"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

venerdì 30 marzo 2012

Capitalismoedemocrazia. 16 «Marx aveva capito tutto. Vince l'avidità economica»



Mi è ripassato per le mani un ritaglio dal quotidiano l’Unità del 27 di gennaio 2012 che riporta una intervista di Bruno Gravagnuolo al professor Giorgio Ruffolo, intervista che ha per titolo «Marx aveva capito tutto. Vince l'avidità economica», che di seguito trascrivo in parte. C’è un gran parlare dei danni sociali che la crisi innesca travolgendo la vita di milioni di uomini e donne, giovani soprattutto ma anche meno giovani ancora desiderosi di misurarsi con il lavoro e le professioni. Ed in questo spaccato del tempo emergono le tragiche notizie di cronaca di esseri umani che, travolti da quell’onda distruttiva, si determinano a sopprimere la propria vita. Poiché il messaggio oramai ben chiaro che viene dalla crisi è che i più deboli, i perdenti, siano lasciati soli ad affrontare una lotta impari con gli esiti finali in verità già scontati. È su quest’aspetto che andrebbe appuntata l’attenzione dei responsabili della cosa pubblica: la crisi mette in pericolo l’equilibrio psico-fisico delle generazioni più giovani, con gravissime ricadute anche sugli scenari futuri del bel paese quando, e lo si spera al più presto, da questa crisi bisognerà pur venirne fuori. Ma bruciare sogni e speranze vuol dire fare sprofondare una intera giovane generazione nella più assoluta crisi identitaria che si possa immaginare e che non potrà non avere ripercussioni oltremodo negative per quello sforzo di ripresa che si spera si avvicini nel più breve tempo possibile. Se «vince l'avidità economica» duro sarà per gli uomini e le donne di questo tempo ritrovare quella fiducia nella democrazia e nelle sue istituzioni che è necessario porre come obiettivo primo da salvaguardare. Nuovi, inattesi scenari si aprono invece per le giovani generazioni, che non sono dei più apprezzabili e promettenti. Ne scriveva sul Guardian nell’anno 2010 il filosofo Slavoj Zizek, e non si era ancora precipitati nell’occhio più profondo della crisi: “(…). Dopo decenni di speranza sostenuta dallo Stato sociale, durante i quali i tagli finanziari venivano spacciati per temporanei, e compensati dalla promessa che le cose sarebbero presto tornate alla normalità, stiamo entrando in una nuova epoca nella quale la crisi – o, meglio, una specie di stato economico d’emergenza, con il relativo bisogno di misure d’austerità d’ogni tipo (tagli dei sussidi, riduzione dei servizi sanitari e scolastici, maggiore precarietà dei posti di lavoro) – si è fatta permanente. La crisi sta diventando uno stile di vita”. È questa la condizione che dovrebbe destare la preoccupazione maggiore e che induce alla paura per il tempo a venire. Altri scenari al momento non sono previsti.

«Ci vogliono riforme profonde, rivoluzionarie, per tirarsi fuori da questa crisi. Che ha un nome ben preciso: crisi del capitalismo manageriale monetario». (…).
Ruffolo, tutti parlano di crisi del capitalismo, dall’Economist a Tremonti, passando per una selva di economisti. Però le politiche sono sempre quelle: rigore e correttivi finanziari. Dunque solo geremie moralistiche? «Attenzione, c’è una crisi di legittimazione e di consenso sociale. Sicché anche l’aspetto etico conta, come un tempo nelle dispute tra gli avversari cristiani del capitalismo avido e i suoi apologeti settecenteschi. Il punto è che l’avidità economica fine a se stessa ha preso oggi il sopravvento. Ma senza mostrare i benefici della prosperità, come nel capitalismo industriale di un tempo, e nel capitalismo manageriale successivo....».
Un’inversione mezzi -fini. È questo che è accaduto? «Esatto. Prima la finanza convogliava i risparmi verso gli investimenti. Con l’avvento del terzo capitalismo, quello monetario, la finanza si rivolge a sé stessa, cresce e scommette su di sé. E il circuito risparmi-investimenti si capovolge in impieghi speculativi. Un circolo vizioso, che penalizza la produzione, crea impoverimento e genera fenomeni simili alla grande depressione del 1929. Con una fondamentale differenza...».
Quale? «Allora la crisi fu causata dalla sfasatura tra sovrapproduzione e sottoconsumo. Con crollo dei titoli azionari, aumento dei prezzi e inflazione. Oggi, ad accendere la miccia è stata l’inflazione finanziaria. Cioè l’aumento della liquidità totale, comprensiva di moneta e titoli. Nel 2007 tale ammontare di liquidità eccedeva di ben 12 volte il Pnl mondiale! Non sono aumentati i prezzi dei beni, bensì i prezzi dei titoli, sopravvalutati all’eccesso. Fino allo scoppio finale della bolla negli Usa».
Si è inventata e venduta ricchezza per accorgersi che non c’era? «Già. In passato l’aumento dei prezzi frenava la domanda, ristabilendo un possibile equilibrio tra massa di prodotti e prezzi. L’inflazione era una spia. Con la finanza globale tutto è molto più pericoloso. Perché quando il prezzo dei titoli cresce, pompato dalle agenzie di rating e dalle banche, la gente acquista in massa titoli sul nulla. Titoli sorretti da credito al consumo e mutui, dunque da debiti. Che vengono rinnovati e crescono. Fino all’impossibilità di onorarli e al crollo, annunciato da vendite al ribasso che travolgono tutti: risparmiatori, imprese e proprietari di case ipotecate. Altro che distruzione creatrice!».
Colpa del capitalismo liberista giunto all’acme finanziario, o anche di welfare states troppo indebitati? «La colpa è stata delle disuguaglianze, alimentate da un capitalismo che per ricostruire i suoi margini di profitto s’è liberato di lacci e lacciuoli. Ristrutturandosi, e comprimendo salari e occupazione. E così, dopo gli anni 70, invece di redistribuire senza sprechi e rilanciare gli investimenti, si è scelta la strada dell’indebitamento pubblico e privato. Per ricostruire la domanda e sostenerla. La conseguenza è stata il debito sovrano incontrollato. E il ruolo egemone della finanza mondiale nel valutarlo e gestirlo».
Un certo Marx lo aveva detto: a un certo punto il capitalismo si indebita, invoca la finanza e vi si mescola. E scarica tutto sulle spalle dello stato... «Marx aveva capito quasi tutto. Incluso il passaggio dal capitalismo industriale e manageriale, a quello finanziario, con le sue logiche autodistruttive. Aggiungerei un certo Braudel, che parla di autunno del capitalismo nella fase finanziaria». (…).

martedì 27 marzo 2012

Capitalismoedemocrazia. 15 La politica senza qualità.

A fianco. L'arte figurativa di Giovanni Torres La Torre.

La politica senza qualità è il titolo di una attenta riflessione del filosofo, storico e sociologo tedesco Jurgen Habermas, riflessione pubblicata sul quotidiano la Repubblica del 12 di aprile dell’anno 2011, che di seguito trascrivo in parte. Oggigiorno è un gran dibattere, allarmato, attorno a questa politica al momento posta in una condizione di esclusione (?) dalla conduzione della cosa pubblica. È che la politica, massimamente nel bel paese, si è rivelata essere in ritardo, se non indietro assai, culturalmente, nella prassi e nell’etica, nei confronti delle problematiche nuove che la crisi del capitalismo finanziario le ha rovesciato addosso. È pur vero che non in tutti i luoghi essa, la politica, si sia fatta trovare del tutto impreparata e colpevolmente disposta ad ignorare l’avvicinarsi delle nubi nere della recessione, pur di non dover assumere impegni ed oneri che comportassero un grave prezzo in chiave elettorale; così come è pur vero che la politica senza qualità di Habermas ha rinunciato da un bel pezzo a svolgere una qualsivoglia azione pedagogica preferendo invece di uniformare, per utilizzare la straordinaria intuizione del Nostro, il suo agire all'imperativo di trovarsi in sintonia con gli umori del pubblico, rinunciando di fatto a rendere la democrazia quella occasione unica, impegnativa, il più delle volte di difficile gestione, durante la quale le tornate elettorali possano acquisire il significato vero e pieno, solamente per una vera democrazia, di una compartecipazione (…) in relazione ad opinioni articolate pubblicamente, formatesi attraverso la comunicazione e lo scambio di informazioni, motivazioni e posizioni pertinenti ai singoli temi. Di tutto ciò si è persa la traccia. È da tempo immemore che diserto i talk show della televisione pubblica e delle televisioni private; ogni qualvolta abbia dedicato il mio tempo ad essi, mi sono ritrovato nella condizione disdicevole, ed umiliante al contempo, di essere considerato quel dodicenne non troppo sveglio al quale sia possibile somministrare impunemente, metodicamente, mitridatizzandolo convenientemente, con il sottile veleno del disimpegno e dell’antipolitica, un impasto di opinioni ridotte a una specie di poltiglia, tanto che anche l'ultimo dei telespettatori perde ogni speranza di trovare tra i temi politici qualche motivazione che conti veramente. E così è sempre più facile, per “la politica senza qualità”, occupare il potere, dettare i temi ed i tempi del vivere comune. Ecco: la crisi offre l’opportunità di riflettere anche su questi aspetti che non sono affatto secondari, come potrebbe sembrare al confronto con il tema del micidiale attacco alla stato sociale, poiché da una “politica senza qualità” non possono che sortire affanni e danni sempre più grandi e non sanabili. Poiché la crisi ha posto ciascuno di noi, nella nostra consapevolezza di cittadini che siano riflessivi, nella condizione difficile espressa da Zygmunt Bauman – “Lo spettro dell’indignazione” Micromega n° 8/2011 pag. 180 – in questi termini: “(…). Il potere e la politica vivono e agiscono separatamente l’uno dall’altra e il loro divorzio è dietro l’angolo. Da una parte, il potere vagabonda liberamente nelle distese globali, terre di nessuno, libero da ogni controllo politico e con piena libertà di selezionare i propri target; dall’altra, c’è la politica, privata e deprivata di tutti o quasi i suoi poteri, dei muscoli e dei denti. Tutti noi, individui per decreto del destino, sembriamo abbandonati alle nostre risorse individuali, certamente inadeguate rispetto ai grandi compiti che già dobbiamo affrontare e agli ancor più terrificanti compiti a cui sospettiamo di essere esposti fino a quando non verrà trovato il modo di rispondervi. Alla base di tutte le crisi di cui abbondano i nostri tempi c’è la crisi delle agenzie e degli strumenti efficaci di azione. Da qui, l’intensa sensazione di essere sati condannati alla solitudine di fronte a pericoli comuni. (…)”. Ma esiste un dato che è umano e politico assieme: che di fronte a quella “solitudine di fronte a pericoli comuni” a sentirsi sempre più soli sono e saranno, e per sempre, gli strati sociali sui quali si è riversato il rigore di questa crisi che si suol definire epocale. Falso, falsissimo; in tutte le epoche si è fatto sempre così. Di epocale non c’è proprio un bel nulla. L’avidità della Storia di ripete immutata ed immutabile.

