"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi

"Il bruco (2017)". Foto di Aldo Ettore Quagliozzi
"Il bruco" (2017). Nikon Coolpix P900. Foto macro. Stato larvale della falena diurna "Macroglossum stellatarum" volgarmente detta "sfinge colibrì".

lunedì 30 gennaio 2012

Eventi. 3 Marginidue. La generazione oltre la tangenziale

 I margini. Che non siano i profili estremi di corpi fisici. Margini come marginalità, esclusione di esseri umani. Al tempo della crisi i margini si espandono, inglobano vite che prima della crisi ne erano ben distanti, distinti. O si sentivano ben distanti, distinti. Protetti. Si continui a parlare dei margini. Oggigiorno più di prima. Margini come esclusione, abbandono, di strati sociali sempre più vasti. Se ne è fatto cantore Andrea Satta, scrittore e musicista. Lo ha fatto con un pezzo straordinario sul quotidiano l’Unità del 13 di febbraio dell’anno 2011. Un canto dolente. Di chi ai margini guarda non senza rabbia. Con dolore. Con rabbia vera. E che sa sciogliere come d’incanto la dolcezza piena di un canto dolente. Titolo del Suo canto: La generazione oltre la tangenziale.  
Io lavoro oltre la Tangenziale, conosco i tempi, lo stress, la corsa, la lontananza dal centro, la solitudine, l‘aria maledetta, il particolato, le coincidenze, il gelo nelle mai, quello ai piedi, il fumino dalla bocca mentre si aspetta il treno, il professore intirizzito, l’operaio assonnato, il padre preoccupato, il tempo che manca, quello che resta, il conto alla rovescia, l’arrivo, la rincorsa, l’apertura delle gabbie, la gara sfrenata per i posti a sedere, l’imbarazzo di dovercela fare. I ragazzi e le ragazze mute urlare, tutti quanti soffrire, senza saperselo dire.
Io lavoro oltre la tangenziale, nell’impero della televisione, dove mancano il cinema, l’incontro, la libreria, la sera fuori, il teatro, la politica, le canzoni in piazza, il forno a legna.
Io lavoro oltre la tangenziale, dove i prati sono una pausa tra il cemento,i cartelloni pubblicitari negano il tramonto, le ringhiere, uno schiaffo di ferro sotto il mento, un avviso a stare in guardia, uno stato di polizia un invito ad andare via.
Io lavoro oltre la tangenziale, dove i negozi sono il tutto che non fa la differenza, i muri un pianto colorato a cento mani, le chiese il credo che sbiadisce, le sezioni dei partiti centri anziani, sale giochi, Snai, cavalli, poker e … se domani … e tutto ciò che fa tendenza oppure speranza o credenza.
Io lavoro oltre la tangenziale tra mille semafori rossi, papaveri giganti cresciuti su un prato nero, fiorito su steli di cobalto, mercurio, radon e altro metallo puntati verso il cielo verniciato verde o giallo. La freccia a destra, la pensilina fatiscente, l’autobus vuoto al capolinea che non parte, sempre al cellulare il conducente a sinistra una vecchia cinquecento sportelli a vento, testimone di un altro tempo.
Io lavoro oltre la tangenziale, in un quartiere di operai, poveri o ricchi non si saprà mai, un parcheggio a pagamento, un deposito di calce, mattoni e manufatti di cemento, un supermercato a triplo sconto e un campo Rom accozzato a fianco. Sporchi tra le auto in coda al no del rosso con la mano tesa, i bambini dalle braccia affacciati per ogni lato un paio, e noi crocifissi tra il fastidio e la vergogna, la rabbia e il fastidio, il fastidio e la pietà, fino alla resa.
Io lavoro oltre la tangenziale, e mio padre comprava solo Fiat. Mi diceva che la Seat era, per la Fiat, come Fedro per Esopo, quel greco che scriveva di leoni, rane, lupi e agnelli, le stesse cose ricopiate peggio, in latino, tempo dopo. E lui, felice di essere italiano, comprava solo Fiat negli anni suoi più belli, sceglieva sempre fra i suoi modelli. Ora che tutto vola via lontano, cosa resta di questo essere italiano?
Io lavoro oltre la tangenziale e vedo che con gli occhi aperti una generazione giovane che muore. Ed è la mia.


Dalla nota redazionale della rivista semestrale Il piede e l’orma4 – Pellegrini editore (2012) ISSN 2037-7991 pagg. 240 € 20,00 - in edicola e nelle migliori librerie: marginidue perché le “voci dei margini” hanno inesorabilmente e inevitabilmente smarginato, esondando sulle pagine del nuovo fascicolo. Troppo vasta la costellazione, una galassia in espansione, per lo più gassosa, difficilmente circoscrivibile nell’insieme e nei corpi che la costituiscono. Così, il nuovo fascicolo dedicato al tema. E, nel solco di una proiezione che dia il senso del continuum, nella sezione finale di “marginidue” l’anticipazione al numero successivo: da sponda a sponda.

domenica 29 gennaio 2012

Capitalismoedemocrazia. 9 L’uguaglianza in braghe.

 L´equità è un´uguaglianza cui sono state messe le braghe, (…). Bisognava farlo, perché ci fu un momento in cui l´uguaglianza smise di essere guardata negli occhi, e pagò il pegno della temerarietà. Fu allora che le cose cominciarono a essere guardate di sotto in su, dal lato della disuguaglianza, e lo spettacolo era davvero madornale. Sul conto dello scandalo per l´appiattimento e il livellamento si banchettò a oltranza per qualche decennio, e la disuguaglianza – di soldi e di potere – non fece che moltiplicarsi. Non passa giorno senza che le statistiche ne registrino nuovi record. Assoluti, e non solo relativi. Non, cioè, di redditi che crescono, benché gli uni molto di più degli altri, bensì dei redditi che crescono a dismisura mentre gli altri diminuiscono. Le statistiche arrivano a sancire quello che le persone avevano capito da un bel po´, però fanno sempre il loro effetto. (…). Si è (…) insistito sul ruolo dell´invidia sociale, sul suo ripiegamento sul vicino, sulla sobillazione della guerra fra i poveri. È vero, può arrivare un punto in cui i poveri antepongano il desiderio della rovina altrui a quello del proprio miglioramento. Però non va sottovalutata nemmeno la disgrazia dei ricchi (…). Si dovrebbe spiegare ai ricchi che anche se i poveri non fossero troppo poveri, i ricchi sarebbero lo stesso piuttosto odiosi e odiati. Non lo capirebbero. I ricchi infatti sarebbero infelici se non ci fossero i poveri, e in particolare i troppo poveri. È quella, la ricchezza. È un confronto. Voi e noi. (…). Secondo Luca, Gesù disse: “Beati i poveri…”, e però completò: “Ma guai a voi, i ricchi…”. In economia come in psicologia, sulla terra come nel regno dei cieli, ricchi e poveri si tengono come due che facciano l´altalena, e però un trucco ha bloccato l´altalena. E anche quando a furia di puntare i piedi si compie uno sblocco improvviso – una rivoluzione, diciamo – quelli arrivati su si arrangiano a restarci. Nel vangelo del resto la sfortuna dei bonus e delle liquidazioni dei manager era stata annunziata con una spiritosa comprensione: il giovane cui il Maestro propone di vendere tutto, dare il ricavato ai poveri e seguirlo, si rabbuia e se ne va tutto rattristato, “perché era molto ricco”, il poveretto. (…). “A chi ha sarà dato e sarà nell´abbondanza; e a chi non ha sarà tolto anche quello che ha” – ma Matteo, inflessibile coi ricchi, sta parlando del vantaggio cumulativo di chi ha la grazia e il senso delle cose divine, non di soldi. Infatti la disuguaglianza e la sua crescita illimitata coprono una quantità di campi: e se ce n´è uno che, nonostante gli scandalosi privilegi nella scuola e l´istruzione, vede più equilibrata o a volte rovesciata la piramide è il sapere, dal momento che ricchi e potenti sono spesso, e non per caso, ignoranti, e giovani e precari, non a caso, capaci di conoscenza e saperi. (…). Difficile sollecitare una crescita senza favorire i consumi, impossibile uscire dalla pania senza convertire produzioni e consumi. (…). Il testo trascritto è tratto da “La nostalgia dell´uguaglianza” di Adriano Sofri, pubblicato sul quotidiano la Repubblica. L’idea, e l’immagine che ne consegue, dell’uguaglianza ridotta in braghe mi ha affascinato ed intrigato assai. Magia della scrittura sempre sagace, intelligente ed intrigante di Adriano Sofri. Ma in braghe il capitalismo della finanza ci ha condotto veramente e docilmente, tenendoci amabilmente per mano, nei decenni trascorsi, trasformandoci nelle cavie, non tanto innocenti quanto sprovvedute e/o poco accorte, di un esproprio che un tempo si sarebbe detto proletario, poiché condotto da altri soggetti sociali, ma che oggi dovrebbe essere diversamente aggettivato per essere rispondente alla durissima realtà sociale del mondo capitalistico avanzato. È tutto avvenuto come nelle stupende vignette di Altan, nelle quali l’ombrello, nel senso proprio fisico del termine, diviene lo strumento di violenza e di sottomissione sociale propria del capitalismo finanziario. Tanto è vero che oggigiorno suona terribile e fuori moda il lemma uguaglianza, per la quale non poco sangue è stato versato a tutte le latitudini. Oggi è di moda dire dell’equità, di un qualcosa che non disturba lor signori e che può essere presentato nelle versioni e/o varianti più disparate. È tutto oramai un inneggiare all’equità con l’evidente limite che essa si presenta, almeno al momento, solamente come una concessione feudale di quelle stesse categorie sociali, capitalisti-finanziari e banchieri in prima fila, che di fatto hanno abolito il termine uguaglianza non nei codici scritti, ché del misfatto si guardano bene, ma nei fatti reali della vita presente e futura di milioni di esseri viventi. Aveva scritto George Soros, un capitalista come pochi altri, nel Suo “La crisi del capitalismo globale. La società aperta in pericolo” (1998): “Il sistema capitalistico non mostra di per sé alcuna tendenza all’equilibrio. I possessori di capitali cercano di massimizzare i loro profitti. Se venissero lasciati fare di testa propria, continuerebbero ad accumulare capitale fino a creare una situazione di squilibrio. 150 anni fa, Marx ed Engels fornirono un’ottima analisi del sistema capitalistico, sotto alcuni aspetti migliore, devo dire, della teoria dell’equilibrio dell’economia classica… Il motivo principale per cui le loro spaventose previsioni non si sono avverate è stato dovuto agli interventi politici compensativi attuati nei Paesi democratici. Purtroppo, ancora una volta rischiamo di trarre conclusioni sbagliate dalle lezioni della storia. Tale pericolo proviene non dal comunismo, ma dal fondamentalismo del mercato". La lezione che ci viene oggi dalla Storia è che al capitalismo-finanziario è stato concesso di fare di testa propria, con gli stupefacenti e mirabolanti risultati di una crisi irrisolvibile. Senza scomodare il pensiero del grande magnate a lanciare o rilanciare l’allarme fu anche il professor Giorgio Ruffolo in un editoriale, steso come racconto per i posteri, che ha per titolo La mutazione del capitalismo, editoriale pubblicato sul quotidiano la Repubblica (6.07.2011) che di seguito trascrivo in parte.

(…). «A circa tre quarti del ventesimo secolo i governi dei paesi anglosassoni, Inghilterra e Stati Uniti, presero la storica decisione di liberalizzare i movimenti internazionali dei capitali. Diventò possibile trasferire capitali da un punto all´altro del mondo alla ricerca del massimo profitto. Fino ad allora, nel regime instaurato a Bretton Woods questa possibilità era stata assoggettata a severe limitazioni. Queste limitazioni avevano reso possibile un patto fondamentale tra capitale e lavoro, cuore del compromesso tra capitalismo e democrazia, che contraddistinse quella che fu chiamata da un grande storico di quei tempi l´età dell´oro. I capitalisti rinunciavano alla ricerca del massimo profitto e i sindacati alla piena utilizzazione del loro potere contrattuale. Ambedue subordinavano le loro pretese al vincolo dell´aumento della produttività. Si chiamava politica dei redditi e assicurò qualche decennio di crescita sostenuta accompagnata da alta occupazione del lavoro e da equilibrata distribuzione dei redditi. La liberazione dei movimenti di capitale fece saltare questo tacito patto con conseguenze economiche e sociali contraddittorie. Masse di capitali affluirono nei paesi poveri suscitandovi imponenti processi di sviluppo soggetti a improvvisi e devastanti deflussi. Nei paesi ricchi quella decisione provocò invece una vera e propria mutazione del capitalismo. La ricerca del massimo profitto nel minimo tempo sviluppò le attività finanziarie e speculative rispetto alla produzione reale. Ne risultò un rallentamento della crescita e uno spostamento dei redditi dal settore reale a quello finanziario accompagnato da un aumento vertiginoso delle diseguaglianze. Sul piano mondiale si verificò un altro processo sconvolgente. Il risparmio dei paesi poveri investiti dallo sviluppo fu attratto dai mercati finanziari dei paesi ricchi che gli garantivano sicurezza e rendimenti elevati. Invece di alimentare i bassi consumi dei primi finanziò i consumi eccessivi dei secondi instaurando una condizione di squilibrio permanente delle bilance dei pagamenti. Ma gli squilibri non si produssero soltanto nello spazio, investirono il tempo. L´accumulazione finanziaria fu finanziata sempre più dai redditi futuri, sotto forma di indebitamento: come dire, vivendo alle spalle dei posteri. Questo fenomeno assunse caratteristiche sistematiche, al punto che un economista definì il nuovo capitalismo come il regime economico in cui i debiti non si pagano mai, ma sono sistematicamente rinnovati. Qualcuno di voi mi domanderà: era sostenibile una tale condizione di cose? La risposta è: no. (…).

sabato 28 gennaio 2012

Capitalismoedemocrazia. 8 Lotta di classe.

