"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro.

martedì 29 maggio 2012

Doveravatetutti. 5 Se lo Stato è Schifani.


Quando mai lo Stato va alle feste dei partiti politici? È una cosa impensabile in qualsiasi Paese democratico occidentale. Alla festa di un partito, in questo caso il partito all’opposizione (Pd), eventualmente, se invitato (il che negli altri Paesi accade raramente), ci può andare il primo ministro del partito al governo, non certo lo Stato. Il grossolano e inquietante equivoco (se di equivoco si tratta) è dunque prima di tutto l’invito di un partito politico, il Pd (nella persona dell’onorevole Fassino) che chiama lo Stato (nella persona del senatore Schifani) alla propria festa annuale facendo credere ai cittadini che sta invitando il rappresentante del partito avversario per “dialogare” con lui. Ma è altrettanto inquietante che lo Stato (nella persona del senatore Schifani) accetti come se egli fosse ancora un rappresentante del partito di governo che andando alla festa per discutere con l’onorevole Fassino ricambia il fair play del partito avversario. Ma il senatore Schifani non rappresenta il Partito della libertà di Silvio Berlusconi, è lo Stato; e accettando l’invito così equivocamente offertogli diventa portatore di un enorme conflitto di interessi istituzionale, perché lascia intendere di essere effettivamente l’avversario. Ora lo Stato italiano (nella persona del sen. Schifani) non può essere l’“avversario” di nessun partito politico rappresentato in Parlamento, tantomeno quello di cui è esponente l’onorevole Fassino. Il rappresentante dello Stato e il deputato di un qualsiasi partito non hanno niente da dirsi e niente da discutere in pubblico, né nelle piazze italiane, né in televisione. L’unico luogo loro consentito è il Parlamento. In quella sede l’onorevole Fassino può fare al rappresentante dello Stato tutte le domande e magari tutte le interpellanze che desidera; solo in quella sede può dire allo Stato (nella persona del senatore Schifani) le parole che desidera (affettuose o severe, questo è un problema suo). È vero che il conflitto di interessi che Berlusconi con la sua persona ha introdotto in Italia si è ormai esteso per contagio. Di un parlamentare non sai più se è un deputato o un affarista, un onorevole o un banchiere, un portavoce politico o un faccendiere, un imputato o un avvocato difensore, un esponente dell’antimafia o un difensore dei mafiosi. Molti di loro ormai sono tre o quattro persone allo stesso tempo. Ed è anche vero che l’equivoco (continuo a chiamarlo così) provocato dall’onorevole Fassino nel proporsi quale interlocutore festaiolo con lo Stato, rivela una stupefacente misconoscenza delle più elementari regole istituzionali, facendoci domandare cosa costui ci faccia in Parlamento da una vita. Ma nel caso dell’invito siamo al di là della mancanza di una basica grammatica democratica, si è raggiunto qualcosa di preoccupante. (…). Ma quello che è più preoccupante in questa equivoca vicenda è l’intervento del presidente della Repubblica. Invece di far notare alla seconda carica dello Stato che lo Stato non può andare a chiacchierare con chicchessia a feste o sagre di paese, redarguisce aspramente la piazza perché ha mostrato il suo dissenso. È imbarazzante dover ricordare che lo Stato andava alle feste di partito negli ex Paesi comunisti perché lo Stato e il partito erano   la stessa cosa. Oggi il colonnello Gheddafi, che è lo Stato libico, partecipa alle feste di partito, perché quel partito coincide con lo Stato libico; e in quelle piazze, è sicuro, non è contestato da nessuno. Ma l’Italia (e l’Europa) non è l’ex Germania dell’Est o l’ex Ungheria. E non è ancora la Libia. Se lo Stato italiano va in piazza a chiacchierare con i politici, i cittadini possono risentirsi; è nel loro diritto. Del resto mi risulta che il senatore Schifani non sia stato fischiato perché amico di Berlusconi, ma perché rappresentante dello Stato, e la frase utilizzata era “fuori la mafia dallo Stato”. Frase per altro plausibile, essendo noto anche ai bambini che la mafia nello Stato, nel caso che attualmente non ci fosse, non si esclude che ci sia stata più di una volta, come non si esclude che lo Stato abbia stipulato con essa patti nefandi. Se ne sta occupando la magistratura, perché se gli italiani aspettano che la verità della nostra tragica storia venga dalla bocca dei politici, si possono mettere l’animo in pace. (…). Certo ci sono luoghi e momenti in cui lo Stato sarebbe opportunamente presente o addirittura ben visto nelle piazze italiane: all’anniversario dell’assassinio del giudice Borsellino, all’anniversario della strage alla stazione di Bologna, all’anniversario della strage di Piazza della Loggia di Brescia. Ma lì lo Stato non si vede. Questo stato confusionale in cui lo Stato italiano si trova ci induce a credere che più di una crisi della democrazia, di cui molto si parla, si tratti di una crisi delle istituzioni e dello stesso Stato. E mi pare possibile che un Paese in uno stato simile sia disponibile a qualsiasi avventura e a qualsiasi salto nel buio. (…). La luce è al minimo, e a qualcuno potrebbe venir voglia di spegnere l’interruttore. “Doveravatetutti” è un richiamo costante alla memoria di ciò che è stato, quando distrattamente si pensava e si faceva dell’altro. La distrazione colpevole dei tanti. In questo “doveravatetutti”, che avete appena letto e che risale all’8 di settembre dell’anno 2010, il compianto Antonio Tabucchi scriveva della allora – come lo è tuttora - seconda carica dello Stato. Titolo del Suo pezzo: “Se lo Stato è Schifani” – su “il Fatto Quotidiano” - , che ho ripreso in parte. Sulla insensibilità “istituzionale” del nostro non si hanno dubbi; ne ha scritto sul quotidiano l’Unità Emanuele Macaluso col titolo “La Costituzione secondo Schifani” - a seguito della boutade del signor B - in questi termini: Il Corriere, con un gran titolo, ci informa che il presidente del Senato Renato Schifani «ritiene ammissibile presentare in aula il semipresidenzialismo alla francese proposto dal Pdl attraverso un emendamento alla riforma Costituzionale già all'esame di Palazzo Madama». Quindi, secondo Schifani, basta un emendamento per cambiare la Repubblica parlamentare in Repubblica semipresidenziale . I costituenti che discussero il tema lavorarono mesi. Fra loro c'erano Costantino Mortati, Giorgio La Pira, Palmiro Togliatti, Aldo Moro, Vezio Crisafulli, Bozzi, Petrassi, Dossetti, Calamandrei, Gaspare Ambrosini, Vittorio Emanuele Orlando, Nitti, Paolo Rossi, Meuccio Ruini. Potrei continuare ad elencare i grandi costituzionalisti e uomini politici che affrontarono con competenza e rigore l'assetto politico-costituzionale da dare allo Stato. E lo fecero con coerenza, per cui ciò che segue alla scelta del sistema parlamentare ha una logica spiegazione. Se bisogna cambiare, occorre cambiare tutto l'assetto dato dai costituenti. E chi può assolvere a questo compito se non un'assemblea eletta dal popolo con il mandato di rifare la Costituzione? Invece, dopo una penosa conferenza stampa di Berlusconi e Alfano, i quali affannati da un tracollo elettorale fanno proposte che serviranno solo per la prossima campagna elettorale, c'è chi, senza sapere di cosa si parla (penso a Montezemolo e soci), si mettono in pista per correre dietro il Cavaliere disarcionato. Ormai non mi stupisco di nulla: l'attuale scena politica ci offre spettacoli e spettacolini di ogni genere. Ma che il presidente del Senato comunichi agli italiani che con un emendamento a una legge in discussione, in una assemblea di nominati, alla scadenza della legislatura, si possa cambiare la forma della Stato, è enorme. Incredibile, ma è avvenuto. La confusione è regnata sovrana; la nebbia non si è ancora diradata. Si brancola. “Doveravatetutti” quando il grande, compianto Antonio Tabucchi ne scriveva?

lunedì 28 maggio 2012

UominieDio. 2 Delitti e castighi sul soglio di Pietro.