(…). Le crisi - finanziaria, del debito e dell'euro - hanno fatto emergere in piena luce i difetti strutturali di una vasta area economico-monetaria priva degli strumenti per l'attuazione di una politica economica comune. I capi di governo sono giunti alla decisione di compilare, ciascuno per il proprio Paese, un catalogo di misure attinenti alle rispettive politiche finanziarie, economiche, sociali e salariali che di fatto sarebbero di competenza dei parlamenti nazionali (o delle parti sociali). (…) …i parlamenti nazionali - e se del caso i sindacati - si sentono inevitabilmente ridotti al ruolo di semplici esecutori, chiamati a dare il loro assenso a decisioni prese altrove: un sospetto che non può non minare alla base ogni credibilità democratica. (…). Indubbiamente, oggi la politica in generale sembra degenerare verso una condizione che è quella della rinuncia a guardare al futuro con una volontà costruttiva. La crescente complessità delle materie da regolamentare costringe i politici a reazioni di breve respiro, entro spazi di manovra sempre più ristretti. Come se avessero fatta propria l'ottica disvelatrice della teoria dei sistemi, si attengono impudicamente al copione opportunistico di un pragmatismo del potere, guidato dalle rilevazioni demoscopiche e ormai svincolato da qualsiasi obbligo normativo. Alla base di tutto ciò si delinea un'idea della democrazia che il New York Times, dopo la rielezione di George W. Bush, ha bollato col termine di post-truth democracy. Nella misura in cui la politica condiziona tutto il suo agire all'imperativo di trovarsi in sintonia con gli umori del pubblico, rincorrendoli da un'elezione all'altra, la prassi democratica perde il suo significato. Il senso del voto democratico non è quello di fotografare la gamma delle opinioni quali si manifestano allo stato brado, bensì di riflettere il risultato di un processo pubblico di formazione dell'opinione. Il voto espresso nella cabina elettorale acquista il peso istituzionale di una compartecipazione democratica solo in relazione ad opinioni articolate pubblicamente, formatesi attraverso la comunicazione e lo scambio di informazioni, motivazioni e posizioni pertinenti ai singoli temi. I media non sono certo estranei alla deplorevole mutazione della politica. Se da un lato si inducono i politici a lasciarsi andare a esibizioni autoreferenziali di breve respiro, dall'altro i palinsesti subiscono il contagio della fretta che nasce dall'occasionalismo. Negli innumerevoli talk show, con i loro vivaci moderatori (e moderatrici) - sempre gli stessi - ammanniscono al pubblico un impasto di opinioni ridotte a una specie di poltiglia, tanto che anche l'ultimo dei telespettatori perde ogni speranza di trovare tra i temi politici qualche motivazione che conti veramente. Anche i media di maggior rilievo sono contaminati da un processo di crescente fusione tra le classi politica e mediatica - cosa di cui vanno addirittura fieri. (…). Forse le motivazioni che al momento sembrano mancare possono generarsi solo dal basso, dalla stessa società civile. Ma un movimento sociale per l'Europa non è nell'aria. In passato i politici dei vari governi federali si potevano definire in base a prospettive verificabili. Dal 2005 i contorni si sono fatti sempre più confusi. Non si riesce più a riconoscere un obiettivo, a capire quale sia la posta in gioco, al di là del prossimo successo elettorale. I cittadini si rendono conto che questa politica svuotata di contenuti normativi li sta defraudando. E questo deficit si esprime da un lato nella disaffezione verso la politica organizzata, e dall'altro in una nuova contestazione di base. (…).

venerdì 23 marzo 2012

Capitalismoedemocrazia. 14 La dittatura del presente.


A fianco. L'arte figurativa di Giovanni Torres La Torre.
 
Ha scritto magistralmente, a proposito del tempo degli uomini, Paolo Crepet nel Suo Non siamo capaci di ascoltarli : Parlare del tempo (…) è importante perché nella nostra vita è diventato una cosa rara e sconosciuta: più ne abbiamo a disposizione e meno sappiamo impiegarlo. È quindi necessario insegnare (…) che perdere tempo significa riempire di senso un agitarsi frastornato e vano. (…)…il tempo è luogo di comunicazione, transito di affetti, crocevia di emozioni; (…) …è silenzio, sguardo, ascolto; (…) …è regno dei sensi, dove tatto, gusto, manualità tornano a centrare un’esistenza distratta.  Il tempo è curiosità delle diversità, è immaginarle e riempirle di fantasia, è passaggio segreto di desideri. Ma anche solitudine, a volte disincanto. Così Paolo Crepet. Questo “perdere” il tempo ci è oramai negato. Ci è stato sottratto. Colpevolmente. Inconsapevolmente. Senza un qualcosa d’altro che sia o sappia essere di umano in cambio. È andato perduto il tempo della memoria e delle speranze; si è perduto il tempo dei progetti a lungo termine. È andato perduto il tempo proprio di una vita nel significato suo più pieno. La “crisi” ci porta a confrontarci con una realtà nuova mai prima vissuta, ove si avverte come una sospensione della progettualità della vita, soprattutto presso le giovani generazioni. È una fuga dal tempo della memoria e della speranza; è uno sprofondare in un tempo al quale sia stato “rubato il futuro”, per come afferma Marc Augé all’inizio della intervista concessa a Marino Niola – famoso antropologo  e docente presso l'Università degli studi "L'Orientale" di Napoli – pubblicata sul quotidiano la Repubblica col titolo “La dittatura del presente”. L’intervista, concessa in occasione della pubblicazione del volume di Marc Augé “Futuro” – Bollati Boringhieri (2012) pagg. 194 € 9,00 – è trascritta di seguito in parte.