(…). Uomini e donne non salgono più i gradini della scala sociale e restano aggrappati alla ringhiera anche al momento delle nozze: il matrimonio tende a «polarizzare» i redditi. Il medico sposa quasi sempre il medico, l´avvocato dice «sì» solo all´avvocatessa, l´operaio all´operaia. Ricchi con ricchi, poveri con poveri: una dura legge che nemmeno la favola bella di Cenerentola riesce a contrastare. Oggi i principi azzurri e le ricche ereditiere non rappresentano più la soluzione del problema: ce lo dice l´Ocse nel suo rapporto «Divided we stand», una spietata analisi sulla crescita delle ineguaglianze sociali (…). Le cifre indicate dallo studio dettano una tendenza netta: nel 2008, anno degli ultimi dati disponibili (e periodo comunque antecedente alla fase più pesante della crisi), il reddito medio del 10 per cento di popolazione più ricco del Paese (l’Italia n.d.r.) era di oltre dieci volte superiore a quello del 10 per cento più povero (49.300 euro contro 4.887). A metà degli anni Ottanta il rapporto era di 8 a 1: il gap sta quindi peggiorando. Non è un fenomeno solo italiano, sia chiaro: il divario fra più e meno abbienti, sottolinea l´Ocse, sta aumentano in quasi tutti i paesi europei. Francia a parte dove - come in Giappone - il quadro è rimasto più o meno stabile, il differenziale è salito anche nella ricca Germania e nell´evoluta penisola Scandinava (passando dall´1 a 5 degli anni Ottanta all´attuale 1 a 6). Imbarazzante l´1 a 17 degli Stati Uniti, drammatico - pur se in netto miglioramento - il dato del Brasile dove i più ricchi hanno redditi cinquanta volte superiori a quelli dei più poveri. Più sei pagato, più lavori, più ti arricchisci: a guardare le tabelle dello studio Ocse par di capire che le occupazioni di basso livello difficilmente evolvono e permettono il riscatto. Secondo gli studi dell´Ocse in Italia (ma la tendenza è confermata anche negli altri paesi) quantità e qualità del lavoro vanno di pari passo. Dalla metà degli anni Ottanta ad oggi il numero annuale di ore di lavoro effettuate dai dipendenti meno pagati è passato dalla 1580 alle 1440 ore. Anche fra i lavoratori meglio pagati la quantità è diminuita, ma in minor misura, passando dalle 2170 alle 2080 ore. Faticare, quindi, non basta. Ed essere lavoratore dipendente non aiuta: a differenza di molti paesi Ocse in Italia la diseguaglianza sociale va di pari passo con l´aumento dei redditi dei lavoratori autonomi. La loro quota sul totale della ricchezza è aumenta, negli ultimi trenta anni, del 10 per cento. Cos´è che fa aumentare la diseguaglianza? Il livello minimo di istruzione, certo, la bassa percentuale di lavoro femminile, lo storico divario fra Nord e Sud. Ma non basta. Il gap di casa nostra è causato anche dalla tendenza degli italiani a celebrare unioni fra caste: i principi azzurri non vanno più in cerca della loro Cenerentola e questa mancanza di fantasia ha contribuito per un terzo dell´aumento delle diseguaglianze di reddito. Cosa fare per invertire la tendenza? L´estensione dei servizi pubblici non basta più: istruzione, sanità e welfare riducono il gap, ma in modo meno incisivo rispetto al passato (di un quarto nel 2000, di un quinto oggi). La svolta, suggerisce l´Ocse, per l´Italia passa attraverso una riforma del fisco e della previdenza, il potenziamento degli ammortizzatori sociali e delle politiche di sostegno al reddito. Il testo proposto è stato tratto da “Classi sociali, i ricchi sempre più su ora guadagnano 10 volte più dei poveri” a firma di Luisa Grion ed è stato pubblicato sul quotidiano la Repubblica. C’è stato un tempo che un povero diavolo invitava le giovani e belle donne – purché belle comunque - del bel paese a trovare un figlio, anche se imbecille, di un industriale per risolvere i propri problemi economici ed esistenziali. Quel tempo sembra sia tramontato per sempre. La giovane operaia potrà al massimo aspirare ad impalmare il caporeparto dell’officina pressa la quale presta le sue braccia. Torna la lotta di classe? Non ho una risposta da dare. Un sedicente comico, un “grillo” straparlante, che sproloquia di continuo, ha dichiarato in questi giorni, a proposito del governo dei cosiddetti tecnici: - Il governo Monti sta facendo questo sporco lavoro schifoso di mettere le categorie dei cittadini l’una contro l’altra, per esempio gli evasori contro chi paga le tasse -. Roba da non credere. Sempre quel povero diavolo parlava in un tempo appena passato di invidia sociale. Nelle sue ossessioni la contrapposizione delle classi sociali, vecchia per quanto è vecchio il mondo, non la si poteva neanche adombrare. Finita la vertigine, il risultato è quello che Luisa Grion ci prospetta nel Suo interessante dossier. Per il “grillo” invece la contrapposizione tra chi paga le tasse e tra ci le evade è un lavoro sporco. Tanto è vero che al tempo del povero diavolo si proclamava ai quattro venti la necessità di perseguire l’evasione fiscale ma non si adottavano le misure necessarie per conseguire il nobile proposito. Scrive, in un Suo interessante editoriale – Il Pd deve reagire - sul quotidiano l’Unità, Alfredo Reichlin: (…). Lo scontro è mondiale. I nemici dell'euro non sono i taxi. Il pericolo non è il centrismo. Io mi chiedo se misuriamo abbastanza gli effetti dell'enorme squilibrio che è in atto nella distribuzione della ricchezza e quindi nel mondo dei valori e dei significati dell'esistenza. La forza della sinistra sta nel collocarsi al centro di questo scontro, che è anche di civiltà. La ricerca senza limiti dei guadagni in conto capitale ha fatto sì che valori come lealtà, integrità, fiducia, significati della vita, venissero via via accantonati per fare spazio al risultato monetario a breve termine. Bush è arrivato a far credere a milioni di persone che diventavano ricche con le carte di credito. Berlusconi pensava che bastasse comprare i deputati per governare. (…). Con l'idea, addirittura teorizzata, che il mondo è fatto solo di individui immersi in un eterno presente, i quali definiscono la loro identità in un modo solo, nel rapporto che hanno col consumo e quindi col denaro.(…). …non si uscirà dalla grande crisi dell'economia mondiale senza una redistribuzione del reddito e della ricchezza. La vecchia domanda di consumi non è più riproponibile. La droga dell'indebitamento ci ha portati al disastro. Bisogna far leva su nuovi consumi di massa per rilanciare lo sviluppo. Una distribuzione della ricchezza diventa la condizione per il rilancio della crescita, essendo questa impossibile se non cambiano anche le condizioni del vivere, i bisogni, le domande, il modo di essere della società. Da un versante diverso, ma non opposto, interviene il cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Conferenza Episcopale Italiana, per dichiarare: - Il capitalismo sfrenato sembra ormai dare il meglio di sé non nel risolvere i problemi ma nel crearli, dissolvendo il proprio storico legame con il lavoro -. Parole chiare, nette, che non lasciano spazio agli esercizi verbali del grillismo parlante d’oggigiorno che, nella desertificazione delle coscienze artatamente creata nei decenni del liberismo sfrenato, del capitalismo della finanza, del reaganismo e del thatcherismo, trova il suo terreno fertile affinché si possa blaterare con fanfaluche da guitti provetti e quant’altro. Scriveva l’economista Jude Wanniski nel lontanissimo anno di guerra 1944: - Non dobbiamo essere troppo pronti a congratularci con noi stessi per la sconfitta di Marx e del marxismo. La nostra società globale è molto più fluida di quanto fosse ai suoi tempi, ma il processo di rinnovamento non è garantito. Le forze della reazione da lui correttamente identificate vanno debellate una generazione dopo l’altra, un compito colossale che ora la nostra deve affrontate -. Ed ancora, per dirla con Marx: - …se il capitalismo richiede una concorrenza spietata, e se i capitalisti stanno facendo tutto il possibile per distruggerla, abbiamo un sistema fondamentalmente insostenibile, come se fossimo animali che divorano i propri figli -. Il Moro di Treviri si starà rivoltando nella tomba. La crisi è inevitabile. Si chiedeva Joseph Schumpeter nel Suo “Capitalismo, socialismo, democrazia” (1942): - Il capitalismo può sopravvivere? No, non credo che possa -. Sappiamo bene, dalla lezione impartitaci della Storia, che il grande pensatore si sbagliava di grosso, pur essendo immerso nella tristissima realtà di quegli anni; il capitalismo aveva inventato, per superare le sue crisi, il fascismo ed il nazismo. Con tutto ciò che ne è conseguito.

giovedì 26 gennaio 2012

Eventi. 2 La Memoria. Quando esisteva ancora un dio…

Come è stato possibile? Perché dio lo ha permesso? Quale dio? Quante volte abbiamo sentito porre o abbiamo posto quegli interrogativi? Come se rimandare il tutto alla disattenzione di un dio qualsivoglia ci scaricasse delle nostre responsabilità di umani. Ha scritto il professor Umberto Galimberti nel Suo La negazione del 6 di marzo dell’anno 2010: - Scrive Stanley Cohen: - È un modo per mantenere segreta a noi stessi la verità che non abbiamo il coraggio di affrontare - (…) La negazione consiste nel non percepire quel che si vede. (…). L'autore ricorda che negli anni Cinquanta, quando aveva dodici anni e viveva a Johannesburg in Sudafrica, una notte d'inverno, mentre scivolava nel suo letto riscaldato con lenzuola di flanella e piumino ben imbottito, prese a riflettere perché lui era dentro al caldo e invece un nero adulto (…) fosse fuori al freddo, strofinandosi le mani per riscaldarsi, con il bavero del cappotto rialzato. L'indomani chiese alla madre quale fosse il paese d'origine di quell'uomo nero, dove fossero sua moglie e i suoi figli, e soprattutto perché dormiva fuori al freddo. La risposta della madre fu che Stanley, il suo bambino, era troppo sensibile. La cosa finì lì. Ma qualche anno dopo, il ricordo riemerse, e Stanley, ormai studente di sociologia a Oxford, incominciò a chiedersi: - Ma i miei genitori vedevano quello che io vedevo o vivevano in un altro universo percettivo, dove spesso gli orrori dell'apartheid erano invisibili, e la presenza fisica della gente di colore sfuggiva alla loro consapevolezza? Oppure vedevano esattamente ciò che vedevo io, ma semplicemente non gliene importava nulla o non ci trovavano niente di sbagliato? -. (…). Quale meccanismo induce la gente a negare come se non sapesse quello che sa? Non c'è in questo mancato riconoscimento, che è l'esatto contrario della negazione, la prima radice, e se vogliamo la più profonda, dell'immoralità collettiva? Ogni tanto fa capolino la tentazione della negazione dei crimini contro gli ebrei. Contro l’umanità. È una tentazione comoda, che restituisce sicurezza. Quella tentazione potrebbe un giorno essere messa in atto per gli atti compiuti verso altri gruppi sociali, etnici, poiché la violenza del legno storto che è l’uomo non ha confini né regole che siano. Ché il giorno della memoria aiuti a scacciare quella ricorrente tentazione. Ha lasciato scritto, in un cartiglio ritrovato ad Auschwitz, l’ebreo polacco Salmen Gradowski: - Caro scopritore futuro di queste righe, ti prego, cerca dappertutto, in ogni centimetro di terreno qui dove noi fummo. Qui troverai tanti documenti, ti diranno quanto è accaduto qui, tramanda tracce di noi milioni di morti al mondo che verrà dopo -. Di seguito ho trascritto il testo de’ La stella d’oro (sul link è possibile ascoltare il brano) del musicista Herbert Pagani.

