"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

lunedì 17 settembre 2012

Capitalismoedemocrazia. 29 Che paura tutto questo ignoto.



Scriveva Furio Colombo in un Suo editoriale domenicale del 5 di agosto su “il Fatto Quotidiano” – “Che paura tutto questo ignoto” -: (…). Il mercato è una strana bestia che un giorno (o una settimana) si infuria fino a far perdere tutto (o almeno questa è l’impressione dei disperati spettatori) e un giorno o una settimana sorride placido e restituisce alle spiagge competenti (non ai cittadini che continuano a vivere nel terrore del prossimo annuncio) una parte della ricchezza rubata o anche di più. E così i veri narratori della guerra in corso, i nuovi Hemingway, sono diventati coloro che narrano la Borsa, e non disdegnano di aggiungere un po’ di fiction perché altrimenti le cose non si spiegano. Tipo: “I mercati oggi sono nervosi dopo l’accenno di…. La frase, giunta di prima mattina, ha subito frenato gli investitori…La riunione ha fatto capire che le risorse ci sono, facendo partire d’impeto un’ondata di ottimismo che continua in tutte le borse… “. Ovvero, come accade nella fiction, l’evento inatteso cambia la storia. Di questo spettacolo, che produce immense ondate di ansia, siamo spettatori passivi e forse è meglio ammettere che questo ruolo tocca anche alla politica, che ascolta, esegue (salvo qualche scena drammatica che non cambia nulla) e poi finge di avere approvato “riforme” e “misure” a cui non ha messo mano. (…). Ecco il punto: la politica ed il suo ruolo. Che non c’è. Se non al traino degli eventi della finanza globalizzata. Un ruolo “passivo”, “marginale”, che non lascia intravvedere nulla di buono. Poiché, quando la politica lancia il suo pezzo di carne succulento e sanguinolento ai mastini sempre affamati della finanza creativa e globalizzata, non fa altro che venire incontro ai loro appetiti che, seppur appagati al momento, torneranno a mordere alla prima occasione. Non si spiega altrimenti l’altalena, incomprensibile ai più, di un rialzo e/o di un ribasso conseguenti al pronunciamento di questo o di quel trombone della politica dell’intero globo terracqueo. Ed intanto si da in pasto ai mastini dalle fauci sempre spalancate il destino degli stati e delle genti tutte. Scende lo spread? Bene. I mastini si sono assicurati per il futuro che i debiti degli stati saranno onorati. Ma questi debiti saranno sempre la conseguenza di un imperativo che i mastini della finanza impongono ed imporranno: consumare per spendere, consumare ossessivamente per quella che i più definiscono la ripresa. Quale ripresa? Di un vivere migliore? Di un ambiente risanato? Rispettato? Da lasciare nelle migliori condizioni alle generazioni future? Di uno stato sociale che non lasci nessuno indietro? Nulla di tutto questo. L’importante è crescere, che significa consumare. E se si cresce nello spreco, meglio ancora: i debiti che ne deriveranno hanno la garanzia degli stati sovrani. Un losco giro di partita doppia.  Quale è la consapevolezza diffusa tra i più di “questo ignoto” che segna la vita delle genti? È tornato a riflettere sull’argomento, magistralmente come sempre, Furio Colombo nell’ultimo Suo editoriale della domenica – “La finanza modello al Qaeda” – su “il Fatto Quotidiano – che Egli conclude con queste parole: Un fatto è evidente: il punto o i punti di ogni decisione sulla vita dei popoli e degli Stati sono stati del tutto sottratti al controllo della democrazia, benché la democrazia sia, in apparenza, intatta. È un fenomeno nuovo, vasto, sconosciuto. Ecco il punto: “un fenomeno nuovo, vasto, sconosciuto” che sfugge all’abilità, prima consolidata, dei soloni della economia e della politica. Quale è il grado di consapevolezza, tra le genti, di questa stortura epocale? Garantiti i debiti degli stati sovrani i mastini detteranno sempre le regole: crescete, ovvero consumate, poiché solo così a noi sarà garantito il futuro speculativo più roseo. Continua l’illustre editorialista nell’ultimo Suo pregevole pezzo: (…). Il potere della finanza, che riesce a governare, spostare, sottomettere il mondo, che ha devastato e trasformato le esistenze di tutti (e costruito ricchezze enormi per pochi, spesso del tutto ignoti) ha reso in pochi anni irriconoscibile il paesaggio sociale del mondo, e cancellato la precedente epoca industriale, (…). Non ha una patria, non ha uno Stato con cui coincidere, non condivide ideali, storia o interessi, comanda dovunque e non lo puoi trovare. Esige da Stati, persone, governi potenti e gruppi in rovina, somme immense che vengono restituite in minima parte, detraendo di volta in volta una parte della ricchezza comune. Si tratta dunque, (…), di un potere grande ed eccentrico, senza Stato e senza popolo, ma con la forza di decidere quali e quanti popoli devono di volta in volta obbedire. È chiaro – spero – che non sto parlando di questo o di quel governo e neppure di organismi internazionali. Parlo, con la stessa incertezza di chi non fa il finto esperto e la stessa paura di ogni cittadino, del cielo sopra i governi. È un cielo gravido di nuvole impenetrabili sopra tutto ciò che sappiamo, un cielo in cui occasionali schiarite non sono mai una promessa. Non è più capitalismo, nel senso di Weber, Smith, Stuart Mills. La prova: non è il mercato. Il mercato, infatti, è una delle due strutture nel mondo connesso della produzione e dello scambio, che è stato tolto di mezzo, annullando merito del lavoro e valore del prodotto, sostituito dai versamenti rapidi e obbligati continuamente in corso, detti rating o spread arbitrari in cui vaste ricchezze passano di mano in mano, verso l'alto, fino a far perdere le tracce. L'altra è l’improvvisa e brutale aggressione al welfare, visto come una intollerabile sottrazione di risorse al versamento globale, che è la nuova regola imposta senza elezioni e senza Parlamenti, e che tutti i governi hanno dovuto accettare. (…). È la bandiera della civiltà finanziaria che ha iniziato l'invasione (prima di tutto negli Usa), spingendo ai margini la civiltà industriale. E non si può dire che sia americano il dominio o il profitto, misterioso e immenso, della nuova epoca, perché, (…), la cittadinanza dei vari operatori non coincide con gli interessi di uno Stato o della politica di un governo. È cominciata una nuova internazionalità del capitalismo che non ha più come centro un Paese e neppure una cultura (…), ma è una struttura schermata e indipendente che provvede, con espedienti sempre diversi, a un continuo, esorbitante prelievo globale, senza riguardi e senza privilegi. (…). I governi, con sempre meno potere, subiscono imposizioni pesanti, pena multe gravissime ai rispettivi Paesi, senza badare alle spinte di rivolta che creano. Quelle rivolte riguardano territori e governi, non il cielo del grande passaggio di ricchezza in corso. Non sto dicendo che un nuovo fantasma si aggira per il mondo. Dico che si è messa in moto la grande rivoluzione della ricchezza che esige sempre più ricchezza, prelevandola ovunque, non intende rendere conto, sa come dare ordini e sa come punire. Mantiene, soprattutto, una incertezza infinita. (…). È contro “questo ignoto” che necessiterebbe una mobilitazione delle coscienze. Niente di tutto ciò all’orizzonte. Almeno per ora.

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