"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro.

martedì 25 settembre 2012

Cosecosì. 29 Anche i ricchi scroccano.



Sociologicamente parlando – e non solo - lo fanno da sempre. Anzi, i ricchi rubano. Sostiene infatti la signora Hillary Rodham – quella che in arte fa meglio Hillary Clinton – che “In tutto il mondo ci sono persone ricche che non contribuiscono alla crescita delle loro nazioni. Anziché investire in scuole, ospedali e progetti di crescita interna pensano soltanto a fare soldi”. Vi erano forse dei dubbi in proposito? Quando il ventre molle del “ceto medio” non si era esteso così tanto, a rubare erano solamente quelli che stavano più in alto, i nobili ed i ricchi assieme. Cosa avrebbero potuto rubare i poveri? Oltre che al puro sostentamento? Una volta che sociologicamente – non poi tanto – è stato “inventato” il “ceto medio”, a rubare ci si sono messi tutti quelli che prima non potevano farlo. Ed i primi a capirlo di poterlo fare furono quelli della cosiddetta “casta”. Cooptati nelle sfere del potere senza “arte né parte” come suol dirsi, non trovarono di meglio che fagocitare tutto ciò che perveniva alle loro potenti, fameliche fauci. Ora che la mobilità sociale si è spenta da un bel pezzo, l’unica via per addivenire alla ricchezza, per quelli che stanno nel ventre molle del “ceto medio”, è l’occupazione impropria ed indebita di uno scranno del potere. In nome del popolo sovrano. Sociologicamente parlando sono i nuovi ricchi che scroccano. Dalle finanze pubbliche. Con faccia tosta e da impuniti. Scrive Francesco Merlo – la Repubblica, “Batman e la banda degli onesti” -: (…). E cominciamo con i 14 consiglieri del Partito democratico, che certamente non appartengono alla commedia né alla farsa ciociara, non sono indagati, non si trimalcionizzano e non si travestono da grecoromani. Anzi, al contrario dei fastosi e spudorati banditi del Pdl, non si espongono e neppure si compromettono con il codice penale. Hanno infatti il pudore di nascondersi, che in latino  -  lo dico per restare in tema di romanità classica  -  si dice latére, il cui frequentativo è latitare. Dunque i 14 democratici, come i 5 dell'Italia dei valori, i 2 di Rifondazione comunista, i 2 di Sel, i 6 dell'Udc, i 2 della Destra di Storace e i 13 che fanno capo alla Polverini, "latitano", e di nuovo lo dico in senso latino. Sono infatti solidali, di una solidarietà "economico parametrale" direbbe un sobrio tecnico. Ecco i nuovi ricchi che scroccano a spese del popolo sovrano. Senza ritegno alcuno, in nome di un’ammucchiata totale e di quella italica regola del “tengo famiglia” che giustifica ai loro occhi anche le lordure più criminali. Continua Francesco Merlo nel Suo pezzo pregevole: Per noi, che invece sobri non siamo, somigliano ai compari di fiera, quelli che sempre stanno al gioco perché nel gioco hanno un interesse. Come diceva Marx, che ogni tanto torna ancora buono, l'essere sociale non è determinato dalla coscienza, ma dal dato materiale. E dunque non è importante quello che pensi, lo stare all'opposizione, il richiamarsi a Gramsci, a San Francesco, a Gandhi, a Di Pietro, a Vendola, a Bersani, alla retorica della legalità, al Santo padre, alla classe operaia o alla dialettica hegeliana; conta solo quello che fai. Ed ecco il punto: non fare è peggio che fare. (…). Ecco cosa ci insegna lo scandalo del Lazio: non basta essere onesti per essere onesti, e non è un calembour. Anche l'onestà, come si vede, può diventare complicità, l'onestà pirandelliana, l'onestà dostoevskiana, l'onestà dei funzionari che onestamente supportano e fanno funzionare il reato. Sono i colletti bianchi di Crapulopoli. Una volta guadagnato l’accesso alla ricca dispensa del potere per il potere tocca giocoforza allungare la mano, ché dico, le mani, e peccato che siano solamente due. Ne avessero avute di più il rubare sarebbe stato più agevole e copioso. A proposito dei ricchi che rubavano prima che arrivassero quelli del ceto medio a contendere loro il “mazzicogno” – ché dalle mie parti è lo strafogarsi senza ritegno alla faccia dei soliti “fessi” -, si raccontano storie incredibili di cannibalismo familiare, ché fa il paio con il “familismo amorale”, per il quale “i ricchi scroccano” a prescindere, a cominciare dalle loro case. Nel ventre molle del cosiddetto ceto medio sono comparse figure nuove che la sociologia più agguerrita e più avanzata non aveva messo in conto. Ha scritto Guia Soncini – sul settimanale D del 18 di agosto col titolo “Anche i ricchi scroccano”: (…). "…miliardari di sinistra, una contraddizione in termini".
"Ma che sciocchezza. Tu e il tuo pauperismo vi meritate il manifesto dei ricchi di destra, la lista elettorale "Vita Smeralda"".
"Oddio, esiste davvero? Non farmi prendere colpi, lo sai che credo a tutto".
"Se non esiste, si stanno preparando a crearla. Dovevi vedere Jerry Calà che spiegava come uscire dalla crisi: la tv estiva è un covo di meraviglie, roba da non andare in vacanza per non perdersela".
"È il Tremonti della seconda vita di Forza Italia? Jerry?".
"Non sottovalutarlo. Tu lo sapevi che la gente quest'anno non ha fatto vacanze costose perché Monti ha creato un clima di "dàgli all'untore"? Se ti vedono che spendi soldi ti guardano male. Ma Jerry cambierà tutto questo".
"Non ho capito: hanno fatto un talk-show politico con Jerry Calà? Ma era lo stesso del quale mi hai mandato la foto, con Lerner col vestito color gelataio e la faccia color biscotto?".
"No, quello era molto meno divertente, a parte il settore trucco e costumi. Questo era strepitoso, con la Santanchè che suggeriva di uscire dalla crisi chiudendo Equitalia, Briatore che diceva che i turisti non vengono più in Italia perché li molestiamo chiedendo loro il passaporto, e un po' tutti che suggerivano di smettere di pagare le tasse e spendere invece quei soldi facendo girare l'economia. Poi a un certo punto è arrivato Matteo Marzotto: è stato un quarto d'ora a dire che c'è una bruttissima crisi, ma lui è fortunato e non ne risente troppo; a quel punto il conduttore, per essere ben sicuro, gli ha chiesto se per caso a causa della crisi non dovesse saltare le vacanze".
"E lui ha detto che in effetti pensava di risparmiare approfittando del tuo monolocale di Fregene?".
"Lui era un po' imbarazzato. Io sentivo molto la mancanza di uno di quei bei servizi di Floris sui poveri che comprano il tonno non di marca, ci sarebbe stato alla perfezione".
"In effetti non si capisce come, con un palinsesto così, tu possa aver deciso di partire. Certo, non potevi sottrarti all'esigenza di studiare da vicino i ricchi di sinistra. Peraltro non mi hai ancora spiegato come si riconoscono".
"È facile: dai bambini. Non li senti mai dire "mamma" o "papà": chiamano i genitori per nome". Ecco il punto: il ventre molle del “ceto medio” allargato a dismisura ha consentito a quelli che prima non rubavano di rubare più lestamente prima che il tempo concesso loro finisca. “Panta rei” diceva quel bel tipo dell’Eraclito. Tutto scorre. Verso dove? Fino a quando? E per chi?

venerdì 21 settembre 2012

Cosecosì. 28 Nella città di Ducezio (la “bella gente”).