Quando esisteva ancora un dio
il nonno di un bisnonno mio
di professione contadino
tirava avanti con fatica
un campicello da formica
tre zolle al fuoco del mattino
ed era un uomo calmo e pio
che divideva l’esistenza
tra la famiglia ed il suo dio
e non aveva che un tesoro
una stella d’oro.
Un giorno che era lì a zappare
vide degli uomini arrivare
in una nuvola di guerra
-Volete acqua?- domandò
quelli risposero -Ma no
quello che vogliamo è la tua terra-
Ma questa poca terra è mia
quelli risposero -Va via-
lui prese il libro del signore
la moglie i figli e il suo tesoro
la sua stella d’oro.
E camminando attraversò
la notte dell’eternità
chiedendo terra da zappare
-Datemi anche una palude
ed io con queste mani nude
ve la saprò bonificare-
-Va via straniero o passi un guaio
se vuoi restare l’usuraio
è tutto quello che puoi fare
tanto sei ricco d’un tesoro
la tua stella d’oro.-
Rimasto senza campicello
si disse -Ho solo il mio cervello
e quello devo coltivare-
divenne scriba e poi dottore
poi violinista e professore
ed Archimede nucleare
-Ma quanti sono santo iddio
come ti volti c’è un giudìo
come bollare questa peste
gli cuciremo su la sua veste
la sua stella d’oro.-
E cominciò una grande caccia
e mille cani su ogni traccia
e fu la fiera del terrore
braccati in casa e per le strade
erano facili le prede
con quella stella sopra il cuore
e il nostro vecchio contadino
perdette tutto in un mattino
moglie figli cuore e testa
e disse -Adesso non mi resta
che la mia stella d’oro.-
Allora corse verso il mare
lo attraversò per ritrovare
la terra che era stata sua
-Signore la vorrei comprare-
-Le dune qui costano care-
-Ma gliela pago-
-Allora è tua-
Piccola vanga nel deserto
quando un sparo all’orizzonte
attraversò lo spazio aperto
lui cadde in terra e sulla fronte
una stella d’oro.

martedì 24 gennaio 2012

Dell’essere. 4 Elogio della frugalità.

 - Già, Ettore. Dobbiamo imparare a dividere la pagnotta. Hai sentito a Servizio Pubblico Serge Latouche? Nel mio piccolo cerco di consumare poco e cercare di avere pochi soldi. Affettuosamente. Franca Maria -. È il commento che Franca Maria ha voluto lasciare al mio post L’indignazione si aggira per il pianeta. Il Suo commento mi sollecita a proporre una interessante intervista che Serge Latouche, tirato in ballo da Franca Maria, ha rilasciato al giornalista Gigi Riva sul settimanale L’Espresso. Non mi lascio sfuggire l’occasione. Titolo dell’intervista, che di seguito trascrivo in parte: Elogio della frugalità. Un elogio che sembra dal sen fuggito. Un anacronismo. Una provocazione. Proprio nei giorni della crisi più profonda durante i quali è tutto uno stracciarsi le vesti per i consumi che non ripartono. Sembra un invito, quello di Latouche, da bastian contrario. Negli anni trenta del secolo ventesimo, quelli segnati dal grande crack di Wall Street, amava affermare e riaffermare il Presidente degli Stati Uniti d’America, Franklin Delano Roosevelt, quello del New Deal: - La gente di questo Paese è stata erroneamente incoraggiata a credere che si potesse aumentare indefinitamente la produzione e che un mago avrebbe trovato un modo per trasformare la produzione in consumi e in profitti per i produttori. La felicità non viene unicamente dal possesso dei soldi ma dal piacere che viene dal raggiungimento di uno scopo -. Penso che oggigiorno un pensiero così debba necessariamente ritrovare un posto nella vita di tutti i giorni. Di quella parte degli uomini del pianeta chiamato Terra che hanno provveduto a sfruttare e dissipare ricchezze e risorse naturali ed economiche non più rinnovabili. A scapito di una moltitudine di esseri umani emarginati e sfruttati. È l’alternativa alla apocalisse ambientale.  Ha dichiarato il sociologo Mauro Magatti in un’intervista concessa a Paola Pilati del settimanale L’Espresso: - E' finito un ciclo iniziato quarant'anni fa, quando il '68 ha fatto saltare il modello sociale nato nel dopoguerra in nome della libertà soggettiva. Ora, dopo trent'anni di esplorazione e dissipazione, dobbiamo chiederci cosa fare dopo quella lunga adolescenza, e cosa costruire in questa fase che chiamerei della maturità -. È finito il tempo della esplorazione e dissipazione: urge la maturità nelle scelte e nei comportamenti personali e collettivi.

(…). Serge Latouche, una teoria – seppur affascinante – ha bisogno di un progetto politico. E se anche una fetta di sinistra, in epoca di crisi economica, pensa che la risposta sia la crescita, allora lei ha poche chances. “Il problema è un cambiamento culturale profondo. I giovani tornano al produttivismo perché cercano un impiego che non hanno e non riescono nemmeno a immaginare una società che crea lavoro senza essere dentro la logica della crescita. Nessuno gliel’ha spiegata”.
È invece possibile. “Partiamo dalla considerazione opposta. Da diverso tempo la crescita, almeno quella che noi conosciamo in Occidente e che negli anni più floridi è stata al massimo nell’ordine del 2 per cento, non crea posti di lavoro. Ci vorrebbe una crescita del 5-6 per cento per eliminare la disoccupazione. Cifra evidentemente impossibile da raggiungere”.
La politica, o meglio gli economisti che hanno sostituito i politici, si affannano su ricette che riducano i debiti pubblici e, se ci riescono, rilancino lo sviluppo. “Sì, il famoso programma del vertice del G8 di Toronto del 2009 che si è chiuso con la doppia impostura contenuta nelle parole rilancio e austerità. Basta andare a chiedere ai greci cosa ne pensano di questa politica e dei suoi risultati catastrofici. In Grecia il popolo aveva votato massicciamente per un partito socialista che non è riuscito a realizzare i suoi progetti perché, a causa della pressione dei mercati, si è visto imporre un’austerità neo-liberale. Dopo il fallimento del socialismo reale assistiamo al vergognoso scivolamento della socialdemocrazia verso il social-liberismo. E non vale solo per la Grecia”.
Una parte degli economisti di sinistra cerca in effetti di badare al sodo: rilancio di consumi e investimenti per ridare un segno più al prodotto interno lordo. “Lo fanno alcuni intellettuali, come Joseph Stiglitz, che rilanciano vecchie ricette keynesiane, ma è una terapia sbagliata. Almeno dagli anni Settanta i costi della crescita sono superiori ai suoi benefici e stiamo esaurendo le risorse naturali. Quella della crescita è solo un’illusione, un inganno che possiamo perpetuare per qualche anno, non di più. Prendiamo l’Europa ad esempio. Sia governi di sinistra come quelli di Papandreou o Zapatero, quando c’erano, sia di destra come Merkel o Sarkozy, continuano a proporre per uscire dalla crisi le stesse ricette che l’hanno prodotta. Quando ci vorrebbe il coraggio di uscire dalla logica della religione della crescita”.
Resta da capire con chi lei immagina di realizzare questo progetto. “Con una sinistra che sia davvero tale e che superi qualche tabù come quello dell’euro. La moneta unica ci sta strangolando perché è supervalutata e ci impedisce di fare politiche nazionali di protezionismo economico e sociale. Ci impedisce, di fatto, di gestire la crisi perché non possiamo svalutare la moneta”.
La sua ricetta, decrescere, o “a-crescere” come lei ha precisato, per alcuni evoca una lugubre stagione di privazioni e rinunce. “Siamo entrati lentamente nel capitalismo, che è il sinonimo di crescita, e lentamente ne usciremo. Grazie a un cambiamento lento, ma ineluttabile. Lavoreremo meno per produrre meno. Se si produce meno si distrugge meno natura, ma non è detto che si abbia necessariamente meno. Se invece di cambiare automobile ogni due anni e computer ogni anno li si cambia ogni dieci perché se ne producono di resistenti, la soddisfazione del bisogno di possedere quegli oggetti è esaudita ma c’è bisogno di meno denaro, dunque di meno lavoro. E si avrà più tempo libero per relazioni e affetti”.
C’è da chiedersi cosa faranno i dipendenti di quelle aziende di computer o auto. “A loro volta avranno bisogno di meno. È il nostro rapporto col tempo che va completamente rivisto. Siamo così stressati che dormiamo, in media, meno che in passato, guardiamo troppa televisione, non facciamo sport, diventiamo obesi (altro problema sociale) e non ci occupiamo dei nostri bambini”.
Lei, professor Latouche, sta dipingendo un perfetto modello occidentale. Ma il mondo è assai più vasto. “Infatti  decrescita è uno slogan da usare per i Paesi ricchi, senza pretesa di imporlo ad altri. Io so solo, però, che l’ideologia della crescita è catastrofica per tutti, a ogni latitudine. Ma ciascuna società deve poi gestire il funzionamento dell’a-crescita secondo i propri valori. I cinesi arriveranno a pratiche ecologiche per poter stare meglio. Per gli africani la parola crescita non ha granché senso e semmai devono pensare di produrre di più nel settore alimentare. Ma stando attenti a salvaguardare il territorio”.
Tornando a noi: è di gran moda l’espressione sviluppo sostenibile. “Mi spiace, non ci sto. Non c’è nessuno sviluppo che sia sostenibile oggi. Abbiamo dissipato troppe risorse. Dovremmo fare più attenzione. Penso sempre a due Tir che si incrociano sotto il tunnel del Monte Bianco e uno porta l’acqua minerale francese a voi, l’altro l’acqua minerale italiana a noi. Che spreco”.
Che altro guadagniamo dalla decrescita? “Mi viene in mente Baldassarre Castiglione e il suo Il cortigiano, in cui suggeriva al Principe di dare più tempo alla vita contemplativa e alla riflessione e meno all’azione. Ecco, il tempo per se stessi sarebbe davvero il regalo migliore della decrescita”.

sabato 21 gennaio 2012

Capitalismoedemocrazia. 7 L’indignazione si aggira per il pianeta.

L’indignazione si aggira per il pianeta è il titolo di una interessante intervista che Zygmunt Bauman ha rilasciato al quotidiano l’Unità a firma di Giuliano Battiston. È una intervista - che di seguito trascrivo in parte - pregna di tutte quelle idee che il sociologo di origine polacca non demorde dal diffondere con forza e dal dibattere per sollecitare una presa di coscienza della catastrofe, economico-finanziaria, etica e morale verso la quale l’umanità inconsapevolmente colpevole precipita. Scrive il professor Umberto Galimberti in Psicoanalisi o consulenza filosofica?: “(…). Se (…) la cultura economica oggi dominante ci percepisce come semplici produttori e consumatori, riducendo i nostri interessi al semplice reperimento o accaparramento del denaro, divenuto l'unico generatore simbolico di tutti i valori, nasce quella domanda che Franco Totaro si pone in quel suo bel libro Non di solo lavoro (Vita e Pensiero): "Ma i fini dell'economia sono anche i nostri fini?". (…). E ancora se nella nostra epoca governata dalla tecnica, che non si propone altro scopo che non sia il proprio auto-potenziamento, quanti individui soffrono per l'insensatezza della loro attività lavorativa e si percepiscono come semplici mezzi in un universo di mezzi, senza che si profili una finalità in grado di conferire un senso alla propria vita. Soprattutto oggi, dal momento che, come scrive Günther Anders in L'uomo è antiquato, (Bollati Boringhieri): ‘Mentre un tempo la vita e il mondo apparivano privi di senso perché miserevoli, oggi appaiono miserevoli perché privi di senso’. (…).” Oggigiorno, essendosi inaridita e resa sterile la terra vergine artificialmente creata, quella costruita sulla cultura delle carte di credito, occorrerebbe intraprendere un percorso politico mai esplorato che consentisse il superamento di una politica che tuttora rimane ostinatamente locale, confinata al territorio di un singolo stato mentre urgono decisioni che  abbiano una portata globale, extraterritoriale, molto al di là della portata di tutti gli organismi politici esistenti. È questo il gioco messo in campo dalla grande crisi, ché solo la politica alta può affrontare con la speranza di una non improbabile riuscita.