«La crisi provocata dalla finanza ci ha rubato il futuro. Lo ha letteralmente seppellito sotto le paure del presente. Tocca a noi riprendercelo». (…).
Perché per la maggior parte delle persone l´avvenire è diventato un incubo più che una speranza? «Le cause sono molte, ma due mi sembrano decisive. L´accelerazione impressa alle nostre esistenze dalle nuove tecnologie e la crisi della finanza. Una miscela esplosiva che ha cambiato l´esperienza individuale e collettiva del tempo. Facendo dilagare l´incertezza, rendendo epidemico il timore di ciò che ci aspetta».
Trasformando insomma il futuro in un frutto avvelenato. «Intossicato da un´incertezza che accomuna tutti. I giovani temono di non trovare un lavoro, di non poter progettare il loro avvenire e si sentono bloccati in un eterno presente fatto di precarietà. I loro padri invece hanno paura di perdere la pensione, l´assistenza sociale, di finire in miseria».
Il risultato è che la vita sembra impallata in un immobilismo senza uscita. Senza progresso. «Senza più alcuna speranza di mobilità sociale. È questa la differenza con il passato. (…). Questo (la mobilità sociale n.d.r.) è stato possibile grazie alla scuola pubblica e all´istruzione di massa. Oggi non è più così».
Anche perché ormai la scuola riproduce le ineguaglianze, le conferma, non mira più a colmarle, a stemperarle. «Questo è vero per la scuola come per tutti gli altri dispositivi di formazione pubblica. (…). Così il corpo sociale è sempre più immobile, ciascuno chiuso nei propri quartieri, nelle proprie scuole, nelle proprie famiglie, con una tendenza quasi castale, premoderna».
Tipica di una civiltà che ha abolito i riti di passaggio, le tappe iniziatiche della vita, rendendo difficile costruirsi un avvenire. Così di fatto stazioniamo tutti in un perpetuo hic et nunc. «Effettivamente noi viviamo in una sorta d´ipertrofia del presente. Che è amplificata dai media, vecchi e nuovi. In un certo senso il nostro tempo non è più lineare ma circolare. Come quello delle società primitive, come quello del mondo contadino. Fondati sull´alternanza delle stagioni. E anche noi del resto viviamo di stagioni: sportive, scolastiche, politiche».
Un´esistenza ridotta a calendario. L´opposto del tempo storico, del progresso, del sol dell´avvenire. «È il contrario di quello che si pensa comunemente della civiltà tecnologica che sarebbe perennemente protesa verso l´innovazione. Invece siamo prigionieri di una sorta di eterno ritorno scandito non più dai rintocchi delle campane, ma dai palinsesti televisivi e dai ritmi della finanza globale. Viviamo più a lungo, ma iniziamo a vivere più tardi. Pensi alla rivoluzione francese. È stata fatta da persone che avevano poco più di vent´anni. Erano dei ragazzi ma cambiarono il corso della storia. Paradossalmente la vita più breve costringeva tutti a maturare più rapidamente».
Quindi la globalizzazione ha globalizzato anche il tempo? «Proprio così, oggi il tempo è diventato l´unità di misura di tutto, anche dello spazio. Non parliamo più in termini di distanza chilometrica ma di tempo di percorrenza. Tre ore di volo. Due di alta velocità. Quattro di autostrada. E i nostri riferimenti sono globali, non più nazionali. Città e non paesi. Si parla di New York, Mumbai, San Paolo, Parigi. L´insieme forma una nuova geografia, un´inedita territorialità virtuale. In questo senso la tecnologia e l´economia sono più veloci e potenti della politica. E la mettono nell´angolo».
Dai non luoghi ai non tempi. È il capitalismo finanziario globale che riscrive le coordinate della realtà. «Il capitalismo finanziario di fatto ha realizzato a suo modo l´ideale universalista del proletariato di una volta, il cosiddetto internazionalismo socialista».
Come dire, proprietari di tutto il mondo unitevi. «Ovviamente la finanza ha trasformato l´universalismo in globalismo, in economia multinazionale. Ecco perché le ineguaglianze sono aumentate nonostante l´ingresso di nuovi protagonisti sulla scena della storia».
È anche per questo che la politica è ormai ridotta a governance, a semplice gestione di consumi e servizi? «Sì e per giunta si tratta di cattiva gestione. È un´idea della politica da fine della storia. Con un certo modello di libero mercato e di democrazia che si mondializzano e diventano pensiero unico, non resta altro che assicurare il buon funzionamento del mercato. Così il mondo viene ridotto a un´unica immensa provincia. È l´ultimo atto di quel tramonto delle grandi narrazioni, filosofiche, politiche, nazionali, (…)».
Ma allora è tutto perduto o possiamo fare qualcosa per riprenderci il futuro? «A dispetto delle apparenze non tutto è perduto. Intanto dei varchi importantissimi li stanno aprendo passo dopo passo la scienza e la tecnologia. Noi siamo abituati a pensare che per creare un mondo nuovo si debba prima immaginarlo. Invece le grandi invenzioni che stanno rivoluzionando le nostre vite, dalla pillola a internet, non sono nate da un´immaginazione politica o da chissà quale utopia. Non da una grande narrazione, insomma, ma semplicemente dalle ricadute concrete delle scoperte scientifiche. Forse stiamo imparando a cambiare il mondo prima di immaginarlo. Stiamo diventando degli esistenzialisti pragmatici. E da questo potrebbe nascere la nuova sfida per il futuro».
Quindi grazie alla scienza e alla tecnologia il futuro lo stiamo già vivendo senza saperlo? «Sì, ma resta da fare il passo essenziale per diventare titolari del nostro avvenire».
Cioè? «Raccogliere fino in fondo la sfida della conoscenza. È solo il sapere che può schiuderci le porte di un domani migliore. Forse il segreto della felicità degli individui e delle società sta nel cuore delle ambizioni più vertiginose della scienza. E per realizzarle le due priorità assolute sono il potenziamento immediato dell´istruzione pubblica e il raggiungimento effettivo dell´eguaglianza fra i sessi. Detto in altre parole: la scuola e la donna».
È per questo che lei fa l´elogio del peccato originale? «Sì e non è solo un paradosso. È grazie a Eva che l´uomo ha mangiato il frutto dell´albero della conoscenza ed è diventato uomo. Così è iniziata la nostra storia e se vogliamo che ci sia un futuro dobbiamo continuare a mangiare quel frutto. Dividendo la mela in parti uguali».

mercoledì 21 marzo 2012

Strettamentepersonale. 6 Elogio della radicalità.


A fianco. L'arte figurativa di Giovanni Torres La Torre.
 
Ho conosciuto Piero Bevilacqua. Al tempo non ancora il professor Piero Bevilacqua. È che le nostre sporadiche frequentazioni risalgono alle nostre età adolescenziali. La memoria mi rimanda il ricordo delle interminabili partite di calcio su di un semplice spiazzo sterrato di quella che, nella mia città, era allora denominata la Scuola Agraria. Si correva per ore ed ore dietro ad un pallone, con le normalissime, magari consunte scarpe allo scopo conservate e riutilizzate. Non si aveva, a quel tempo, la possibilità di magliette, calzoncini e scarpette per come oggi si usa; importante era giocare. Le nostre frequentazioni si interruppero al tempo dei nostri studi universitari. Partimmo, come migranti del sapere, verso sedi universitarie diverse. Ho conosciuto molto meglio la famiglia di Piero, soprattutto i suoi fratelli. Piero ha fatto uno stupenda carriera universitaria divenendo infine professore ordinario di storia contemporanea presso l’Università La Sapienza di Roma. Ho seguito con interesse la Sua attività editoriale che oggigiorno annovera un gran numero di pubblicazioni; soprattutto mi ha interessato conoscere il Suo pensiero al riguardo della storia del Meridione d’Italia e dei suoi ritardi nello sviluppo economico e sociale – tanto per citare, “Breve storia dell'Italia meridionale. Dall'Ottocento a oggi” (2005) Donzelli Editore pagg. 240 € 12,90 -. Certamente non condivide, a proposito del Mezzogiorno, quanto ebbe a dire Giustino Fortunato, considerato grande meridionalista (1848-1932): “La questione meridionale è tutta qui. Noi meridionali siamo bigotti e superstiziosi, ma non crediamo in Dio. E chi non crede in Dio non crede nel domani. E chi non crede nel domani non pianta alberi: li lascia distruggere dalle sue capre quando sono ancora virgulti. Vada a vedere i nostri calanchi e se ne accorgerà. (…)”, considerazione che il grande di Indro Montanelli ha riportato nel Suo splendido volume di memorie “Soltanto un giornalista”. Piero Bevilacqua ha fatto ben altre analisi. Sono andato a riprendere un vecchio ritaglio di un suo pensiero che, al tempo, ho maldestramente conservato senza annotarne la data di pubblicazione ed il tema: (…). Se il nostro tempo tende a prosciugare l’acqua viva della memoria, essa andrà compensata dalla scuola che, cittadella della restaurazione, deve elaborare una linea di difesa, ritrovando l’orgoglio di essere protagonista, in un progetto che mira a ricostruire una società dotata di senso. (…). Per dire della sensibilità del Nostro alle problematiche educative e della formazione delle giovani generazioni. Ho ritrovato Piero Bevilacqua sul quotidiano la Repubblica in una recentissima intervista concessa a Francesco Erbani, intervista che ha per titolo “Prendersi cura del mondo”. L’intervista, che di seguito trascrivo in parte, è stata pubblicata in occasione dell’uscita dell’ultimo lavoro di Piero Bevilacqua che ha per titolo “Elogio della radicalità” - (2012), Laterza Editore pagg. 184 € 16,00 -.  

