"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

mercoledì 18 aprile 2012

Sfogliature. 2 … Shelley diceva così.


A fianco. L'arte figurativa di Giovanni Torres La torre.
 
Sfogliature è, come si è detto, “sostantivizzare” la pratica dello sfogliare. Nel caso, lo sfogliare quel grande, fronzuto albero che è stato questo blog quando “viveva”, esso, su di un’altra piattaforma della rete. Sfogliatura; che richiama una pratica propria della antica civiltà agricola, di sfrondare e, come da dizionario, “sfogliare un albero, un ramo e sim.| Sfogliatura del gelso, per alimentare i bachi da seta | Sfogliatura della vite, per soleggiare i grappoli” – per una alimentazione che sia di ben altra natura. ed andando, “giù per li rami” di quell’immenso arboreo “edificio”, raccogliere di volta in volta le foglie ancor verdi, per cibarsene. Ma d’altro. E così, di ramo in ramo, a quella che potremmo definire la pagina settecentotrentaquattro - 734 - di quell’immenso albero, si raccoglie il post del venerdì 4 di novembre dell’anno 2005 che portava per titolo “… Shelley diceva così”, primo post di una rubrichetta che menava vanto di cantare del “Mal d’Italia”. Lo trascrivo  utilizzando il semplice corsivo, senza il grassetto, per le mie parti scritte a quel tempo.

Avvio una nuova rubrichetta senza tante pretese. Annuncio di già di utilizzare per essa una sola fonte bibliografica, ovvero la recentissima pubblicazione “Il paese del pressappoco” di Raffaele Simone. Per quale motivo una scelta così limitata? La risposta è molto semplice. Da tantissime recensioni il lavoro di Raffaele Simone è stato presentato come un lavoro quasi “minore”, un “pamphlet” per l’appunto, così come lo stesso Simone lo definisce a conclusione della sua fatica nelle rituali pagine “Fonti e ringraziamenti”. Un lavoro quindi non accademico, non paludato, come tanta saggistica corrente che ha la pretesa di affrontare i “massimi sistemi” senza trasmettere il resto di niente; ed invece si è rivelato un libro intanto di facile e scorrevole lettura, ma soprattutto un libro nel quale ci si può ritrovare e che è capace di trasmettere sensazioni e percezioni del vivere all’italiana ben difficilmente rintracciabili in altri lavori similari. Scopo della rubrichetta non tanto nascosto? Provare a condividere o socializzare, come un tempo andato si soleva dire,  del libro di Raffaele Simone, i passi che più mi hanno colpito, quelli indubbiamente subito accettati e condivisi, e la cui scelta e responsabilità della stessa è da fare risalire esclusivamente alle “fisime” del redattore, alle sue idiosincrasie, alle sue personali esigenze ed inclinazioni, ché indubbiamente anche altri passi, altri brani o altre intiere pagine avrebbero meritato la stessa massima considerazione e la loro subitanea trascrizione. Ma il vantaggio di chi legge per il piacere sempre smodato della lettura risiede proprio nella libertà che ci si può concedere poi di riproporre le pagine o paginette che al momento della lettura, e senza una ulteriore fase di ripensamento, sono state come un fulmine a ciel sereno ed in altri taluni casi come un “pugno nello stomaco”; ed è il caso delle parti del lavoro di Raffaele Simone che verranno riproposte in questa rubrichetta. Susciteranno le stesse sensazioni e percezioni che sono state capaci di suscitare nell’intrepido lettore divenuto in seguito improvvido redattore delle stesse? Probabilmente dalla natura e dalla quantità dei commenti che i lettori, si spera, lasceranno traccia sarà possibile scoprire, o riscoprire, il tumulto di sentimenti che lo scrivere di Raffaele Simone sarà stato capace di sollecitare ed indurre nel corso della primaria lettura. Dimenticavo il sottotitolo del volume: “Illazioni sull’Italia che non va”. Solamente illazioni, o qualcosa d’altro? Anche il titolo della rubrichetta è stato mutuato, e “liftato” per la bisogna,  dal volume di Raffaele Simone, all’interno del quale titola il capitolo ventiduesimo “Il male d’Italia” per l’appunto.

“(…). …Shelley diceva così: - Ci sono due Italie: una costituita dalla terra verde, dal mare trasparente, dalle possenti rovine dei templi antichi, dalle montagne aeree e dall’atmosfera calma e radiosa che è diffusa in tutte le cose. L’altra consiste negli italiani di oggi, nelle loro opere e nei loro costumi. L’una è la più sublime e leggiadra visione che possa essere concepita dall’immaginazione umana; l’altra la più degradata, disgustosa e odiosa. (…) -”.

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