(…). In un mondo in cui le vecchie coordinate della modernità solida stanno scomparendo, come individuare le domande più pertinenti e i problemi sociali a cui rispondere con più urgenza? «Viviamo in un tempo di vuoto (simile all’interregnum dell’antica Roma), un periodo in cui i vecchi metodi con cui facevamo andare avanti le cose risultano inefficaci, mentre non ne sono stati ancora inventati di nuovi. È un periodo di cambiamento, non di transizione, perché transizione implica un passaggio da un qui a un lì, e sebbene conosciamo piuttosto bene il qui da cui cerchiamo di fuggire non abbiamo idea del lì dove vorremmo arrivare. (…). Oggi (…) i poteri che determinano la nostra condizione – la finanza, gli investimenti di capitale, il commercio – sono di natura globale, extraterritoriale, molto al di là della portata di tutti gli organismi politici esistenti; allo stesso tempo, la politica rimane ostinatamente locale, confinata al territorio di un singolo stato. Oggi la domanda vitale è chi lo farà, nel caso dovessimo decidere ciò che c’è da fare».
Gli «indignati» sostengono che a «fare le cose» non debbano più essere quelli che le hanno fatte finora. (…). Lei cosa ne pensa? «I manifestanti di Manhattan, così come i giovani e meno giovani del movimiento los indignados, sono privi di leader, provengono da ogni tipo di vite, razze, religioni e campi politici, sono uniti soltanto dal rifiuto di lasciare che le cose procedano come ora. Ognuno di loro ha in mente un’unica barriera o muro da mandare in frantumi o distruggere. Le barriere variano da Paese a Paese, ma ciascuna è ritenuta quella il cui smantellamento è destinato a mettere fine a tutte le sofferenze. Sulla forma che dovranno prendere le cose, ci si interrogherà solo in seguito. Combinare un unico obiettivo di demolizione con un’immagine vaga del mondo che verrà è la forza di questi manifestanti, ma anche la loro debolezza. Sono abili demolitori, ma devono ancora dimostrare di essere abili costruttori. In ogni caso, se i due giovincelli di Rhineland, Marx ed Engels, si sedessero ora a redigere il loro ormai bicentenario Manifesto, potrebbero inaugurarlo con l’osservazione che uno spettro si aggira sul pianeta: lo spettro dell’indignazione».
L’indignazione è in primo luogo il frutto della crisi economico-finanziaria. In «Vite che non possiamo permetterci», scrive che la crisi dimostra che «il capitalismo dà il meglio di sé non quando cerca (se cerca) di risolvere i problemi, ma quando li crea», e che «non può essere contemporaneamente sia coerente che completo». Intende dire che il capitalismo è un sistema parassitario? «Cento anni fa, Rosa Luxemburg ha compreso il segreto dell’inquietante abilità del capitalismo di risorgere ripetutamente dalle ceneri; una capacità che si lascia dietro una scia di devastazione: la storia del capitalismo è segnata dalle tombe degli organismi viventi la cui linfa vitale è stata succhiata fino all’esaurimento. (…). Ragionando secondo queste coordinate, la Luxemburg non poteva far altro che anticipare i limiti naturali alla possibile durata del sistema capitalista: una volta che tutte le terre vergini del globo fossero state conquistate, l’assenza di nuove terre sfruttabili avrebbe portato il sistema al collasso. La profezia della Luxemburg si sta per avverare? Non lo credo. Nell’ultimo mezzo secolo, il capitalismo ha imparato l’arte prima sconosciuta di produrre sempre nuove terre vergini. Questa nuova arte, resa possibile dal passaggio dalla società di produttori alla società di consumatori, fa sì che il profitto e l’accumulazione consistano soprattutto nella progressiva mercificazione delle funzioni della vita, nel sostituire il desiderio al bisogno come volano dell’economia. La crisi attuale deriva dall’esaurimento di una terra vergine artificialmente creata, quella costruita sulla cultura delle carte di credito. In linea di massima, lo sfruttamento di questa particolare terra vergine è ora finito, e ai politici è stato lasciato il compito di ripulire i detriti lasciati dal banchetto dei banchieri».
Quali sono le conseguenze del passaggio dalla società solida dei produttori a quella liquida dei consumatori? «In una società di produttori i profitti venivano generati dall’incontro tra il capitale e il lavoro, e in un certo senso il capitalismo era un fattore di risentimento collettivo. Nella società dei produttori, i profitti vengono dall’incontro tra la merce e il cliente; si tratta di un evento solitario, che promuove l’interesse personale piuttosto che la solidarietà e l’unione. Formati socialmente innanzitutto come consumatori e solo in secondo luogo come produttori, siamo addestrati a modellare le relazioni interumane sul modello della relazione del consumatore con i beni di consumo. Ciò porta alla fragilità e alla temporaneità dei legami interumani. Inoltre, per raggiungere il rango di consumatori, ognuno di noi deve trattare se stesso come una merce vendibile, il che intensifica la continua frammentazione e atomizzazione della società. Per finire, segue la fascinazione per il Pil (che misura soprattutto le attività di consumo): la società dei consumatori non conosce altro modo per risolvere i problemi e affrontare i problemi sociali che incoraggiare la crescita economica, ingrandendo all’infinito la pagnotta da affettare piuttosto che dividerla giudiziosamente ed equamente».
L’idea dell’equivalenza tra crescita economica e giustizia sociale, basata sull’assunto che il progresso e lo sviluppo potessero risolvere di per sé la questione della disuguaglianza sociale, ha caratterizzato tutto il Novecento. La crisi è anche l’occasione per mettere in discussione l’idea della crescita e del progresso come fini in sé? «I crescenti livelli di opulenza si traducono in crescenti livelli di consumo; dopotutto, l’arricchimento è un valore che merita di essere ambito fino a quando aiuta a migliorare la qualità della vita, che nel dialetto della congregazione planetaria della Chiesa della Crescita Economica significa consuma di più. Per la fede di questa Chiesta fondamentalista, tutte le strade verso la redenzione, la salvazione, la grazia divina e secolare, la felicità immeditata ed eterna, passano attraverso i negozi. E quanto più affollati sono gli scaffali dei negozi in attesa dei cercatori di felicità, tanto più vuota è la Terra. Ciò che è passato sotto il più assordante silenzio, è l’avvertimento di Tim Jackson nel suo libro di ormai due anni fa, Prosperità senza crescita (ed. italiana Edizioni Ambiente 2011, ndr): alla fine di questo secolo “i nostri figli e nipoti avranno a che fare con clima ostile, risorse esaurite, distruzione degli habitat, decimazione delle specie, scarsità di cibo, migrazione di massa e guerra quasi inevitabile”. (…).».

giovedì 19 gennaio 2012

Capitalismoedemocrazia. 6 Il trionfo del narcisismo e il culto dell´homo felix.

 « (…). Lei scrive che la grande crisi dell´economia capitalista – questa sorta di implosione dell´Occidente – non è solo finanziaria ma innanzitutto etica. Perché? «Perché questa è una crisi che evidenzia il disprezzo e il misconoscimento del Bene comune, l´accaparramento senza freni delle risorse di tutti: il lavoro, le leggi, le istituzioni, la natura... Quando la spinta al godimento diventa compulsiva e non conosce limiti, quando l´avidità non ha più fondo, è la stessa idea di comunità che viene meno. Per dirla in termini analitici, è la pulsione di morte che prevale e travolge la dimensione del legame sociale».
C´è un´angoscia particolare che accompagna questi anni terribili di impoverimento anche emotivo, anche intellettuale? «L´angoscia contemporanea non è l´angoscia di fronte al nulla di cui parlano i filosofi, ma piuttosto è l´angoscia di fronte all´eccesso: come se mancasse una prospettiva, un progetto. Non sorge dalla mancanza ma da un troppo pieno, dalla sensazione di essere imprigionati in un sistema che ci avvolge e ci comprime e sembra non permettere – nemmeno nella fantasia – di un altro mondo, di un altro orizzonte... Il nostro è senz´altro il tempo di un immiserimento materiale e mentale diffuso, è un tempo di precarietà dove l´angoscia – come dimostra la diffusione epidemica del panico – è di massa. Ma io tendo a escludere che sarà una condizione permanente». (…).
È quanto sostiene Massimo Recalcati nell’intervista rilasciata a Luciana Sica del quotidiano la Repubblica in occasione della pubblicazione del Suo ultimo lavoro Ritratto del desiderio – Cortina editore, pagg. 190, € 14 -. Titolo dell’intervista: Desidero dunque sono, che ho trascritto in parte. È che, in questo drammatico, pesantissimo frangente, tutte le menti sono indirizzate e disposte ad interessarsi agli aspetti economico-finanziari della cosiddetta crisi. Tutto il resto è un di più, un vuoto interrogarsi secondo i molti, su quell’immiserimento materiale e mentale diffuso che lamenta e denuncia l’illustre scienziato. Poiché, a ben ragione, il tempo nostro è stato il tempo dell´accaparramento senza freni delle risorse di tutti - il lavoro, le leggi, le istituzioni, la natura... -, accaparramento che attanaglia le coscienze di fronte ad un nulla morale che nasce non dalla mancanza  - da un nulla materiale e non solo -, ma da un troppo pieno che è incapace di frenare l’angoscia generata in questi anni terribili di impoverimento emotivo ed intellettuale. Ho trovato rispondente ed in assonanza grande alle analisi ed agli allarmi dell’illustre psicoanalista l’interessante intervista di Rinaldo Gianola al professor Giulio Sapelli della Università Statale di Milano. Titolo dell’intervista, pubblicata sul quotidiano l’Unità: «Non ci sono innocenti davanti al neoliberismo e ai suoi disastri sociali», che di seguito trascrivo in parte. Contestava il grande Aleksandr Isaevic Solženicyn (1918 – 2008) a chi esultava ciecamente alla caduta del muro di Berlino: Anche se l’ideale mondano del comunismo e del socialismo è crollato, i problemi che esso proclamava di voler risolvere sono rimasti: la sfacciata prevaricazione sociale e lo smodato potere del denaro, che spesso dirige il corso degli eventi. Un profeta, come tanti altri, ché, per dirla con le parole di Michael Hardt e Antonio Negri – sull’ultimo numero 8/2011 della rivista MicroMega pag. 23 –, L’accumulazione capitalistica è ormai organizzata in termini finanziari, il capitale sfrutta una ricchezza socialmente prodotta e la capta prevalentemente nella forma di rendite finanziarie. Così, sempre più drammaticamente nella nostra epoca, la natura sociale della produzione confligge con la natura privata dell’accumulazione capitalistica. Un ritorno alla sola, vera natura dei problemi sociali di sempre, dopo un’ubriacatura di crudo e feroce liberismo.

«Lei vorrebbe parlare della crisi del capitalismo? Ma sta scherzando? Se lo facciamo in questo Paese ci mettono in galera».
(…). Professor Sapelli, anche il Financial Times è preoccupato per le condizioni del capitalismo. Magari è morto e nessuno ci ha avvertito? «Distinguiamo. Il capitalismo neoliberista è fallito, non ci sono dubbi. Il capitalismo tout-court non ancora. Vedremo».
Un requiem per il neoliberismo? «Sicuramente, anche se molti continuano a far finta di niente. Il capitalismo neoliberista si è dimostrato incapace di procurare sviluppo e benessere. Nei paesi dell’Ocse si contano 250 milioni di disoccupati di cui almeno 60-70 milioni sono disoccupati strutturali, destinati a restare senza lavoro per sempre. È una cosa che fa tremare i polsi perché parliamo di paesi con sistemi politici democratici ed economie avanzate. Oggi misuriamo il fallimento neoliberista. Un secolo dopo dobbiamo rendere omaggio a Rudolf Hilferding che nel suo Il capitale finanziario immaginava la prevalenza della finanza sul capitalismo industriale, anche se veniva svillaneggiato da Lenin e Plekhanov».
Oggi siamo in mezzo ai guai per il neoliberismo… «Certo. Il neoliberismo si è presentato come un megacapitalismo con qualche cosa in più e di peggio: un nichilismo morale di massa che ha alimentato l’ingiustizia, la diseguaglianza sociale».
Data di nascita del capitalismo neoliberista e principali sostenitori-responsabili? «L’anno è il 1989. Il neoliberismo inizia quando la Securities exchange commission (Sec), la Consob americana, autorizza la libera contrattazione sul mercato dei prodotti derivati, di finanza strutturata. È la svolta, assieme alla nuova disciplina delle banche d’affari e commerciali. Anche in Italia c’è un segnale forte con Amato e Ciampi che mettono in soffitta la legge bancaria del 1936. Inizia la stagione del capitalismo deregolato».
Adesso fuori i nomi. «Ronald Reagan, la signora Thatcher. Ma storicamente è sbagliato pensare che il neoliberismo sia solo il prodotto di quella destra. La deregulation come ideologia di massa viene perfezionata e divulgata da Bill Clinton e da Romano Prodi. Nessuno può dirsi innocente davanti ai disastri del neoliberismo. (…).».
Il capitalismo ha ancora speranza? «Il suo futuro è incerto. Io spero in un capitalismo ben temperato, polifonico, che convive con imprese non capitalistiche il cui obiettivo non è massimizzare il profitto, ma garantire il lavoro, la collettività. Ho fiducia nella filosofia dell’impresa cooperativa, nella divisione delle ricchezze nelle piccole comunità».
Ma queste idee non maturano da sole. Ci vorrebbe la politica, non crede? «Certo. Ma guardiamo la realtà. Le classi politiche del mondo avanzato sono state conquistate o acquistate dal neoliberismo. (…).».
Allora siamo tutti morti, non c’è più alcuna speranza politica? «La politica tornerà, è questione di tempo. Credo nelle minoranze, nei piccoli gruppi. Ho fiducia nei movimenti sociali, anche in quelli che sono apparsi all’improvviso in America, nel mondo a contestare il capitalismo, le ingiustizie, l’arricchimento truffaldino. Ci sono alternative. Grandi paesi come il Canada e l’Australia non sono stati coinvolti nella crisi finanziaria perché hanno forti banche cooperative».
Da dove ripartire? «Dal basso, con umiltà, imparando dal passato, ascoltando anche gli insegnamenti delle religioni».
La religione? «Ha un ruolo decisivo. Il buddismo in Asia ha temperato il capitalismo. Potrebbe farlo anche il cattolicesimo, così come l’ebraismo ha avuto un’influenza positiva sull’ideologia dei kibbutz. E anche l’Islam: noi siamo preoccupati per la minaccia dell’integralismo, ma le banche islamiche sono istituzioni serie. Ricorda il famoso discorso di Togliatti a Bergamo? La religione è un potente afflato per la rivoluzione, il cambiamento sociale, la giustizia».
Se il capitalismo è così malmesso perché la sinistra non rialza la testa? «Perché la sinistra ha perso la sua autonomia culturale. Non propone più nulla, qualcuno scimmiotta il neoliberismo e pensa di apparire moderno. Papa Ratzinger dice cose più di sinistra di certi leader del Pd. La questione è culturale. Lo sa perché i signori del Financial Times discutono apertamente del capitalismo e dei suoi limiti?Sono preoccupatissimi di perdere potere e interessi. Sono pronti a tutto per resistere». (…).

sabato 14 gennaio 2012

Cosecosì. 4 Vatti a fidar del Pericle!

