX, forse su ispirazione dall’altissimo del cielo, il Tribunale dell'Inquisizione, che impiegò ben settant'anni per estirpare il catarismo dal sud della Francia. Intanto lui, il poverello d’Assisi, si destreggiava abilmente per non incorrere nelle materne ire di quella chiesa e per non lasciarci prosaicamente la pelle. Dunque: “Francesco”. Ma quale? Qualcuno ha suggerito che si trattasse di un Francesco Saverio. Sarà. Ha scritto il teologo Vito Mancuso – su la Repubblica del 9 di marzo, “Adesso la chiesa apra le sue porte” -: La curia romana è considerata luogo e causa degli scandali morali e finanziari che hanno condotto (…) molti cattolici a non sentirsi più tali. La curia però non è piovuta dall’alto. Se la sono disegnata i Papi lungo la storia secondo una determinata concezione del papato emersa a partire da Gregorio VII con i celebri Dictatus Papae (1075) che hanno fatto del Romano Pontefice un dictator e del papato una dictatura. Tale concezione verticistica del papato rispecchia a sua volta la cosmologia del passato, quella specie di universo a tre piani con amministrazione centralizzata che abbiamo studiato a scuola con la Divina Commedia. Cosmologia, ecclesiologia e politica formavano un tutt’uno, ed è in base a quella concezione ormai in frantumi che ancora oggi vengono pensati il papato e la curia. La rivoluzione scientifica e le altre rivoluzioni susseguitesi a tutti i livelli della vita umana hanno distrutto la visione tradizionale del mondo e per questo oggi tutte le istituzioni verticistiche sono in crisi: lo sono, perché la mente umana non guarda più in alto per capire cosa fare. E con il verticismo della tradizione sono in crisi i valori che esso, almeno formalmente, garantiva, come il primato del diritto sul denaro, della gentilezza sulla volgarità, dell’onestà sulla furbizia, dell’aristocrazia dell’animo sulle passioni delle masse, del ragionamento sul populismo. Le conseguenze di tutto ciò si manifestano oggi come nichilismo delle anime e anarchia dei corpi, disperazione interiore e lacerazione sociale. La crisi della Chiesa si salda alla crisi della società, ormai massa anonima di individui e non più societas di cui ci si sente soci e di cui si tutela il bene come fosse il proprio. (…). Scriveva Francesco Merlo – la Repubblica del 30 di giugno dell’anno 2012, “Don Puglisi e gli altri santi che vanno tolti alla mafia” – al tempo della canonizzazione di quell’uomo coraggioso: Non basta fare santo un eroe dell’antimafia, la Chiesa deve adesso strappare tutti gli altri santi alla mafia (in senso lato, come potere criminale n.d.r.), compreso Gesù Cristo che nella devozione malata dei criminali è reso pari ad ogni malacarne messo ai ceppi dagli sbirri.  Don Puglisi rischia dunque di sentirsi solo in un Paradiso  affollato dalle troppe preghiere dei boss, dai ceri dei sicari, dai te deum degli estortori, dalle orazioni degli stragisti, dalle devozioni lautamente finanziate, dai peccatori sanguinari che hanno fatto della Chiesa (…) il loro covo, la banca dei loro sentimenti. (…). Ma di certo è ancora troppo poco in un universo religioso che è dominato e pagato dal devoto violento, dal killer che prega e spara, dal mafioso che bacia il crocifisso e strangola, dal boss che domina il delitto e innalza altarini alla Madonna, legge e annota la Bibbia e allo stadio di Catania fa calare sulla  curva sud un enorme striscione,  venti metri per trenta, con l’immagine di Sant’Agata in carcere, il viso reclinato verso la finestra della prigione da cui arriva un fascio di luce divina. Come si può santificare il martirio – la testimonianza -  di don Puglisi e non sospendere, come primo atto di purificazione, le feste religiose che sono esplosioni collettive dell’anima antica e oscura per un tema liturgico, quello della Passione, in cui la mafia, bestemmiandolo, si riconosce, si specchia: il tradimento (Giuda), l’assassinio (Cristo), lo strazio della Madre Addolorata (la Madonna). Ed è vero che non esiste nulla di così affollato come le feste religiose della Sicilia spagnola e si capisce che la Chiesa, in crisi di vocazioni e di consenso, cerchi la folla. Ma le processioni sono le palestre del rancore popolare, un concentrato di antichissima ferocia pagana che i boss riciclano per riaffermare il controllo assoluto del territorio. E nel cappuccio sono depositate tutte le pratiche più lugubri, precristiane e anticristiane, un armamentario devozionale che è apparentato con le processioni sciite, con il peggio del fondamentalismo e del fanatismo di massa dell’Iran. Ma il cappuccio è anche il nascondersi che  in latino si dice lateo, quindi latitare, quindi latitante, tra  fucili e crocefissi,  bombe a mano e immagini dei santi, di tutti i santi. È la chiesa che abbiamo conosciuto e riconosciuto nelle tante occasioni nelle quali essa ha negato a qualcuno la carità che le dovrebbe essere propria, volgendo altrove lo sguardo; o quando abbiamo visto i potenti accorrere per toccare il suo manto ed impetrarne i favori e le indulgenze e sollecitando in cambio, ad essi, la difesa dei cosiddetti “principi irrinunciabili”, dimentica delle vergognose tolleranze accordate. È che quei potenti, violenti, malfattori o politici di turno, hanno assicurato ai vertici di quella chiesa la possibilità di creare una ricchezza che stride con l’insegnamento che l’uomo di Nazareth ha speso invano. Quella chiesa è stata sempre schierata da una precisa parte, e da quella parte ha ottenuto considerazione, protezione, privilegi e ricchezza. La verticistica struttura di quella chiesa ha bagnato ed intriso la sua storia, irreparabilmente. Scrive ancora Vito Mancuso: L’ordine scende dall’alto, l’organizzazione sale dal basso, l’ordine è maschile, l’organizzazione è femminile, laddove maschile e femminile indicano due modi diversi di stare al mondo e di considerare gli altri: da un lato un modo dominante, dall’altro un modo cooperante; da un lato il primato, dall’altro la relazione; da un lato il dictatus, dall’altro il collegium. Oggi in Occidente nessun sistema complesso può essere governato dall’alto imponendo ordine in modo direttivo. I popoli e le società, la scuola e il mondo dell’educazione, le famiglie de iure e quelle solo de facto, persino le aziende più innovative mettono in discussione il modello tradizionale di leadership. Ma è soprattutto la mente (…) a non poter più essere governata dal principio di autorità. (…). L’unica soluzione sta nel comprendere che il principio che può dare direzione, governo e senso, trattenendo dal precipitare nel nichilismo interiore e nell’anarchia sociale, è la fede nella logica relazionale, nell’armonia, nella ricerca del bene, della giustizia, della pace, non in quanto conosciuti una volta per sempre secondo la logica verticistica dei “principi non negoziabili” (…), ma quali volta per volta è possibile realizzare nella situazione concreta alle prese con il chiaroscuro della vita (…). E Francesco Merlo annota nel Suo scritto: E pensate  al linguaggio che è sempre carne viva, pensate a quanto c’è di cattolico nelle parole e nel codice della mafia: cupola, papa, padrino, mammasantissima, e poi il bacio dell’anello, il rogo del santino nell’iniziazione… E a tutto i latitanti rinunziano ma non ai battesimi, alle cresime, alle processioni appunto. Finirà tutto ciò con il nuovo vescovo di Roma?