(…). L´elogio della radicalità come l´elogio della follia di Erasmo da Rotterdam? «Erasmo contrapponeva un modo di pensare ragionevole, fondato sul buon senso al dottrinarismo astratto. Nel nostro tempo il dottrinarismo astratto pretende che il mercato aggiusti da sé ogni cosa e che compito della politica sia di oliare la macchina».
E i moderati, lei dice, sostengono questo assetto? «Assumono i rapporti di forza esistenti come un dato di realtà immodificabile. Ma che cosa c´è di moderato nella pretesa delle imprese di avere prestazioni sempre più intense dai dipendenti, i quali sono sempre più precarizzati? E che cosa nella spinta a un consumo senza limiti, pur che sia, che divora risorse e che porta dissesti nei complicati equilibri del pianeta?»
E sarebbe questo il vero estremismo? «È estremista l´ideologia di una società fondata sulla competizione ossessiva. Noi abbiamo conosciuto la torsione berlusconiana del moderatismo, che era estremismo allo stato puro. E non parlo dei comportamenti sessuali, ma dello stravolgimento di ogni regola istituzionale».
E il radicalismo, invece? «Chi viene definito radicale ha una prospettiva rovesciata. Propugna la riduzione degli sprechi, individuali e collettivi. Combatte la bulimia distruttiva di risorse, la mortificazione dell´operosità ridotta a merce. Insomma valori che recuperano la base etimologica del moderatismo, il latino modus, misura».
È la decrescita teorizzata da Serge Latouche, che tante polemiche solleva. «Non credo molto nella praticabilità politica di alcune tesi di Latouche. Ma del suo messaggio mi convincono il rifiuto del consumismo compulsivo e di una crescita illimitata che sperpera suolo, natura, biodiversità, cioè i patrimoni su cui è vissuta l´umanità. Quello di Latouche è comunque un linguaggio moderato».
Lei sostiene che questo capitalismo avrebbe perso capacità egemonica. «Il capitalismo è il primo sistema economico portatore di egemonia, non solo di dominio. Cattura consenso, dicevano già Marx ed Engels. Ma ora cedono entrambi i pilastri su cui si è retta questa abilità, la stessa che gli ha consentito di vincere il comunismo alla fine del XX secolo. E cioè la capacità di produrre ricchezza come nessun altro sistema nella storia umana, una capacità smentita ancor prima della crisi: sono aumentate le disuguaglianze, la ricchezza è nelle mani di sempre meno persone e nel 2000 nei paesi Ocse c´erano 35 milioni di disoccupati, senza contare i precari».
E il secondo pilastro? «La liberazione dell´uomo, trasformata in un individualismo patologico. Zygmunt Bauman e schiere di filosofi denunciano l´infelicità prodotta dalla malattia esistenziale di uomini e donne spinti a fare da sé, a scollarsi dalla società. Ormai dilaga la letteratura medica sui malesseri che affliggono i ceti alti, prodotti da frustrazione e da assorbimento totale nel proprio ruolo lavorativo. All´inverso si camuffa la precarietà con la creatività, provocando lo sbriciolamento dell´identità individuale. Storicamente il capitalismo ha sempre promesso un miglioramento costante della condizione umana, attraverso sia il lavoro, sia il progressivo accorciamento dei suoi tempi. Ora entrambi vengono negati. E con essi ogni promessa di felicità, il che non produce più consenso».
È una crisi di sistema, dunque? «La crisi dell´egemonia, non è la crisi del dominio. Si comanda, ma senza consenso, promuovendo anche forzature nelle regole democratiche». (…).

sabato 17 marzo 2012

Storiedallitalia. 9 Il ritorno dello Yeh-teh.


“(…). Il mondo sarà certamente non poco stupito quando avrà appreso che la nuova era nella storia sta per essere inaugurata nientemeno che da logori e decrepiti ottuagenari, burocrati che hanno partecipato a quasi ogni governo dalla fine del secolo scorso, membri del gabinetto, doppiamente morti, per età e per usura, e richiamati in vita solo artificialmente. Ci viene promessa la scomparsa totale delle lotte tra i partiti, anzi la scomparsa dei partiti stessi: forse la cosa migliore che si può dire del governo di coalizione è che esso rappresenta l’impotenza del potere in un momento di transizione. (…).

Avete contezza di che cosa si rappresenti con il termine Yeh-teh? Forse no. Con Yeh-teh si rappresenta il più che famosissimo Yeti, la creatura abominevole delle montagne sud-asiatiche, che nel significato di quella lingua sta per "quella cosa là", intendendo per l’appunto lo Yeti. Da questa parte del mondo, alle nostre latitudini, lo Yeti, la creatura abominevole per antonomasia, nell’immaginario collettivo esasperato oramai dovrebbe rappresentare quanto di più negativo si possa pensare a proposito della “cattiva politica”. Non ci sono dubbi che lo Yeti de’ noantri è la nostra casta politica, una grossa, grossissima fetta di essa. È tutto un sussurrare ansioso ed ansiogeno, in questi giorni, di un ritorno dello Yeti ad occupare la scena della politica e della conduzione della cosa pubblica nel bel paese. Ecco perché un fremito di terrore percorre le verdi italiche contrade. Lo spettro dello Yeti si aggira inquietante. Spettro non direi, poiché con esso si ha da intendere una casta politica in carne ed ossa, ed interessi consolidati conseguenti, che ha elevato il disonore ed il malaffare a tratto inconfondibile del suo disdicevole operare. Senza mezzi termini. Con improntitudine mai pensata ed immaginata. Si ha un bel dire, poi, della “sospensione della politica”. Se una “sospensione” c’è stata della politica è la sospensione di “questa” politica, fatta di mercimonio, scandalosi compromessi, svilimento delle istituzioni, servaggio della condizione propria dei cittadini. "Quella cosa là" è, per l’appunto, la politica, “questa politica”, nel bel paese. Se, dubitando molto, la “sospensione” c’è stata, come dicono irati gli interessati, è perché sono stati messi nell’angolo i “bari” di essa, delle malefatte dei quali continuano a pervenire sinistre notizie dalle procure disseminate per il disastrato paese. È tutto un dire che la politica debba tornare a condurre la cosa pubblica. Quanta sfrontatezza nell’asserzione! Tornerebbe d’un sol colpo “quella” politica, fatta d’intrallazzi abominevoli, abominevoli come l’irsuto “signore delle nevi”. Dimenticavo del brano iniziale in grassetto e corsivo. Sembra essere stato scritto ai giorni nostri. Errore. È invece una corrispondenza del Moro di Treviri dell’anno del signore 1853 per il New York Tribune. Nasceva a quel tempo, nella florida Inghilterra, il “governo di tutti i talenti”, che potrebbe equivalere al governo tecnico d’oggigiorno. La Storia si ripete, a volte grottescamente; a quel tempo, il governo di George Hamilton Gordon conte di Aberdeen; oggigiorno il governo del dottor Monti Mario. Forse qualche passo avanti è stato fatto. Giudicate Voi. Del come e del perché nell’Italia d’oggi ne ha scritto, sempre magistralmente, Barbara Spinelli sul quotidiano la Repubblica del 16 di novembre dell’anno 2011 col titolo “La scommessa di un tecnico”. Di seguito lo trascrivo in parte.

“(…). La res publica italiana, che è lo spazio cui la nostra democrazia è avvezza, ha come complemento, ormai, una res publica europea: una cosa pubblica, con suoi organi di governo e controllo democratico, che influisce sulle nostre vite non meno dei governi nazionali. Che fa di ciascuno di noi, anche se non lo percepiamo, cittadini europei oltre che italiani. (…). Parlare di un potere di tecnocrati e banchieri centrali che avrebbe usurpato il trono del politico vuol dire ignorare coscientemente la realtà in cui viviamo, fatta non di evaporazione ma di differenziazione-moltiplicazione della sovranità politica. Siamo membri delle nazioni e al tempo stesso dell'Europa. La sovranità del popolo si esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione italiana, ma anche di quella europea. La seconda Costituzione esiste di fatto - con le sue leggi preminenti sulle nazionali, con la sua Carta dei diritti inserita nel Trattato dunque giuridicamente vincolante - anche se gli Stati, vigliaccamente, si son rifiutati di dare al Trattato di Lisbona il nome di Costituzione. È per una sorta di ignoranza militante, strabica, che non scorgiamo quel che pure esiste. Un'ignoranza che paradossalmente affligge più i centristi che le forze estreme, di destra o sinistra. Queste ultime hanno visioni più apocalittiche e nazionaliste, ma spesso vedono più chiaro. Anche l'accusa di scarsa democraticità nasce da ignoranza militante. Le istituzioni europee non sono del tutto democratiche, il Parlamento europeo non ha i poteri che dovrebbe avere. Ma ne ha molti. Dipende dai partiti accorgersene, e fare vera politica europea: trasformando le elezioni dei deputati di Strasburgo in autentica deliberazione comune, imponendo l'elezione diretta del Presidente della Commissione, suscitando un'agorà europea. Quanto alla democrazia italiana, non è credibile chi ritiene lesa la Costituzione perché caduto un governo non si va subito alle urne. La prassi degli ultimi 18 anni ha personalizzato le elezioni sino a diffondere un'idea storta della nostra democrazia: l'idea che il popolo scelga il leader una volta per tutte. La personalizzazione è il riflesso della dottrina berlusconiana, non della Costituzione. Quando un Premier perde la maggioranza per governare, il Quirinale tenta di formare un altro esecutivo. Allo stesso modo è il Presidente del consiglio incaricato e non i clan partitici a proporre ministri al capo dello Stato (articolo 92 della Carta). Rifondare la democrazia è tornare alla Costituzione scritta, non a quella sfigurata da consuetudini e poteri più o meno occulti fin dai tempi della Prima repubblica. (…). L'esperto economico ha spesso la tendenza a contemplare tabelline. Cambiare il mondo, creare istituzioni politiche, non è precisamente la cosa cui è abituato. Invece dovrà farlo – (…) - se è vero che la crisi è una grande trasformazione sociale, democratica, geopolitica. Anche l'euro fu progetto politico, voluto da statisti come Kohl e Mitterrand: tecnici e banchieri centrali, di rado rivoluzionari, erano contrari. (…)”.

giovedì 15 marzo 2012

Capitalismoedemocrazia. 13 Il ritorno delle classi.