 461 a.C. Dal discorso di Pericle agli Ateniesi: Qui ad Atene noi facciamo così. Qui il nostro governo favorisce i molti invece dei pochi: e per questo viene chiamato democrazia. Qui ad Atene noi facciamo così. Le leggi qui assicurano una giustizia eguale per tutti nelle loro dispute private, ma noi non ignoriamo mai i meriti dell’eccellenza. (…). Qui ad Atene noi facciamo così. La libertà di cui godiamo si estende anche alla vita quotidiana; noi non siamo sospettosi l’uno dell’altro e non infastidiamo mai il nostro prossimo se al nostro prossimo piace vivere a modo suo. (…). Qui ad Atene noi facciamo così. Ci è stato insegnato di rispettare i magistrati, e ci è stato insegnato anche di rispettare le leggi e di non dimenticare mai che dobbiamo proteggere coloro che ricevono offesa. E ci è stato anche insegnato di rispettare quelle leggi non scritte che risiedono nell’universale sentimento di ciò che è giusto e di ciò che è buon senso. Qui ad Atene noi facciamo così. Un uomo che non si interessa allo Stato noi non lo consideriamo innocuo, ma inutile; e benchè in pochi siano in grado di dare vita ad una politica, beh tutti qui ad Atene siamo in grado di giudicarla. (…). Qui ad Atene noi facciamo così. Vatti a fidar del Pericle!

(…). All´inizio della prima guerra del Peloponneso, Pericle fa il discorso in lode dei primi caduti. Usare i caduti a fini di propaganda politica è sempre cosa sospetta, e infatti sembra evidente che a Pericle i caduti importavano solo come pretesto: quello che egli voleva elogiare era la sua forma di democrazia, che altro non era che populismo - e non dimentichiamo che uno dei suoi primi provvedimenti per ingraziarsi il popolo era stato di permettere ai poveri di andare gratis agli spettacoli teatrali. Non so se dava pane, ma certamente abbondava in circenses. (…).  Ricorda Plutarco (Vita di Pericle) che "Pericle governando si dedicò al popolo, preferendo le cose dei molti e poveri a quelle dei ricchi e pochi, contro la sua natura che non era affatto democratica". Vale a dire, se le parole hanno un senso, che, aristocratico di buona condizione economica, era attaccato alla sua classe ma usava il ricorso al favore popolare come strumento di potere. Al punto tale che, visto che Cimone, più ricco di lui, spendeva un sacco di soldi suoi per iniziative popolari, ne aveva intraprese altrettante, ma coi soldi pubblici (un ottimo esempio per i dissipatori della cosa pubblica del bel paese n.d.r.). Ricorda ancora Plutarco che secondo molti a causa di queste elargizioni senza criterio il popolo fu abituato male e divenne dissoluto e spendaccione anziché moderato e lavoratore. Non solo, ma in certe occasioni Pericle aveva usato i beni pubblici per le sue elargizioni demagogiche, così che "avendo allentato le redini del popolo, si occupava di politica per ingraziarselo, provvedendo che in città ci fosse sempre qualche spettacolo pubblico, o banchetto o processione, intrattenendo la città con piaceri non rozzi, inviando sessanta triremi ogni anno, sulle quali molti cittadini navigavano stipendiati per otto mesi, praticando e insieme imparando l´arte nautica. (…). Pericle, che si voleva campione di democrazia, non poteva usare con gli ateniesi la forza, ma doveva richiederne il consenso, e per ottenere il consenso popolare non è indispensabile essere nel giusto, basta usare delle accorte tecniche di persuasione. E Pericle si era allenato sin da giovane ad essere oratore convincente ed affabile, che sapeva sostenere anche fisicamente la sua fama di persona affidabile, visto che, come ci dice ancora Plutarco "non solo ebbe una mente grave e un linguaggio elevato immune da volgare e comune loquacità, ma anche l´espressione del volto inflessibile al riso, la mitezza dell´andatura e la decenza della veste che non si agitava per alcun trasporto nel parlare, la modulazione quieta della voce". Il discorso di Pericle (…) è stato inteso nei secoli come un elogio della democrazia, e in prima istanza è una descrizione superba di come una nazione possa vivere garantendo la felicità dei propri concittadini, lo scambio delle idee, la libera deliberazione delle leggi, il rispetto delle arti e dell´educazione, la tensione verso l´uguaglianza. Ma che dice in realtà Pericle? Prima naturalmente fa portare in scena le bare (in cipresso) dei caduti, compresa una per quella che chiameremmo oggi il Milite Ignoto, poi così parla: (…) "Io, dato che non voglio fare lunghi discorsi, lascerò perdere, fra questi fatti, le imprese compiute durante le guerre, grazie alle quali furono conquistati i singoli possedimenti, o quando noi o i nostri padri respingemmo con valore il nemico barbaro o greco che ci attaccava (…). Utilizziamo infatti un ordinamento politico che non imita le leggi dei popoli confinanti, dal momento che, anzi, siamo noi ad essere d´esempio per qualcuno, più che imitare gli altri. E di nome, per il fatto che non si governa nell´interesse di pochi ma di molti, è chiamato democrazia; per quanto riguarda le leggi per dirimere le controversie private, è presente per tutti lo stesso trattamento; per quanto poi riguarda la dignità, ciascuno viene preferito per le cariche pubbliche a seconda del campo in cui sia stimato, non tanto per appartenenza ad un ceto sociale, quanto per valore; e per quanto riguarda poi la povertà, se qualcuno può apportare un beneficio alla città, non viene impedito dall´oscurità della sua condizione". Come discorso populista non è male salvo che Pericle non menziona il fatto che in quei tempi ad Atene c´erano, accanto a 150.000 abitanti, 100.000 schiavi. E non è che fossero solo barbari catturati nel corso di varie guerre, ma anche cittadini ateniesi. Infatti una delle leggi di Solone stabiliva di togliere dalla schiavitù i cittadini diventati servi a causa dei debiti verso i latifondisti. Segno che erano servi anche altri cittadini, caduti in schiavitù per altri motivi. (…). Ma ogni epoca ha le sue debolezze, e lasciamo a Pericle di celebrare questa sua democrazia di schiavi. Però il nostro così prosegue: "Noi... ci procurammo moltissime occasioni di svago dalle fatiche, per il nostro spirito, dato che celebriamo secondo la tradizione giochi e sacrifici per tutto l´anno e grazie a case e suppellettili eleganti, il cui godimento quotidiano allontana lo sconforto". E qui siamo di nuovo al populismo (…) e all´elogio del consumismo. Ma andiamo avanti. A che cosa mira questo elogio della democrazia ateniese, idealizzata al massimo? A legittimare l´egemonia ateniese, sugli altri suoi vicini greci e sui popoli stranieri. Pericle dipinge in colori affascinanti il modo di vita di Atene per giustificare il diritto di Atene a imporre il proprio dominio sugli altri popoli dell´Ellade (…). Segue l´elogio militare degli ateniesi che combattono sempre bravamente per difendere la loro terra. Pericle si dimentica di rilevare che (e proprio sotto il suo governo) erano stati riconosciuti come cittadini ateniesi solo coloro che avevano tutti e due i genitori ateniesi. Quindi c´erano gli schiavi, i veri cittadini ateniesi e i meteci, qualcosa come degli extracomunitari con diritto di soggiorno, che non erano cittadini a pieno diritto e non potevano votare - anche se tra coloro possiamo annoverare personaggi come Ippocrate, Anassagora, Protagora, Polignoto, Lisia o Gorgia. Ma non è finita: "Non ci procuriamo gli amici ricevendo benefici, ma facendone. Dunque chi fa un favore è un amico più sicuro, tanto da conservare il favore dovuto grazie alla riconoscenza di colui al quale egli l´ha dato". Il che francamente mi sembra un principio mafioso. Tornato poi ai defunti, Pericle osserva che bellamente sono morti per difendere una città che è di modello a tutto il mondo (…). (…). Comunque i genitori dei caduti, ascesi all´olimpo degli eroi, non si debbono dolere perché li deve animare "la speranza di avere altri figli, per coloro che sono ancora in età adatta per avere figli: infatti, su un piano privato, i nuovi figli costituiranno per alcuni la possibilità di dimenticare quelli che non ci sono più, per la città, poi, sarà utile in due modi, contro il divenire spopolati e per la sicurezza: infatti non è possibile che prendano decisioni imparziali e giuste coloro che corrono dei rischi senza esporre al pericolo anche i propri figli come gli altri". Il che mi pare solo sfacciataggine, ma sembra che ai dolenti questa oratoria piacesse. Così che l´oratore può concludere con "Ora, dunque, dopo aver compianto ciascuno il proprio parente, tornate alle vostre case", che - traducendo alla buona - significa "e ora smammate e non rompete più le scatole con i vostri piagnistei" (…). Ecco perché bisogna sempre diffidare del discorso di Pericle e, se lo si dà da leggere nelle scuole, occorrerà commentarlo, ricordando che molti padri di tante patrie sono stati figli di un´etera.

Il brano, tratto dal saggio di Umberto Eco Figlio di una etera, è contenuto nel nuovo Almanacco del Bibliofilo che ha per titolo La subdola arte di falsificare la storia – edizioni Rovello (2012) € 50,00 –. Il brano, trascritto in parte, è stato pubblicato sul quotidiano la Repubblica col titolo Non citate più Pericle era un populista.

venerdì 13 gennaio 2012

Capitalismoedemocrazia. 5 Della presenza e della visibilità degli ultimi.

Don Luigi Ciotti, presidente di Libera, ha pubblicato il 4 di dicembre sul quotidiano l’Unità un editoriale - tratto dal volume La speranza non è in vendita (2011) Giunti editore pagg. 128 € 10 - che ha per titolo Non siamo tutti uguali. Di seguito lo trascrivo nella quasi sua interezza, condividendone sia i contenuti che l’ispirazione che ne ha guidato la stesura. Mi va di evidenziare, soprattutto, là dove l’illustre estensore torna a parlare della  presenza degli ultimi nella scala sociale, quegli ultimi che imbarazzano la vista di lor signori - di melloniana memoria - ma non sommuovono le coscienze loro per un rinnovamento profondo e più equo delle nostre società e del cammino che esse perigliosamente percorrono. E quel continuo Suo accennare alla presenza degli ultimi gli rende merito grande per l’incessante Suo impegno nel sociale che ne rende la figura Sua luminosa e fuori dai canoni consueti. È che è la persona nella sua dignità umana ad essere stata calpestata da un sistema economico che, in nome dell’efficienza e della redditività più estrema, ha  consentito lo stravolgimento dei rapporti economici a tutto beneficio di quel capitalismo della finanza che impietosamente presenta il conto che tutti devono, e dico devono, concorrere ora a pagare con moneta sonante. Della condizione di disagio che l’essere umano vive in un tempo di crisi ne ha scritto, sul settimanale L’Espresso, il professore di Neuroeconomia dell’Università San Raffaele di Milano Matteo Mortellini: - La maggior parte delle persone pensano che il rapporto con il denaro appartenga al campo del razionale, invece scatena emozioni come l'orgoglio, l'onore, il senso di ingiustizia, la paura, la rabbia, l'invidia. A pesare sul nostro cervello sono i cambiamenti relativi, non quelli assoluti: una nuova tassa, l'aumento del prezzo della benzina, non importa quanto pesanti, vengono codificati immediatamente dal nostro cervello in termini di perdite. E, per come ci siamo evoluti, le perdite pesano psicologicamente oltre il doppio dei guadagni; in particolare l'evidenza neuroeconomica mostra che esse attivano quell'area del nostro cervello, l'amigdala, che fiuta i pericoli che possono mettere a repentaglio la sopravvivenza della nostra specie. In secondo luogo pesa il confronto con gli altri: la disuguaglianza ci rende più infelici dell'austerità -. La disuguaglianza, per l’appunto.