Colpo di spugna. È finita. Cosa? L’estate. E dove va? Si dissolve. Svapora? E non esiste un deposito, un hangar dove i venti dell’autunno ammucchino ombrelloni e sdraio, asciugamano e abbronzanti, spruzzini per l’acqua, coni per gelato impilati come archi di trionfo? E sparsa ovunque, fragranza, speranza, misto di paranza, profumo di Provenza…e riposta in bauli azzurri, leggera la brezza e oltre la polvere e l’asfalto, l’area delle palette e dei secchielli, delle formine, dei rastrelli? E poi il reparto delle urla dei bambini, dei primi bagnettini, le ciambelle, le paperelle e le merende con i piedi in acqua? Tutto è deserto e dove sono le persone? In questo finire dell’estate ho incontrato la “bella gente” della quale ne scrive, interrogandosi, nel Suo splendido pezzo che sa di mare e di forte sapore salmastro portato dal vento, Andrea Satta, pezzo pubblicato sul quotidiano l’Unità del 25 di settembre dell’anno 2011 col titolo “A proposito di colpi di spugna: è finita l’estate”. Nella città di Ducezio – Ducezio re dei Siculi dal 460 a.C. al 450 a.C (Nea o Mene, 488 a.C.; Kalè Aktè, 440 a.C.) - ho incontrato la “bella gente”. Peraltro giovine. Pensavo che con il finire dell’estate il poco turismo rimasto fosse costituito dalle signore e dai signori della nostra età. Mi sbagliavo. Nella città di Ducezio ho incontrato la “bella gente”, peraltro giovine. Niente tatuaggi. Niente piercing. Niente vili monili sui lobi delle orecchie. “Bella gente”, giovine. Venendo nella città di Ducezio avevo ancora negli occhi le immagini di ben altra gente incontrata nel caldo torrido di questa estate. Tatuata sui polpacci, sul dorso, sulle braccia, ovunque un lembo di pelle lo permettesse. È stata l’estate più “cafona” vissuta in quel di ******. Niente di tutto questo nella città di Ducezio. Ho incontrato la “bella gente” nella confortevole atmosfera del B&B “Macrìna” nella città di Ducezio, ove a preservarne il confort abbiamo trovato la vigile, discreta, sempre attiva presenza del Sig. G.M.. Ho incontrato inaspettatamente la “bella gente”, giovine, che non schiamazza, che cerca di non dare nell’occhio, che parla sommessamente, che saluta con cordialità, che ama conversare e che consente così di riconciliarsi con il “prossimo” dopo averne patito la cafonaggine giovanile, e non solo, nella ancora non spenta torrida estate. È che, nella città di Ducezio, tutto invoglia alla misura, alla pacatezza, alla contemplazione ed al rispetto del bello e del misterioso che sembra essere stato, come d’incanto, imprigionato nelle grandi e piccole pietre dei palazzi rese luminose dalla stupenda luminosità del luogo. E si è rapiti come per un incantamento improvviso, come in una sospensione del tempo che ricaccia in un tempo che è stato e del quale si avverte la necessità di conoscerne la storia. Ed in questo finire dell’estate la poetica scrittura di Andrea Satta si interroga sulla “bella gente” offrendo uno spaccato antropologico che riporta, impietosamente, agli affanni che ritornano del vivere: Cosa diventa un bagnino dopo il solleone? Dopo l’estate in cosa si trasforma? Lo ritroverò cameriere? Sarà stato un ingegnere che lavorava per farsi la stagione al mare? Un cantante, uno scrittore, un portiere di calcio, uno che sa mettere mano al carburatore? Quello dei cocomeri venderà castagne e olive? Forse monterà le luminarie nelle fiere? Accenderà al Camposanto le lampade votive? E il gelataio scivolerà sui gusti invernali, nocciola, castagna e noce, invece di melone e pesca gelata? Vorrei non perdermi le foto, ora che esodo e controesodo sono silenziati, ora che il traffico, dalla mia finestra sulla tangenziale, è sempre uguale e migliaia di persone, sempre diverse, vanno a dare il culo tutte nello stesso posto, con la stessa faccia e lo stesso umore. (…). Colpo di spugna, è finita l’estate. E la leggerezza? E l’idea pazza? Il sorriso, il colore sul viso? E il desiderio del sale e dell’amore? Lo cerco nelle auto in fuga, rovisto negli abitacoli lontani mille mari. Meglio dimenticare, sepolti dalla coltre di particolato e dalla cenere nucleare. Ho voglia di piazzarmi qua, con l’ombrellone e i miei due bambini, nell’aiuola spartitraffico, proprio sotto il semaforo che angoscia, a giocare in un metro quadro di sabbia, con costume, paletta, secchiello e immaginare. Vorrei che l’energia si trasformasse, vorrei che agli ordini di scuderia non ci si rassegnasse … Ora divertiti, ora basta, ora lavora, ora gioca, ora mangia, ora smetti, ora innamorati, ora guarda: il mare, la luna, una cometa. Ora guarda c’è una stella cadente. Ora basta, è suonata la campanella. Ho incontrato la “bella gente” nella città di Ducezio.

lunedì 17 settembre 2012

Capitalismoedemocrazia. 29 Che paura tutto questo ignoto.



Scriveva Furio Colombo in un Suo editoriale domenicale del 5 di agosto su “il Fatto Quotidiano” – “Che paura tutto questo ignoto” -: (…). Il mercato è una strana bestia che un giorno (o una settimana) si infuria fino a far perdere tutto (o almeno questa è l’impressione dei disperati spettatori) e un giorno o una settimana sorride placido e restituisce alle spiagge competenti (non ai cittadini che continuano a vivere nel terrore del prossimo annuncio) una parte della ricchezza rubata o anche di più. E così i veri narratori della guerra in corso, i nuovi Hemingway, sono diventati coloro che narrano la Borsa, e non disdegnano di aggiungere un po’ di fiction perché altrimenti le cose non si spiegano. Tipo: “I mercati oggi sono nervosi dopo l’accenno di…. La frase, giunta di prima mattina, ha subito frenato gli investitori…La riunione ha fatto capire che le risorse ci sono, facendo partire d’impeto un’ondata di ottimismo che continua in tutte le borse… “. Ovvero, come accade nella fiction, l’evento inatteso cambia la storia. Di questo spettacolo, che produce immense ondate di ansia, siamo spettatori passivi e forse è meglio ammettere che questo ruolo tocca anche alla politica, che ascolta, esegue (salvo qualche scena drammatica che non cambia nulla) e poi finge di avere approvato “riforme” e “misure” a cui non ha messo mano. (…). Ecco il punto: la politica ed il suo ruolo. Che non c’è. Se non al traino degli eventi della finanza globalizzata. Un ruolo “passivo”, “marginale”, che non lascia intravvedere nulla di buono. Poiché, quando la politica lancia il suo pezzo di carne succulento e sanguinolento ai mastini sempre affamati della finanza creativa e globalizzata, non fa altro che venire incontro ai loro appetiti che, seppur appagati al momento, torneranno a mordere alla prima occasione. Non si spiega altrimenti l’altalena, incomprensibile ai più, di un rialzo e/o di un ribasso conseguenti al pronunciamento di questo o di quel trombone della politica dell’intero globo terracqueo. Ed intanto si da in pasto ai mastini dalle fauci sempre spalancate il destino degli stati e delle genti tutte. Scende lo spread? Bene. I mastini si sono assicurati per il futuro che i debiti degli stati saranno onorati. Ma questi debiti saranno sempre la conseguenza di un imperativo che i mastini della finanza impongono ed imporranno: consumare per spendere, consumare ossessivamente per quella che i più definiscono la ripresa. Quale ripresa? Di un vivere migliore? Di un ambiente risanato? Rispettato? Da lasciare nelle migliori condizioni alle generazioni future? Di uno stato sociale che non lasci nessuno indietro? Nulla di tutto questo. L’importante è crescere, che significa consumare. E se si cresce nello spreco, meglio ancora: i debiti che ne deriveranno hanno la garanzia degli stati sovrani. Un losco giro di partita doppia.  Quale è la consapevolezza diffusa tra i più di “questo ignoto” che segna la vita delle genti? È tornato a riflettere sull’argomento, magistralmente come sempre, Furio Colombo nell’ultimo Suo editoriale della domenica – “La finanza modello al Qaeda” – su “il Fatto Quotidiano – che Egli conclude con queste parole: Un fatto è evidente: il punto o i punti di ogni decisione sulla vita dei popoli e degli Stati sono stati del tutto sottratti al controllo della democrazia, benché la democrazia sia, in apparenza, intatta. È un fenomeno nuovo, vasto, sconosciuto. Ecco il punto: “un fenomeno nuovo, vasto, sconosciuto” che sfugge all’abilità, prima consolidata, dei soloni della economia e della politica. Quale è il grado di consapevolezza, tra le genti, di questa stortura epocale? Garantiti i debiti degli stati sovrani i mastini detteranno sempre le regole: crescete, ovvero consumate, poiché solo così a noi sarà garantito il futuro speculativo più roseo. Continua l’illustre editorialista nell’ultimo Suo pregevole pezzo: (…). Il potere della finanza, che riesce a governare, spostare, sottomettere il mondo, che ha devastato e trasformato le esistenze di tutti (e costruito ricchezze enormi per pochi, spesso del tutto ignoti) ha reso in pochi anni irriconoscibile il paesaggio sociale del mondo, e cancellato la precedente epoca industriale, (…). Non ha una patria, non ha uno Stato con cui coincidere, non condivide ideali, storia o interessi, comanda dovunque e non lo puoi trovare. Esige da Stati, persone, governi potenti e gruppi in rovina, somme immense che vengono restituite in minima parte, detraendo di volta in volta una parte della ricchezza comune. Si tratta dunque, (…), di un potere grande ed eccentrico, senza Stato e senza popolo, ma con la forza di decidere quali e quanti popoli devono di volta in volta obbedire. È chiaro – spero – che non sto parlando di questo o di quel governo e neppure di organismi internazionali. Parlo, con la stessa incertezza di chi non fa il finto esperto e la stessa paura di ogni cittadino, del cielo sopra i governi. È un cielo gravido di nuvole impenetrabili sopra tutto ciò che sappiamo, un cielo in cui occasionali schiarite non sono mai una promessa. Non è più capitalismo, nel senso di Weber, Smith, Stuart Mills. La prova: non è il mercato. Il mercato, infatti, è una delle due strutture nel mondo connesso della produzione e dello scambio, che è stato tolto di mezzo, annullando merito del lavoro e valore del prodotto, sostituito dai versamenti rapidi e obbligati continuamente in corso, detti rating o spread arbitrari in cui vaste ricchezze passano di mano in mano, verso l'alto, fino a far perdere le tracce. L'altra è l’improvvisa e brutale aggressione al welfare, visto come una intollerabile sottrazione di risorse al versamento globale, che è la nuova regola imposta senza elezioni e senza Parlamenti, e che tutti i governi hanno dovuto accettare. (…). È la bandiera della civiltà finanziaria che ha iniziato l'invasione (prima di tutto negli Usa), spingendo ai margini la civiltà industriale. E non si può dire che sia americano il dominio o il profitto, misterioso e immenso, della nuova epoca, perché, (…), la cittadinanza dei vari operatori non coincide con gli interessi di uno Stato o della politica di un governo. È cominciata una nuova internazionalità del capitalismo che non ha più come centro un Paese e neppure una cultura (…), ma è una struttura schermata e indipendente che provvede, con espedienti sempre diversi, a un continuo, esorbitante prelievo globale, senza riguardi e senza privilegi. (…). I governi, con sempre meno potere, subiscono imposizioni pesanti, pena multe gravissime ai rispettivi Paesi, senza badare alle spinte di rivolta che creano. Quelle rivolte riguardano territori e governi, non il cielo del grande passaggio di ricchezza in corso. Non sto dicendo che un nuovo fantasma si aggira per il mondo. Dico che si è messa in moto la grande rivoluzione della ricchezza che esige sempre più ricchezza, prelevandola ovunque, non intende rendere conto, sa come dare ordini e sa come punire. Mantiene, soprattutto, una incertezza infinita. (…). È contro “questo ignoto” che necessiterebbe una mobilitazione delle coscienze. Niente di tutto ciò all’orizzonte. Almeno per ora.

venerdì 14 settembre 2012

Sfogliature. 8 “Mr. Jones” e l’oppio dei popoli.



