"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

martedì 7 febbraio 2012

Cosecosì. 6 Degli animali e degli umani.


«È assai più semplice avere una relazione con un animale domestico piuttosto che con un essere umano». È questa affermazione lapidaria, scioccante, che mi ha scosso nel profondo mentre mi lasciavo andare nella lettura della notevole ed interessante intervista che Fernando Savater ha concesso al giornalista Matteo Nucci del quotidiano la Repubblica, intervista pubblicata col titolo La mistica degli animali, che di seguito trascrivo in parte. È che, in altre occasioni, avevo avuto modo di fare affermazioni somiglianti a quella espressa dall’illustre pensatore e prolifico Autore di libri indimenticabili. L’intervista concessa è in concomitanza con la pubblicazione, per Laterza, dell’ultimo lavoro di Savater, “Tauroetica” (2012) – pagg. 111 € 14,00 -. Torno alla mia affermazione che, in qualche occasione conviviale, aveva suscitato quasi scandalo e che mi pareva, in verità, stravagante. Fino alla suddetta frase di Savater. Orbene, sostenevo in quelle occasioni, di aver conosciuto, nella mia non più giovine esistenza, persone molto ma molto particolari, persone che coltivano in forma esagerata l’esteriorità del culto dei morti, culto per quelle stesse persone non più in vita per le quali non avevano profuso in precedenza lo stesso impegno e la stessa dedizione come nell’accudimento del loculo o tomba che sia. Sostenevo come quelle forme perniciose di comportamento si accompagnassero, in quelle particolari persone, ad un attaccamento morboso e quasi parossistico anche agli animali domestici, cani o gatti che fossero. Un’associazione arbitraria la mia? Ne ho cercato il motivo ed una spiegazione plausibile. E la frase lapidaria, nonché il senso generale della intervista di Fernando Savater, mi hanno incoraggiato a dare una mia azzardata spiegazione. Quelle tali persone, da me realmente conosciute, debordano nel culto dei morti o nell’accudimento degli animali per il solo fatto che i trapassati, così come gli animali domestici, non sono se non passivamente, o non lo sono più, inesausti sollecitatori, nei confronti del prossimo, di quell’interesse degli “altri” per il prossimo che dovrebbe essere finalizzato a soddisfare i sempre dirompenti bisogni propri dei viventi, titolari e portatori a tempo pieno, incessantemente, e senza condizione, soprattutto di bisogni affettivi insoddisfatti. Affermazione spregiudicata forse la mia, ma confortata da concrete conoscenze personali. Capita, nel mio quotidiano, d’aggirarmi per le vie del mio quartiere che è un quartiere di periferia, un tempo anche contraddistinto e definito come quartiere-dormitorio in quanto, al mattino, la grande moltitudine dei suoi residenti si trasferisce nel vicino centro cittadino chi per la scuola, chi per lavoro, chi per la conduzione di attività commerciali. Il rientro in massa nel mio quartiere segna, alla sera, il termine di una giornata di lavoro. Quartiere vuoto al mattino un tempo, quartiere vuoto alla sera un tempo. Ora qualcosa è cambiato. Uscita dalle attività produttive, del commercio o dei servizi la maggioranza dei suoi abitanti, quelli che grosso modo lo avevano “colonizzato” agli inizi degli anni ottanta del secolo ventesimo, lo stesso si è come d’incanto popolato di abitudinari passeggiatori, moderni peripatetici, di aristotelica memoria, ma muti, poiché essi, i moderni peripatetici, si accompagnano immancabilmente ad un animale domestico ma mai ad un essere vivente, ma umano. Ecco perché trovo straordinaria l’intuizione e l’affermazione del grande Savater.