(…). Uno degli esempi più antichi di violenza e tradimento consumati per la conquista del soglio di Pietro è quello di cui fu protagonista Benedetto Caetani che costrinse il suo predecessore Celestino V (Pietro da Morrone) ad abdicare per l´impazienza di salire al trono dove regnerà col nome, famigerato, di Bonifacio VIII (1235-1303). Il povero Celestino era un uomo umile e pio, certamente inadatto all´incarico. Ma la violenza con la quale il futuro Bonifacio lo scalzò rimane degna delle più sinistre tradizioni del potere. Dante infatti lo caccerà, ancora vivo, all´inferno. Il periodo più fecondo dal punto di vista narrativo è quello rinascimentale quando la corte di Alessandro VI Borgia divenne sede di intrighi e di delitti commessi a volte alla stessa presenza del papa. Celebre l´episodio di quando Cesare, figlio del papa e fratello di Lucrezia, assalì nei corridoi vaticani un tal Pedro Caldes, detto Perotto, 22 anni, primo cameriere del pontefice (…). Perotto si tratteneva affettuosamente con Lucrezia cosa che rischiava di compromettere il matrimonio al quale la bellissima donna era stata destinata. Un giorno che Perotto passava per un corridoio s´imbatté casualmente in Cesare. Intuì da uno sguardo ciò che stava per accadere e cominciò a correre gridando a perdifiato, inseguito dall´altro che aveva estratto il pugnale. La corsa ebbe termine nella sala delle udienze dove Perotto si gettò ai piedi del pontefice implorando protezione. Non bastò. Cesare si avventò su di lui trafiggendolo con tale impeto che “il sangue saltò in faccia al papa” macchiandogli di rosso la bianca tonaca. Non solo delitti ma anche orge caratterizzavano in quegli anni la corte. Preti e cardinali mantenevano una o più concubine “a maggior gloria di Dio”, come scrive sarcastico lo storico Infessura, mentre il maestro di cerimonie pontificio Jacob Burchkardt nota che i monasteri di donne erano ormai “quasi tutti lupanari” poco o nulla distinguendo le religiose dalle “meretrices”. Cronache vivacissime ha lasciato il protonotario apostolico Johannes Burchard. Racconta ad esempio che una sera, a una delle consuete feste date dal papa: «Presero parte cinquanta meretrici oneste, di quelle che si chiamano cortigiane e non sono della feccia del popolo. Dopo la cena esse danzarono con i servi e con altri che vi erano, da principio coi loro abiti indosso, poi nude». (…). Per venire ad anni a noi vicini, una vasta eco ha sollevato una mossa assai ambigua dell´allora segretario di Stato Eugenio Pacelli. Nel 1939, papa Pio XI avrebbe voluto pronunciare un discorso nel decennale del Concordato dove tra l´altro avrebbe denunciato le violenze del regime fascista e la persecuzione razziale dei nazisti contro gli ebrei. Alla vigilia dell´importante allocuzione papa Ratti venne però a morte e Pacelli, che sarebbe stato suo successore, fece prontamente sparire il discorso avendo in mente un diverso tipo di rapporti con le due dittature. Divenuto papa a sua volta col nome di Pio XII, lo dimostrerà. Intrighi e tradimenti all´ombra del trono di Pietro sono tutti accomunati da elementi rimasti invariati nel tempo: ritrosia a dare informazioni e addirittura a collaborare ad eventuali indagini, ostinati silenzi a costo di alimentare le ipotesi peggiori.Se n´è avuta una prova in occasione della morte, altrettanto repentina, di Giovanni Paolo I, papa Luciani. Ancora una volta l´evento si verificò alla vigilia di una decisione importante con la quale il papa avrebbe riorganizzato la famigerata banca vaticana, in sigla Ior. Così oscure le circostanze dell´evento che i media anglo-sassoni avanzarono apertamente l´ipotesi di un assassinio. L´autopsia avrebbe probabilmente fugato le voci ma le gerarchie vaticane la rifiutarono preferendo mantenere un silenzio che le ha ulteriormente alimentate. Il caso più grave di reticenza si è però avuto quando, la sera del 4 maggio 1998, tre cadaveri vennero trovati in una palazzina a pochi metri dagli appartamenti pontifici. Il colonnello Alois Estermann, 44 anni, comandante delle “guardie svizzere”; sua moglie, Gladys Meza Romero di origine venezuelana; il vice-caporale Cédric Tornay, nato a Monthey (Svizzera), 24 anni. Poche ore dopo il portavoce vaticano Joaquin Navarro Valls dette ai giornalisti questa versione: il caporale, in un accesso di collera incontrollata, aveva ucciso il colonnello e sua moglie per poi togliersi la vita. Invano l´avvocato francese Luc Brossolet ha fatto eseguire (in Svizzera) perizie che dimostrano l´incongruenza grossolana di quella versione. Da allora non è più stata cambiata. Avete appena finito di leggere l’interessante narrazione di quella che è stata la “storia” della chiesa di Roma nei secoli. Alcuni tratti di quella “storia” in verità, ma che la dicono lunga di come una religione, fattasi chiesa e stato al contempo, abbia abbandonato gli insegnamenti dell’uomo di Nazareth per dedicarsi, anche nella sua struttura centrale, ad altre ignominiose imprese. Lo ha raccontato, come sempre magistralmente, lo scrittore e giornalista Corrado Augias nel Suo pezzo “Delitti e castighi sul soglio di Pietro” pubblicato sul quotidiano la Repubblica, che ho ripreso solo in parte. Nello stesso numero del quotidiano ha dichiarato il teologo Hans Kung in un’intervista ad Andrea Tarquini: (…). «…la struttura e l´organizzazione della Curia romana cerca facilmente ma invano di ingannarci, di nascondere il fatto-chiave: che il Vaticano nel suo nocciolo è restato ancora oggi una Corte. Una Corte al cui vertice siede ancora un regnante assoluto, con costumi e riti medievali, barocchi e a volte moderni e tradizioni cristallizzate, consuetudini. Nel suo cuore il Vaticano è rimasto una società di Corte, dominata e segnata dal celibato maschile, che si governa con un suo proprio codice di etichette e atmosfere. E quanto più ti avvicini al principe regnante salendo nella carriera ecclesiastica, tanto più in prima linea non vale e non conta più la tua competenza, la tua forza di carattere, le tue capacità e talenti, bensì conta che tu abbia un carattere duttile con una capacità di adattarsi soprattutto ai voleri del regnante. È lui solo, il regnante, a stabilire se tu sei persona grata o invece persona non grata». (…). È la storia di sempre, che ha una immutabilità che non è consentita ad alcuna altra creazione degli umani. Sarà che il dio che ispira e guida quella chiesa-stato si sia distratto. Trova ben altra spiegazione il professor Umberto Galimberti nel Suo Perché la ricchezza non é più peccato?, pubblicato sul settimanale “D” del quotidiano la Repubblica: È più facile che un cammello entri nella cruna di un ago che un ricco in paradiso" (Matteo, 19, 24). Che significa essere cristiani oggi? Condividere una fede che ha nel magistero ecclesiastico il suo punto di riferimento dottrinale ed etico. Questa dottrina e questa etica si ispirano al Vangelo che il cristianesimo assume come suo Libro fondativo? (…). La Chiesa perse il suo contatto col Vangelo quando, con il declino dell'Impero Romano, prese a governare il mondo, la "città terrena", per usare le parole di Agostino, dove nobiltà e alto clero si dividevano le ricchezze, e i poveri, che erano la gran massa della popolazione, restavano in attesa della promessa "città celeste" a compenso delle sofferenze patite quaggiù. Questa situazione durò fino alla Rivoluzione francese del XVIII secolo che pronunciò quelle tre parole: libertà, uguaglianza e fraternità. Dalla libertà nacque nell'Ottocento il pensiero fondamentalmente anticlericale, dall'uguaglianza nacque il socialismo nella sua versione prima riformista e poi marxista. Le due correnti di pensiero divennero due pratiche politiche entrambe avversate dalla Chiesa. Della fraternità, che è poi la versione laica del precetto evangelico della carità, si persero le tracce. Nell'America latina ci fu nel secolo scorso un tentativo di dare attenzione a questo comandamento con la teologia della liberazione, che però fu condannata dalla Chiesa. La dottrina sociale cattolica, inaugurata da Leone XIII con l'enciclica Rerum Novarum del 1891, non contiene alcuna condanna della ricchezza, ma si limita ad auspicare una riduzione dei conflitti di classe in vista di una migliore pace sociale. E il Vangelo? E i moniti di Gesù? Già il grande inquisitore di Dostoevskij, incontrando Gesù tornato sulla terra per richiamare col suo silenzio il Grande Inquisitore al dettato evangelico, questi gli fa presente che, se non fosse stato per la Chiesa, di Gesù nessuno ne porterebbe memoria. La Storia ha di fatto esautorato il Libro. È la ricerca della ricchezza terrena, come sempre nella storia degli umani, a guidare i passi dei singoli e delle comunità. Anche di quelle ispirate dall’alto, ma che con facilità sorprendente riescono a tacitare la “vocina” flebile dell’impertinente “grillo parlante”. Ha dichiarato il cardinale Carlo Maria Martini sulla vicenda del “corvo” del Vaticano: “La Chiesa perda i denari ma non perda se stessa”. Ecco, per l’appunto: i “denari”, la ricchezza di questo mondo. Completo la narrazione di Johannes Burchard: Terminata la cena, i candelieri che erano sulla mensa furono posati a terra, e tra i candelieri furono gettate delle castagne che le cortigiane nude raccoglievano muovendosi carponi, a quattro zampe. Il Papa, il duca e Lucrezia erano presenti e osservavano. Infine furono esposti mantelli di seta, calzature, berrette e altri oggetti, da assegnare in premio a coloro che avessero conosciuto carnalmente più volte le dette cortigiane, ed esse, nella medesima sala, furono pubblicamente godute.

domenica 27 maggio 2012

Storiedallitalia. 14 Abuso di potere.