(…). …quando la lotta delle classi si avvicina al momento decisivo, il processo di disgregazione della classe dominante, dell’intera società, assume un carattere talmente violento, talmente aspro, che una frazione della classe dominante se ne stacca e si unisce con la classe rivoluzionaria, con la classe che rappresenta l’avvenire. Ed allo stesso modo che nel passato una parte della nobiltà si schierò al fianco della borghesia, così oggi una parte della borghesia fa causa comune con il proletariato, in particolare quegli ideologi borghesi che hanno raggiunto la comprensione teorica del movimento generale della storia. In tutte le classi che al giorno d’oggi stanno di fronte alla borghesia, solo il proletariato è la classe realmente rivoluzionaria. Le altre classi vacillano e periscono con la grande industria; il proletariato, al contrario, ne è il prodotto più specifico. I ceti medi, i piccoli industriali, i piccoli commercianti, gli artigiani, i contadini, combattono la borghesia perché essa minaccia la loro esistenza in quanto classe media. Dunque, non sono rivoluzionari, ma conservatori. Anzi, sono reazionari, perché chiedono che la storia cammini all’indietro. E se questi ceti agiscono in modo rivoluzionario, è perché temono di cadere nel proletariato; essi difendono in tal modo i loro interessi futuri, non quelli attuali; abbandonano il proprio punto di vista per assumere quello del proletariato.(…). Così scrivevano il Moro di Treviri ed il Suo grande ed amorevole mecenate nella parte prima di quello che è stato il “Manifesto”, che annunciava l’aggirarsi minaccioso di uno “spettro (che) ossessiona l’Europa, lo spettro del comunismo”. Sappiamo bene quale sia stata la fine ingloriosa di quel comunismo materializzatosi nel socialismo sovietico. Nel socialismo dei gulag e della industrializzazione forzata, di quella che fu denominata l’economia dei “piani quinquennali” di staliniana memoria, che liquidava quelle pur timide aperture che la Nep – Nuova politica economica - leniniana del 1921 aveva tentato di introdurre negli anni a cavallo della guerra e della sanguinosa rivoluzione bolscevica. Sappiamo bene come da quel socialismo storico non sia sorto l’uomo nuovo che avrebbe dovuto catalizzare le energie della società tutta per l’edificazione di quel paradiso in terra che, nella utopia di quegli uomini, avrebbe concorso addirittura alla scomparsa delle divisioni sociali, alla scomparsa delle “classi”. Una profezia mancata quella del Moro di Treviri? Si è visto come il capitalismo industriale abbia magnificamente giocato le sue carte, attirando nella sua sfera, nel suo alone, quelle classi sociali che ne avrebbero dovuto contrastare il dominio. Sembra quasi che la profezia del Moro si sia verificata e concretizzata all’incontrario: con una fuga in avanti, illusoria, delle classi lavoratrici e sfruttate verso il bengodi che il capitalismo, soprattutto nell’ultima sua versione “finanziaria”, ha fatto baluginare per milioni e milioni di esseri umani. Si era, al tempo di quello scritto – 1848 -, agli albori della industrializzazione più spinta; si era, al tempo, alla presa di “coscienza” di un’appartenenza che configurava quella società, come da sempre in vero, divisa in classi che difendevano sì interessi concorrenti al benessere generale, ma non compromissori. Il resto è storia recente. Ma di un ritorno alla sana contrapposizione e competizione sociale, che superi la indistinta “melassa” nella quale sono affogati gli interessi e gli obiettivi di milioni di esseri umani, risucchiati in un vortice consumistico indistinto a tutto vantaggio del profitto impiegato nella finanziarizzazione della economia globale, processo del quale se ne stanno pagando amaramente le conseguenze, di quel ritorno, dicevo, ne ha scritto sul quotidiano la Repubblica Massimo Giannini col titolo “Il ritorno delle classi”, per l’appunto, del quale scritto trascrivo di seguito una parte. Ne ha scritto, Massimo Giannini, in concomitanza con la pubblicazione, presso l’editore Laterza, di un volume (2012) – pagg. 224, € 12 – a firma di Paola Borgna che intervista il sociologo Luciano Gallino. Titolo del volume: “La lotta di classe” e per sottotitolo “Dopo la lotta di classe”. 

(…). Da almeno un ventennio, il colossale inganno (…) è aver fatto credere che le classi non esistono più. E che dunque la lotta di classe è un "residuo arcaico" del vetero-marxismo. Niente di più falso. (…). Oggi è più difficile sezionare un corpo sociale con la precisione chirurgica di Sylos Labini (nel Suo celeberrimo “Saggio sulle classi sociali” Laterza editore – 1988 - pagg.212 € 7,74 n.d.r.)  in quei primi Anni Settanta: borghesia vera e propria, borghesia impiegatizia, piccola borghesia, classe operaia, sottoproletariato. È vero che dal dopoguerra in poi, in Italia come nel resto delle democrazie occidentali, l´accesso al lavoro ha consentito a milioni di individui di trasformarsi in cittadini, e di accedere a una piramide sociale con una base sempre più ampia e più solida. Di comprare ieri il frigorifero, oggi il telefonino. Ma nonostante l´omogeneizzazione dei consumi e degli stili di vita, a marcare il perimetro di una classe che resiste c´è la qualità e la quantità del lavoro. A dettare i tempi della storia non ci sono più solo le avanguardie orgogliose della classe operaia, ma le retroguardie silenziose di una "working class" sempre più estesa, precaria e impoverita. Adam Smith sosteneva che la lotta di classe esiste perché operai e padroni non possono essere "complici", visto che i primi lottano per aumentare i salari, mentre i secondi lottano per aumentare i profitti. Gallino aggiorna lo schema: «la lotta di classe, oggi, è quella di chi non è soddisfatto del proprio destino, e vuole cambiarlo, e quella di chi invece è soddisfatto del proprio destino, e vuole difenderlo». Il conflitto è durissimo. La classe dei "capitalisti per procura" che gestiscono trilioni di miliardi di denaro altrui, sta consumando la sua rivincita ai danni della "classe dei perdenti". Le politiche dei governi assecondano la "reconquista" del capitale ai danni del lavoro. Da Bush a Sarkozy a Berlusconi, si riducono le tasse ai ceti più abbienti e alle società, e si sposta il carico tributario a vantaggio della rendita. Così in Italia può succedere che un lavoratore con un imponibile di 28 mila euro e 1.500 ore lavorate paga 6.960 euro di tasse, mentre un redditiere con un capitale dello stesso importo, senza muovere un dito, ne paga 5.600. Nel mondo può succedere che lo 0,5% della popolazione più ricca detenga 69 trilioni di dollari, mentre il 68% della popolazione detenga solo 8 trilioni di dollari. È la disuguaglianza elevata a "modello di sviluppo", che oggi domina la scena. (…). La globalizzazione degenera in delocalizzazione selvaggia fondata sul dumping sociale: Apple assembla un iPhone in 140 pezzi, e nessuno di questi è fabbricato in America. La ricerca di competitività delle merci dal solo lato dei costi svalorizza il lavoro e immiserisce il salario: un lavoratore americano o europeo che guadagna 25/30 dollari l´ora viene licenziato, perché al suo posto lavorano poveri cristi indiani o vietnamiti a 36 centesimi l´ora. La legislazione del lavoro diventa funzionale all´obiettivo di rendere l´occupazione tanto flessibile quanto lo sono i capitali: così nascono i moderni "salariati della precarietà", e così (nonostante l´inutile spargimento di parole sull´articolo 18) tra il 1996 e il 2008 l´Italia ha registrato un calo dal 3,57 all´1,89% nell´indice Ocse sulla rigidità della protezione del lavoro. L´austerità dei bilanci pubblici diventa lo strumento di una "economia politica dell´insicurezza", dove l´isteria del deficit si traduce in tagli sempre più massicci alla spesa sociale: governi miopi, di destra e di sinistra, predicano "ideologia liberista, incompetenza e ipocrisia", mentre istituzioni europee e trans-europee prive di legittimazione politica praticano l´ingiustizia sociale e perpetuano la gramsciana egemonia del "partito di Davos". (…). Come scrive Slavoj Zizek, il comunismo è un´immane tragedia da condannare, ma in quella tragedia c´è tuttora un frammento importante, da non buttare via: «la speranza dell´emancipazione, l´idea che si potesse essere un po´ più uguali, che la società potesse essere un po´ più giusta». Quel frammento è ancora qui. Ed è la ragione stessa della Storia.

mercoledì 14 marzo 2012

UominieDio. 1 Il cielo è vuoto.