(…). «Il problema dei nostri giorni è che, soprattutto in città, non si sviluppa più alcuna relazione con gli animali. Io ho conosciuto una Spagna rurale. Qui fuori, sulla Gran Via, passavano le pecore per la transumanza. Oggi si conoscono solo gli animali di Walt Disney e si stenta a vedere in cosa essi siano diversi dagli uomini. Ciò ha portato a una sorta di antropomorfizzazione degli animali. Una tendenza che spinge ad accreditare le forme più estreme di animalismo, come l'antispecismo di Peter Singer, ossia l'idea che tra le specie animali non ci siano distinzioni di sorta».
È una tesi pericolosa? «Non distinguere gli uomini dagli altri esseri viventi è nefasto. Perché la morale riguarda solo gli esseri umani. Purtroppo però ormai si tende a scambiare la morale con la compassione. Ora, la compassione è un sentimento buono, per carità, e tuttavia non è la morale. Vede, è molto più semplice di quanto si creda. Mettiamo che passeggiando trovo un passerotto caduto dal nido. So che è in pericolo e poiché sono persona compassionevole, lo raccolgo e lo metto in salvo. Questo è molto bello. Ma è ben diverso dal caso in cui io mi imbattessi in un neonato abbandonato per strada. Lì non si tratta di compassione. Io ho il dovere morale di occuparmene. Questa differenza non la intendono gli antispecisti. Singer è arrivato a dire che se mi trovo di fronte un bambino con tare mentali o fisiche irreversibili e un vitello in perfetto stato devo scegliere il vitello e sopprimere in culla il bambino senza farlo soffrire».
Gli antispecisti sostengono che è l'interesse ciò che caratterizza senza distinzioni tutti gli esseri viventi e che dunque un toro non ha nessun interesse di entrare nell'arena, né il maiale di andare al macello. «Guardi, la questione dell'interesse è il punto nodale. La parola già lo spiega. È latino: inter esse, ciò che unisce e separa due esseri. Ha a che fare con i rapporti fra esseri umani che si comprendono. L'interesse è la possibilità di optare per diverse condotte anziché una sola. Gli animali sono mossi dall'istinto, laddove io, essere umano, nonostante abbia un istinto, posso anteporre un interesse diverso. Quando non si può che seguire una sola condotta, chiamarlo interesse mi pare completamente assurdo. Non è che la solita proiezione antropomorfizzante. La dimensione in cui ha senso parlare di interessi è una dimensione di libertà dalle necessità della natura, il libero arbitrio insomma».
(…). Ma come si è arrivati a queste posizioni estreme, spesso anche largamente condivise? «Per quel che riguarda la storia del pensiero, il percorso è evidente. (…). Un atteggiamento in cui predomina il sentimentalismo e in cui l'umanitarismo sta sostituendo l’umanismo. Stiamo attenti: chi è umanitario si preoccupa del benessere degli altri ma non della loro umanità, che risiede in aspirazioni, desideri e così via. Io con un cane posso essere umanitario ma non umanista. E qui si apre l'altro tema dei nostri giorni. È assai più semplice avere una relazione con un animale domestico piuttosto che con un essere umano».
Siamo in fuga dalla relazione? «Non c'è dubbio. Vede, con un animale domestico come il cane, per esempio, noi possiamo seguire i nostri due atteggiamenti più estranei alla relazionalità: il sergente ordinatore che è in noi e che al cane dà ordini; e il sensibile iperprotettivo che fa le manfrine. I cani del resto ci offrono un affetto che non esige nulla in cambio. Un affetto che non si può investire di carica morale».
Crede che in futuro agli animali sia destinata una vita diversa? «Se questo animalismo diventasse dominante, si realizzerebbe la forma perfetta di protezione degli animali: l'estinzione. E del resto, qual è oggi l'animale perfetto e più conosciuto e amato? Il dinosauro. Sta lì nel nulla. A Jurassic Park, vive una vita magnifica. I veri barbari sono coloro che non distinguono uomini e animali. Caligola che fece senatore un cavallo e uccise centinaia di persone che non apprezzava. Quello era un barbaro. Perché trattava gli uomini come gli animali e gli animali come gli uomini».

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