È tornata sul proscenio del bel paese la nobile e benemerita compagnia della “commedia dell’arte all’italiana”. All’italiana. Sono i tardi seguaci di Melpemone e Talìa. Che all’italiana divagano, saltimbancano, con stupefacente facilità, dalla prima, che è la musa della tragedia, alla seconda, che è la musa della commedia. Della commedia all’italiana però, nella variante della farsa. Con l’ultima boutade del signor B, della benemerita corporation B&G. Con l’epocale scelta resa nota al popolo colto ed incolto di fare del bel paese un paese del presidente. Come dire: sino a che il dottore “studìa”, il malato l’è bello e morto. Il malato in questione è il bel paese. E così ci si ritroverà, alla primavera dell’anno 2013, con il “porcellum” come legge elettorale. Ché del resto sta bene assai alla corporation B&G, con i loro partiti, partiti tra virgolette, padronale o personale. Entro i quali si entra o dai quali si esce secondo l’umore tragicomico del duo B&G. Intanto avviene che nel bel paese si trasformi la Carta sotto il naso dell’ignaro uomo della strada. Anzi, senza che all’uomo della strada se ne sia dato un minimo di sapere. Scrive Stefano Rodotà sul quotidiano la Repubblica un pezzo che ha tutta l’aria di un “appello all’attenzione democratica”. Ché “vigilanza” sarebbe stato dire troppo, come in una condizione pre-rivoluzionaria o golpista. Titolo del pezzo/appello “La maschera del populista”: (…). Stiamo vivendo una fase costituente senza averne adeguata consapevolezza, senza la necessaria discussione pubblica, senza la capacità di guardare oltre l´emergenza. Per comprendere quel che sta accadendo, è un intero contesto a dover essere considerato. È stato modificato l´articolo 81 della Costituzione, introducendo il pareggio di bilancio con pregiudizio grave per la tutela dei diritti sociali e per la stessa azione di governo. Un decreto legge dell´agosto dell´anno scorso e uno del gennaio di quest´anno hanno illegittimamente messo tra parentesi l´articolo 41. E il Senato sta discutendo una revisione costituzionale che incide profondamente su Parlamento, governo, ruolo del presidente della Repubblica. Non siamo di fronte alla buona “manutenzione” della Costituzione, ma a modifiche sostanziali della forma di Stato e di governo. Le poche voci critiche non sono ascoltate, vengono sopraffatte da richiami all´emergenza così perentori che ogni invito alla riflessione configura il delitto di lesa economia. In tutto questo non è arbitrario cogliere un altro segno della incapacità delle forze politiche di intrattenere un giusto rapporto con i cittadini che, negli ultimi tempi, sono tornati a guardare con fiducia alla Costituzione e non possono essere messi di fronte a fatti compiuti. Proprio perché s´invocano condivisione e coesione, non si può poi procedere come se la revisione costituzionale fosse affare di pochi, da chiudere negli spazi ristretti d´una commissione del Senato, senza che i partiti promuovano essi stessi quella indispensabile discussione pubblica che, finora, è mancata. E invece siamo di nuovo a un continuo cambiare le carte in tavola, ai segnali di fumo tra oligarchie, alla considerazione della Costituzione come oggetto manipolabile secondo le convenienze.(…). Quanto basta per dire della scarsa considerazione che la “casta” della politica ha del cosiddetto “uomo della strada”. Che concorre a formare la pubblica opinione. Che risulta, secondo i populisti di sempre, essere il “popolo sovrano”. Sovrano di cosa? Sarei tentato di dire che la “casta” si stia rendendo responsabile di quell’”abuso di potere”  del quale ha scritto, molto dottamente, Nadia Urbinati in una Sua riflessione del 4 di novembre dell’anno 2010 col titolo, per l’appunto, di “Abuso di potere”, riflessione pubblicata sul quotidiano la Repubblica che di seguito trascrivo in parte. Giusto per non far cadere nel vuoto il pezzo/appello di Stefano Rodotà. Per rifletterci con forza e serenità.

(…). L'abuso di potere è un fatto gravissimo perché distrugge una comunità politica trasformando i cittadini in sudditi, facendone oggetto di raggiro, mettendoli nella condizione di non sapere e quindi di non poter giudicare con competenza, lasciando chi governa nella straordinaria libertà di fare ciò che vuole. L'abuso mina alla radice la fiducia senza la quale non si danno relazioni politiche in una società fondata sul diritto. Il liberalismo ha colto al meglio questo problema, poiché ha da un lato assunto che il potere è necessario, e dall'altro che il suo esercizio stimola negli uomini la propensione a non averne mai abbastanza e quindi ad abusarne. Il potere alimenta la passione per il potere con un'escalation fatale verso il monopolio. Le costituzioni moderne partono tutte dalla premessa che ci si debba sempre attendere la violazione e l'abuso da parte di chi esercita il potere e per questo istituzionalizzano le funzioni pubbliche e stringono il potere politico dentro norme rigide e chiare. Da questa concezione liberale ha preso forma l'idea che l'unica legittimità che il potere politico può acquisire è quella che viene dal rispetto delle garanzie di libertà individuale e, quindi, dalla limitazione e dal controllo del potere (limitazione nella durata e nell'intensità grazie alle elezioni, ai controlli di costituzionalità e alla divisione dei poteri) attraverso vincoli che chi governa non può manomettere. Violare i limiti che la difesa di questa libertà impone equivale a mettersi fuori della legge (un fatto di sedizione che indusse John Locke a giustificare la disobbedienza e la ribellione, aggiungendo con toni sconsolati che purtroppo i popoli hanno più capacità a subire gli abusi che a ribellarsi ad essi). Il potere che opera d'arbitrio non è più potere politico, quindi, ma é dominio assoluto e dunque nuda forza che fa di chi lo subisce un servo a tutti gli effetti. La differenza fra dominio e governo sta tutta qui. (…). In una democrazia costituzionale il Presidente del Consiglio e i ministri (il potere esecutivo) ricevono legittimità dal patto fondativo che detta le regole della loro designazione e della loro durata e, se necessario, della loro destituzione per la possibilità di essere sottoposti alla giustizia ordinaria "per i reati commessi nell'esercizio delle loro funzioni" in seguito all'autorizzazione del Senato della Repubblica o della Camera dei deputati (Art. 96, il quale nella formulazione originaria del 1947, poi sottoposta a revisione nel 1989, era molto più severo e prevedeva la possibilitá della messa in "stato d'accusa", una formula simile all'impeachment americano). Queste regole e questi limiti definiscono quello politico come agire pubblico, stabilendo che esso appartiene alla comunità politica e non a chi lo esercita, il quale non può sostituire il suo personale giudizio su come relazionarsi alle istituzioni a quello definito dalla legge, dalla quale egli dipende. L'abuso blocca proprio la dimensione pubblica del potere rendendone l'esercizio un fatto tutto privato; è a questo punto che il potere si fa nuda forza, discrezione nella mani di chi lo maneggia, come strumento di privilegio. Il governante che viola le norme che regolano il suo operato si impossessa del potere e lo piega ai suoi interessi.

venerdì 25 maggio 2012

Storiedallitalia. 13 Cronache di ordinaria furbizia.


Quadro primo. Da Il sacrificio con il trucco di Curzio Maltese, pubblicato sul quotidiano la Repubblica.

(…). Il primo trucco consiste nel creare una commissione ad hoc per controllare le spese dei partiti, togliendo il compito all’organo naturale di controllo, la Corte dei Conti. Si tratta, per cominciare, di un espediente anticostituzionale, come ha rilevato  la stessa Corte in una lettera letta in Parlamento dal radicale Maurizio Turco. In secondo luogo, è un  modo di fingere di non capire che la causa principale  di scandalo non è solo o tanto l’entità del danaro pubblico  ricevuto, ma il modo in cui è stato impiegato dai  partiti, dalla Margherita alla Lega. I controlli dunque  andrebbero aumentati al massimo livello e non dirottati  verso una commissione di dubbia competenza e  autorità.  Il secondo trucco consiste nella trovata di compensare  il dimezzamento dei fondi pubblici rendendo  molto convenienti i finanziamenti privati, attraverso  una serie di favori fiscali. In pratica, da domani chi darà soldi ai partiti godrà di esenzioni maggiori di chi oggi offre danaro a una onlus, a un’associazione di volontari o alla ricerca contro il cancro. Si pongono alcune  domande (retoriche). Perché, i partiti sono più importanti  della lotta ai tumori? E chi ne approfitterà, i  militanti, ormai in via di estinzione, oppure i soliti noti,  le banche, i costruttori, gli appaltatori pubblici? In cambio di che cosa? Siamo, come si vede, a un passo  dal legalizzare la mazzetta. Fra i battimani del populismo  “anticasta”. Un terzo trucco, (…) per cui i soldi andrebbero soltanto ai partiti dotati di uno statuto. Ovvero  tutti, tranne uno, (…). (…). Con maggiore onestà, i leader dei partiti del  Parlamento dovrebbe occuparsi di quello che c’è  scritto nei loro statuti, confrontarlo con la Costituzione  e notare alcune contraddizioni. La più colossale è  che soltanto in Italia i partiti sono associazioni private  e non soggetti di diritto pubblico, com’è nel resto  d’Europa. Il vero problema sta proprio qui, anche se  nessuno lo dice. Perché non conviene a nessuno sollevare  la questione, non alla nomenclatura ufficiale,  ma neppure ai moralisti Di Pietro e Grillo, che sono  proprietari dei rispettivi partiti. (…). In quanto associazioni private, i partiti possono disporre  del danaro che ricevono, dal pubblico o dal privato,  come vogliono, senza controlli e senza incorrere  in reati. Con questo scudo legale sarà infatti assai complicato,  nei processi per le vicende della Margherita e  della Lega, provare i reati di appropriazione indebita  e truffa ai danni dello Stato, perfino sulla «paghetta» ai  figli di Bossi. Esiste anzi il rischio concreto che tutto finisca  in nulla e i corrotti festeggino un’altra finta assoluzione. (…). L’autentica riforma oggi non è abolire il finanziamento  pubblico, che esiste in molte democrazie, sia  pure con cifre più ridotte e controlli assai maggiori, ma  cambiare lo status giuridico dei partiti. L’Unione europea  lo ha chiesto con una norma del 2004, formalmente  accolta dal Parlamento italiano nel 2006, mai  applicata. A parte questo, ci sarebbe la vecchia cara  Costituzione con l’articolo 49, dove i partiti sono chiamati  a concorrere alla politica nazionale “con metodo  democratico”. Ora, quale metodo democratico applicano  i nostri partiti padronali, blindati all’esterno come  associazioni private? Certo sostenere che bisogna  cambiare lo status giuridico non è adatto a strappare l’applauso come dire «basta soldi ai partiti». Il gioco  del populismo è sempre lo stesso: dare al popolo soluzioni  semplici. Che con il tempo naturalmente si riveleranno  catastrofiche. (…). In questo  modo si conserva il terreno sul quale è cresciuta in  questi anni la mala pianta della corruzione.

Quadro secondo. Da Il peccato originale dello scandalo Lusi di Gad Lerner, pubblicato sul quotidiano la Repubblica del 6 di febbraio dell’anno 2012.