Scrive Marina Mastroluca – l’Unità di oggi, “Troppi nomi per un regista. I misteri del video-trash” -: Il generale Dempsey ha provato a convincere il reverendo Terry Jones che non è il caso di insistere. E che continuare a far circolare il film in cui Maometto è un donnaiolo, truffatore e anche pedofilo non rientra nell’interesse nazionale. Il pastore anti-islamico della Florida, divenuto celebre per i suoi ripetuti roghi del Corano, si è preso del tempo per pensarci, in nome della libertà di parola. Jones in queste ore era stato indicato come co-produttore del film che sta infiammando l’islam. Lui si ritaglia una parte minore in commedia, sarebbe stato contattato solo qualche giorno fa e martedì scorso, l’11 settembre, avrebbe postato il trailer di «Innocence of muslims». Regista, produttore e sceneggiatore sarebbe un Sam Bacile, che si è lasciato intervistare dal Wall Street Journal al telefono, ma che richiamato al numero è risultato inesistente: ha risposto un giovane, da poco insediato nell’appartamento, dove precedentemente viveva un tal Nakoula Basseley. Sam Basseley e Nakoula sono anche i nomi usati per il casting del film (60 attori, tre mesi di riprese, costo 5 milioni di dollari). (…). Di questo Mr. Jones mi sono interessato anch’io. Non molto tempo addietro. Con il mouse ho fatto scorrere l’e-book ed alle pagine 2102-2104 ed alla data del 12 di settembre dell’anno 2010 ho ritrovato, nella sezione del blog “Se il divino diviene il problema”, il post numero 62 che ha per titolo “Mr. Jones” e l’oppio dei popoli. Di seguito lo ripropongo. Non trovo giustificazioni per le violenze perpetrate in nome di una religione, in nome di una credulità per la quale la propria verità è la verità in assoluto da imporre al resto del genere umano. Per la qual cosa aborro e rifiuto tutte le idee possibili di religiosità. Ma Belzebù si annida ovunque e non riconosce la diversità delle confessioni.

Mr. Terry Jones chi? Chi sarebbe costui? Impossibile che non ne abbiate sentito parlare. L’intero pianeta terracqueo ne ha sentito qualcosa, ma non tutto in verità, ne ha sentito i blasfemi suoi propositi ed ha trattenuto di conseguenza il fiato. Poiché le conseguenze del suo misfatto sarebbero state sanguinose per l’intero genere umano. Potenza dei media!  Potenza della stupida, infinita credulità degli esseri umani! Anche i potenti della Terra han dovuto fare i conti con Mr. Terry Jones. Ricordo che fu il grande Edward Lorenz che ebbe a dire, in un Suo celebre scritto degli anni sessanta del secolo ventesimo, scritto richiesto e preparato nientepopodimenoche per la celeberrima New York Academy of Sciences, che "se le teorie erano corrette, un battito delle ali di un gabbiano sarebbe stato sufficiente ad alterare il corso del clima per sempre." Ma è certo che, per la storia che qui ci interessa, un gabbiano è già un che di corposo, di dimensioni considerevoli, sproporzionate per la nostra miserevole storia. Ci soccorrono pertanto, nella bisogna e nel prosieguo della narrazione, i discorsi e gli scritti successivi del grande Lorenz, discorsi e scritti nei quali l’Illustre usò l’immagine più poetica delle farfalle, per cui si accontentò di scrivere ed affermare, interrogandosi sempre da uomo dubbioso delle scienze, "può il batter d'ali di una farfalla in Brasile provocare un tornado in Texas?" In Texas, mica nella Florida di Mr. Terry Jones! Oggigiorno, ma come sempre in verità da che mondo è mondo, ma in tutt’altro senso parlando, sembra proprio di sì, per la qualcosa ed a giusta ragione i proponimenti di Mr. Terry Jones hanno fatto trattenere il fiato agli umani tutti. L’immagine della farfalla del Lorenz ci soccorre perciò nella rappresentazione, almeno nelle dimensioni, della cosiddetta chiesa del baffuto Mr. Terry Jones, la “Chiesa mondiale della colomba” che, a detta dei sempre ben informati, conta soltanto una cinquantina di adepti, compreso il fondatore piromane. Roba da far tremare i polsi! Da qui, sino alla prossima messinscena planetaria, potrà accadere che un altro Mr. XY, fondatore ed unico adepto della sua chiesa, abbia a ricattare l’umano mondo con una nuova stravagante blasfemia. È che, quando ci si mettono le religioni, le conseguenze sono sempre le stesse. Tragiche per gli umani. È come se si facesse agitare dinnanzi agli occhi dei loro adepti meno riflessivi – ma esisteranno adepti delle religioni riflessivi? - uno straccetto rosso qualsiasi che ne confonda le idee e quel pur minimo raziocinio che ne dovrebbe condurre i passi nel faticoso percorso della vita. Ed invece un Mr. Terry Jones qualsiasi può tranquillamente mettere in ansia un intero pianeta, minacciando semplicemente di bruciacchiare un testo sacro che sia, valendo a tutti gli effetti e per tutti i testi sacri di tutte le cosiddette religioni rivelate, il principio della loro perfetta intercambiabilità. Tanto per asseverare ancor di più e meglio quanto sosteneva quel grande di Treviri e cioè che tutte le religioni, proprio tutte, nessuna esclusa, sono l’”oppio dei popoli”. Nell’affanno planetario dei giorni che hanno preceduto il paventato atto blasfemo di Mr. Terry Jones, che avrebbe di certo scosso e di brutto l’intero globo terracqueo, il grande Vittorio Zucconi sul quotidiano “la Repubblica” ha scritto una arguta ed interessante, per la completezza della nostra storia, corrispondenza che ha per titolo “L´America in ostaggio di un predicatore”, che di seguito trascrivo in parte. Tanto per avere una più approfondita conoscenza della farfalla divenuta molesta assai. A quando il prossimo “Koran Burning Day” nelle sempre verdi, ridenti e sterminate praterie dell’America? E dei bisonti?

“(…) La sua storia, che comincia dai desolati parcheggi di auto usate, una professione che nell´opinione dei cittadini è sullo stesso livello di disistima dei dentisti, avvocati, politicanti e giornalisti, sboccia quando la vocazione lo trafigge e lo porta in una chiesa genericamente cristiana in Germania, accanto a Colonia. Terry, divenuto reverendo della propria immaginaria confessione come negli Stati Uniti è possibile a tutti fare versando una tassa comunale, fregiandosi del titolo purché fuori dalle grandi denominazioni organizzate e poi sperando che le pecorelle accorrano, è l´incarnazione di un antica verità americana, secondo la quale nessuno è mai andato in bancarotta vendendo Dio. Quando aprì il proprio tempio in Germania, dove era volato inseguito da clienti insoddisfatti del suo «usato molto insicuro» il fresco pastore raccolse un centinaio di fedeli. Non una cattedrale, ma abbastanza per vivere alle spalle degli altri. Ma fu in Germania che la sua vocazione di nuovo Carlo Martello a Poitiers, di Riccardo Cuor di Leone alla riconquista del Santo Sepolcro dalle grinfie del Califfo, sbocciò. Avvenne in coincidenza con l´immigrazione turca che occupò il quartiere dove sorgeva la chiesa. «I miei sermoni contro l´Islam e Maometto non piacevano ai turchi e ricevetti minacce di morte». Dai turchi fanatici, forse, ma dai fedeli certamente, inviperiti quando scoprirono che, tra un sermone e l´altro, il loro pastore si imbertava le elemosine per uso personale. La moglie e la figlia lo lasciarono. Terry dovette portare l´armatura e lo spadone in Florida, ma non nella Florida dei ricchi pensionati, degli «uccellini della neve» scesi a vivere e a morire spendendo i loro investimenti, ma nella terra più rustica dello Stato, attorno a Gainesville dove fondò una nuova chiesa. Il Gainesville Times fece una rapida inchiesta sul nuovo pastore di anime tornato dopo l´avventura in Germania. Scoprì che le accuse della ex moglie e della figlia, Sylvia, erano gravi. Che denunce lo avevano bersagliato a Colonia, dove i fedeli più ingenui erano stati convinti a cedere tutti i loro beni e donati alla TS Enterprise, la sua azienda, con la quale alimentava un discreto traffico via e-bay, le aste via Internet. Di fatto, la sua nuova chiesa era un capannone nel mezzo del nulla, acquistato per pochi dollari in una landa depressa dopo un fallimento. Dal suo pulpito, nella scarsità di devoti e soprattutto di elemosine, Terry tentò di suonare tutti i tasti che piacciono alla destra cristianista e fanatica e hanno fatto la fortuna di molti. Lanciò una campagna anti gay, contro un candidato alle elezioni. «No all´homosindaco» proclamò. Flop. Il sindaco fu eletto. Si unì a campagne contro l´aborto. Troppa concorrenza e altro flop. Si fece crescere baffoni a manubrio, da Re Umberto Primo e predicò contro l´immigrazione, un altro classico. Ma in Florida, dove ormai per le strade si parla più spagnolo che inglese, essere contro l´immigrazione è un rischio. Il capannone restò vuoto. Poi, in questa estate del 2010 l´idea dello stunt, come lo ha definito Barack Obama, del numero, del grande gimmick pubblicitario. Il rogo del Corano, «il libro dell´odio», «la minaccia islamica», «la risposta - sono sempre parole sue - dell´America che vuole reagire ed è stanca di prendere pugni in faccia». All´armi piromani. (…)”

martedì 11 settembre 2012

Storiedallitalia. 24 L’infelicità degli italiani.