Tutti, anche quelli che per anni hanno ostentato ottimismo, parlano ormai di crisi economica e di paura del futuro. Chi sta nel sociale, sul territorio, sulla strada lo tocca con mano da tempo e ne ha segnalato, inascoltato, le avvisaglie. È una crisi da cui non si uscirà facilmente. Se ne uscirà solo - a dispetto di chi, dopo averla provocata, ne promette il superamento grazie a una nuova crescita dietro l’angolo - con trasformazioni sociali profonde. E, soprattutto, non chiudendo gli occhi. Perché la crisi non è uguale per tutti. Non è uguale per i vecchi che frugano nelle pattumiere e per i 200.000 acquirenti annui di auto di lusso da 100.000 euro e più. Non è uguale per i milioni di giovani senza lavoro o con lavori finti e per chi incrementa rendite miliardarie, evadendo ogni forma di tassazione. Non è uguale per chi muore di lavoro nero e pericoloso pagato quattro euro all’ora e per chi si arricchisce sfruttando quel lavoro. Non è uguale per l’operaio che guadagna 1.000 euro al mese e per l’amministratore delegato che guadagna più di quattrocento volte tanto. La crisi è una lente di ingrandimento che mostra anche a chi non vuole vedere due mondi diversi e divaricati (accompagnati da una zona grigia che slitta sempre più verso la povertà). Due mondi che non si parlano, dove la parte soddisfatta della società sembra vivere come problema la presenza e la visibilità degli ultimi. Vista dalla strada la crisi non riguarda né il prodotto interno lordo (il mitico Pil), né il crollo delle borse, troppo lontani per poter essere misurati e compresi. Vista dalla strada la crisi riguarda le condizioni di vita, sempre più difficili, delle persone. L’economia ha le sue leggi e i suoi saperi. Ma se non servono a migliorare le condizioni di vita delle persone, sono leggi e saperi inutili. Parliamo, allora, delle condizioni delle persone. Su sette miliardi di donne e di uomini che abitano il pianeta, due miliardi vivono - quando vivono - in condizioni di povertà assoluta, con un reddito giornaliero al di sotto di due dollari (cioè di un euro e mezzo); chi vive in condizioni di povertà relativa, poi, è la maggioranza; e ogni anno muoiono di fame - nella indifferenza dei più - sei milioni di bambini. Con la crisi, il problema della povertà è diventato centrale anche nel ricco Occidente. Così, in Italia, vivono in condizioni di povertà relativa (corrispondente a un reddito di 983 euro mensili per una famiglia di due persone) quasi otto milioni di persone; un italiano su tre (uno su due al Sud) non è in grado di far fronte a una spesa imprevista di 700-750 euro nell’anno. È povero un bambino ogni quattro ed è disoccupato un giovane su tre. Un giovane su cinque è così sfiduciato e frustrato che il lavoro ha smesso di cercarlo. In termini di valore reale i livelli delle retribuzioni diminuiscono, e - come avvenuto nello scorso ottobre a Barletta - si può morire di sottolavoro. Lo spettro della povertà poi, un tempo limitato a chi era privo di occupazione, lambisce ormai una quota crescente di lavoratori. (…). Di fronte alla crescita del disagio esistenziale, si sta consolidando la tendenza a rimuovere o a governare in maniera repressiva i fenomeni di cui non si ha più cura, ignorando il disagio e la sofferenza delle persone. È accaduto - sta accadendo - per la povertà, per la marginalità, per la devianza, per l’immigrazione. Il lavoro, quando c’è, è privato del suo ruolo sociale e della dignità, anche simbolica, che ha avuto finché è stato riconosciuto come elemento essenziale della nostra identità. Ma un lavoro subordinato al profitto, ridotto a mezzo per garantire la ricchezza di pochi e - nella migliore delle ipotesi - la semplice sussistenza degli altri, impoverisce la vita individuale e quella sociale. Insieme alle relazioni umane, il lavoro è la base della nostra identità. Senza il rispetto delle attitudini, delle passioni e dell’intelligenza delle persone, il lavoro non contribuisce alla costruzione di una società,ma al massimo produce aggregazioni, dove ciascuno trova posto (quando lo trova) non in base alle sue capacità ma alla sua funzionalità, valutata secondo princìpi di pura e semplice convenienza economica. È il meccanismo che ha governato la cosiddetta flessibilità, concetto con cui per anni si sono giustificate le leggi - loro sì inflessibili - del mercato: la disponibilità delle persone ad adattarsi alle attività più disparate senza garanzie contrattuali e senza la possibilità di fare del lavoro il nucleo intorno a cui costruirsi sicurezza materiale e dignità sociale. Sono i diritti a garantire la trasformazione dello sviluppo economico in progresso sociale. La disuguaglianza, quindi, non è solo un’offesa alla loro sacralità, una lacerazione dell’etica. È un controsenso  economico. La disuguaglianza non conviene a nessuno. L’attuale situazione di crisi è la dimostrazione di come un sistema fondato sulle disparità e su profitti non equamente distribuiti finisce per impoverire tutti. (…). Ci siamo illusi che la modernità avesse voltato pagina. Non è stato così, soprattutto negli ultimi tempi, in cui persino molte fortune di partiti e formazioni politiche sono state giocate sulla propaganda di idee e progetti di esclusione degli ultimi e dei non omologati. (…). Il problema della società diventa - torna ad essere - la presenza degli ultimi: i lavavetri, e con essi, i matti, i tossicodipendenti, i mendicanti, gli ambulanti senza licenza, i venditori di fiori o di fazzoletti, gli zingari, i barboni, i questuanti, le donne sfruttate sui bordi delle strade, in un elenco potenzialmente senza fine. A infastidire i benpensanti non è più la povertà ma la sua visibilità. (…). Per anni ci è stato detto che il libero mercato sarebbe stato in grado non solo di regolarsi grazie a una presunta mano invisibile, ma addirittura di produrre un effetto a cascata di cui tutti avrebbero beneficiato. Era - a voler essere indulgenti - un’illusione, ma ribadita con tale insistenza da diventare una specie di dogma. Le analisi che vanno per la maggiore dicono che la malattia economica va curata facendo tornare i conti a suon di tagli e di sacrifici che, guarda caso, riguardano sempre la spesa pubblica e i servizi sociali. Solo così - si dice - il sistema può riprendere fiato, la gente consumare, e l’economia del Paese tornare a essere competitiva. Andare avanti - vorrebbero farci credere - è impossibile, se non ritornando indietro, a quando eravamo alle prese con la rivoluzione industriale ed erano ancora di là da venire le conquiste del secolo scorso in tema di lavoro: dignità, salario, sicurezza, diritto di sciopero, equa proporzione tra tempo del lavoro e tempo della vita. Lussi, viene detto, che oggi non possiamo più permetterci, zavorre di cui dobbiamo al più presto disfarci, se non vogliamo soccombere nella corsa sfrenata allo sviluppo. Continuo a credere che non sia così.

giovedì 12 gennaio 2012

Capitalismoedemocrazia. 4 La chiamavano invidia sociale.

 La chiamavano invidia sociale al tempo dell’egoarca di Arcore. Si sproloquiava a non fomentare l’invidia sociale. Tutti in fila ed in silenzio in attesa che il re Mida di turno trasformasse in oro le cose proprie e degli accoliti. Si diceva: non sollevate l’invidia sociale. Un modo come un altro per sfuggire al problema. Ovvero, per occultarlo meglio. Per fuorviare l’attenzione. Intanto i furbetti soliti si arricchivano alle spalle della comunità. Dichiara al settimanale L’Espresso il professor Domenico Secondulfo, direttore dell'Osservatorio dei consumi delle famiglie presso l'Università di Verona: - Il circuito dei ricchi e quello dei nuovi poveri si differenziano: nei momenti di espansione la ricchezza genera invidia, in quelli di crisi aggressività, così i ricchi si ritirano tra di loro -. Forse si scopre come non sia bastevole l’invidia sociale per sollevare e risolvere i problemi delle moderne società, ma si scopre con gran ritardo come sia urgente rispolverare quel qualcosa in più che in un tempo, definito oramai passato e dato per morto, veniva chiamato lotta di classe. Con annessa una coscienza di classe. Affronta il problema spinoso Gad Lerner in un editoriale che ha per titolo La destra di classe che difende gli evasori, pubblicato di recente sul quotidiano la Repubblica e che trascrivo in parte: (…). … Karl Marx scriveva già nel 1859 nella sua celeberrima prefazione a «Per la critica dell´economia politica»: la coscienza dell´uomo è determinata dal suo essere sociale. Non c´è populismo che tenga, al dunque la nostra sensibilità è condizionata dal censo. (…). Siamo al dunque, perché l´incattivirsi di una crisi che impoverisce i ceti popolari e brucia posti di lavoro, ripropone con brutalità le differenze di classe. La prolungata, falsa rappresentazione di uno stile di vita omologato nel consumo di massa – l´illusione della fine delle classi sociali – non regge più quando lo Stato, per non fallire, è costretto a mettersi in caccia della ricchezza nascosta. Certo, chi ha protetto finora la ricchezza nascosta, addirittura esaltandola come risorsa, fatica a riconoscerla per quello che è: una vera e propria piaga nazionale. Per questo la destra italiana – antiborghese piuttosto che liberale – agita le acque. Incapace com´è di distinguere la ricchezza generata col talento imprenditoriale dalla ricchezza accumulata con l´illegalità e le rendite di posizione, addebita ai funzionari dello Stato un profilo ideologico esistente solo nella sua propaganda: la demonizzazione del benessere, l´incitazione all´odio di classe. Ma dove vivono? (…). Il vittimismo dei furbi abbindolava i poveracci quando s´illudevano di poterli emulare, e quindi li ammiravano. Ma ora che le ricette anticrisi incidono profondamente sul reddito e sul risparmio dei cittadini, torna a contare in politica quella nozione di giustizia sociale fino a ieri oltraggiata – talvolta perfino a sinistra – con l´ambigua raccomandazione a non lasciarsi tentare dalla cosiddetta invidia sociale. E mentre si agitava per le ubertose contrade del bel paese lo spettro nefasto dell’invidia sociale, i furbetti soliti rimpinguavano abbondantemente i loro forzieri lasciando alla comunità tutta l’incombenza ingrata e socialmente ingiusta di risanare le sconquassate finanze statali. Ne dà contezza sul quotidiano la Repubblica un recente dossier curato da Maurizio Ricci e che ha per titolo La ricchezza in mano al 10% delle famiglie. Lo propongo di seguito in  parte.

(…). Secondo le indagini della Banca d'Italia, la ricchezza netta degli italiani (tolti, cioè, mutui e prestiti) era pari, nel 2010, a 8.640 miliardi di euro. Una cifra imponente, pari ad oltre quattro volte la montagna del debito pubblico. In media, significa una ricchezza di poco inferiore a 400 mila euro, per ognuna dei 24 milioni di famiglie italiane. Ma, naturalmente, quei 400 mila euro sono il consueto miraggio statistico. Il 50 per cento delle famiglie italiane possiede, infatti, dice sempre Via Nazionale, meno del 10 per cento di tutta quella ricchezza. Ovvero, 12 milioni di famiglie si spartiscono, in realtà, un patrimonio di non più di 860 miliardi di euro. Questi 12 milioni di famiglie più povere costituiscono quelli che i sociologi di una volta avrebbero definito ceti popolari. Un termine che, con il progressivo svanire di operai e contadini, è diventato sempre più sfuggente e che, oggi, probabilmente, comprende soprattutto impiegati, insegnanti e la massa dei precari. In media, la ricchezza di ognuna di queste famiglie è di 72 mila euro in tutto, al netto di mutui e prestiti, ma casa e risparmi compresi. L'altra metà degli italiani ha, invece, le mani su quasi 8 mila miliardi di euro. (…). Al di sopra dei ceti popolari e dei ceti medi in via di affondamento ci sono, elaborando i dati della Banca d'Italia, quelli che possiamo chiamare ceti medi benestanti. Circa 9 milioni 600 mila famiglie, il 40 per cento del totale, che controlla il 45 per cento della ricchezza italiana: 3 miliardi 880 milioni di euro. In media, ognuna di queste famiglie benestanti ha un patrimonio, fra case e investimenti finanziari, pari a 405 mila euro. (…). Da qui in su, si entra nel mondo dei ricchi. Il 10 per cento delle famiglie italiane, cioè circa 2 milioni 400 mila famiglie, controlla il 45 per cento dell'intera ricchezza nazionale. Quanto 10 milioni di famiglie benestanti e oltre quattro volte quello di cui dispone la metà meno fortunata del paese. Sono gli altri 3 miliardi 880 milioni di euro di ricchezza che ancora mancavano al totale. In media, ognuna di queste famiglie ricche ha un patrimonio di 1 milione 620 mila euro, oltre 22 volte la ricchezza di quella metà d'Italia che sono le famiglie dei ceti popolari. (…). …gli straricchi ci sono, sono pochi, ma hanno abbastanza soldi da modificare profondamente la mappa sociale del paese. Proviamo, infatti, a togliere l'1 per cento di famiglie più ricche - gli straricchi - dal plotone del 10 per cento di ricchi. Il 9 per cento di ricchi che è quasi in cima, ma non ci arriva, corrisponde a 2 milioni 160 mila famiglie. Il loro patrimonio complessivo è pari a 2.765 miliardi di euro, un terzo della ricchezza nazionale. In media, ognuna di loro dispone di un solido patrimonio, pari a 1 milione 280 mila euro. Infine, l'1 per cento di straricchi: meno di 240 mila famiglie. Fa capo a loro il 13 per cento dell'intera ricchezza italiana, ovvero oltre 1.120 miliardi di euro, almeno quelli rintracciabili nel catasto e nelle banche nazionali. In media, ognuna di queste famiglie straricche dispone di un patrimonio di poco inferiore a 4 milioni 700 mila euro. Non basta, insomma, essere un paese in cui l'80 per cento delle famiglie è proprietaria della casa in cui vive per riequilibrare la piramide rovesciata della ricchezza nazionale. (…). Ci sono, (…), quasi mille miliardi di euro depositati nei conti presso le poste o le banche italiane. Non si tratta solo di soldi parcheggiati per le piccole necessità quotidiane. Il 30 per cento di quei mille miliardi - esattamente 276 miliardi di euro - è depositato in conti fra i 50 mila e i 250 mila euro. Un altro 13 per cento, circa 120 miliardi di euro, si trova in conti che superano i 250 mila euro. Chi tiene tutti questi soldi in banca? Non lo sappiamo. Al massimo, dice l'aritmetica, mezzo milione di persone ha un conto in banca almeno di 250 mila euro. Probabilmente, sono assai di meno. Se, per pura ipotesi, supponessimo che ne sono titolari le 240 mila famiglie straricche, ne ricaveremmo che ognuna di loro ha, in media, mezzo milione di euro sul conto in banca. Poi ci sono i titoli. Fra azioni, obbligazioni e fondi comuni, ci sono oltre 1.500 miliardi di euro depositati nei conti titoli delle banche italiane. Un terzo è piccolo risparmio, cioè conti titoli inferiori a 50 mila euro. Un altro terzo, è risparmio, per così dire, benestante: titoli fra i 50 mila e i 250 mila euro. Poi ci sono 150 miliardi di euro, investiti in titoli per 250-500 mila euro. Il risparmio, probabilmente, si ferma qui. Il resto è investimento ed è un salto: 300 miliardi di euro in conti titoli superiori a 500 mila euro. Roba da straricchi.

