"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

mercoledì 12 dicembre 2012

Cosecosì. 35 Matera: un dono per Gaia*.



“Sono tornata nella bella città lucana, patrimonio della Umanità, dopo molti anni. Il primo   pensiero su tale significativa residenza era stato dettato dai ricordi fermi nella mia mente e nel     mio cuore, dall’ultima visita. Nell’oggi sono stati resi più reali, più coinvolgenti”. Inizia così la bellissima memoria di viaggio di Carolina Benincasa. È che ho sempre desiderato essere un “viaggiatore”, o un “viandante” per dirla con Galimberti, anziché un “turista” come si suol essere oggi. Poiché c’è una bella differenza non tanto e non solamente nei termini d’uso. Viaggiare è ben diverso che fare il turista. Viaggiare è una partenza che non pensa alla meta ultima ma che anela a vedere e scoprire tutte le meraviglie che ci sono tra la propria casa e la meta prefissata. Il viaggiatore vive il viaggio e si avvicina alla meta con animo pieno del senso della ricerca e della conoscenza. È così che ho immaginato Carolina nel Suo viaggio. Un approssimarsi alla meta scoprendone al contempo tutto ciò che la precede e che ne fa un seguito geografico, etnico, antropologico. Ed allora mi sono ricordato di una bellissima altra corrispondenza, del professor Umberto Galimberti per l’appunto – “Le ragazze con l'asinello” sul settimanale “D” del 25 di settembre dell’anno 2010 -. Ha scritto il professor Galimberti: "Io sono un viandante, diceva Zarathustra al suo cuore. Infine non si vive se non con se stessi" (Nietzsche). Tutti noi viaggiamo, ma, (…), non siamo "viandanti", ma semplici "viaggiatori" diretti in un Luogo, che non sanno nulla dei paesaggi che li separano dalla meta, puri interluoghi tra una partenza e un arrivo. (…) Ma per noi, che a differenza del viandante, "viaggiamo", che ne è dell'intervallo tra l'inizio e la fine? Che ne è del cammino per chi vuol arrivare? Per chi vuol arrivare, per chi mira alle cose ultime, ma anche per chi mira alle mete prossime, del viaggio ne è nulla. Le terre che egli attraversa non esistono. Conta solo la meta. Egli viaggia per "arrivare", non per "conoscere". Così il viaggio muore durante il viaggio, muore in ogni tappa che lo avvicina alla meta. E con il viaggio muore l'Io stesso fissato sulla meta e cieco all'esperienza che la via dispiega al viandante che sa abitare il paesaggio e, insieme, al paesaggio sa dire addio. (…). Inutilmente la via ha istituito viandanti, le nostre orecchie sono sorde alle loro voci e a quelle dei luoghi, le sirene della "meta" e del "ritorno" hanno cancellato ogni stupore, ogni meraviglia, ogni dolore. (…).” È così che mi piace pensare Carolina nel Suo viaggio per i Sassi di Matera. Ella viaggia non per "arrivare", ma per "conoscere". Prima e dopo. Mi piace pensarla proprio così. Oggigiorno trionfa il “turista”. A me sarebbe piaciuto essere il “viaggiatore”, il “viandante” del professor Galimberti. Ritorniamo alla memoria di viaggio di Carolina Benincasa. “È sera quando giungo presso uno dei tanti “affacci”, per vivere il Sasso Barisano. Non sono molti i turisti ma tutti, al mio pari, vengono rapiti dallo strano magnetismo che tali costruzioni emanano, avvolgendo lo spettatore, penetrando in esso. Una sensazione forte e tenera al contempo che mi lascia  attonita ed immobile nell’ammirare quell’insieme di costruzioni ove i vari livelli sembrerebbero essere una tradizionale realtà urbana come si può evidenziare in   molti   centri arroccati lungo i crinali dei colli. Ma… Dopo un più attento esame si percepisce in tutta la sua complessità, la reale struttura che rende sì magico il Sasso Barisano (etimo di incerta origine). E questa  convivenza così stretta che rende il paesaggio compatto, quasi fosse una sola dimora, paragonabile ad un gigante che non incombe sul visitatore ma lo avvolge in un abbraccio tenero eppur