Scrive Massimo Giannini nel primo numero settembrino – i refoli più freschi di questa stagione non smorzeranno il “caldissimo” dell’autunno incipiente – del settimanale “Affari&Finanza”: (…). È un vezzo ricorrente. Quando sono a corto di idee e di risorse, i governi propongono “patti”. Patto sociale, patto per la crescita, patto tra le generazioni. Ce n’è per tutti i gusti, nel vasto campionario della “patto-mania” italiana. Ora va di moda il “patto per la produttività”. L’ha lanciato Corrado Passera. Non che il ministro dello Sviluppo abbia sbagliato. La produttività è il vero “spread” che ammorba il Paese. Un costo del lavoro per unità di prodotto che cresce da almeno dieci anni, mentre quello della Germania nello stesso periodo si riduce, è una zavorra che schianta il Sistema-Italia. Ma quando si propone un patto si ha il dovere di dire cosa ci si vuole metter dentro. E allora. Cosa può mettere sul tavolo il governo di Monti, che non ha un euro da spendere? Cosa può mettere sul tavolo la Confindustria di Squinzi, che al discorso di investitura ha tuonato il suo no ad ogni forma di cogestione alla tedesca? Cosa può mettere sul tavolo la Cgil di Camusso, che continua a invocare sgravi sui salari che aiutano ma non risolvono? I patti, senza fatti, sono semplici slogan. Il primo a proporre un “patto tra i produttori” fu Togliatti nel ’46, nel famoso discorso di Reggio Emilia su “Ceto medio e Emilia rossa”. Di lì non ci siamo più mossi. È che anche “lor signori”, i cosiddetti tecnici, hanno imparato, dai politici del politichese imperante e dell’antipolitica (la “politica buona” auspicata da Bersani fatta però con altri mezzi), a procedere per proclami. Ne avevamo avuta esperienza dirompente nell’era del signore di Arcore. Sembrava che fosse stata messa da parte. Non è vero! Leggo sui quotidiani di stamane: 180.000 lavoratori a rischio di perdere il lavoro; il famigerato Pil, sull’altare del quale tutto si sacrifica, come nei più tragici, cruentissimi riti propiziatori dell’era arcaica della (in)civiltà umana, crolla del 2,6% nel 2012; intanto al ministero si tengono aperto 150 (!) tavoli. Per farne che cosa? Intanto qualcuno intravede la luce in fondo al tunnel: ché non sia quella di un treno in corsa verso un probabile deragliamento sociale? Intanto qualcuno vede la “ripresa” di già avviata: ma per chi? Domande oziose in questo smemorato paese. A quando il risveglio? Leggo sul numero del 1° di settembre della rivista “Left” a firma di Manuele Bonaccorsi – “Obiettivo fallito” -: (…). Niente pareggio di bilancio nel 2013, nessuna riduzione del debito. (…). Quindi, gli impegni europei – per perseguire i quali Monti era salito al Quirinale e aveva ricevuto la fiducia larghissima del Parlamento – non potranno essere rispettati. (…). Basti pensare che a dicembre del 2011 Monti immaginava per il 2012 una diminuzione del Pil dello 0,4 per cento. Ad aprile i professori stimavano un -1,2. Ma ad agosto l’Istat certifica per il 2012 un drammatico -2,5 per cento. Non è poca cosa. Ogni punto di Pil vale circa 20 miliardi. (…). La cura ha fatto molto più male della malattia. Dopo i 145 miliardi recuperati da Berlusconi (le due manovre d’emergenze estive di Tremonti, datate 2011) i tecnici hanno tagliato la spesa e tassato gli italiani per 63,2 miliardi (tra manovra Salvaitalia e spending review). Le manovre hanno causato una riduzione del reddito del Paese di circa 20miliardi. Rendendo così irraggiungibili gli obiettivi per i quali tagli e tasse erano stati escogitati. Sembra una maledizione, ma non lo è. L’equazione è semplice: più tasse e meno servizi uguale cittadini più poveri. Quindi meno consumi, quindi meno produzione, meno reddito, più debito. (…). Nel Def dell’aprile 2012 il governo stimava di raggiungere un disavanzo nei conti pubblici dello 0,2 per cento sul Pil, cioè un sostanziale pareggio di bilancio. E nel 2013 vaticinava addirittura un avanzo di quasi un punto di Pil, lo 0,8 per cento. Invece, sostiene il Cer, che usa uno dei più validi modelli econometrici disponibili, il 2012 si chiuderà con un -1,5, e il 2013 con uno -0,4. Si tratta, però di dati “corretti”, in linguaggio tecnico si dice “saldi strutturali”. Secondo una convenzione usata nell’Unione europea i governi possono stimare i loro dati macroeconomici depurandoli dal ciclo negativo. Un trucco bello e buono, seppur perfettamente legale. Perché la realtà è molto più grave. Il 2012, secondo il Cer, si chiuderà con un deficit del 2,4 per cento, e nel 2013 si rimarrà al -1,6. (…). Nonostante l’Imu, l’aumento dell’Iva, la miriade di nuove tasse, il taglio delle pensioni, il blocco di stipendi e turn over nel pubblico impiego, il patto di stabilità che strangola gli enti locali, le entrate dello Stato sono diminuite. (…). L’Italia ha ridotto la spesa di ben 23 miliardi, ma nello stesso periodo ha subìto una riduzione delle entrate di 83 miliardi. (…). Secondo il Cer, i professori hanno sovrastimato le entrate fiscali di una ventina di miliardi (…). Causando, quindi, un buco nel bilancio dello Stato. Che ci costringerà a dire addio agli impegni europei sul pareggio di bilancio. Anche lo stock di debito, di conseguenza, è destinato a salire. Nel 2012 e nel 2013 il rapporto debito/Pil resterà al 124 per cento (i prof stimavano nel 2013 un ottimistico 121,5). Ridurre il debito, cioè, è stato impossibile. (…). …in un’Italia diventata più povera. (…). Ma quali conseguenze avrà il mancato rispetto degli impegni europei? «Per ora nessuno», spiega Fassina. «Il vero problema viene dopo, dovrà pensarci il prossimo governo. E si chiama fiscal compact». Il trattato europeo recentemente approvato dal Parlamento, infatti, prevede una riduzione del debito pubblico superiore al 60 per cento del Pil di un ventesimo l’anno, per vent’anni. Una mannaia pesantissima, che nel Belpaese potrebbe significare un obbligo a tagli netti del debito per 40-50 miliardi l’anno. Qualcosa di inimmaginabile, a meno di non voler vendere la Sardegna, come diceva l’indimenticabile Tremonti nella parodia di Guzzanti, e chiudere tutte le scuole e gli ospedali pubblici. (…). Il quadro è questo. Con le sue tinte fosche. Quale luce si intravede alla fine del tunnel? Scrive Oreste Pivetta – l’Unità, “Le radici dell’infelicità” -: (…). …italiani tristi, italiani che si sono dimenticati la gaiezza spendacciona degli anni ottanta, quando comandava Craxi in barba al deficit che spiccava il volo, italiani più inclini a piangere su se stessi che a rimboccarsi le maniche e inventarsi lotte, come poteva capitare nei duri anni della ricostruzione, quando la vita era pesante, ma intanto si cresceva accanto ad altri, c’erano i “compagni”, con i quali rivendicare salari, diritti, persino cultura (…). L’infelicità degli italiani nasce da quello stato cui ci hanno condotto la crisi, la globalizzazione, la finanza padrona del mondo, lo spread, Berlusconi, il professor Monti, Fornero, la rinuncia a una politica di investimenti, l’economia in nero, la mafia, la camorra, l’evasione, la siccità, le alluvioni, i salari fermi, le pensioni immobili, la disoccupazione, la politica... e quel fantasma che s’è aggirato per decenni e che s’è infine materializzato, prima da noi che in Cina, prima in America che in Africa, che non è il comunismo, che è invece il consumismo, incontrastato trionfatore su ogni conflitto. La felicità, nella maniera più evoluta fare shopping, è partecipare alla festa del consumo. I tuoi hobby? chiedono in tv alla ragazzina campionessa di nuoto: ascoltare musica e fare shopping. La mutazione in senso ludico di una attività una volta solo funzionale... una volta, quando si comperava, chi poteva, un paio di scarpe solo perché si avvicinava l’inverno e ce n’era bisogno per non gelarsi i piedi... La crisi, nelle sue varie espressioni, ci costringe ad una revisione: non girano soldi, si torna all’indispensabile (…). Sarebbe il momento di inventarsi un nuovo modello d’esistenza che tenga conto del valore del limite, per noi, per l’ambiente. La felicità è un traguardo universale, da quando la prima scimmia o il primo uomo sono comparsi sulla terra. Poi ciascuno l’ha inseguita come meglio preferiva. Per San Francesco felicità era dare ai poveri, contemplare il creato. Martini parlava di contemplazione come capacità di osservare la realtà e operare per migliorarla, per accendere una piccola fiamma di speranza. Non teneva in gran conto lo shopping.(…). Bellissime le parole di Oreste Pivetta con le quali è detto che, nel tempo durissimo della ricostruzione post-bellica, intanto si cresceva accanto ad altri, c’erano i “compagni”, con i quali rivendicare salari, diritti, persino cultura. Perché non cogliere l’occasione della “crisi” per divenire, nel tempo che ci è dato di vivere, “diversamente” felici pensando anche a quelli che verranno dopo di noi? Possibile farlo?

domenica 9 settembre 2012

Cosecosì. 27 Sono stato un padre così.