Ora che lo scandalo dei bilanci-fantasma le ha rese evidenti, sarà bene ricordare le indicibili motivazioni patrimoniali che suggerirono nel 2006 ai dirigenti della Margherita e della Quercia la scelta autolesionistica di presentarsi uniti alla Camera, ma separati al Senato, a costo di disorientare gli elettori e mutilare così la vittoria del centrosinistra: lo fecero per ragioni di cassa. L´unità del nascente Pd, ma soprattutto il progetto di rinnovamento del Paese dopo una fallimentare legislatura berlusconiana, furono sacrificati al vil denaro. Vil denaro ritenuto indispensabile alla conservazione di strutture organizzative separate. Come andò a finire, lo ricordiamo bene: l´astruso marchingegno dei simboli differenziati fra le due schede, determinò com´era prevedibile un calo di voti al Senato, trasformando l´aula di Palazzo Madama in un campo minato per la risicata maggioranza di centrosinistra. Il governo Prodi nasceva già azzoppato e durò solo due anni. Ad approfittare dell´insperato regalo fu Berlusconi che sopravvisse alla probabile fine del suo ciclo politico e nel 2008 ritornò al governo per tre lunghi, inutili anni. Costati assai cari al Paese. Nessuno seppe spiegarci perché la lista unitaria dell´Ulivo dovesse andar bene alla Camera ma non al Senato, contro ogni logica di marketing elettorale oltre che di linea politica. “Tanto vinciamo lo stesso”, era la miope risposta fornita in privato dai tesorieri Luigi Lusi e Ugo Sposetti a chi gli chiedeva di destinare maggiori risorse alla campagna unitaria. E difatti, l´anno successivo, lo stesso Partito democratico fu concepito (con esiziale ritardo) in regime di “separazione dei beni”: i partiti fondatori venivano “sospesi” e non disciolti, di modo che i rispettivi dirigenti potessero usufruire fino a oggi non di due, ma addirittura di tre bilanci separati. (…). Non basta che la magistratura faccia giustizia dell´appropriazione indebita di tredici milioni perpetrata da Luigi Lusi (eventualmente con il concorso di altri) ai danni della fu Margherita. Gli elettori del Partito democratico hanno il diritto di sapere se le risorse accantonate grazie ai simboli dei partiti “sospesi” vengano oggi usufruite con una discrezionalità che, seppure non determini infrazioni di legge, risulta gravemente impropria. Opaca. Nascosta nelle pieghe di bilanci alimentati in ogni caso da troppo denaro pubblico. Naturalmente ciò vale anche per i partiti della destra; quanti cittadini sono al corrente della lucrosa sopravvivenza di Forza Italia e Alleanza nazionale con i loro tesoretti scaturiti dai rimborsi elettorali? E i fondi esteri costituiti dal “cerchio magico” della Lega Nord non sono forse la rappresentazione plastica di come l´attuale normativa favorisca la creazione di invisibili centri di potere, detentori di risorse che assegnano un controllo sempiterno a pochi capipartito? Che dire, poi, dei partitini personali in cui il denaro pubblico è soggetto a una gestione para-familiare? La somma micidiale fra la legge vigente sui rimborsi elettorali e la legge “porcellum” che riserva a pochi oligarchi il potere di scelta sulle candidature, sembra fatta apposta per screditare la nostra democrazia parlamentare. (…). La storia non si fa con i “se”, ma resta l´amarezza per quella scelta del 2006 che tanti danni ha procurato all´Italia; senza la quale forse ci saremmo risparmiati l´ultimo colpo di coda del regime berlusconiano. La perpetuazione di strutture rispettabili ma obsolete, funzionali solo al mantenimento di centrali di potere correntizio, fu fatta letteralmente pagare ai cittadini. Il denaro si è mangiato la politica?

Al tempo – febbraio 2012 - ben poca cosa si sapeva dello scandalo delle “paghette” della Lega. E delle lauree del figli del Bossi. E di tutto il resto. È un paese strano e disastrato il nostro, nel quale si grida spesso e volentieri “al lupo al lupo”, anzi “al ladro al ladro”, senza che ne sortisca cosa nuova alcuna. È che in tanti ambirebbero a trovarsi dalla parte del “ladro”. Colpa della Controriforma, che ha fatto dei cittadini del bel paese solamente degli impenitenti “peccatori”  e non dei “rei”? Ché tanto, con la devozione dovuta, il lavaggio dei peccati è assicurato al chiuso del confessionale. E per il tale motivo si torna, impenitentemente, a peccare.

giovedì 24 maggio 2012

Cosecosì. 20 Una sinistra a misura d’uomo.


La notte, il giorno. La verità, la menzogna. La ricchezza, la povertà. Vivere, morire. Come nel mondo fisico, così nella vita degli umani gli opposti è come se si inseguissero in una gara senza fine. E se gli opposti stanno scritti nelle cose proprie della natura non di meno essi fanno parte della natura propria degli umani. E questo inseguimento continuo, con un arretrare ed un avanzare, ha fatto la Storia degli umani. È stato forse il tentativo di annullarli, gli opposti, di disinnescarli, che ha condotto allo smarrimento dell’oggi ed alla diffusione di quella indistinta melassa sociale – la poltiglia del sociologo De Rita - che ha fatto da comodo paravento affinché si realizzassero le politiche proprie di una “lotta di classe” all’incontrario, all’interno della quale i privilegiati hanno ridotto e riducono diritti e conquiste di quella parte della società meno tutelata. Ha scritto Alain Touraine – MicroMega n° 8/2011 pag. 33 - che “l’era della democrazia sociale trionfante si è conclusa da tempo, e per diverse ragioni: la più evidente è l’affermarsi, a partire dagli anni Settanta, di un neoliberismo che ha indebolito il potere degli Stati, incoraggiato la globalizzazione dell’economia e soprattutto delle Borse internazionali, costretto i governi a fare marcia indietro su molte conquiste della politica sociale”. Questo ultimo tentativo di depredare dei diritti e delle conquiste le classi meno abbienti è tuttora in corso, non ha perduto vigore e ad esso necessita contrapporre argini robusti affinché conquiste sociali divenute irrinunciabili non abbiano a finire nel libro dei ricordi. Ma il punto è anche altro. È che la proclamazione a tutto campo della fine delle ideologie ha contribuito a disinnescare, ma solo apparentemente, quel rincorrersi degli opposti che da sempre ha determinato le cose proprie della vita degli umani e della politica stessa, che rappresenta l’essenza più alta del processo di umanizzazione. Destra, sinistra. Per alcuni un falso problema. I risultati stanno sotto gli occhi di tutti. Ha scritto – alla pag. 75 – del numero della rivista MicroMega prima citato Cinzia Sciuto: “Le grandi utopie collettive erano possibili perché gli individui si riconoscevano nei gruppi sociali di riferimento. All’interno della classe, per fare un esempio, l’individuo era integro e poteva dunque proiettare se stesso in un progetto di emancipazione collettiva. Oggi l’identità individuale è messa duramente alla prova e, senza una definita consapevolezza di sé, è impossibile proiettarsi in un progetto comune: comune a chi? Chi è in grado oggi di individuare i propri compagni? Possiamo tutt’al più cercare dei compagni transitori, qualcuno con cui condividere singole battaglie o precisi progetti, con cui fare un pezzo di strada insieme, difficile trovare qualcuno con cui condividere il proprio destino”. Si impone, alle forze della sinistra, ridare quella “identità individuale”  al suo popolo poiché “senza una definita consapevolezza di sé, è impossibile proiettarsi in un progetto comune”. Impegno improbo, ma che vale la pena d’affrontare a rischio di un grave e rovinoso arretramento sul piano della difesa, ad oltranza, dei diritti e delle conquiste sociali conseguite dalle classi sociali meno abbienti. Della “destra” e della “sinistra” ne ha scritto, magistralmente, sul quotidiano la Repubblica – il 21 di dicembre dell’anno 2011 - Alain Touraine col titolo Una sinistra a misura d’uomo. Diritti e valori, la politica è questa”. Di seguito lo trascrivo in parte.

Il teorema da tempo accettato secondo cui il centro della vita sociale è il sistema economico, cioè la stretta corrispondenza delle categorie della vita economica con quelle della vita sociale, non è più accettabile. L´economia si è separata dalla vita sociale: è questo il significato profondo della globalizzazione. Il mondo delle istituzioni sociali, politiche e giuridiche sta crollando. La costruzione dei giudizi sociali non può più avere altri fondamenti se non morali. Qual è il posto del lavoro nella vita individuale e collettiva: questo è il tema che meglio definisce lo spirito di una concezione “morale” della vita sociale; l´unione di una politica di questo genere con la repressione delle condizioni economiche illegali trasformerebbe in modo fondamentale la vita sociale di tutti. (…). Non esiste (…) altra sinistra se non quella che prende la parola o se ne impadronisce, come già avevano fatto i movimenti pionieristici degli anni Sessanta del secolo scorso, soprattutto negli Stati Uniti e in Francia. Sinistra o destra sono prima di tutto delle concezioni della società, delle definizioni del Bene da difendere e del Male da combattere. La sinistra o la destra si possono definire anche a livello sociale dal punto di vista delle categorie sociali a cui appartengono gli elettori o i simpatizzanti, ma la posta in gioco e la natura del conflitto non si possono più definire in termini sociali. Non sono più i contadini poveri o gli operai della grande industria a costituire la sinistra. Lo vediamo tutti i giorni, più o meno chiaramente a seconda del paese che osserviamo e delle categorie che analizziamo. Ma noi abbiamo bisogno di identificare le nuove categorie che condividono la visione appena evocata. Dobbiamo individuare negli ambiti principali della vita sociale – produzione, distribuzione, finanziamento, educazione, salute, occupazione del territorio, politica culturale eccetera – le scelte che permettono di collocare la destra e la sinistra e di contrapporre l´una all´altra, compito immenso ma che è tuttavia indispensabile almeno iniziare a intraprendere. L´elemento di definizione che per primo viene alla mente è che la destra pensa in termini di oggetti e di rapporti tra gli oggetti, e che definisce gli attori tramite le loro situazioni oggettive. (…). Ciò che definisce, all´opposto, la sinistra, è che pensa e agisce in termini di diritti. Il populismo di destra, che lamenta le deplorevoli condizioni dell´infanzia, dei poveri, delle donne e dei prigionieri è sempre esistito. Ma il pensiero e l´azione diventano di sinistra solo quando il pensiero si interroga sulle ragioni della disuguaglianza, o della dipendenza e della violenza, cercando nelle vittime i possibili protagonisti di volontà e desiderio d´azione. (…). Le nostre società sono ancora in effetti, (…), in stragrande maggioranza di destra. Se ciò che meglio definisce la sinistra è il giudizio sulla condizione della donna, la destra si definisce meglio per l´importanza attribuita all´identità, che si traduce nella paura delle minoranze, soprattutto quelle di recente formazione. Le politiche dell´identità sono politiche di destra. Il che non significa che alcuni orientamenti di sinistra non possano identificarsi con un ideale nazionale o religioso, cosa ovviamente innegabile. Questo è il cammino che occorre seguire per dare un contenuto reale alle idee di destra e di sinistra. (…).

martedì 22 maggio 2012

Storiedallitalia. 12 B&G e l’esilio della politica.


