"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

martedì 8 maggio 2012

Cosecosì. 17 La via di Edgar Morin.


C’è un che di irrisolto nel mio “essere” che mi spinge a pormi di continuo domande su domande, in un rincorrersi di domande che si avviluppano senza riuscire a trovare una via che sia di risposta plausibile, accettabile. È così anche in questo frangente della vita personale e collettiva assieme; mi domando, e sembra essersi trasformata in una ossessione, se la rincorsa alla “crescita” abbia e possa avere un senso ancora. È quel porsi di continuo la domanda se la “crescita” debba comportare una revisione dei comportamenti personali e collettivi in fatto di consumi alla vecchia maniera, con un impatto sempre più devastante sulla biosfera, ovvero se se ne debba uscire, dalla “crisi”, per il qual motivo la “crescita” si implora, con una visone nuova e completamente diversa come soggetti responsabili soprattutto nei confronti delle generazioni a venire. Ha scritto Giacomo Papi nella Sua consueta rubrica sul settimanale “D” del quotidiano la Repubblica, in un pezzo che ha per titolo “Il settimo giorno”: (…). …il lavoro, oggi, è soltanto una metà - spesso, addirittura, meno della metà - di quello che la società pretende da uomini e donne. Il lavoro, oggi, cioè, è soltanto la metà del nostro lavoro. L'altro è il consumo. Non può esistere liberazione, pausa, riposo se per almeno un giorno all'anno non ci si interrompe, non soltanto il lavoro, ma anche l'acquisto. Senza che nessuno ce lo spiegasse l'atto magico della creazione è transitato dal lavoro al consumo. Nel Novecento, l'atto del comprare ha incominciato a creare il mondo. Comprare una cosa equivale, a livello simbolico profondo, a crearla. In questo senso, il consumo è il nostro vero lavoro. Lo ha sostituito come azione che fa emergere le cose dal nulla. È questo il senso oscuro della parafrasi della Genesi di Gafyn Llawgoch, l'anarchico gallese. Del tutto identica all'originale, se non fosse per qualche sparsa, blasfema, parola: "Dio comprò l'uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo comprò; maschio e femmina li comprò. Dio li benedisse e disse loro: "Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra; soggiogatela e dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente, che striscia sulla terra". (...) Dio benedisse il settimo giorno e lo consacrò, perché in esso aveva cessato da ogni lavoro che egli comprando aveva creato". È questo scenario che andrebbe rifiutato, cambiato. Con quali e quante probabilità di riuscita? Prova a definire i contorni di uno scenario nuovo post-“crisi” il filosofo e sociologo Edgar Morin in una intervista rilasciata a Fabio Gambaro e pubblicata sul settimanale “Il Venerdì” col titolo “La via di Edgar Morin per salvare un mondo che va troppo in fretta”, intervista che di seguito trascrivo in parte.