Scrive Claudia De Lillo – in arte Elasti – sull’ultimo numero del settimanale “D” del quotidiano la Repubblica – col titolo “Delegate, amiche delegate tutto” -: (…). Un giorno sentii dire a un medico calvo e arguto: "Le madri evitano che i figli cadano. I padri li aiutano a rialzarsi". Le madri li proteggono, i padri li guardano avventurarsi là fuori. Loro, i padri, si assumono il rischio. Noi no, non per i nostri bambini. Anche se, dovremmo saperlo, chi non rischia non diventerà mai grande. Loro non hanno l'ansia di perfezione che rode noi. Loro si dimenticano il cambio, l'acqua, i compiti di matematica e l'appuntamento dal dentista. Loro non si accorgono della chiazza di sugo sulla maglietta, del baffo nero sulla guancia, dei capelli che crescono e si fanno foresta, del moccio al naso, delle scarpe slacciate. Se ne fregano. E sono felici, insieme a quei figli macchiati, baffuti, capelloni e sbrindellati. Chi lo ha detto che un bambino in ordine è un bambino sereno e sarà un adulto contento? Loro non possiedono la maledizione del multitasking. Quando lavorano, lavorano, quando cucinano, cucinano, quando guidano, guidano e quando giocano coi figli, giocano e non lavorano, non cucinano, non guidano. Non ne sono capaci, e, a pensarci bene, non è un male. Non si sentono in colpa e non vorrebbero essere in ufficio mentre sono al parco e al parco quando sono ai giardini. E i bambini lo sentono e lo apprezzano. Sanno giocare più e meglio di noi. Perché si divertono sul serio. Si divertono a calciare un pallone, a fare il mostro e la lotta con i cuscini. Io li invidio parecchio perché ho perso quell'incanto al compimento dei 13 anni e non l'ho più ritrovato. (…). Così scrive Elasti. Allora riconosco che vi è dell’irrisolto in me. Non sono stato un buon padre. È che non ho avuto la caratura che ne viene fuori dalla Sua magistrale scrittura. Sono stato invece un padre che all’alternarsi delle stagioni si preoccupava della canottiera giusta – spalline, mezze maniche, maniche lunghe -; che al primo acquazzone dopo la calura dell’estate – o anche nel corso di essa – si premurava che i bimbi – due – avessero calzini a scarpette. Non più piedini nudi e sandali! Tutti coperti. Sono stato il padre che nelle correnti d’aria, necessarie – oggi lo riconosco - nella calura che imperversa nei posti frequentati nella stagione estiva, vedeva un diretto attentato alla salute presente e/o futura dei suoi figlioli. E quando i pargoli si sbizzarrivano ai giardini pubblici o su di un immenso prato erboso trepidava per l’immancabile ruzzolone che chissà quali gravissime conseguenze avrebbe arrecato all’integrità fisica degli incolpevoli pargoli. Sono stato un padre fatto così. Sono stato un padre nel quale il “lato” occultato della genitorialità, il lato materno, aveva voce potente che non finiva mai di sovrapporsi all’altra voce, quella paterna e mascolina. Sono stato un padre così. Ha fatto parte della mia complessione – data dall’incontro della mia psiche con ciò che è il mio organismo di muscoli ed ossa - un “lato” materno – forse esagerato, esasperato, frutto dell’educazione ricevuta nella famiglia d’origine? - che mi ha accompagnato travalicando le naturali fasi della fanciullezza e della adolescenza dei miei figli. Non sono stato un buon padre? Ecco: sono stato un padre che adorava “il pantalone lungo - baluardo contro il freddo, i raffreddori e le broncopolmoniti –“ e che non ha dato una diversa interpretazione – sociopolitica - al trionfo del “pantalone lungo” nei confronti del “calzone corto”. Non sono stato un padre, insomma, in preda alla nevrosi ed alla “scema convinzione secondo cui il freddo tempra l'anima e il corpo”. Ecco, non sono stato un padre così. Di “pantaloni lunghi” e di “calzoni corti” ne ha scritto, sempre magistralmente, Giacomo Papi sul settimanale “D” del 2 di aprile dell’anno 2011 col titolo “I calzoni corti”. Di seguito lo trascrivo in parte.

Forse tutto iniziò quando finirono i calzoni corti. Quelli che sono stati bambini negli anni 70 lo sanno. Anche d'inverno, nei giorni di nebbia o sotto la neve, i bambini maschi cominciarono a indossare pantaloni a zampa di elefante, di jeans o di velluto a coste, quasi sempre con le toppe, che gli arrivavano alle caviglie. Qualcuno a gambe nude in giro si vedeva ancora. Avevano la pelle delle ginocchia come quelle dei polli, e alle loro spalle s'intuiva il permanere di padri autoritari e madri ubbidienti abbarbicati alla scema convinzione secondo cui il freddo tempra l'anima e il corpo. A ripensarci adesso, 40 anni dopo, i bambini con i pantaloni lunghi avevano coscienza di partecipare allo storia e condividevano nel profondo il sentimento raro per cui l'apparire (e sentirsi) adulti coincideva con l'essere (e sentirsi) moderni. I pantaloni erano soltanto il sintomo visibile di processo profondo, in atto da decenni, che trascinava nella propria corsa contraddizioni inestricabili. (…). Il pantalone lungo - baluardo contro il freddo, i raffreddori e le broncopolmoniti - annunciava un paradosso: perché se il pericolo reale diminuiva, il pericolo percepito aumentava? È che la storia - quella collettiva e quella individuale - non è mai simultanea. È una media, una tendenza generale, in cui galleggiano rimasugli del passato e anticipazioni del futuro, mischiandosi al presente. Nella fine dei calzoni corti erano rimasti impigliati riflessi dell'Italia di fine Ottocento e si annunciavano tratti del secolo successivo. È una confusione tra tempi diversi che avviene anche nelle nostre vite. Scrisse nel 1904 in Le rughe della psiche, Herbert Koncilia, lo psicologo viennese coevo di Sigmund Freud e compagno di classe di Arthur Schnitzler: ‘I disagi dell'individuo sono spesso dovuti alla distanza tra l'immagine privata e l'immagine pubblica di sé. Dall'adolescenza in poi ognuno di noi impiega dai tre ai cinque anni per formarsi un'idea coerente di se stesso. Il risultato è che ci concepiremo per sempre di tre (o cinque) anni più giovani di quel che siamo. In ogni vecchio ritorna a galla il bambino, in ogni bambino è incastonato il vecchio’. Koncilia proponeva perciò di definire per legge, anche stabilendo pene per i trasgressori, i confini tra le età della vita e i comportamenti consoni a ognuna di esse. Per fortuna, morì nel 1960, poco prima che tutto avesse inizio e che i riti di passaggio fossero aboliti. Il tramonto dei calzoni corti d'inverno - rito di passaggio per eccellenza - annunciò un'epoca in cui le differenze tra bambini e adulti sarebbero andate via via sfumando, di un tempo in cui i bambini si sarebbero vestiti da grandi e i grandi da bambini. La linea d'ombra sarebbe rimasta sempre in ombra. E sarebbe stato più difficile riconoscere il giorno in cui diventare grandi. In tutti - e quelli che furono bambini negli anni Settanta lo sanno - rimase un senso di attesa perenne, la sensazione che la propria vita debba essere ancora inaugurata e la consapevolezza che probabilmente non lo sarà mai.

sabato 8 settembre 2012

Sfogliature. 7 Di una vita pienamente umana.



“Sfoglio” – si fa per dire – svogliatamente quel che me ne è rimasto di questo blog quando esso era postato su di un’altra piattaforma della rete. Alle pagine 2.409 e 2.410 (!!) – meglio dire ai fogli elettronici – dell’immenso “e-book” che ne ho ricavato ritrovo il post del 5 di febbraio dell’anno 2009 – della sezione Strettamentepersonale -  che ha per titolo “Di una vita pienamente umana”. Ero stato spinto a scriverne a seguito della tragica storia di Eluana Englaro. Di seguito lo trascrivo. È di questi giorni l’uscita dell’ultima fatica del regista Marco Bellocchio che ha per titolo “La bella addormentata”, in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia. Non ho ancora visto il film. Racconta, il film, quattro storie tragiche, nella cornice di quella storia assurda. Ha scritto Curzio Maltese – la Repubblica “La par condicio non si addice a questa vicenda” -: La colpa di Beppe Englaro fu di voler compiere alla luce del sole e nel rispetto della legge quello che ogni giorno si fa in silenzio in molte famiglie. Restituire la dignità della morte alla figlia Eluana, già persa alla vita da 17 anni. Staccare la spina di un accanimento terapeutico senza senso e senza speranza per Eluana, che serviva ad altri per altri scopi. È la scelta compiuta in tempi recenti dai due uomini più amati della chiesa, Karol Wojtyla e Carlo Maria Martini. Ma la chiesa, come tutti i poteri italiani, dei quali rimane l’archetipo, non è interessata tanto al rispetto autentico della legge morale, quanto al pubblico atto di sottomissione. Per averlo rifiutato, papà Englaro ha pagato un prezzo enorme. Gerarchie e associazioni cattoliche non hanno esitato a mettere in campo una propaganda infame, a usare disabili nelle manifestazioni con cartelli appesi al collo («Uccidi anche me! »), al linciaggio quotidiano («boia», «assassino») di un padre provato da un lungo calvario. Non si sono vergognati neppure di sfruttare il potere mediatico e il grottesco magistero morale di un noto organizzatore di festini, incidentalmente presidente del Consiglio. Un abisso di degrado insomma di una chiesa già percorsa da una furibonda lotta di potere, come si rivelò poi dagli scandali. (…). Come sempre avviene nell’Italia della doppiezza morale ed ideologica. Ne seguiranno polemiche a non finire. Basta attendere che i “corvi” si mettano in volo.