Ho ritrovato, tra i miei preziosi ritagli di quotidiani e settimanali, un articolo di Guido Carandini che ha per titolo L’esilio della politica. L’articolo è stato pubblicato sul quotidiano la Repubblica il 26 di agosto dell’anno 2011. Di seguito lo trascrivo in parte. Ho avuto premura a rintracciarlo poiché ricordavo di quel titolo che la dice lunga anche sugli aspetti meno nobili della politica “esiliata” del bel paese. È pur vero che, con il Suo preziosissimo articolo, il valente saggista solleva lo sguardo in un ambito che abbraccia l’intero scenario planetario avvolto ancor’oggi dalla “crisi” che è sistemica e non più congiunturale e che dura oramai da un lustro abbondante. Ma me ne ha dato lo spunto, per il ricercarlo tra i miei ritagli, gli ultimi avvenimenti elettorali nel bel paese. Ve ne traccio lo scenario. Di un giovane cittadino-elettore che mi raggiunge per occupare un posto a me vicino. E della sua sincera esultanza per gli imprevisti risultati elettorali delle amministrative di questa primavera. Ho avuto timore di infastidirlo, con le mie osservazioni, anche perché non mi andava di guastargli il godimento indottogli dai risultati di quei ballottaggi. Ma mi è venuto di pensare, ed amaramente, che ancora nel circolo profondo del bel paese continuano ad esistere le “tossine” che il quindicennio e passa del signor B ha inoculato nelle sue arterie profonde. Se ne pagano ancor’oggi le conseguenze. Poiché è fuor di ogni dubbio che B&G siano uomini dello spettacolo, uomini della televisione. E come tali interpretano i ruoli che si sono assegnati, da soli. Ambedue prediligono una politica di declamazioni, di effetti mediatici, di parole gridate; il primo osservando ossessivamente una precettistica che gli imponeva (ed ancora gli impone?) una cura del proprio corpo da ostentare ai sudditi-elettori per indurre negli stessi una venerazione quasi della sua “carcassa” di vivente. L’altro, sapientemente, se ne discosta, e propone, in sostituzione di quell’arte mediatica, un far “politica” che si appella alle smorfie, allo strabuzzamento degli occhi, ai sollazzi, prendendo impietosamente di mira, della corporalità degli avversari, i difetti e le anomalie che ai suoi occhi di guru della televisione rivestono il ruolo di gravi manchevolezze. È quindi tutto un fiorire di insulti e di derisioni di tutto ciò che riguarda gli aspetti fisici degli avversari politici. Ma B&G sono accomunati, peraltro, dalla concezione che essi hanno delle loro improvvisate formazioni politiche; un “partito” del padrone per il signor B, un “partito” personale per il signor G. Ne discende l’idea di un fare “politica” per proclami, emessi in solitudine, e senza confronto alcuno. Non è ammesso il contraddittorio. È “l’esilio della politica”, per l’appunto. Ecco perché mi premesse tanto ritrovare il bel pezzo di Guido Carandini. Avverrà anche per il signor G quanto è di già avvenuto per il signor B? Non posseggo una sfera di cristallo. Nella circostanza andrà molto a “pesare” lo svolgersi della “crisi” ed il suo esito per il quale i tempi non sono ancora maturi. B&G sono e restano uomini della televisione poiché ambedue provengono da quel mondo dell’effimero. B&G, in forme e ruoli diversi, hanno concorso e concorrono a che la politica venga “esiliata” nel bel paese. La politica è altro; innanzitutto partecipazione e decisioni condivise. E B&G, all’interno dei loro “partiti”, “padronale” l’uno, “personale” l’altro, poco spazio hanno concesso e concedono alla partecipazione che non sia di un rigido asservimento alle idee di un “primus super partes” di “pecorelliana” memoria. Tutto ciò avviene in una “provincia” profonda e smarrita di quel pianeta chiamato Terra.

Quella che viene spacciata per una ciclica crisi economica e finanziaria è invece qualcosa di assai più serio e storicamente inedito. È in realtà l´esito di una vera e propria controrivoluzione del capitale che, divenuto globale, ha ridotto a brandelli i poteri che le rivoluzioni dei secoli scorsi avevano conferito alle democrazie nazionali, cioè i poteri di controllo sul mondo degli affari e la forza di imporre agli Stati un generoso welfare a difesa delle classi più deboli. La crisi attuale è dunque il crepuscolo della politica democratica delle nazioni decaduta da baluardo dei diritti sociali a passivo strumento del nuovo potere capitalista senza frontiere. (…). Ormai più che i governi eletti sono le maggiori banche e i fondi privati della finanza mondiale a decidere le sorti dell´economia, perché la politica ha smarrito la capacità di contrastare l´ingordigia degli affari con una forza all´altezza dei tempi in cui viviamo. Quelli cioè della transizione dall´era moderna all´era globale, l´immensa metamorfosi che ha reso la politica una docile preda del capitale. Nell´era globale il progressivo cadere delle barriere nazionali ha prodotto l´unificazione mondiale dei mercati e con essa il parallelo tramonto delle ideologie sia democratiche che autoritarie (nazionalismo, liberalismo, socialismo, comunismo, ecc.). Al loro posto il capitalismo ha insinuato nelle coscienze una pervasiva religione sociale ispirata all´etica del guadagno e al culto del denaro. Per indebolire la democrazia il capitale non l´ha attaccata frontalmente, ma con una duplice sfida trasversale. In primo luogo, per riprendersi il suo pieno potere, ha assunto la forma globale e la democrazia, perdute le frontiere nazionali, ha smarrito il suo habitat naturale. In secondo luogo ha minato il cuore stesso del sistema democratico insinuando di soppiatto al suo interno un nuovo assolutismo, quello delle aristocrazie del capitale che abrogano il potere dei governi eletti di imporre un limite alla rapacità del mondo degli affari. Disarcionando la politica quelle aristocrazie hanno minato il potere sia dei partiti di sinistra difensori dei bisogni e diritti collettivi, sia dei partiti di destra fautori del liberalismo individualista, riducendo entrambi a esercitare - i primi loro malgrado e i secondi a loro vantaggio - un potere delegato dal sistema degli affari mondiali che mira soltanto alla massimizzazione dei profitti. La restaurazione del predominio capitalista sulla democrazia politica è inoltre la maggiore causa delle perverse alleanze fra poteri di governo e poteri di affaristi, (…). Occorre (…) una trasformazione che riguardi in primo luogo i soggetti della democrazia che, prima della controrivoluzione del capitale, erano i singoli cittadini che eleggevano parlamenti democraticamente attivi, mentre ora votano per assemblee ridotte a casse di risonanza di interessi affaristici. Per ripristinare un efficace potere di controllo sul capitalismo occorrono nuovi soggetti, nuove forze collettive di giovani generazioni (…). …quelle forze devono liberarsi dall´inquinamento culturale imposto dalla propaganda capitalista. Cioè convincersi che la sopraffazione dei diritti democratici, da parte di un capitalismo lasciato senza freni, è massimamente dovuta alle lusinghe di quella onnipresente religione sociale che si ispira all´etica del guadagno e al culto del denaro, inculcata dal mondo degli affari per raggiungere i suoi scopi. Che sono principalmente i seguenti. Primo: legittimare nell´opinione pubblica qualsiasi impresa, anche illegale, che favorendo l´occupazione genera redditi e quindi soddisfa bisogni individuali spesso al prezzo della distruzione di bisogni collettivi, come per esempio la sicurezza e la difesa dell´ambiente. (…). Secondo: anestetizzare la protesta e le lotte delle classi sfruttate ed emarginate, illudendole che la soluzione dei loro problemi si trovi solo nella “crescita economica” e non esiga invece la preliminare difesa dei loro diritti democratici, compreso quello di poter controllare se un dato tipo di crescita sia benefico o nocivo per la collettività. Terzo: indebolire lo Stato facendolo apparire come il responsabile delle crisi anziché come la maggiore risorsa per superarle, come era stato dimostrato ampiamente in passato dall´intervento della spesa pubblica nelle fasi di debole congiuntura economica. Occorrerà dunque una vera e propria rivoluzione culturale democratica per sottrarre alla religione del guadagno e del denaro la supremazia su ogni altro valore etico e senso della vita, sia individuale che collettiva. Un compito immenso per le nuove generazioni che dovranno recuperare la politica dal suo attuale forzato esilio affinché nel mondo del capitale globalizzato non abbia il sopravvento una crescita economica che sia principalmente basata sulla corruttrice brama dei profitti, sulla speculazione finanziaria e immobiliare e sulla devastazione dell´ambiente.

lunedì 21 maggio 2012

Cosecosì. 19 Il pino silvestre.