A fianco. L'arte figurativa di Giovanni Torres La Torre.

Questa nuova etichetta è la continuazione ideale della sezione Se il divino diviene il problema di questo b-log, di quando questo b-log “viveva” su di un’altra piattaforma della rete immensa. L’approccio al “temibile” e “terribile” problema rimane essenzialmente lo stesso; scrutare, molto timidamente, pudicamente quasi, a quel rapporto dio/uomo o uomo/dio che, seppur dichiarandomi non credente, mi interessa in verità tanto. e riprendo a farlo per mezzo di quelle “letture” che definirei importanti ma non esaustive, che cercano di penetrarne il mistero. Poiché quel rapporto si risolve il più delle volte in un mistero di difficile, capziosa comprensione. Confesso – per quanto valga la confessione di un non credente, ma tant’è - che l’approccio rimane essenzialmente di tipo “esplorativo”, ritenendomi sensibile ai soli fenomeni registrabili dai nostri sensi, ché tutto il resto mi viene da considerare come necessità, bisogni, che scaturiscano dagli infiniti meandri di quella mente che è custodita mirabilmente nella nostra scatola magica. Forte di queste convinzioni mi ha sempre affascinato pensare a quel rapporto nei termini di quel "deus sive natura" di spinoziana memoria, anche se riconosco come non mi abbisogni una tale identificazione a rendere la mia vita più piena, più responsabile, diversa insomma da come la si potrebbe prospettare senza il credere in qualcosa/qualcuno che ci sovrasti e che diriga i nostri passi, i nostri pensieri. “E un vecchio sacerdote disse: parlaci della religione. Ed egli rispose: (…). Religione non è forse ogni atto e ogni riflessione, e ciò che non è né atto, né riflessione, ma una continua meraviglia e sorpresa che scaturisce nell’anima, persino quando le mani spaccano la pietra o tendono il telaio? Chi può mai separare la sua fede dalle azioni, o il suo credo dalle sue occupazioni? Chi può mai distribuire le ore davanti a sé e dire : - Questa per Dio e questa per me; questa per la mia anima, e quest’altra per il mio corpo? -. Tutte le vostre ore sono ali che palpitano attraverso lo spazio da tutt’uno a tutt’uno. (…). E’ la vostra vita quotidiana il vostro tempio e la vostra religione. Ogni qualvolta vi entrate portate con voi il vostro tutto. Portate l’aratro e la fucina e il mazzuolo e il liuto, le cose che avete fatto per necessità, o per diletto. Poiché nei vostri sogni a occhi aperti non potrete andare al di là dei vostri conseguimenti, o al di sotto dei vostri fallimenti. E con voi portate tutti gli uomini. Poiché nell’adorazione non potrete volare più in alto delle loro speranze, né avvilirvi oltre la loro disperazione. E se volete conoscere Dio non siate dunque solutori di enigmi. Piuttosto guardatevi intorno e lo vedrete giocare coi vostri bambini. E guardate nello spazio; lo vedrete camminare dentro la nuvola, protendere le braccia nel lampo e scendere con la pioggia. Lo vedrete sorridere nei fiori, poi alzarsi per agitare le mani fra gli alberi”. È questa la visione di una vita religiosa che colgo dentro di me ed al di fuori di me e che mi sento di fare pienamente mia, così come me ne viene leggendo e rileggendo il più volte citato “Il Profeta” di Kahlil Gibran dal quale ho tratto il brano appena trascritto. È questa la chiave di lettura che porto con me, in me; è questa la fioca luce di quella lanterna che arde dentro di me e che illumina il percorso di quella ricerca verso la quale sento di non essere indifferente. Trovo grandi assonanze tra quanto scritto da Kahlil Gibran (جبران خليل جبران)‎ - 6 di gennaio 1883/10 di aprile 1931 - poeta, pittore e filosofo libanese, di religione cristiano-maronita, e quanto va scrivendo, sempre dottamente assai, il professor Umberto Galimberti. Una ultimissima Sua riflessione ha per titolo “Il tormento dei santi in paradiso”, lettura importante che ho rinvenuto in uno degli ultimi numeri del settimanale “D” del quotidiano la Repubblica, riflessione che di seguito trascrivo in parte.

È inutile alzare gli occhi al cielo se il cielo è vuoto. Se il problema (…) è perché Dio e i santi, da lui chiamati in cielo, se sono buoni, tollerano il male nel mondo, (…) devo dire che non mi aggiungo a tutti quei filosofi e teologi che intorno a questo tema si sono tormentati per secoli, cercando di far concordare tra loro concetti come libertà, libero arbitrio, provvidenza, predestinazione e quant'altro. Su questo tema preferisco seguire il racconto di Platone là dove, nel Politico (272d - 273e), riferisce che, quando a seguito del "grande capovolgimento (méghiste metabolé)" che ha invertito la direzione degli astri, Dio abbandonò il timone del mondo, gli uomini, lasciati soli, furono soccorsi con il dono delle tecniche, che, per quanto utili, non mancarono di rivelare tutta la loro insufficienza, senza quella "tecnica regia (basilikè téchne)", la politica, che tutte le coordina a partire dall'idea di bene comune. E allora, se seguiamo questa narrazione, la domanda sui mali nel mondo non va rivolta ai santi o a Dio, ma alla politica, da cui dipende la cura dell'ambiente, la distribuzione della ricchezza, l'educazione dei bambini e degli adolescenti ai valori che reggono la comunità, i servizi sanitari che abbiano in vista la salute e non solo il risparmio o peggio il profitto, fino ad allargare l'orizzonte ai problemi della fame nel mondo, ai problemi della schiavitù e all'abolizione di quel male radicale che è la guerra. È alla politica che dobbiamo chiedere queste cose, e non ai santi o a Dio, perché la fede nei miracoli risponde solo al desiderio infantile di vedere d'incanto risolti i nostri problemi e realizzati istantaneamente i nostri desideri. Perché l'età dell'oro, che metaforicamente riproduce l'età dell'infanzia, l'umanità l'ha lasciata da tempo alle spalle, anche perché forse tanto aurea non era. Ed è per questo che ha inventato la storia come emancipazione dall'indigenza e dalla miseria. Solo che, lungo la storia, quello che si è trascurato è il "progresso" come miglioramento delle condizioni della vita umana, perché lo si è confuso con lo "sviluppo", ossia con il semplice potenziamento delle disponibilità tecniche, che Platone giudicava insufficienti se non governate dalla politica, la quale, a differenza della tecnica che sa come si fanno le cose, dispone se e a che scopo si devono fare. Purtroppo oggi la politica non è più il luogo della decisione, perché, per decidere, la politica guarda l'economia, che a sua volta per investire guarda alle risorse tecnologiche, per cui luogo della decisione è diventata la tecnica. A questo punto abbiamo bisogno di un nuovo "grande capovolgimento" che subordini la tecnica alla politica. E solo allora potremo risolvere, se non tutti, certo molti mali nel mondo.

giovedì 8 marzo 2012

Strettamentepersonale. 5 L’8 di marzo.