Non ne ho mai scritto ma mi stupiscono e mi turbano assai, nella vicenda di Eluana, le posizioni dei sedicenti o cosiddetti “credenti”. Credenti in cosa? Non trovo risposta alcuna. Scrivo da non credente. A me pare, semplicemente, che il divario tra il credente ed il non-credente passi per la “visione” che si ha del concetto proprio di vita. E nella mia riflessione non voglio assolutamente lasciarmi trascinare dalla mia “educazione scientifica”. La linea di confine è collocata proprio in quella “visione” della vita: angusta, poiché rivelatasi nell’occasione irrimediabilmente materialista da parte dei sedicenti credenti, che legano, nella vicenda della sfortunata Eluana, la loro difesa della vita alla difesa di “quella vita” ridotta alla sola materialità o meglio, con minore crudezza, alla sola forma biologica; di grande spessore e che vola alta invece e come insufflata da un anelito di insperata “spiritualità”, messa laicamente tra virgolette, la “visione” espressa nell’occasione dai cosiddetti non-credenti o laici che dir si voglia, che usurpano quasi quella “visione” della vita che dovrebbe essere propria dei credenti nel senso non solo strettamente lessicale. Come è possibile porsi a difensori di una vita che non abbia una “consapevolezza” del proprio “essere”, del proprio stato, di una vita che non abbia nulla di vita di relazione con gli altri e con la propria individuale storia? Quei difensori della vita, di una vita ripeto ridotta allo stadio biologico, dovrebbero, a rigor di logica, erigersi coerentemente a difensori di tutte le forme di vita biologica; tralasciando le forme microscopiche per la loro intrinseca non visibilità nel mondo reale dei sensi ed andando su su per la scala della complessità biologica, dovrebbero erigersi a strenui difensori dei platelminti, così come dei celenterati, e degli artropodi, e dei molluschi, per non dire del resto dei vertebrati se non dei rimanenti mammiferi. Niente di tutto ciò. Istruiti alla parola della provvidenza che sia divina, abbacinati da un credo che li conduce a ritenersi creati “ a somiglianza” di un’entità assolutamente astratta (dio!), hanno i credenti occupato il pianeta  chiamato Terra da padroni assoluti e con i comportamenti conseguenti verso tutte le altre forme di vita biologica. La “sacralità” della vita umana ridotta al solo aspetto biologico rimasto viene tirata fuori nella vicenda tristissima di Eluana; quella vita non più umana, ma soltanto biologica, vita difesa con altisonanti proclami, e manca poco che si invochino le ire e le saette dell’astratta identità superiore che tutto ha creato. Mi sconcertano queste tristissime vicende del tempo nostro. È come se gli uni, ovvero i credenti, avessero perso i connotati loro, il loro anelito alla trascendenza, la loro visione della vita che travalica, o che dovrebbe travalicare per l’appunto l’angusta “visione” della vita ridotta allo stato “miserevole” ( quante mortificazioni della carne hanno dovuto assaporare i credenti di questo mondo ) della corporalità. Ma lo stato “miserevole” della corporalità non dovrebbe rappresentare per i credenti solamente uno “stato del passaggio” verso quella vita gaudiosa che li attenderebbe oltre l’azzurro del cielo? È, quest’ultima, la visione della vita che manca al non-credente, al laico in quanto tale. In questa tristissima vicenda di Eluana sembra che le parti si siano invertire, come da un blasfemo copione. Preciso meglio. Ho sempre creduto e sostenuto che l’unica “singolarità” che rende l’uomo “veramente umano” sia la sua percezione della inevitabile e sempre imminente “fine”. Fine della propria corporalità, non della storia. Solamente l’uomo veramente “umanizzato” – reso umano sin dall’atto del concepimento, dallo stadio di zigote o magari oltre? difficile questione assai – ha questa consapevolezza che lo distingue da tutte le altre forme viventi. Ho sempre sostenuto come sia impropria se non da considerarsi sommamente “errata” la tanto abusata espressione “venire al mondo”: “venire al mondo” al pari di un verme qualsiasi, al pari di una formica qualsiasi ecc. ecc. Tutte le forme biologiche nascendo “vengono al mondo”. Non per l’essere umano “umanizzato”. Per l’uomo penso debba valere meglio il suo “venire nel tempo” che sta ad indicare la sua consapevolezza di essere venuto sì al mondo ed al contempo la sua consapevolezza di “doverne immancabilmente uscire”. Quale altra specie biologica condivide con l’umana specie tale consapevolezza? Nessuna specie biologica che io sappia. Nella scala della complessità biologica le varie forme viventi hanno sviluppato anche “sensibilità” al dolore, alla familiarità, alla filiazione, alla sessualità, ma nessuna forma biologica, che io sappia, ha sviluppato la consapevolezza propriamente umana di “venire nel tempo”, di “essere nel tempo”, di essere “entrati nel tempo” e di dovere un giorno “uscire dal tempo”. Possiede Eluana tale consapevolezza che la riscatti dalla sua insuperabile oramai “condizione biologica“? Di certo non la possiede da tanti e tanti lustri oramai. Ecco ciò che mi sconcerta in questa tristissima vicenda di Eluana; mi sconcerta pensare ai sedicenti credenti, credenti in quanto portatori di una visione non materialistica della vita, portatori invece mancati di una spiritualità vera che ispiri le loro esistenze e le loro azioni conseguenti; mi sconcerta pensare a tutti i credenti che all’improvviso sembrano scoprirsi come spogliati e privi di quella che avrebbe dovuto essere la loro unica “visione della vita”, la visione di esseri che vivono come insufflati da un anelito divino, e che nell’occasione, invece, si aggrappano come disperati alla corporalità di Eluana, al suo corpo che diviene quasi scialuppa di salvataggio per credenti svuotati dal di dentro di ogni anelito di “divina” spiritualità. Attorno al corpo biologico di Eluana, spenta la fiammella che lo avrebbe reso completamente “umanizzato”, con la consapevolezza di “essere nel tempo” che inesorabilmente scorre, attorno a quel corpo di Eluana ridotto alle sue sole funzioni biologiche, i signori della “religione” fattasi chiesa cercano di fomentare schiere e schiere, fortunatamente inesistenti, di intransigenti, di intolleranti, battagliando senza pietà alcuna attorno a quel corpo martoriato dalle macchine, senza commiserazione alcuna per la sventura grande nella quale Eluana e la sua famiglia – che da sola l’ha tanto amata e curata in tutti questi anni – sono sprofondate tanti lustri addietro. Siamo al tempo dei ruoli invertiti: di credenti che non credono più di tanto all’anelito ed alla spiritualità di una vita compiutamente umana, e di non credenti, quale io personalmente mi professo, aggrappati non alla corporalità di Eluana, ma al suo diritto di spengere per sempre una vita resa allo stato solo biologico, avendo perso nella tragedia della sua esistenza la consapevolezza prima che la rende compiutamente umana: “essere nel tempo”, sapere di dovere un giorno qualsiasi “uscire dal tempo”. È la “condizione” questa che rende la vita degna di essere interamente, e dico interamente, vissuta; è l’unica condizione che fa compiere alla corporalità dei viventi il passaggio alla pienezza della umanità. Tutto il resto sono dolorosissime, crudeli, inutili, ipocrite parole.

giovedì 6 settembre 2012

Dell’essere. 8 Della felicità, tre.