mercoledì 11 gennaio 2012

Cosecosì. 3 Venditori ambulanti d’almanacchi.


Da Dialogo di un venditore d'almanacchi e di un passeggere (1832), tratto dalle Operette morali di Giacomo Leopardi:

Venditore. Almanacchi, almanacchi nuovi; lunari nuovi. Bisognano, signore, almanacchi?
(…). Passeggere. Quanti anni nuovi sono passati da che voi vendete almanacchi?
Venditore. Saranno vent’anni, illustrissimo.
Passeggere. A quale di cotesti vent’anni vorreste che somigliasse l’anno venturo?
Venditore. Io? non saprei.
Passeggere. Non vi ricordate di nessun anno in particolare, che vi paresse felice?
Venditore. No in verità, illustrissimo.
Passeggere. E pure la vita è una cosa bella. Non è vero?
Venditore. Cotesto si sa.
Passeggere. Non tornereste voi a vivere cotesti vent’anni, e anche tutto il tempo passato, cominciando da che nasceste?
Venditore. Eh, caro signore, piacesse a Dio che si potesse.
Passeggere. Ma se aveste a rifare la vita che avete fatta né più né meno, con tutti i piaceri e i dispiaceri che avete passati?
Venditore. Cotesto non vorrei.
Passeggere. Oh che altra vita vorreste rifare? la vita ch’ho fatta io, o quella del principe, o di chi altro? O non credete che io, e che il principe, e che chiunque altro, risponderebbe come voi per l’appunto; e che avendo a rifare la stessa vita che avesse fatta, nessuno vorrebbe tornare indietro?
Venditore. Lo credo cotesto.
Passeggere. Né anche voi tornereste indietro con questo patto, non potendo in altro modo?
Venditore. Signor no davvero, non tornerei.
Passeggere. Oh che vita vorreste voi dunque?
Venditore. Vorrei una vita così, come Dio me la mandasse, senz’altri patti.
Passeggere. Una vita a caso, e non saperne altro avanti, come non si sa dell’anno nuovo?
Venditore. Appunto.
Passeggere. Così vorrei ancor io se avessi a rivivere, e così tutti. Ma questo è segno che il caso, fino a tutto quest’anno, ha trattato tutti male. E si vede chiaro che ciascuno è d’opinione che sia stato più o di più peso il male che gli è toccato, che il bene; se a patto di riavere la vita di prima, con tutto il suo bene e il suo male, nessuno vorrebbe rinascere. Quella vita ch’è una cosa bella, non è la vita che si conosce, ma quella che non si conosce; non la vita passata, ma la futura. Coll’anno nuovo, il caso incomincerà a trattar bene voi e me e tutti gli altri, e si principierà la vita felice. Non è vero?
Venditore. Speriamo.
Passeggere. Dunque mostratemi l’almanacco più bello che avete.
Venditore. Ecco, illustrissimo. Cotesto vale trenta soldi.
Passeggere. Ecco trenta soldi.
Venditore. Grazie, illustrissimo: a rivederla. Almanacchi, almanacchi nuovi; lunari nuovi.


Dialogo tra un venditore ambulante ed una bambina (marzo 2011), tratto da Le agende di Giacomo Papi, pubblicato sul supplemento D del quotidiano la Repubblica:

(…). Venditore: Almanacchi, almanacchi nuovi; lunari nuovi. Agende, bussole, orologi, carte geografiche. Bisognano, signorina, agendine?
Bambina: No.
(…). Venditore: E a che cosa stai giocando, bambina?
Bambina: A un giuoco...
Venditore: Questo lo vedo da me. Che giuoco?
Bambina: Un giuoco del telefonino.
Venditore: Come ti chiami, bambina?
Bambina: Moda.
Venditore: Come?
Bambina: Moooda!
Venditore: Che nome strano! E la tua mamma come si chiama?
Bambina: Uffa! Morte. Come quella che mi fai venire tu che mi fai anche perdere la partita. (…). Venditore: Scusami, Moda, posso farmi perdonare con un regalo?
Bambina: Che cosa?
Venditore: La vuoi un'agendina?
Bambina: C'è già dentro il mio telefono.
Venditore: Ma questa è diversa.
Bambina: Sì. È peggiore. Ci stanno pochi nomi, si riempie di cancellature, l'ordine alfabetico è approssimativo, mentre il mio software mi mette tutti i nomi che voglio e in ordine perfetto. E poi c'è un'altra cosa... con i telefonini non serve più imparare i numeri a memoria...
Venditore: Vero, pensa che mi ricordo ancora il mio numero di quando ero piccolo 599560 e quello del mio compagno di banco 588968...
Bambina: Tu lo sai, signore, perché i numeri si dicono in fila e non come numero intero? Se uno ha il 3398441628, perché non dice 3 miliardi 398 milioni 441mila 628?
Venditore: Non lo so! Però quando cambi agenda e riscrivi i tuoi indirizzi, fai un bilancio su quelli che sono rimasti amici e quelli che non lo sono più...
Bambina: Sai che bellezza, una volta ho visto un film - era di Jules Les Jour, credo - dove c'era un vecchio che riscriveva l'agenda e a ogni nome ricordava la sua vita e alla fine capiva che non era servita a niente, così alla zeta si sparava un colpo alla tempia.
Venditore: E una bussola la vuoi?
Bambina: Nel telefono c'è.
Venditore: Un diario?
Bambina: Anche.
Venditore: Vuoi questa bellissima mappa della città dove stiamo andando?
Bambina: Qui nel mio telefono c'è la mappa via satellite di tutto il mondo e mi dice anche dove mi trovo io in qualsiasi momento...
Venditore: Allora ti regalo un orologio. Sei contenta?
Bambina: Tze, figurarsi se non c'è l'orologio nel telefono.
Venditore: Giochiamo a tris, vuoi? A scacchi, dama, battaglia navale?
Bambina: C'è tutto nel telefono. (…).
Venditore: E una caramella la vuoi, stronzetta?


Almanacchi, agende, agendine, calendari, per non dire dei calendarietti profumati che venivano regalati nei negozi dei barbieri. Su di essi, su quei calendarietti, dall’odore accattivante e con le immagini delle donnine allegre del tempo, si avviava a compimento, con sguardi vogliosi e furtivi su di quelle paginette, l’educazione sentimentale dei giovani di allora. Io continuo ad usare le agende, come un tempo. Quelle di carta. Poiché la carta, con la quale son fatte, conferisce ad esse una fisicità sconosciuta alle agende elettroniche di moda. Diventano compagne discrete per un anno intero. Ci si illude, con esse, di registrare e mettere al giusto posto le piccolezze, e non solo, della nostra vita. Ci si illude che la grafia stesa su di esse abbia il potere di scacciare l’imprevedibilità della vita stessa. Un’illusione, appunto. Poiché la vita scorre per conto suo, siano stati o meno registrati gli appuntamenti e le ricorrenze che essa ci riserva. Affidiamo, o affidavamo una volta almeno ad esse, piccoli frammenti della nostra vita, e ci impegniamo a registrarli per imprigionarli per sempre, sottraendoli così alla impietosa casualità delle nostre esistenze.

giovedì 5 gennaio 2012

Doveravatetutti. 3 Medicare le parole, tre.


(…). La deturpazione funesta delle parole, lo stratagemma d'illudere il popolo imbellendo la realtà e inventandosi, per decerebrarci, un'attualità del tutto sfasata rispetto a ciò che davvero è attuale, cioè urgente, emergente: per decenni ci eravamo assuefatti a questo, e abbiamo finito col chiamarlo politica. È ora di restituire, a quest'ultima, il severo verbo vero che le si addice. (…). Ne discussero i filosofi dell'antichità greca, e diedero al dire-tutto il nome di parresia: un vocabolo che torna negli Atti degli apostoli (Pietro e Giovanni rischiano la morte, pur di testimoniare il vero e la libera coscienza del cristiano). Chi parlava senza blandire o mimetizzarsi era chiamato parresiasta. Senza parresia, scrive Foucault, siamo sottomessi alla follia e all'idiozia dei padroni: la pòlis ha bisogno di verità, per esistere e salvarsi. (…). …l'apprendimento del parlare-vero è lento, sempre scabroso. Si perdono privilegi, ci si espone alle critiche dei sofisti (gli economisti). Nella democrazia ateniese, secondo Socrate e Demostene, si rischiava la vita. (…). Ci vuole coraggio per firmare le proprie parole, parlando-vero. Chi lo possiede non ha la vita facile, deve esser cauto se non vuol ricadere nel parlar-falso. (…). È quanto scrive, con la Sua solita lucidità ed incisività, Barbara Spinelli nel Suo editoriale Il coraggio della verità, editoriale pubblicato sul quotidiano la Repubblica che ho trascritto in parte. L’esercizio della verità è un esercizio di lunga lena; non ci si improvvisa a dire la verità tutto d’un colpo. È un esercizio di lunga lena al pari della democrazia, che non la si conquista tutta d’un botto, ma dopo un lungo navigare nelle acque infide del populismo e della demagogia. L’esercizio della verità si coniuga strettamente con l’esercizio della democrazia; laddove il primo non divenga regola diffusa di vita non si può, in alcun modo, dire esserci la democrazia. Laddove i reggitori della cosa pubblica amino utilizzare, travisandole, le parole, per costruire la verità più confacente e gradevole per i cittadini sottoposti, in quel luogo la democrazia risulta essere priva di qualsivoglia spirito suo nobile e non avrà mai modo alcuno per interrare profonde radici. Il doveravatetutti è un ripercorrere a ritroso la storia, ma la storia piccola, con l’iniziale minuscola minuscola, poiché minuscola fu al tempo la storia del bel paese. Storia minuscola e falsa, di lustrini e cocottes, che ha utilizzato le parole per l’obnubilazione delle menti e delle coscienze. A quel tempo del doveravatetutti, il 14 di ottobre dell’anno 2010, ne scriveva Gustavo Zagrebelski sul quotidiano la Repubblica nel Suo La neolingua del Cavaliere, un Suo prezioso dizionario dal quale traggo di seguito le ultime due voci.