Tantissimi anni addietro ho conosciuto una donna. Generosa, si direbbe avesse le mani bucate. Con tutti. Con tutto ciò che le appartenesse. Entusiasta sempre del nuovo. Aveva voluto, già avanti negli anni, provare l’esperienza del suo primo, rimasto unico, viaggio in aereo. Ne era scesa entusiasta, come sempre. Per come lo era per tutto ciò che fosse nuovo, bello, moderno. Negli ultimi suoi anni di vita aveva voluto all’8 di marzo incontrare le sue vicine di casa, le sue amiche, stare assieme ad esse per festeggiare il giorno dedicato alle donne. Tantissimi anni addietro ho conosciuto quella donna. Interessata a tutto quanto le girasse attorno. Generosa, altruista. Di un amore morboso per i suoi cari più vicini, i figli, il coniuge. Di un amore esclusivo, il suo, che attendeva sempre che anche l’amore di quegli altri, i figli, il coniuge, fosse allo stesso modo, intenso, viscerale. Quell’amore suo così inteso fu il suo limite di vita. Aveva sempre condiviso tutto che le appartenesse, aveva dato tutto di sé stessa, del suo lavoro, della sua vita, ma non ammetteva di condividere quegli amori che dovevano essere e rimanere esclusivi, non condivisibili con altri, amori che avessero un’unicità senza limiti. Amori per sempre, senza condivisione alcuna con altri. Ho pensato a quella donna conosciuta tanto tempo addietro leggendo e meditando sullo stupendo passo scritto da Kahlil Gibran nel Suo “ Il profeta”: “E una donna che stringeva un bimbo al seno chiese: parlaci dei figli. Ed egli disse: i vostri figli non sono i vostri figli. Essi sono i figli e le figlie della smania della Vita per sé stessa. Vengono attraverso di voi, ma non da voi, e benché stiano con voi, tuttavia non vi appartengono. Voi potete dar loro il vostro amore, ma non i vostri pensieri, poiché essi hanno i propri pensieri. Potete dare alloggio ai loro corpi, ma non alle loro anime, poiché le loro anime dimorano nella casa del futuro che voi non potete visitare neppure in sogno. Voi potete sforzarvi di essere come loro, ma non cercate di renderli simili a voi. Poiché la vita non va all’indietro e non si trattiene sullo ieri. Voi siete gli archi dai quali i vostri figli vengono proiettati in avanti, come frecce viventi. (…)”. Quella donna che ho conosciuto tanti anni addietro è mia madre che aveva, per dirla con le parole di Gibran, una indomabile “smania della Vita”. Ed oggi, che è l’8 di marzo, dopo tantissimi anni, mi va di ricordarla con tutto quell’amore che non le ho mai fatto mancare e che avrebbe desiderato non fosse condiviso con altri. Non sapeva, mia madre, che le madri sono come gli archi dai quali i (…) figli vengono proiettati in avanti, come frecce viventi. Sarebbe bene che tutte le donne, tutte le madri, tenessero a mente le parole di Kahlil Gibran. E per rendere piena e sempre cara la memoria di quella donna, che è stata mia madre, conosciuta tantissimi anni addietro, trascrivo di seguito, in parte, il brano tratto da “Così è la vita” – Einaudi editore (2011) € 14,50 -  di Concita De Gregorio, già direttore del quotidiano l’Unità. Concita De Gregorio; dedicato e per pensare a tutte le donne di questo mondo. A tutte le donne, che sono le sacerdotesse della memoria del mondo.

(…). Sono cresciuta in un mondo in cui i vecchi si scendeva in piazzetta ad ascoltarli, per ore. Me li ricordo uno per uno: Armida, la signora Ferri, Belisario che era rimasto cieco da un occhio in guerra ma tutti dicevano invece che gliel'aveva accecato con una bastonata il marito della Lenzi. E lo zio Ciccio, che era stato l'amante "dell'attrice muta", diceva, amante anche del Duce. Non era muta lei, era muto il cinema. Mi ricordo mio padre che andava a suonare alle loro porte quando non uscivano da un po', il nostro piccolo quartiere era un paese, e li portava fuori tenendoli sotto braccio, su su che l'aria di mare fa bene. Mi ricordo i loro occhi, i loro odori di saponetta e certi modi di dire che avevano e che sono diventati i miei. Quando morivano c'era sempre un parente mai visto che usciva dalla casa e diceva: ha lasciato scritto di darti questo. Un foulard, una cornice. Per la casa che metterai su quando ti sposi, diceva un biglietto con quella calligrafia con le elle e le effe lunghissime e le maiuscole tutte al loro posto. Perciò, quando i vecchi sono spariti mi è dispiaciuto parecchio, è stato come aver perso l'infanzia. Lì per lì non me ne sono accorta. Si sa come va, c'è da fare. La vita i figli il lavoro, tutto che succede nello stesso momento. Un'altra città, un altro posto. Poi però, a un certo punto, in un momento di quiete, ho visto che non c'erano più. Spariti. (…). Così un giorno di fine anno, nel giornale dove lavoravo, ho proposto di fare il supplemento di fine anno dedicandolo ai centenari: la meglio gioventú, appunto. Perché non c'è chi non veda che anche nelle arti e nelle scienze, insieme ai ragazzi, le energie migliori arrivano dai vecchi. C'erano ancora Louise Bourgeois e Lévi Strauss, allora. E poi Rita Levi Montalcini, Manoel de Oliveira, Oscar Niemeyer. È stato difficilissimo. Appassionante, ma difficile. L'idea non piaceva, pareva stravagante, i contatti nessuno li aveva, poi quelle facce di vecchi sul giornale, ma siamo sicuri?, la gente quando vede le rughe gira pagina. Per molto tempo la vecchiaia è stata bandita dall'informazione. Non parliamo della morte naturale, quella proprio proibita. La morte è solo accidentale, o frutto di un delitto, sui giornali e in tv. La morte ti capita se ti mette sotto un tir o se ti accoltella uno scippatore, altrimenti, no, tranquilli, altrimenti non esiste. Poi poco a poco, ma molto di recente, qualcosa è successo. Dev'essere stato in coincidenza con la "nuova primavera" dei giovani. Gli indignati, i rivoluzionari arabi, i movimenti europei. Tornati i giovani, sono ricomparsi anche i vecchi. Così è la vita, del resto. (…).

mercoledì 7 marzo 2012

Storiedallitalia. 8 La spudoratezza al potere.


La lettera.

Caro/cara Collega, in questo anno una insidiosa campagna mediatica ha attaccato, con il pretesto dei costi impropri della politica, le nostre condizioni di parlamentari cessati dal mandato. Noi abbiamo difeso l’istituzione parlamentare e chiarito il valore politico e democratico anche dei trattamenti economici, gettando luce sui dati reali e contrastando anche certi luoghi comuni su presunti privilegi che per quanto ci riguarda sono inesistenti. Il Convegno sui costi della politica ha avuto un buon risultato e crediamo che abbia contribuito a creare anche un clima diverso da quello della “caccia alle streghe”. Quest’azione di contrasto all’anti-politica e al populismo che indeboliscono il sistema parlamentare e democratico richiede un nostro costante impegno anche sui temi politici più scottanti in agenda sui quali non possiamo tacere. Il nostro programma prevede incontri di approfondimento sulla legge elettorale il 29 febbraio p.v., su Mezzogiorno, sul debito pubblico, sulla corruzione. Altri argomenti sono in cantiere per il prossimo semestre. Il carico economico di questa attività grava totalmente sui nostri iscritti e le risorse restano limitate. Se vogliamo far sentire più forte la nostra voce abbiamo bisogno di ulteriori sostegni. La tua adesione all’Associazione con il modesto contributo di 15 euro mensili, oltre che a rendere più autorevole con la tua partecipazione la rappresentatività dell’Associazione, aiuterebbe anche in modo più adeguato ad affrontare la spesa crescente. Ecco ancora una volta che ti preghiamo caldamente di aderire al nostro sodalizio per una più forte ed incisiva azione per il futuro dell’Italia. Fiduciosi nella risposta positiva, cogliamo l’occasione per inviarti il più cordiale saluto.
Il Presidente Gerardo Bianco
Il Vicepresidente Vicario Renzo Bianco
Il Segretario Antonello Falomi
Il Tesoriere Maurizio Eufemi

Avete appena finito di leggere la lettera circolare fatta recapitare ai possibili cosiddetti soci dell’associazione “Ex Parlamentari della Repubblica”, lettera pubblicata su “il Fatto Quotidiano” col titolo “No alla furia anti-casta”.

La risposta.

Cari ex senatori, in quanto ex senatrice (dimissionaria prima della fine dell’unica legislatura da me sostenuta), ho ricevuto una circolare inviatami dalla vostra Associazione che mi ha lasciato basita. In detta circolare sono contenute inesattezze (per usare un eufemismo) davvero imbarazzanti. Voi parlate di una “insidiosa” (perché insidiosa? direi giusta) campagna mediatica sui “costi impropri della politica” a proposito delle vostre condizioni di parlamentari cessati dal mandato e dei “presunti privilegi” che, per quanto vi riguarda, sarebbero “inesistenti”. Avete un gran senso dell’umorismo a definire i vostri privilegi “presunti” e “inesistenti”! Agli occhi di tutti gli italiani, anche di quelli stupidi, i vostri privilegi sono reali, non presunti: esistono eccome! A botte di vitalizi da 3.000, 5.000, 7.000 euro mensili (rispettivamente dopo una, due o tre legislature) che, trattandosi appunto di vitalizi, sono a vita! Ma state ragionando con la testa o con un’altra parte del corpo lontana dal cervello? Il vostro programma prevede incontri di approfondimento sulla legge elettorale, sul Mezzogiorno, ma anche “sul debito pubblico” e “sulla corruzione”. È encomiabile che vi preoccupiate del debito pubblico che avete contribuito alla grande a far diventare smisurato (siamo vicini ai 2 mila miliardi di euro). Scopro poi che avete pure una sede in Parlamento: pagate l’affitto? La vostra lettera si chiude con una questua da accattoni: cioè con la richiesta ai “soci” (socia a me? Ma soci sarete voi!) di un contributo di 15 euro mensili. Seguono le firme degli ex onorevoli o senatori Antonello Falomi (4 legislature, se non erro 9.000 euro al mese di vitalizio); Gerardo Bianco (7 legislature, è invecchiato lì, non oso immaginare il vitalizio al mese); Maurizio Eufemi (2 legislature, credo 5.000 euro); e Renzo Patria (una sola legislatura, appena 3.000 euro, poveretto). Che cos’è, uno scherzo?