"Ciò che si profila come probabile - vale dire la crisi ecologica, economica, politica e sociale del mondo in cui viviamo - mi spinge a essere pessimista. L'improbabile è però sempre possibile. Quindi resto ottimista e continuo a credere che si debba e si possa trovare una strada per evitare di finire nel baratro". (…). "Di fronte a un realtà stravolta da un'economia senza regole che distrugge il Pianeta e la società, non basta più indignarsi. (…). Occorre provare a tracciare un percorso al contempo utopico e realistico per invertire la tendenza. (…). All'origine dei grandi cambiamenti ci sono sempre delle singole azioni. Quello che occorre è la coscienza della crisi e la volontà politica del cambiamento. Se c'è tale volontà, allora si trovano i mezzi necessari per evitare la catastrofe".
Nel libro (“La via. Per l’avvenire dell’umanità” Raffaello Cortina Editore pagg. 297 € 26,00 n.d.r.) lei critica l'idea di sviluppo. Perché? "La mondializzazione porta in sé l'occidentalizzazione e il mito dello sviluppo fondato sull'idea di una crescita infinita. È un mito che ci porta dritti contro un muro. Non possiamo continuare a riempire il Pianeta di automobili, di centrali e di megalopoli. Questo modello di sviluppo - figlio di un liberalismo economico senza regole, tutto teso a produrre e a consumare sempre di più - comporta conseguenze disastrose per la biosfera e le risorse naturali. Oggi, si parla molto di sviluppo sostenibile, che però mi sembra solo una mezza misura. In realtà, occorre affrontare e spaccare il nocciolo duro, tecno-economico, del concetto tradizionale di sviluppo, per salvarne solo alcuni elementi da mettere al servizio di un altro modello di sviluppo umano. È un problema urgente che riguarda tutti".
È per questa ragione che parla di Terra-patria? "L'aspetto positivo della mondializzazione è che ormai c'è una comunità di destino di tutti gli esseri umani, ovunque essi si trovino. Siamo tutti di fronte agli stessi problemi fondamentali e alle stesse minacce mortali, sul piano ecologico, climatico, sociale, nucleare, ecc. Una patria è una comunità di destini, quindi la Terra è la patria comune che dobbiamo cercare di salvare in una situazione dove sembra non esserci più futuro e quindi prevalgono l'incertezza, la paura e le logiche regressive. In passato si pensava che la storia fosse guidata dalla legge del progresso. Le crisi del XX secolo hanno spazzato questa illusione".
Che cosa fare allora? "Al sistema terrestre minacciato da tutte le parti resta solo la via della metamorfosi. In natura, un sistema, quando non riesce più a risolvere i propri problemi vitali, se non vuole perire, è costretto alla metamorfosi. Il bruco è capace di autodistruggersi e autoricostruirsi per diventare una farfalla. L'idea della metamorfosi non è una follia, è una realtà che si è già realizzata altre volte nella storia del Pianeta, nella preistoria ma anche nel Medioevo".
La metamorfosi è però un'operazione complessa e delicata... "Per salvarsi occorre avere un approccio dialettico, nel tentativo di tenere insieme idee che sulla carta si oppongono. Non credo alla rivoluzione che fa tabula rasa del passato, producendo spesso realtà peggiori di quelle che ha voluto trasformare. Al contrario, abbiamo bisogno di tutte le riforme culturali della storia dell'umanità per trasformare e trasformarci. Per questo è necessario conservare tutti gli aspetti positivi della mondializzazione, che per me contiene il meglio e il peggio. Insomma, occorre al contempo mondializzare e de-mondializzare a seconda degli ambiti, favorire la crescita ma talvolta la decrescita, tenere conto dello sviluppo ma anche dell'inviluppo, della trasformazione come della conservazione. Questa strategia complessa ci consente di conservare la speranza, che naturalmente non è una certezza. Anzi, visto il contesto, la speranza è perfino improbabile. La storia però ci insegna che a volte l'improbabile è riuscito a prendere il sopravvento".
La scienza ha un compito privilegiato in questo processo? "Anche la scienza è ambivalente, dato che porta in sé minacce e speranze. La scienza moderna si è sviluppata nel XVII e XVIII secolo, liberandosi da ogni controllo morale e politico. Si è così garantita libertà di ricerca e autonomia. C'è stato un periodo in cui la scienza, la tecnica, la ragione, la giustizia, la democrazia e l'uguaglianza avanzavano assieme. Oggi non è più così. La scienza si sviluppa a una velocità senza precedenti, che non lascia il tempo alla società di elaborare un pensiero capace di accompagnarla. La scienza si occupa dei fatti e non dei valori, ma il suo potere sulle nostre vite è diventato enorme, senza dimenticare che spesso essa è pesantemente condizionata dalla ricerca del profitto a ogni costo. È dunque necessario reintrodurre una riflessione etica che ne regoli gli eccessi".
Nel libro lei propone diverse riforme concrete. Con quali priorità? "Tutte le riforme devono cominciare contemporaneamente, perché sono tutte collegate tra loro. Le riforme della scienza, della conoscenza e dell'educazione sono però prioritarie perché fondamentali. In ambito scientifico, ma non solo, abbiamo bisogno di un approccio interdisciplinare, per non perdere di vista la visione d'insieme. Quando le conoscenze sono troppo specialistiche, frammentarie e prive di collegamenti si rischia di produrre una nuovo tipo di accecamento. Ma naturalmente, per salvare l'umanità, occorre lanciare al contempo anche le altre riforme, quelle che riguardano la società e il nostro modo di vivere, la nostra relazione con le risorse e la biodiversità, come pure il nostro modo di produrre e consumare, di costruire le città e di spostarci. Ci sono solo due modi per uscire da una crisi. La regressione che torna al passato oppure la creatività che, con un grande sforzo d'immaginazione, inventa soluzioni inedite. Io ho scelto da tempo questa seconda possibilità".

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