Scrivevo a quel tempo, alla pagina 111 del mio lavoro editoriale I professori – AndreaOppureEditore (2006) pagg. 194 € 8,00 -: (…). È lo scoramento profondo allorché si avverte un rovinare improvviso di una costruzione ideale, ancorché organizzativa, quale è per l’appunto la scuola pubblica italiana. È lo scoprire l’impari lotta tra il mondo chiuso, a volte autoreferenziale della scuola, e il travolgente e periglioso andare del mondo ad essa esterno, con le inevitabili ricadute sulle giovani generazioni, con il loro smarrirsi al pari degli adulti genitori o educatori di fronte ai rivolgimenti storici, politici, economici e di costume che al giorno d’oggi, fagocitati in un processo di globalizzazione irrefrenabile, non concedono tempo alcuno per una loro meditata acquisizione e metabolizzazione. E si impone il problema della lingua, e perché no, il problema dirompente e totalizzante dei moderni mezzi di comunicazione di massa. Nei miei ricordi di insegnante non potranno in alcun modo essere cancellate le amenità dei miei preadolescenti che a ben precise domande – “fatemi l’esempio di un pesce”, molto ingenuamente e candidamente mi solevano rispondere “Bastoncini Findus” - o allorquando si richiedeva una parolina con la lettera “d” come  iniziale rispondevano, quasi all’unisono, con uno squillante “Super dash”. Così come molto brillantemente ha descritto quei tali rivolgimenti “antropologici” – ché tali li definisce – Francesca Graziani nel Suo Dal diario di una prof – Pratiche Editrici, Milano (2000) -: “(…). Io insegno e lo so perché il mio mestiere mi colloca in un punto strategico di avvistamento, dato che ho sotto gli occhi ogni giorno un pezzo del futuro che cresce, con le sue potenzialità e i suoi problemi, e devo soprattutto fare i conti con il fatto che non siamo in presenza solo di un gap generazionale, ma di una vera e propria mutazione antropologica. Almeno la metà dei ragazzi e delle ragazze che frequentano la scuola oggi sono figli unici: cresciuti per lo più a manga giapponesi e Nintendo, hanno conversazioni telegrafiche con i genitori e vivono in un mondo velocissimo, bombardati da una massa di informazioni che smarriscono subito o frullano tutte insieme. Sotto un'apparente disinvoltura nascondono un senso di insicurezza e di smarrimento: il loro immaginario, che non a caso trova rappresentazione nel cinema e nella letteratura dell'orrore, è popolato di mostri che loro tentano di esorcizzare con complicatissimi rituali di loro invenzione. Strappati dall'erba dei giardinetti al tempo della nuvola radioattiva di Chernobyl (uno dei ricordi della loro infanzia), cresciuti in un mondo a gambe all'aria dopo la caduta del muro di Berlino, un mondo in cui anche gli/le adulti/e faticano a orientarsi, sono incapaci di immaginarsi un futuro e quasi per nulla interessati al passato. (…)”. Come non rinvenire in quelle nostre “impressioni” di educatori, vissute in tempi ancora non “sospetti” con la “crisi” ancora da venire, lo “smarrimento” esistenziale dell’oggi caratterizzato dalla mancanza di futuro e dalla precarietà del lavoro che consuma le vite ed i sogni delle giovani generazioni? Ed i miei preadolescenti di allora, divenuti nel frattempo gli adulti dell’oggi, hanno contezza del proprio trascorso vissuto speso in massima parte in preda del piccolo mostro domestico? Ché se ne avessero contezza potrebbero bene disporsi ad essere cittadini e genitori riflessivi e responsabili. Cittadini a pieno titolo e non solamente consumatori. E della “segnatura” della quale le generazioni più o meno giovani, vissute al tempo del consumismo più feroce, sono state cavie inconsapevoli e forse incolpevoli, come in una collettiva e vastissima operazione di “imprinting”, come per le oche del grande Lorenz, ne ha scritto sull’ultimo numero del settimanale “D” del quotidiano la Repubblica Giacomo Papi in un pezzo di analisi che ha per titolo Il pino silvestre, che di seguito trascrivo in parte.

(…). Non ero sicuro che sarebbero piaciute. Sono state divorate. Anche i più diffidenti - quelli che al primo assaggio facevano la faccia disgustata - non riuscivano a resistere a quel sapore di bagnoschiuma al pino silvestre. Sembrava una droga in grado di fare viaggiare nel tempo. Riprecipitavamo negli anni Settanta. Quell'aroma sintetico riconnetteva a un'idea di natura incontaminata, popolata di cavalli bianchi selvaggi al galoppo su una spiaggia o alla freschezza delle primavere in Scandinavia. Era una sensazione artificiale creata dalla pubblicità che però sembrava innata e istintiva, legata com'era alla certezza dei sensi, invece che al ragionamento e all'apprendimento. Il suo carattere culturale e innaturale, insomma, era nascosto, sepolto sotto l'evidenza sensoriale. Per chi è stato bambino negli anni Settanta, la natura profumerà per sempre di pino silvestre, perché questo ha voluto e insegnato uno spot. È in questo trucco prospettico che si annida la potenza della pubblicità. La sua prepotenza culturale e la sua pericolosa bellezza. La sua capacità di persuasione e il suo essere intrinsecamente subliminale, anche quando non lo è. La pubblicità costruisce sinestesie, riflessi condizionati, ammaestra i consumatori nello stesso modo in cui il signor Pavlov ammaestrava i suoi cani, costruendo catene di sensazioni che culminano nel prodotto da vendere. La sequenza cavallobianco - famigliafelice - pinosilvestre - bagnoschiumavidal ricomincia a ritroso. Il profumo reale di pino silvestre (anche se è in una caramella gommosa) rimanderà per sempre all'idea di natura incontaminata e selvaggia sintetizzata molti decenni fa da un creativo probabilmente defunto da tempo. Nessun'altra arte ha toccato l'uomo, il suo corpo e la sua memoria, con altrettanta efficacia. Nessun'altra arte è riuscita a essere così profondamente politica da invadere e forgiare la nostra cultura, fingendosi natura. Nessun'altra arte è così prepotente. Te ne accorgi quando i pubblicitari utilizzano musiche che ami. Per quanto tempo ancora gli italiani non potranno ascoltare la romanza per violino in Fa maggiore di Beethoven senza pensare allo spot Vecchia Romagna Etichetta nera? Iniziava con l'immagine di uno sciatore, poi partiva la musica e una voce maschile suadente: "... E dopo, a casa" il calore di un caminetto acceso si miscelava a quello del "brandy che crea un'atmosfera". Per alcuni è la dimostrazione del valore pedagogico delle réclame: grazie a Vecchia Romagna il popolo conosceva un capolavoro immortale. È vero. Però lo ha anche neutralizzato e requisito rendendolo nullo da un punto di vista emotivo ed estetico. Nessuno, se non è ubriaco di Vecchia Romagna, potrà mai più commuoversi ascoltandolo. Mi rendo conto che proporre di regolamentare l'utilizzo commerciale di ciò che appartiene all'umanità intera ha un sapore moralista. Da Minculpop. Però la tentazione è forte. Perché a volte è forte si sente di essere stati depredati di una bisogno essenziale di bellezza. La musica più bella del mondo è per me l'adagio del concerto per pianoforte e orchestra 23 K 488 di Mozart. L'hanno scelta per uno spot dell'Air France. Un tempo mi faceva pensare, con tristezza e pace, a chi è morto e mi manca. Forse, in futuro, mi evocherà un aereoplano.

domenica 20 maggio 2012

Dell’essere. 7 Lo specchio della vita.


Ha scritto Cinzia Sciuto nell’ultimo numero della rivista MicroMega – pagg. 74/75 - dell’anno 2011 nel Suo pezzo che ha per titolo Imparare dalle anime belle: (…). Le grandi lotte collettive erano possibili in tempi solidi, in cui l’identità individuale non era messa in discussione e in cui, quindi, a partire da una precisa coscienza di sé (costruita eventualmente anche in opposizione ai modelli sociali di riferimento), era possibile condividere anche una coscienza di classe o di gruppo. L’individuo, nella sua integrità e autonomia, è l’apriori di qualunque azione collettiva e lavorare per ritrovare se stessi, lungi dall’essere il contrario dell’impegno politico, ne è la condizione di possibilità. Quale politica è possibile, infatti, in un mondo di meri consumatori, di clienti? (…). C’è molto da riflettere sulle tragiche vicende di questi mesi. Operai, lavoratori autonomi, piccoli e medi imprenditori che, nell’assoluta solitudine delle loro coscienze, decidono di farla finita con la propria esistenza. Non sfugge che l’impoverimento della propria condizione di vita sia motivo di grandissima turbativa dello spirito e dell’equilibrio psichico dei singoli che, per una azione di “effetto alone” riesce a coinvolgere, nei tragici avvenimenti, numeri che suscitano legittimo allarme sociale. Ma non minore forza, nei tragici avvenimenti di questi mesi, avrebbe una coscienza di sé che fosse stata costruita su di una solida “coscienza di classe o di gruppo” che rendesse tetragoni a fronte delle situazioni difficili che la “crisi” dispiega nel suo irrefrenabile avanzare. Non se ne viene fuori dalla “crisi” se non con i numeri allarmanti dell’oggi solo perché la politica, quella delle idee e delle idealità, non è più “possibile,(…), in un mondo di meri consumatori, di clienti”. Dei fatti tragici che le cronache continuano a porre drammaticamente alle nostre coscienze ne ha scritto sul quotidiano la Repubblica lo psicoanalista Massimo Recalcati col titolo Lo specchio della vita. Di seguito lo trascrivo in parte.