Ci sarebbe, poi, da parlare della “felicità”. O sulla “felicità”. Poco o molto che sia. Non importa. Impresa in verità ardua. Anime sensibili hanno cercato di definirne gli ambiti. Non riuscendoci esaustivamente. L’azzardo è massimo. Scrive a tal proposito Gustavo Zagrebelsky sul quotidiano la Repubblica – “Il welfare del pensiero” -: (…). Gli antichi, con perfetta ragione, dicevano che la felicità è il completamento di ciò che è “per sua natura”, cioè è la realizzazione di ciò cui la nostra natura aspira. Possiamo, allora, dire che nelle idee noi troviamo la felicità, per la parte che riguarda la mente. È un punto di vista. Ricordo bene di un incontro tra amici tra i quali, molto ascoltato, era un cosiddetto “strizzacervelli”. Parlando con molta discrezione ci narrava di quel tale che, rimasto solo, gli confidava della felicità coniugale trovata e goduta, negli anni, attraverso le più che soddisfacenti risorse economiche delle quali la coppia disponesse. È un altro punto di vista. Continua Zagrebelsky nel Suo pregevolissimo pezzo: Uno dei primi trattati sulla felicità, il dialogo Gerone, il tiranno del poeta lirico Simonide (VI-V secolo a. C.), tratta per l’appunto dei beni che fanno la felicità, quando li si possiede, e l’infelicità, quando mancano. Non esistono beni di questo genere in assoluto: dipende dalla natura degli esseri umani. Le persone sensuali troveranno i loro beni «con gli occhi per ciò che vedono (gli spettacoli), con gli orecchi per ciò che sentono (la musica), col naso per gli odori (i profumi), con la bocca per ciò che ingurgitano (il cibo e il vino) e con ciò che tutti ovviamente conosciamo in ragione del sesso (i corpi degli amati). C’è poi il sonno, che genera felicità per il corpo e per l’anima, anche se è difficile dire come e perché, forse a causa del sonno stesso che rende le sensazioni meno chiare di quanto siano nella veglia». Ma poi conosciamo persone per natura superbe e arroganti. Costoro trovano la felicità nel concepire grandi progetti, portarli rapidamente a termine, avere il superfluo in abbondanza, possedere cavalli d’ineguagliabile velocità, armi d’incomparabile potenza e bellezza, gioielli squisiti per le proprie amanti, dimore magnifiche, i servi migliori, poter danneggiare i propri nemici più di ciò che a chiunque altro sia consentito, essere ammirati dal maggior numero possibile dei propri simili. Ancora: ci sono le persone spirituali, per le quali i veri beni sono quelli dell’anima, l’amicizia, l’amore, la saggezza, la contemplazione, la filosofia, l’armonia con i propri simili, l’agricoltura, come armonia con la natura. Ricordo pure, sempre a proposito delle cose detteci dal nostro carissimo “strizzacervelli”, di quella inconsolabile che, a trapasso avvenuto del coniuge, ebbe a confidargli della “felicità” coniugale goduta. È pur vero che nel quartiere, nel quale la coppia aveva dimora, erano divenute proverbiali e motivo di pubblica discussione, le scenatacce tra i due con volo di improperi che non avrebbero mai potuto convivere con uno stato minimo di “felicità”. Continua l’illustre Autore: (…). …nei tanti elenchi che riguardano quelli che consideriamo i beni della nostra vita, non troviamo mai le idee. Invece, possono dare anch’esse felicità, per qualcuno e in qualche momento, anche più di altri beni alle, per così dire, persone di pensiero. Ciò vale per le idee in quanto tali, indipendentemente dal fatto che siano vere o false, giuste o ingiuste, buone o cattive. Non si tratta di giudizi sul contenuto delle idee, ma d’idee in quanto tali. I giudizi vengono dopo. (…). E qui debbo dire di quella volta che la mia dolce metà ebbe a chiedermi se fossi felice della vita coniugale e del resto. Perplesso, risposi che in verità non avevo guardato al mio vivere sotto questa insolita angolatura. E specificai che, in verità, non mi sentivo di fare la “felicità” come categoria propria della mia esistenza. Colsi nella sua espressione una buona misura di sorpresa. Sostituita da una buona dose di delusione. Cercai di riparare all’inconveniente. Spiegai che la “felicità” è qualcosa d’indistinto, per il quale carattere mi sarebbe stato difficile farne la categoria del mio vivere. Meglio, argomentai, sarebbe parlare di “benessere”, di quel sostanziale equilibrio tra corpo e psiche che ci rende disponibili a vedere tutto il mondo in rosa. Anche quando non lo è. Finse di convincersi. Ne dubito tutt’oggi. Concordo invece con l’illustre autore: mi riesce d’andare aldilà del benessere allorquando le idee giungono a riempire le mie giornate. Scrive infatti: Chi abbia fatto una qualche (…) esperienza di scoperta d’idee, che può giungere anche a punte d’esaltazione, non avrà dunque difficoltà nel considerare le idee “beni della vita” e l’elaborazione d’idee qualcosa cui può essere dedicata, in tutta o in parte, la propria esistenza, non meno degnamente di come altri la dedicano all’autorealizzazione in altri aspetti dell’umana natura. Invece, nella comune accezione, le idee non entrano affatto a far parte dei beni della vita. Anzi: sembrano stancare, essere perdita di tempo, divagazioni senza costrutto; nella migliore delle ipotesi, qualcosa di cui la gran parte delle persone può fare facilmente a meno, per essere riservate solo a qualcuno, coloro che chiamiamo, non senza una certa dose di sottinteso disprezzo, gli “intellettuali”. Da qualche tempo, il tempo in cui tutto, per esistere, sembra dover essere misurabile, quantificato, ci si dà da fare per “calcolare” la felicità degli esseri umani. Perfino i governi si dedicano a questo compito, evidentemente in vista di “politiche per la pubblica felicità”, secondo gli intenti dei “principi illuminati” del ’700. Ora, questa politica si vorrebbe impiantare su basi scientifiche e, a questo scopo, si usano mezzi demoscopici, insomma sondaggi. (…). Si è andati al di là, suggerendo di prendere in considerazione non solo la misura del prodotto e del consumo di beni materiali, ma anche i cosiddetti “beni relazionali” come i rapporti sociali e il tempo libero, la pubblica sicurezza, ecc. Altri, hanno aggiunto la salute pubblica, l’istruzione, la certezza del lavoro, la casa, la vivibilità delle città, il verde pubblico, gli affetti familiari e la loro stabilità, ecc. A nessuno sono venute in mente le idee. Sembra che siano irrilevanti. (…). Eppure, comprendiamo facilmente che una vita senza idee, una società che non libera da sé idee, sono letteralmente “infelici”, cioè infeconde, non creative, destinate non a vivere ma, nelle migliori delle ipotesi, a sopravvivere a se stesse, come colonie. (…). …in generale, che cosa ci dice questo silenzio sul valore delle idee, quanto ai caratteri dello spirito del nostro tempo? Forse che è un tempo edonista, materialista, che ha bisogno di esseri mentalmente programmati per un tipo di società che, a parole, esalta il pluralismo delle idee e, quindi, la libertà della cultura ma, nella realtà ha bisogno che di idee ce ne sia una sola, grande, omogenea, e che di quella libertà non sa che farsi. (…). Ecco: quando le idee mi invadono la mente mi sento pienamente felice. Oltre il “benessere”. Perché?

mercoledì 5 settembre 2012

Storiedallitalia. 23 Dal marameo al ‘maramao perché sei morto’.


Scrive Carlo Buttaroni - presidente dell'istituto di ricerca Tecné – sul quotidiano l’Unità (“La resistibile ascesa del partito non-partito”): Giovanni Sartori l’ha definito «liquidismo». Rimuovere senza avere nulla da offrire, nessun riscatto, nessun annuncio. Solo risentimento. (…). Quando la società (…) approda al liquidismo, allora è inevitabile che trovino spazio gli imbonitori, i comici, gli intrattenitori. Perché la chiave del successo non è più nelle idee e nella capacità di progettare il futuro, ma soltanto nel sottrarre qualcosa a qualcuno, attraverso l’insulto, la delegittimazione, le insinuazioni, occupando quel territorio grigio al confine fra politica e farsa. È stato facile – e quasi scontato - nei commenti serotini dell’estate – con una fetta di fresco cocomero tra le mani - scoprire il corso delle cose nel bel paese. Alla domanda di un futuro prossimo pronunciamento elettorale a gran voce e copiosa ne è venuta fuori l’idea nuova (?) di un voto massiccio al movimento grillino. Un mantra che ha dominato sotto la calura esagerata di questa estate da delirio. Grillo perché? Ne è seguita un’elencazione sempre uguale dei guasti provocati dall’antipolitica – sì, proprio l’antipolitica - che nel bel paese è la politica – che regge la cosa pubblica - condotta con altri mezzi (non sempre commendevoli). Grillo perché? Vien voglia di ri-citare quanto ebbe a sostenere Ugo Ojetti nel bel volume di Indro Montanelli “Soltanto un giornalista”, ovvero che “il nostro è un Paese di contemporanei senza antenati né posteri. Cioè senza passato e senza futuro”. Senza una memoria. Senza un’idea di futuro. Senza un’anima. Ecco perché  – continua Carlo Buttaroni - (…). Grillo è solo un interprete casuale sulla scena del nostro Paese. (…). Quasi fosse un istinto incastonato nel Dna del nostro paese, che rimane latente fino a quando circostanze particolari lo fanno riemergere, nutrendolo dei problemi irrisolti e degli stati d’animo più deleteri lisciati per ragioni elettorali. (…). Una nuova tappa. Sotto questo punto di vista il grillismo è solo una nuova tappa evolutiva del partito leggero e del partito personale che ha segnato la storia politica degli ultimi vent’anni: la persona che diventa partito. Un partito «non-partito», con un leader che non è possibile mettere in discussione, organi d’informazione che dettano il nuovo verbo liquidatorio e liturgie che di democratico, aperto, inclusivo hanno ben poco. Ove bisognerebbe aggiungere (o specificare) trattarsi non tanto di una “nuova” tappa quanto di una tappa successiva di quel lungo sentiero lastricato convenientemente negli ultimi lustri dall’uomo di Arcore. Essendo i due uomini esperti conoscitori e facitori del mondo della rappresentazione, il più delle volte grottesca. Un duo insuperabile, che le strane circostanze della vita non hanno permesso di trasformare in un formidabile tandem. Se ne sarebbero viste delle belle! Ed il Buttaroni ancora scrive: Il liquidismo-grillismo si afferma e si diffonde perché il problema è in quel sentimento che fa leva su un nichilismo lieve e che porta a preferire il nulla anziché il cambiamento, trasformando il risentimento in una protesta cieca, senza prospettive e direzioni, favorendo una forma di apatia, quando non di vera e propria ostilità, verso le stesse istituzioni democratiche. Se cresce, infatti, la critica nei confronti dei partiti, cresce anche l’antiparlamentarismo, il leaderismo esasperato, l’insofferenza verso il confronto e il dibattito. D’altronde il grillismo non è la cura, ma soltanto il segnale d’allarme che invia il corpo di un sistema che vive gli affanni dell’inadeguatezza. (…). Per vincere la sfida con il «liquidismo» occorre ridare forza e ruolo alla politica dopo anni di degenerazione e delegittimazione che hanno progressivamente eroso la fiducia nei partiti e nelle istituzioni, minando le basi stesse della democrazia. (…). Ben detto. Poiché è l’antipolitica al potere da sempre che ha detronizzato la politica buona – oggi Pier Luigi Bersani sul quotidiano l’Unità sostiene che “La politica buona è possibile” – per il solito tornaconto dei furbi. A ben vedere sol che lo si voglia, scrive Francesco Merlo su la Repubblica (“Il cortocircuito di Grillo”), (…). …raccontano che da giovane attore burlesco già Grillo parodiava i calabresi goffi e sproloquianti immigrati nella sua Genova, di cui rappresentava in teatro il fondo più cattivo. Prendeva in giro per bastonare, per tenere lontani i terroni: attenzione ai calabresi che si sforzano di sembrare genovesi. E tutto era giocato sulle vocali aspirate del catanzarese. Insomma, robaccia da gradasso sbruffone, <vanteria e palanche>, ma sempre con un linguaggio tecnico da palcoscenico comico dove il sangue è sugo di pomodoro e il cadavere respira. Per non dire di quando si faceva carico, negli anni trascorsi, di gabellare le case farmaceutiche tutte accusandole di sfruttamento delle sventure e del dolore altrui e sostenendo, in quella sua visionaria missione, la bontà della cura oncologica del dottor Di Bella. O come quando osò bollare come una grande balla l’allarme internazionale lanciato per l’incontrollata diffusione dell’AIDS. Tutte cose che, per dirla con le parole dell’Ojetti, possono avvenire in un malandato paese “senza passato e senza futuro”, che tutto tollera e che tutto dimentica. Continua Francesco Merlo: Dunque, l’unica novità preoccupante  è che Grillo sembra ormai aver perso la misura della sua dismisura lessicale. È l’unico attore che è ‘diventato’ la sua parte, come se Gassman si fosse convinto di essere davvero Brancaleone. È tutto qui il corto circuito verbale di Grillo che, praticando in politica il codice del suo precedente mestiere, far ridere con gli attrezzi del ridicolo, comincia a credere anche letteralmente a quel che dice, al punto da autoconvincersi di essere estremamente pericoloso e da autoiscriversi alla schiera dei morti ammazzati, dei Matteotti e dei Gramsci (per la qual cosa quei grandi si rivolteranno nelle tombe). Non più Totò, Macario e Nino Taranto ma Dalla Chiesa, Ambrosoli e De Mauro: il vittimismo come comica finale, dal marameo al ‘maramao perché sei morto’. (…). Ma è difficile immaginare che qualcuno voglia uccidere chi rutta e fa pernacchie, o chi insulta e chi denigra con la smorfie del teatro, o chi fa caricature dei nomi e dei cognomi. (…). E  i servizi segreti deviati non mettono bombe nell’avanspettacolo, anche quando esso si fa politica. La farsa non è mai tragedia e alla fine della farsa non c’è il morto, c’è il sipario. (…). Insomma voglio dire che il risultato di Grillo è quello di avere eccitato l’avanspettacolo che prevede altro avanspettacolo, sino al lancio degli ortaggi. Ma non prevede uno sparo nel buio. (…). Le sue parole infatti non sono pietre e nella sua utopia eversiva fa comizi non a militanti che fremono ma a militanti che ridono e irridono. E però come Robespierre che a forza di tagliare teste perse la sua, così a forza di ridicolizzare tutta la politica Grillo ha finito col ridicolizzare anche la propria politica. E adesso, persino se lo trovassimo steso per terra, penseremmo: guarda cosa deve fare per  tirare a campare  un povero professionista del ridicolo. Chi lo sa se i primi più temperati refoli autunnali possano portare a ben diversi consigli gli smemorati italici elettori!