forte, deciso come le braccia dello innamorato che racchiude la sua amata con la tenera forza dell’amore. È un messaggio vivo, quasi telepatico che raggiunge tutti i sensi degli astanti. Le luci poste  ad  illuminare  tale   realtà  contribuiscono a  rendere  le   sensazioni ancora più  magiche. A stento  riemergo  da  questo sogno, ma non del tutto, la  magia  continua quando mi inoltro tra le vie del Sasso. Le stradine  strette, pulitissime, rese ancora più suggestive dalla  scelta  delle luci dei lampioni che sottolineano, nascondono e rendono luminosa la pavimentazione resa quasi preziosa come il marmo, grazie alla molta frequentazione. Il silenzio non incombe, ma  difende quelle vetuste mura che narrano, in    assenza di rumori, il loro  andar  nel Tempo. Se la luce artificiale dei lampioni rende ancor più  suggestivo il cammino per il  Sasso, il giorno non riduce la   magia, la  rende solo diversa. Il  mattino che si era  annunciato   con   una   nebbia bianca  che, pur  lasciando intravedere  il sole poteva anche trasformarsi in pioggia, mi  regala   un   sole  quasi estivo. La visita diurna di tale patrimonio conferma la  magia della sera, rivelandomi particolari: qualche scorcio della gravina che si intravede da un vico, una cisterna  che  serviva   per il  vivere  quotidiano, sita all’interno  della  dimora, la  cortesia e  l’ospitalità dei rari   abitanti. Ancora  una  volta   questo sito doveva affascinarmi, stupirmi. Come ho già  accennato, Matera  annovera  non  solo il Sasso su descritto, ma anche le Chiese Rupestri costituite da caverne   distribuite  lungo  la  parete  rocciosa  che   si   erge   a   strapiombo   su   una   valle fluviale, in fondo alla  quale  scorre il torrente Gravina. Furono   scelte   come   abitazioni   e   luogo  di  culto dai frati greco-ortodossi che non si limitarono ad antropizzarle, bensì adornarono le pareti  di tali   grotte con  immagini   religiose nello inconfondibile stile pittorico. Vernissage che, se pur  datato,  non ha certo perso il  Suo fascino attraverso i mille anni di Storia   che   essi   hanno percorso. Volendo ammirare in uno sguardo d’insieme le due  realtà, mi reco in località Murgia Timone, un pianoro ove il   paesaggio  dei  Sassi   sembrerebbe quasi nascosto; infatti si intravedono solo le “dimore” del Sasso Caveoso, le  Chiese  Rupestri,  poste nella zona alta della Murgia ed il Sasso Barisano rimane nascosto ai miei occhi. Per poter gioire della vista globale di  questo unico e suggestivo Patrimonio dell’Umanità, devo attraversare un prato di asfodeli, alle cui basi si possono ammirare moltissime specie della macchia mediterranea erbacea originaria quale tarassaco, malva che  donano un aspetto variopinto al sentiero che mi conduce  sull’orlo della rupe, dalla quale ammiro un paesaggio,  talmente suggestivo da suscitare in me profonda commozione. Non so quanto sono rimasta davanti a tale quadro. Il Tempo si era fermato. In fondo alla valle correva, verso il mare, la Gravina”.

*Memoria di viaggio tratta dal testo di Carolina  Benincasa “Viaggio misterico nella magia della città dei sassi” edito  da Atrimedia (2011). Per gentile concessione dell’Autrice. Carolina Benincasa si è laureata in Economia. È docente di climatologia ed etnoantropologia presso l'Università Verde e di Geografia Economica negli Istituti Tecnici. È Autrice di articoli aventi per tema l’Archeologia industriale. Ha ricevuto premi internazionali per la  saggistica, la poesia e… la cucina, intesa come momento geo-etno-antropico e storico. È Consigliere Nazionale dell'Archeoclub. È presidente regionale e provinciale nella sede del capoluogo calabrese. È collaboratrice della  Sovrintendenza ai beni Archeologici e della Sovrintendenza ai Beni mobili ed immobili. È collaboratrice della Società Dante  Alighieri.

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