(…). L'immagine di sé non è l'immagine che restituisce lo specchio ma quella che restituisce il corpo sociale, le persone che amiamo e che stimiamo; lo specchio che conta è lo specchio che ci restituisce la dignità del nostro essere uomini. Coloro che decidono per il suicidio sono uomini che hanno perduto la loro immagine, che hanno incontrato uno specchio in frantumi. Non possono più riconoscersi in nulla. Sono stati spogliati della loro stessa immagine perché hanno perduto la possibilità del lavoro come possibilità che umanizza e assegna valore alla vita. Il suicidio è il tentavo disperato di trovare una dignità smarrita. (…). Non solo di pane vive l'uomo, recita, com'è noto, la celebre massima evangelica. Gli psicoanalisti non sono certo i soli a verificarne la verità: la vita umana non si realizza solo attraverso l'appagamento dei bisogni primari, naturali, istintuali. La vita si umanizza attraverso l'acquisizione di una dignità simbolica che la rende unica e insostituibile. La vita si umanizza attraverso il suo essere riconosciuta dalla propria famiglia e dal corpo sociale di appartenenza. Di fronte alla tragedia dei suicidi causati dalla perdita del lavoro, da fallimenti professionali o dall'angoscia di non riuscire a sopportare l'aumento continuo dei debiti e l'onda sismica della crisi economica che stiamo vivendo, torna alla mente la potenza della massima evangelica. Non perché il pane non abbia importanza. E chi potrebbe negarlo, soprattutto in tempi di crisi, dove la stessa sopravvivenza degli individui e delle loro famiglie è messa a repentaglio? Eppure il dramma del suicidio è propriamente umano - e solo umano - perché in gioco non c'è solo il pane. La mancanza del pane può generare indignazione, lotta, contrasto, rivendicazione legittima di giustizia sociale, anche disperazione, frustrazione, scoramento. Ma non è la mancanza del pane in sé che può condurre una vita alla decisione di uscire dal mondo. Cosa motiva davvero i suicidi che riempiono drammaticamente le cronache di questi mesi? Marx aveva assolutamente ragione a rifiutarsi di considerare il lavoro un mero mezzo di sostentamento. Egli pensava che l'uomo trovasse in esso non solo il mezzo per guadagnare il pane necessario, ma anche e soprattutto la possibilità di dare senso alla propria vita, di renderla diversa da quella dell'animale, di renderla umana. È il lavoro che dà una forma al mondo, che trasforma la materia, che realizza impresa, costruzione, progetto, che sa generare futuro. È ciò che portava Marx a conferire al lavoro umano una dignità fondamentale. Per questa ragione il lavoro non è innanzitutto fonte di alienazione, ma possibilità di realizzazione della vita come umana. Non è ciò che deruba la vita ma ciò che la costituisce. Eppure abbiamo conosciuto stagioni culturali dove il lavoro in quanto tale - e non la sua espropriazione capitalista secondo la tesi classica di Marx - veniva rigettato come fonte di alienazione e di abbrutimento della vita. Parlo ovviamente del lavoro e non delle sue condizioni materiali che possono effettivamente animalizzare la vita, insultarla, sfruttarla barbaramente. La tesi del lavoro contrapposto alla vita e non come condizione della sua umanizzazione attraversa un certa ideologia marcusiana che ha condizionato il movimento del '68 e che è giunta sino a noi attraverso gli anni Settanta. L'umanità dell'uomo non si esprime attraverso il lavoro ma nel tempo della vita sottratto al lavoro. Il culto del tempo libero dall'oppressione del lavoro avvia una nuova retorica, assai pericolosa, che finisce oggi - come aveva indicato con chiaroveggenza il liberale-conservatore Jacques Lacan - per colludere fatalmente con l'iperedonismo di cui si nutre il capitalismo occidentale: il lavoro è solo un limite, un peso, un'afflizione, un male. Meglio liberarsene, meglio fare soldi per altre vie, più rapide e meno faticose. Meglio seguire la "via breve" di un'economia di carta, finanziaria, speculativa, che non passare dalla "via lunga"e irta di ostacoli come quella del lavoro. L'ideologia della liberazione del desiderio conduce dritta dritta verso il rifiuto cieco del lavoro come forma di abbrutimento dell'uomo. (…). Il rifiuto ideologico del lavoro come luogo di mortificazione della vita contrasta oggi in tutta evidenza con la disperata esigenza del suo diritto, della possibilità che vi sia e che si dia lavoro. Mentre nel tempo che ha preceduto la crisi il lavoro era descritto come un peso, l'esplosione della crisi rivela la centralità del lavoro nel processo di umanizzazione della vita. Oggi le persone si ammazzano non per liberarsi dal lavoro, ma per rivendicare - seppure in modo distruttivo - la loro dignità di uomini, per poter realizzare la propria essenza umana attraverso il lavoro. È questo - il diritto al lavoro - il solo specchio anti-suicidio efficace.

venerdì 18 maggio 2012

Capitalismoedemocrazia. 24 La fine della civiltà capitalistica?


L’interrogativo del titolo è mio. Ha scritto Alfredo Reichlin sul quotidiano l’Unità, in un pezzo che ha per titolo Il compito della sinistra: (…). Il capitalismo, dopotutto, è stato una civiltà, si è retto anche su un compromesso sociale. Certo, è stato lo sfruttamento del lavoro ma, insieme con esso, la formazione della società del benessere. È stato la più grande macchina per la ricchezza che ha consentito in due secoli di fare molto di più che nei ventimila anni precedenti. Questo è stato, con tutte le sue ingiustizie ma anche le sue conquiste di libertà. Adesso siamo di fronte a un’altra cosa. Siamo alla crisi di questa civiltà: la civiltà del lavoro umano e della valorizzazione delle capacità creative dell’imprenditore. Siamo alla riduzione della ricchezza al denaro. Ma un denaro fasullo fatto col denaro. Siamo al fatto che il mondo è stato inondato da una moneta fittizia la cui massa è ormai diventata tale da superare di nove volte la produzione della ricchezza mondiale. Chi paga? Devo ripeterlo perché è proprio così: l’economia di carta si sta mangiando l’economia reale. (…). Fine della lunga citazione. Che mi serve come “necssario” prologo alla interessante riflessione che Massimo Giannini ha pubblicato sul quotidiano la Repubblica del 27 di febbraio 2012 col titolo La fine della civiltà capitalistica, che di seguito trascrivo in parte. Sostiene l’economista Jean Paul Fitoussi che “lo scandalo del capitalismo sta nella mondializzazione della povertà, perfino nei Paesi più ricchi. E ancora di più in quel circolo di illegalità insostenibile nei Paesi democratici”. Quindi, “povertà” e “illegalità insostenibile”. Un binomio inscindibile. Laddove dilaghi la “povertà” è l’”illegalità insostenibile” a divenire costume diffuso del vivere. Era scritto nelle cose. La fuga continua del capitale finanziario dai luoghi della Terra nei quali i diritti del lavoro erano stati faticosamente conquistati e si erano storicamente radicati e diffusi, erroneamente etichettata come “delocalizzazione”, per il massimo del tornaconto del capitale, è stata la miopia epocale ed il segnale allarmante, ma non debitamente considerato e valutato, che alla base della rampante, vorace attività finanziaria globale era scritto l’imperativo unico ed assoluto della ricerca del “tutto e subito”, senza neppure l’ombra di una responsabilità sociale del capitale, senza un’etica della equità e della riduzione delle enormi, vergognose differenze sociali che quell’azione avrebbe inevitabilmente innescato. Quale modello di economia andrà a sostituire il capitalismo del “denaro fasullo fatto col denaro”? Aspettando gli eventi.