martedì 4 settembre 2012

Cosecosì. 26 Sulla fiducia.


È sempre interessante incontrare la cosiddetta “borghesia”. La “borghesia” faccendiera. La “borghesia” delle arti e dei mestieri. Un tempo si sarebbe detto delle arti e delle professioni liberali. È interessante incontrarla per capirne gli “animal spirits” del momento. Io l’ho incontrata stamane nel negozio del mio solito acconciatore per signori in quel di ******. Un cinquantenne, brizzolato, dall’incarnato abbondantemente abbronzato. L’ho incontrata, la “borghesia” intendo dire, che se ne stava tranquillamente accomodata su di una poltrona del mio solito acconciatore per signori intenta a parlare al telefonino con un, presumo dall’idioma che mi perveniva, lontano interlocutore. Parlava e parlava, incurante della mia presenza e della mia attesa paziente. La “borghesia” incontrata stamane parlava di forniture e di contratti, di collaborazioni al minimo e di quant’altro afferente agli affari di quella classe sociale. Ne ha parlato, la “borghesia” incontrata stamane, per un bel pezzo, mentre il paziente acconciatore per signori, reso nel frattempo inoperoso, attendeva la fine della conversazione. Terminata la quale il rampante rappresentante di quella cafona “borghesia” portava via la sua maleducazione e la sua protervia di classe. L’appartenenza alla quale, alla classe intendo dire, segna vita, psiche e cultura delle persone. Ho saputo poi, dal sempre mite acconciatore per signori, divenuto nel frattempo visibilmente insofferente, che ancor prima del mio arrivo la comunicazione aveva avuto inizio da almeno un quarto d’ora abbondante. È sempre interessante incontrare la cosiddetta “borghesia”. Per conoscerne i pensieri più profondi, sol che ne abbia, aldilà di forniture, contratti e remunerazioni al ribasso delle collaborazioni. È sempre interessante incontrare la cosiddetta “borghesia”, poiché risulta importante verificare la tenuta ed il grado della “fiducia” sociale che possa intercorrere, nella crisi globale che stiamo vivendo, tra quella classe e le rimanenti. A me è capitato, fortunosamente e fortunatamente per la mia curiosità, di verificarne lo stato. Ho potuto coglierne la cifra più intima e significativa. Laddove, in un occasionale incontro con la cosiddetta “borghesia” benpensante, a fronte delle anche asperrime contrapposizioni tra le diverse scuole di pensiero su come bisognasse affrontare la crisi economico-finanziaria in corso – reinventarsi una qualsivoglia spesa pubblica che alimentasse la ripresa? Richiamare dall’oltretomba il genio del barone di Tilton, al secolo John Maynard Keynes? – gli “animal spirits” dominanti di quella classe hanno preso il largo invocando, per bocca di quelle persone, l’uscita dall’euro e, sentite, sentite, l’incoraggiamento e la tolleranza della evasione fiscale della “borghesia” che intraprende che da sola, l’evasione fiscale intendo dire, consentirebbe la circolazione della ricchezza, la ripresa dei consumi ed il ritorno al bengodi pre-“crisi”. A loro dire, tutte le altre cose sono stoltezze e perdita di tempo. E sì che la rapina di quella classe, nella distribuzione della ricchezza creata dal mondo del lavoro, da tutto il mondo del lavoro, maestranze ed imprenditori, con le conseguenti disuguaglianze sociali ingigantite, è oramai divenuta una certezza, fattuale e non teorica, che solo la stoltezza di una certa “borghesia” si ostina a non voler vedere e ad affrontare. È quanto, su una certa idea della “borghesia” e sullo stato della “fiducia” sociale, dalla quale “fiducia” dipende fortissimamente la pace sociale. Che succede “quando gli uomini si comportano in maniera palesemente egoistica?”. Bella domanda. Quale la risposta? Ne ha scritto, sul quotidiano la Repubblica, Roberto Esposito – recensendo l’interessante ultimo lavoro editoriale del filosofo Michela Marzano “Avere fiducia”, Mondadori (2012), pagg. 219 € 17,50 - in un “pezzo” pregiato che di seguito propongo in parte. Titolo del pezzo: “Sulla fiducia”. Per l’appunto.

(…). …inizia ad aprirsi quella frattura antropologica che oggi minaccia di diventare una vera e propria voragine: come conservare la fiducia nella solvibilità degli individui, delle banche o degli stessi Stati che le garantiscono, quando gli uomini si comportano in maniera palesemente egoistica? È come se tutto il castello dell’economia moderna poggiasse su un fondamento di carta destinato a strapparsi al primo urto. La storia delle molteplici crisi finanziarie, dalla bancarotta del 1720 in Francia a quella dei nostri giorni, al di là delle ovvie differenze di tempo e di contesto, rimanda a questo vuoto originario, a partire dal quale la sfiducia tende sempre più rapidamente a sfondare le fragili pareti della fiducia: come scriveva Duclos nelle sue Memorie segrete, “la fiducia si ispira per gradi, ma basta un istante per distruggerla, e, allora è in qualche modo impossibile ristabilirla”. Senza una credibilità diffusa, l’intero sistema economico minaccia di crollare, ma per crearla occorre che da qualche parte si dia prova di meritarla. È il cortocircuito in cui la speculazione finanziaria ha trascinato prima l’economia americana e poi il resto del mondo: il mancato pagamento dei subprimes ha portato alla caduta del prezzo degli alloggi ipotecati senza copertura. Ciò, a sua volta, ha determinato una generale crisi del credito e una conseguente perdita di fiducia nei confronti dell’intero sistema finanziario. Tutto ciò è ben noto agli economisti. Che però tendono a restare chiusi all’interno del loro orizzonte, impedendosi così di vedere quella faglia che lo sottende, (…). Quando il senso comune diventa quello efficacemente stilizzato nel film di Ridley Scott Nessuna verità (2008) “Non fidarti di nessuno. Inganna tutti”, la soglia di guardia è abbondantemente superata. La fiducia, ridotta a credito economico, o a contratto giuridico, non è che l’ombra deformata della diffidenza. A quel punto, rotti gli argini etici che tengono insieme gli uomini, nulla può più arrestare la valanga. Quando, già nel 1937, Franklin D. Roosevelt affermava che l’egoismo è cattivo non solo moralmente, ma anche economicamente, coglieva l’anello decisivo della catena di crisi economiche che avrebbero squassato il sistema capitalistico. Ad uscirne non bastano i - pur necessari - provvedimenti economici. E neanche solamente quelli politici. Serve un sommovimento generale delle coscienze che liberi l’idea, e la pratica, della fiducia dalla sua sudditanza all’ideologia dell’interesse. Alla sua base non vi può essere solo la fiducia in se stessi predicata dai nuovi addestratori di manager e trader, quanto il coraggio di fare la prima mossa – credere negli altri prima ancora che questi credano in te. Con tutto il rischio che tale opzione comporta. (…). …l’eccesso di protezione immunitaria contro il possibile pericolo conduce non solo alla rottura del legame sociale, ma anche al rischio mortale di una malattia autoimmune.