«Fare-lavorare-decidere». La «discesa» dalla quale abbiamo iniziato a che cosa mira? La rigenerazione ch´essa promette in che cosa consiste? Non nella salvezza delle anime, né nell´elevazione civile della società e nemmeno nella potenza della Nazione o dello Stato, come fu per diverse «discese salvifiche» in altri tempi e luoghi. Lo dice ancora una volta il linguaggio del nostro tempo, così impregnato di aziendalismo e produttivismo. L´idea che la vita politica si basi su un legame sociale che-certamente- implica ma non si esaurisce in benessere materiale, consumi, sviluppo economico, è totalmente estranea al modo di pensare attuale e alla lingua che l´esprime. L´Italia è «l´azienda Italia» e tutti devono «fare sistema», «fare squadra» perché possa funzionare. Basterebbe pensare alla politica delle «tre I», slogan lanciato a suo tempo per sintetizzare il senso delle riforme nella scuola italiana: inglese, Internet, impresa. Dalla scuola si bandiva quella cosa così evanescente, ma così importante per tenere insieme una società senza violenza e competizione distruttiva, che è la cultura. La scuola, davvero, si orientava verso il «saper fare», cioè verso la produzione di «risorse umane» finalizzate allo «sviluppo» dell´azienda e da utilizzare intensivamente fino al limite oltre il quale ci sono gli «esuberi». La politica, a sua volta, è venuta configurandosi come il logico prolungamento di questa concezione del bene sociale. Così, il governo diventa il «governo del fare» il cui titolo di merito «assoluto» è di avere posto fine al «teatrino della politica» e di andar facendo. «Fatto» diceva un non dimenticato spot pubblicitario governativo costruito su un timbro sonoramente impresso su qualche foglio di carta. Per «fare», però, occorre «lavorare» e, così, quello che lavora, non quello che chiacchiera, è il governo buono. Bisogna «lasciarlo lavorare». Chi si mette di traverso, cioè «rema contro» la squadra di canottieri che fa andare la barca non è un oppositore ma un potenziale sabotatore, uno che non ama l´Italia. (…). Ora, l´ideologia aziendalista del fare e del lavorare mette in evidenza, esaltandolo, il momento esecutivo e ignora, anzi nasconde il momento deliberativo. Chi decide, in che modo decide e che cosa decide? Tutto questo è «assolutamente» fondamentale in democrazia perché rappresenta il momento formativo e partecipativo delle scelte politiche. La logica aziendalista, trasportata in politica, fa dell´efficienza l´esigenza principale: efficienza per l´efficienza. Il fare per il fare: attivismo. Tante leggi, tante riforme: è la quantità a essere messa in mostra. Viene meno il rapporto tra il fare e il «che cosa fare», un rapporto che presuppone una divisione tra il realizzare e il determinare l´oggetto da realizzare. Viene meno il fine dell´agire. (…). Alla medesima logica appartiene il «decidere», per esempio nell´espressione «democrazia decidente», che ha preso piede anche nel lessico di parte di forze politiche d´opposizione (…). Anche qui ciò che viene passato sotto silenzio è ciò che dovrebbe garantire che non si operi male. Forza delle parole: il mezzo, cioè l´efficienza (fare, lavorare, decidere), da mezzo quale è, diventa il fine.

«Politicamente corretto». (…). Negli anni appena trascorsi è stata condotta vittoriosamente una battaglia semantica contro la dittatura del «politicamente corretto», accusato di conservatorismo, ipocrisia e perbenismo. I tabù linguistici sono caduti tutti. Perfino la bestemmia è stata «sdoganata» perché qualunque parola deve essere «contestualizzata». I contesti sono infiniti. Così ogni parola è infinitamente giustificabile. Il degrado è pervasivo, e ha contagiato anche chi non l´ha inaugurato e anzi, all´inizio, l´ha deplorato. Così, ci si è assuefatti. Ma il risultato non è stato una liberazione, ma un nuovo conformismo, alla rovescia. Oggi è politicamente corretto il dileggio, l´aggressione verbale, la volgarità, la scurrilità. È politicamente corretta la semplificazione, fino alla banalizzazione, dei problemi comuni. Sono politicamente corretti la rassicurazione a ogni costo, l´occultamento delle difficoltà, le promesse dell´impossibile, la blandizia dei vizi pubblici e privati proposti come virtù. Tutti atteggiamenti che sembrano d´amicizia, essendo invece insulti e offensioni. I cittadini comuni, non esperti di cose politiche, sono trattati non come persone consapevoli ma sudditi, anzi come plebe. Cosicché le posizioni sono ormai rovesciate. Proprio il linguaggio plebeo è diventato quel «politicamente corretto» dal quale dobbiamo liberarci, ritrovando l´orgoglio di comunicare tra noi parlando diversamente, non conformisticamente, seriamente, dignitosamente, argomentatamente, razionalmente.

martedì 3 gennaio 2012

Doveravatetutti. 2 Medicare le parole, due.


“(…). Oggi nella Italia berlusconiana (anche se al momento defenestrato, siamo certi di esserci liberati del berlusconismo come formazione mentale? N.d.r.) il furto attraverso la politica è scoperto, normale. Appena si può si ruba e viene il sospetto che sia avvenuta una mutazione antropologica, che la maggioranza al potere sia convinta che l'uso della politica per rubare sia non solo normale ma lodevole e che le istituzioni abbiano il dovere di proteggerlo. L'Italia un tempo paese dei misteri, delle società segrete, delle congiure massoniche sotto l'egida del cavaliere di Arcore sta diventando una democrazia autoritaria dichiarata e compatta a difesa dei suoi vizi e dei suoi furti. Perché opporsi al bavaglio che viene imposto all'informazione? Non aveva ragione Mussolini ad abolire la cronaca nera e a coprire gli scandali del regime? Esiste un modo più efficace di lavare i panni sporchi in gran segreto senza che le gazzette li mettano in piazza? (…). La conferma della mutazione antropologica viene dal fatto che i politici presi con la mano nella marmellata mostrano più stupore che vergogna. La loro corruzione era normalissima, candida, da buon padre ladro di famiglia. A uno era bastato pagare una garconnière al centro di Roma, un altro aveva lasciato mano libera agli impresari edili dopo il terremoto in cambio di una revisione in casa sua dei servizi igienici, diciamo del funzionamento del cesso e del bagno. Ad altri ancora la possibilità di avere a spese dello Stato qualche mignotta, insomma la grande crisi della politica italiana, il grande rischio di una democrazia autoritaria, di una dittatura mascherata, morbida starebbe nella banalità del male, nei piccoli vizi nelle piccole tentazioni della cosiddetta classe dirigente. Un'Italia senza misteri con un capo del governo schietto, schiettissimo. Che vuole? Che pretende? Il minimo di un uomo del fare più che del pensare: di non avere controlli, di non avere intralci e se gli viene in testa di allevare un cavallo nessuno si permetta di obbligarlo a tirar su una mucca. Che cosa ha scoperto il Cavaliere? Quello che avevano scoperto prima di lui tutti gli uomini autoritari del fare, che i controlli sono fastidiosi e a volte insopportabili. In una parola: che la democrazia è più complicata e faticosa della dittatura.”

C’è un gran parlare, in questi giorni, dell’ultimo vecchio che ci ha lasciati. C’è il solito becero tentativo di metterne in mostra le pecche, di tirare fuori dall’armadio della Sua vita i cosiddetti scheletri, insomma di ridurne lo spessore intellettuale e morale che il vecchio si era conquistato sul campo. Come se fosse sempre possibile sbozzare una vita con l’accetta e non con il più fine bulino. Ma anche con il più fine dei bulini l’impresa è sempre ardua, ché di una vita è sempre difficile, se non impossibile, separarne le singole parti tanto esse ne sono connesse. Ché il vivere è periglioso assai. Ché il vivere è una sempre lenta, imprevedibile navigazione, tra marosi non sempre ospitali per la qual cosa ci si può ritrovare sbattuti con forza su spiagge selvagge o contro scogliere puntute e pericolosissime. Tale è stata, senza l’ombra di un dubbio, la vita del grande vecchio Giorgio Bocca. Una lunga e perigliosa navigazione la Sua, con scarti improvvisi, con repentine inversioni di rotta poiché, per dirla con le parole di James Russell Lowell, solo i morti e gli stupidi non cambiano mai opinione. Ed anche il grande vecchio, che ci ha lasciati da poco, ha cambiato opinione com’era nel suo diritto. Oggi mi va di annoverarlo, per via delle cose che non muoiono e che ci ha lasciato per sempre, mi va di annoverarlo ancora come presente tra quelli che continuano a chiedersi ed a chiedere doveravatetutti quando lo scempio del bel paese prendeva il suo avvio nell’indifferenza dei tanti, dei tantissimi. E mi va di ricordarlo ripescando, tra i ritagli salvati e gelosamente conservati, quel Suo pezzo prima trascritto in parte del 12 di giugno dell’anno 2010, pezzo pubblicato sul quotidiano la Repubblica col titolo Il cavaliere impunito e la regola del silenzio. Doveravatetutti  a quella data? In esso si trova conferma della mutazione antropologica avvenuta nel bel paese e che ha in prima istanza ed in larga misura investito la lingua e le parole, distorcendone la struttura ed i significati più intrinseci ad esse connessi. Riprendo, per l’occasione, da La neolingua del Cavaliere di Gustavo Zagrebelsky, pubblicato sul quotidiano la Repubblica, due parole, “amore” ed “assolutamente”, da medicare prontamente dopo il trattamento pervasivo e degenerativo da esse subite a seguito di una certa “discesa in campo”. Risaniamo le parole nostre.

«Amore». Nel discorso con il quale fu dato l´annuncio (il Kérygma) della «discesa» in politica (26 gennaio 1994), un passaggio-chiave, una frasetta che sembra buttata lì, fu «L´Italia è il Paese che io amo». Così anche l´amore faceva la sua discesa nel linguaggio della politica, non senza conseguenze pervasive. Il neonato Partito Democratico, a sua volta, ritenne di non dovere essere da meno e rispose per le rime nel «Manifesto» fondativo del 2007, che inizia così: «Noi, i democratici, amiamo l´Italia». Questo è un esempio delle conseguenze perverse dell´imitazione nel campo della comunicazione politica. Le due dichiarazioni d´amore si equivalgono? No, non si equivalgono. La prima («L´Italia è il Paese che io amo») è una dichiarazione sovrana che proviene da uno che ha già detto che, se avesse voluto, avrebbe potuto continuare una vita felice in sé e per sé, oppure avrebbe potuto prescegliere un altro luogo per vivere o per discendere sulla terra dei comuni mortali. L´Italia, così, è la prediletta che, in virtù di questa predilezione, dovrà ricambiare l´amore che tanto gratuitamente le è stato donato. La seconda dichiarazione è tutt´altra cosa. Non è un atto sovrano. È un atto obbligato. Potrebbe un partito politico che, ovviamente, è dentro, non sopra il Paese al quale chiede consensi, dire: «Tu non mi piaci affatto». Questa dichiarazione, come dichiarazione d´amore, suona falsa perché è obbligata e l´amore obbligato che cosa è? Può essere un´adulazione interessata. Anche la prima, naturalmente, lo è, ma si presenta in tutt´altro modo, come un dono d´amore, una dedizione gratuita, un atto commovente. Chi potrebbe resistere a cotanto amante, a un simile seduttore? Chi potrebbe, a sua volta, non riamarlo? E se non riama? Se l´amore non è corrisposto? Se non c´è corrispondenza a un amore così grande che è quasi un sacrificio, è perché qualcuno odia. Solo apparentemente, le parole d´amore, spostate dal campo che è loro proprio, cioè quello delle relazioni interpersonali concrete, e riversate nella campo della politica, cioè dei rapporti impersonali astratti, sono parole benevolenti. In realtà sono parole violente, destinate a provocare divisioni radicali, contrapposizioni e incomunicabilità, tra «noi che amiamo» e «voi che odiate». Valga, tra le tante possibili, questa citazione: «Noi non abbiamo in mente un´Italia come la loro, che sa solo proibire ed odiare. Noi abbiamo in mente un´altra Italia, onesta, orgogliosa, tenace, giusta, serena, prospera, un´Italia che sa anche e soprattutto amare» (L´Italia che ho in mente, Milano, Mondadori, 2000, p. 280). Se guardiamo all´Italia di oggi, possiamo tristemente riconoscere che la spaccatura è avvenuta e non sappiamo come si potrà sanarla.

«Assolutamente». Un avverbio e un aggettivo apparentemente innocenti, da qualche tempo, condiscono i nostri discorsi e in modo così pervasivo che non ce ne accorgiamo «assolutamente» più: per l´appunto, assolutamente e assoluto. Tutto è assolutamente, tutto è assoluto. Facciamoci caso. È perfino superfluo esemplificare: tutto ciò che si fa e si dice è sotto il segno dell´assoluto. Neppure più il «sì» e il «no» si sottraggono alla dittatura dell´assoluto: «assolutamente sì», «assolutamente no». (…). Il predecessore dell´assoluto è il «categorico» d´un tempo, quando non c´era posto per le sfumature ma solo per le convinzioni granitiche, per gli «imperativi categorici» presi dalla filosofia morale e gettati nell´agone politico. Ciò che l´assoluto esclude è «il relativo». Il relativo è ciò che costringe al confronto e induce a pensare. L´assoluto, invece, comanda e pretende obbedienza, assolutamente. Il relativo è proprio dei deboli, perché è insidiato dal dubbio; l´assoluto è forte perché, insieme ai dubbi, esclude la possibilità di venire incontro, di cercare accordi e stabilire compromessi con chi non condivide i nostri «assoluti». Tra assoluto e fanatico c´è parentela stretta in uno stesso mondo spirituale. (...).