(…). Per capire il fenomeno capitalistico non basta più una sola dimensione, l'economia. Servono invece tutte le dimensioni del vivere: filosofia e politica, scienza e religione. Perché dal XII secolo in poi, tutte le sfere della società occidentale ricevono l'impronta del capitale, che le marchia a fuoco. (…). …il capitalismo, per questa parte di mondo, è molto più che un sistema di governo (o "sgoverno"?) dell'economia. Molto più del mercato, della libera competizione, del conflitto tra le forze concorrenti. Molto più della stessa democrazia. È una vera e propria forma di "civilizzazione". Può sembrare un'ovvietà, mutuata magari proprio dalla valutazione "quantitativa" di Bloch, quando scrive che "tutte le fasi più lunghe della storia si chiamano civilizzazioni". Otto secoli filati di egemonia capitalista sono abbastanza, per confortare questa teoria. Ma è sul piano "qualitativo" che l'operazione si fa più audace e suggestiva. Riconoscere fino in fondo l'equazione capitalismo=civiltà ha implicazioni illuminanti, e soprattutto inquietanti, nella rilettura della vicenda umana che ci porta alla cosiddetta "modernità". (…). Ai suoi albori, il pre-capitalismo è una versione basica dell'economia di mercato: vendere per comprare, scambiando per soddisfare i bisogni di sostentamento e di consumo. Poi muta, si sofistica: comprare per vendere, trasformando il denaro in merce e ritrasformando la merce in denaro. Così l'economia di mercato diventa circolazione capitalista. La nuova "civiltà" non è più ottimale soddisfazione dei bisogni individuali e collettivi, ma perseguimento e accumulazione del massimo dei profitti. (…). …la metamorfosi comincia molto prima di quanto si pensi. Almeno cinque secoli in anticipo, rispetto alla Rivoluzione Industriale. Già nella Venezia dei borghesi del 1200, come poi nell'Olanda dei mercanti, la "potenza" del capitale contiene in nuce l'embrione delle sue evoluzioni/involuzioni successive. Un filo rosso (o nero, fate voi) unisce quei primordi al meglio e al peggio dei secoli a venire. C'è "potenza" (la prima "leva") nei Padri Pellegrini che nel 1620 sbarcano con il Mayflower nel Nuovo Mondo, propiziando il primo Boston Tea Party del 1773 e la Dichiarazione d'Indipendenza del 4 luglio del 1776. C'è "potenza" nella Rivoluzione Francese e nella Dichiarazione dei Diritti del 1789. La "scoperta" dei diritti genera democrazia, la democrazia genera libertà, la libertà genera "accumulazione". Questa "leva" (la seconda) getta le basi per le future tragedie novecentesche. La società massificata, nei consumi e nei costumi, è alla radice dei fascismi europei. (…). Anche in Urss, in quell'abisso di Terrore, la logica del capitalismo "era in agguato", e il socialismo occultamente e inconsciamente era assoggettato a una logica dell'industrializzazione tecnicamente imposta dal capitalismo occidentale. (…). La storia del capitalismo, (…), è anche storia di commerci di rapina, di guerre sanguinose, conquiste coloniali, schiavitù e sfruttamento. Spinta dalla "potenza", giustificata dalla "religione" (scrive Max Weber che "il capitalismo è una pratica religiosa di vita") e accelerata dalla "scienza" e dall'innovazione tecnica e tecnologica, l'"accumulazione" ad ogni costo permea le menti individuali e i comportamenti collettivi. Così il capitalismo storico genera dentro se stesso la barbarie e la violenza. Fino al nazismo e all'Olocausto. Fino alle mafie e alle criminalità organizzate. Più banalmente, il capitalismo contemporaneo compie l'ultima mutazione, e si fa "inciviltà". Sconfitte le avventure totalitarie, "domina oggi un mondo diviso tra sprechi di ricchi e privazioni di poveri, un'etica cieca del profitto acuisce il conflitto tra capitale e lavoro, e non colmerà l'abisso tra la sazietà e la fame". (…). Weber si sbagliava, quando immaginava che la "brama immoderata" non fosse l'essenza del capitalismo, e sognava che quest'ultimo ne fosse il "razionale temperamento". "Greed is good", è il motto di Wall Street, mentre a Main Street si soffre e di piange. "Solo la forza della democrazia può imporre limiti all'avidità di oligarchie affariste e promuovere una crescita più equa". Verissimo. Ma oggi c'è un problema, gigantesco: le democrazie per il popolo hanno lasciato il campo alle tecnocrazie senza popolo. E il vero scontro di civiltà, ormai, non è più tra Islam e Occidente, e nemmeno più tra politica ed economia. È tra economia e democrazia. (…). Per Francis Fukuyama la crisi del comunismo coincise con la fine della storia. Da quel saggio famoso, uscito nel 1992, le cose sono andate un po' diversamente. Oggi, con un criterio valutativo uguale e contrario, possiamo azzardare che la crisi del capitalismo coincide con la fine di una civiltà? Non so dirlo. Ma so che il capitalismo finanziario di questi anni (per parafrasare i Balcani di Churchill) consuma molta più storia di quanta ne produce. Così non può reggere. Fosse vivo, lo direbbe anche Schumpeter.

mercoledì 16 maggio 2012

Cosecosì. 18 Le fortune di Rosie, di Guari, di Mike e di Ken.


A fianco. L'arte figurativa di Giovanni Torres La Torre.
 
Ha scritto il professor Umberto Galimberti nella Sua corrispondenza che ha per titolo La deformazione allucinatoria della realtà, corrispondenza pubblicata sul settimanale “D” del quotidiano la Repubblica: Scriveva Einstein a proposito della crisi del 1929: "Non pretendere che le cose cambino continuando a fare le cose che facevi prima". (…). …Freud definisce il sogno come "un appagamento allucinatorio di un desiderio" non solo erotico, ma anche di autoaffermazione e di successo. Quello che è interessante è quell'aggettivo "allucinatorio", che, in un breve saggio del 1907 che ha per titolo Il poeta e la fantasia, Freud riconduce a "una deformazione della realtà". E in che modo noi occidentali abbiamo deformato la realtà nel tentativo di realizzare i nostri sogni, fino a trovarci in questa "allucinante" crisi economica (…)? A mio parere la spiegazione va cercata nel fatto che abbiamo capovolto il rapporto che esiste tra i mezzi e i fini. Ai tempi di Freud (…), (…), il denaro era un "mezzo" per soddisfare quei "fini" che sono la produzione dei beni e la soddisfazione dei bisogni. Oggi il denaro è diventato il primo e supremo fine, per realizzare il quale si vedrà se soddisfare i bisogni e in qual misura produrre i beni. Bisogni e beni, da fini quali erano, sono diventati "mezzi" per realizzare quel "fine" che è l'accumulo di denaro. In ciò consiste il tratto "allucinatorio" di una palese "deformazione della realtà". Ne è prova il fatto che noi occidentali, dopo aver soddisfatto fondamentalmente tutti i nostri bisogni primari, oggi peraltro messi paurosamente a rischio dalla crisi, abbiamo incanalato la produzione non solo in ordine ai beni, ma soprattutto in ordine ai bisogni, perché se il denaro si accumula attraverso il consumo, e di certi beni non si sente il bisogno, occorre, come nel caso della pubblicità, che questo bisogno sia "prodotto". Seconda "deformazione della realtà". In questa corsa "allucinatoria" che chiamiamo "crescita", Freud continua ad aver ragione, (…) perché abbiamo "deformato la realtà". Ma nella sua profezia c'è anche l'indicazione della via da seguire per uscire dalla crisi, se appena ci rendiamo conto che la realtà non è quella che abbiamo "deformato". Sembrano scontate, se non ovvie, alla luce della terribile realtà creata dalla “crisi” in atto, le dotte argomentazioni del professor Galimberti. Ma proprio perché la realtà è sempre più avanti, e spesso di molto, rispetto alle cose che si possano immaginare, anche le più sfrenate, mi è sembrato opportuno trascrivere di seguito, in parte, l’altrettanto interessante corrispondenza di Vittorio Zucconi da quel mondo che il navigato opinionista definisce Hotel America. Titolo della Sua corrispondenza Chi vuol essere inventore milionario? Sembra incredibile come la dabbenaggine degli umani possa contribuire al verificarsi delle cose le più incredibili. Di seguito si leggeranno le mirabolanti storie di inventori dell’inutile reso necessario da quella che il dotto professore ha definito come “deformazione allucinatoria della realtà”. Non senza una ragione. Saranno esse, quelle mirabolanti storielle, giustamente ricordate come storie di allucinanti deformazioni del vivere ma anche di arricchimenti indecorosi all’epoca della grande “crisi” poiché, in barba all’insegnamento del grande Freud -  "non pretendere che le cose cambino continuando a fare le cose che facevi prima" -, nonostante tutto si continua nello sperpero più assoluto ed indecoroso che si possa pensare. Come se nulla fosse. E degli umani “scemi”?

(…). Rosie Di Lullio, (…). È una donna che semplicemente ama i cani. Per anni aveva tentato di convincere il suo labrador cioccolato a non mettere il muso fuori dal finestrino, come tutti i cani adorano fare per annusare i milioni di odori che solleticano il loro naso. Piacere pericolosissimo, questo, perché espone i loro occhi alla polvere, al pietrisco aguzzo sparato dai camion, ai raggi ultravioletti del sole. Con qualche soldo risparmiato, senza prestiti né finanziatori, Rosie si fece produrre da una fabbrica di occhiali il prototipo di occhialoni di protezione con elastico e finiture di gomma morbida, come porta Snoopy quando s'immagina di duellare in cielo con il Barone Rosso. La sua società ha incassato, nel 2011, 3 milioni di dollari.

Gauri Nanda, una studentessa del celebrato Mit, il politecnico del Massachussets, era semplicemente pigra e amava dormicchiare dopo il trillo della sveglia. Quando l'arnese suonava, premeva il tasto "snooze", appunto sonnecchia, per qualche minuto ancora, e arrivava regolarmente tardi alle lezioni. Da brava futura ingegnera, Gauri ebbe un'idea: perché non sfruttare la sua preparazione nel progettare robot e applicarla alla sveglia? Con pezzi di plastica, chip e piccoli display trovati in giro, produsse una sveglia su ruote da appoggiare a fianco del letto. Quando suona, e lei, pigrona, pigia il bottone "sonnecchia", il robot si muove, scappa, viaggia per la stanza e riprende a squillare. L'unico modo per zittirlo è alzarsi e inseguirlo. Al quel punto, il più è fatto. "Clocky", così chiama, è venduto in 45 nazioni, produce 10 milioni di dollari annui e ha già generato un erede, "Tocky", che salta giù dal comodino e gironzola suonando.

Quando aveva 13 anni e tentava invano di mangiare una pizza, Mike Miller aveva perso la pazienza con la forchetta con la quale non riusciva a tagliare la crosta. Pensa e ripensa, decise di tentare una soluzione con un amico che conosceva un fabbro. Si fece prestare dal nonno 10mila dollari e ne uscì "Knork", da knife coltello e fork, forchetta, insomma un "forchello" o una "coltetta", anche se questa formulazione suona molto male. Fatturato annuo: 2 milioni di dollari.

La fortuna di Ken fu invece il tacchino. Una lite in famiglia, tra parenti, proprio nel giorno della pace e della serenità, il Ringraziamento, ispirò Ken Ahroni. Quando venne il momento di spezzare l'osso dei desideri a forma di forcella che sta nel petto del pollastrone, scoppiò la rissa, con pianti, grida e devastazione delle spirito festoso. Poiché non si possono certo comperare e cuocere tanti tacchini per quante paia di ospiti ci sono, avendo la povera bestia un solo osso a forcella, Ken ebbe l'idea di produrre finte ossa di plastica a forma di "Y" per permettere il gioco del desiderio a volontà, senza ogni volta dover massacrare un tacchino o un cappone. Ne sta vendendo a secchiate e incassa 4 milioni di dollari.

Naturalmente, dopo avere letto di questi grandi successi di piccoli inventori che traducono un'idea in pacchi di soldi e in aziendine di successo, resta sospeso un dilemma irrisolto. Sono geni loro, o sono scemi quelli che comperano le loro invenzioni?