Avete appena finito di leggere la risposta, alla precedente comunicazione, di Franca Rame, già senatrice della Repubblica Italiana, risposta pubblicata su “il Fatto Quotidiano” col titolo “Cari ex colleghi senatori, basta con la questua”. Quando si dice la spudoratezza al potere. Scrive Francesca Fornario, molto argutamente come sempre, sul quotidiano l’Unità col titolo “La benzina è così cara che la vendono al bicchiere”: “(…). La stragrande maggioranza degli italiani, (…), in questi mesi di crisi si è impoverita, anche a causa dell’aumento delle tasse. La benzina, vicino ai 2 euro al litro, è diventata così cara che ora si vende al bicchiere. Ricordate l’operaio fermato al confine con la Svizzera con un milione di euro nascosti nel cruscotto? I finanzieri lo hanno scoperto perché hanno notato un particolare troppo sospetto: l’operaio aveva i soldi per fare il pieno. Le addizionali regionali Irpef di Monti si abbattono sulla busta paga di marzo, sommandosi all’acconto delle addizionali comunali Irpef di Berlusconi: una stangata che la Uil valuta mediamente in 371 euro e 145 euro. Sommati, fanno più di quanto molti giovani a partita iva guadagnano in un mese. Sarà divertente aprire la busta paga e pensare di aver aperto l’estratto conto della banca. Del resto, dove recuperare i soldi per pareggiare il bilancio? Per esempio, rinunciando ai 90 cacciabombardieri F35 che il ministro Di Paola ha appena confermato di voler acquistare. Io non lo capisco: passi il dettaglio che l’Italia ripudia la guerra, ma ha idea di quanto ognuno di quei cosi consumi di benzina? (…).” Ora che abbiamo goduto della scrittura irriverente e sarcastica di Francesca Fornario un dubbio ci assale: ci fanno o lo sono veramente? Spudorati. Poiché quei lor signori di melloniana memoria hanno arraffato, così come le leggi da loro votate consentono, prebende sostanziose che si aggiungono di certo a tutto un altro malloppo di privilegi goduti, alla occupazione di presidenze e di quant’altro quel mondo chiuso ed impenetrabile ai non addetti dispensa generosamente ai “soci” usciti di scena. Lamentano gli spudorati che “una insidiosa campagna mediatica ha attaccato, (…), le nostre condizioni di parlamentari cessati dal mandato”. Poverini! Avete mai sentito di ex-parlamentari in difficoltà a causa della non rielezione ed impossibilitati o rifiutati ad un rientro nel ciclo lavorativo nelle cosiddette arti liberali e/o della produzione? Io non ne ho mai sentito parlare. Divenite almeno scarlatti scrivendo di quelle lettere? Sarebbe interessante saperlo.

martedì 6 marzo 2012

Storiedallitalia. 7 Del quid.


L’ intransigenza non appartiene al carattere degli italiani. Gli intransigenti sono rari, un’élite. (…). Gli intransigenti sono quelle persone che sono disposte a sacrificare il proprio particolare per l’idea  in cui credono. Da questo punto di vista Gobetti è stato un bell’esempio. Lo Stato italiano non lo è. (…). Intransigenza vuol dire anche non perdonare, non dimenticare con troppa leggerezza. La mancanza di intransigenza crea bambini viziati, non liberi cittadini. (…) … abbiamo dimenticato il vero significato di carità. (…) …l’intransigenza è perfettamente coerente con la carità (…). La vera carità è una forza interiore che ti spinge a punire (e a premiare) secondo giustizia per il bene pubblico: né vendetta, né favore. (…). Noi dovremmo educare (…) all’idea che essere cittadino richiede anche una forza interiore che ti spinge ad esigere che la repubblica sia intransigente. Così sosteneva Norberto Bobbio nel volume “Dialogo intorno alla Repubblica” curato da MaurizioViroli. È l’intransigenza il quid che ci manca? È certo che non ad un quid di quella natura alludesse il signor B. all’indirizzo del suo segretario di partito, suo nel senso più pieno dell’aggettivazione, poiché divenuto tale per unica sua decisione e sua personale proclamazione. Nel PDL, ovvero il “Partito di lui”, di prossima scomparsa per sua decisione e proclamazione da venire su di uno strapuntino o qualcosa d’altro, ma sempre sopra un necessario rialzo, l’intransigenza di Bobbio non ci sta di casa. Sono convinto che tutto ciò sia una caratteristica antropomorfica propria dell’italico popolo, una costante storica, sociale, che la sua cultura, impregnata sino al midollo di quella che è stata la controriforma, ha plasmato nel tempo sino a penetrare nelle coscienze a prescindere, come direbbe il grande comico, dalle condizioni storiche, politiche e sociali che il Paese si trova a vivere. Il quid dunque, che i padroni si concedono di attribuire agli altri o di sottrarre agli altri a loro esclusivo compiacimento. È su quel quid di quel tale cavaliere, che Francesco Piccolo assimila, con l’arguzia Sua di sempre, al famoso ‘basta la parola’ di Tino Scotti davanti al purgante che si è costruita e retta da sempre la vita associata del bel paese, e pure la sua politica, e le relazioni tra la miriade di componenti, confraternite, sagrestie, congreghe che costellano il vasto panorama della vita pubblica. “Da Montale al cavaliere il paese senza quid” è per l’appunto il titolo della riflessione di Francesco Piccolo sul quotidiano la Repubblica che di seguito trascrivo solo in parte.

(…). Perché il quid può essere mancato anche per eccesso: troppo quando appare senza essere evocato e troppo poco quando sparisce senza essere distrutto. Infatti il quid, indefinito e indefinibile  segnalatore della quantità che si muta in qualità,  in politica come in cucina è l’arte magica degli ingredienti: ‘sq’,  secondo quantità, prescrive la Bibbia dei ricettari, ‘Il Cucchiaio d’argento’.  Mia madre raccomanda ‘quanto basta’, ‘un pizzico’ , ‘un’anticchia’ … E cosa vuole dire che ‘il burro deve fondere, ma non friggere?’. Vuol dire che il quid  ‘è il tempo di un Padrenostro’ tagliava corto mia nonna, senza sapere che il quid misterioso dello sciogliersi senza friggere è anche la forza della leadership, ed è un quid che fa il carattere dell’uomo di carattere: quid, anime, titubas? cuore, perché vacilli? (…). È davvero un vecchio sciamano questo Berlusconi che inaspettatamente ripropone, nel triste fine carriera, il suo antico e solo talento, quell’istintivo quid di artista dell’avanspettacolo che gli permette di sintetizzare  inconsapevolmente l’Italia in un solo pronome indefinito.  Il suo quid è  sicuramente un quid pluris, meglio ancora del famoso ‘basta la parola’ di Tino Scotti davanti al purgante, il confetto Falqui. Certo, Berlusconi voleva solo disfare quel che aveva fatto, aggiungere il suo quid malum  alla dissoluzione del mondo che pure ha creato e dove ormai Schifani chiama Alfano ‘l’Alfan prodige’ e Alfano chiama Schifani ‘la seconda scarica dello Stato’. E invece senza volerlo ha trovato la parolina che contiene la nostra vita ed entra di diritto in quell’ elenco di frasette, battutine, libretti e canzoncine che racchiudono un’ epoca, come swing, come je je … come zero tituli, come ‘cchiù pilu ppi tutti’. Oggi  infatti un quid  ci impedisce di essere pienamente europei; per un quid non abbiamo battuto l’Inghilterra  nel rugby; le sconfitte della sinistra sono tutte per un quid; alle primarie  del Pd ci si stupisce ogni volta per un prevedibile quid di imprevedibilità; alle liberalizzazioni di Monti manca un quid di vero e definitivo liberalismo; un quid culturale ci impedisce di costruire la Tav: ‘Non amo / chi sono, ciò che sembro. E’ stato tutto un qui pro quo. E’ un ‘osso di seppia’ e dunque è  perfetto, ma la formula corretta sarebbe quid pro quo, perché il quid indicibile  è anche la forza di ogni ambiguità, la direzione di ogni doppio senso, la sostanza di ogni atto mancato. Per un quid  Berlusconi non è stato il nostro Reagan, aveva un quid di troppo per essere soltanto un mascalzone, un imponderabile quid di dissolutezza lo ha estenuato nella prostituzione di Stato. (…). Ecco, c’è stato in tutti questi anni un quid sovranazionale, uno storico quid  che, pur tra tante differenze di forma e di misura, ha reso simili Berlusconi, Gheddafi e Putin. Di quell’Asse Internazionale della Satrapia il quid ormai è rimasto solo a Putin. Berlusconi, che lo ha perso, lo va cercando nel povero Alfano: quid mihi agis, che mi combini?. Cerca con la lanterna spenta il Quid  metafisico  come Diogene  cercava l’Uomo con la lanterna accesa.